“Democrazia totalitaria. Una storia controversa del governo popolare” di Alessandro Mulieri
- 06 Febbraio 2020

“Democrazia totalitaria. Una storia controversa del governo popolare” di Alessandro Mulieri

Recensione a: Alessandro Mulieri, Democrazia totalitaria. Una storia controversa del governo popolare, prefazione di Nadia Urbinati, Donzelli Editore, Roma 2019, pp. XX-220, 19 euro (scheda libro)

Scritto da Gio Maria Tessarolo

8 minuti di lettura

I percorsi della storia delle idee sono spesso caratterizzati da una curiosa imperscrutabilità: con una generalizzazione grossolana si potrebbe dire che raramente è capitato ad un testo di filosofia politica di realizzare i propositi del suo autore. Dal Principe di Machiavelli alla Favola delle api di Mandeville, dal Contratto sociale di Rousseau alle Riflessioni sulla Rivoluzione di Burke, il successo o l’insuccesso delle tesi presentate è dipeso in larga misura dai dibattiti in cui essi si sono inseriti, dalle interpretazioni che ne sono state date, dai problemi che hanno suscitato.

The Origins of Totalitarian Democracy, pubblicato originariamente nel 1952 da Jacob Talmon, è stato allo stesso tempo il racconto e la vittima di una di queste vicende. Da un lato, infatti, la celebre monografia dello studioso israeliano si presenta come ricostruzione del modo in cui le idee filosofiche dell’Illuminismo, una volta portate all’estremo, hanno determinato la nascita di quella concezione della politica che (con una scelta lessicale che si potrebbe giudicare oggi per molti versi infelice) il libro battezza “democrazia totalitaria”. Da un altro punto di vista, tuttavia, è paradossale proprio il fatto che, contro le sue intenzioni, di questo testo non sia rimasto molto altro: presentato nell’Introduzione come «né un semplice trattato di teoria politica, né un resoconto di avvenimenti»[1], qualora se ne parli oggi è al secondo aspetto che si fa quasi immancabilmente riferimento. Se nel campo della sterminata storiografia sul rapporto tra Illuminismo e Rivoluzione Francese The Origins è un classico frequentemente ricordato come punto di riferimento di una posizione estrema ma che ha “fatto scuola”, pochi oggi lo menzionerebbero invece tra le opere rilevanti della teoria politica del XX secolo.

Merito del recente studio di Alessandro Mulieri è proprio quello di riportare questa dimensione del testo in primo piano: considerandolo un vero e proprio classico del pensiero, l’obiettivo è collocarlo nel dibattito in cui si inserisce, indagandone tanto le fonti quanto la fortuna negli anni immediatamente successivi alla sua pubblicazione.

Solo il primo dei tre capitoli è dunque dedicato all’analisi dei suoi contenuti da un punto di vista più propriamente storiografico: nel riepilogarne le tesi principali, l’autore fa il punto su sostanzialmente due aspetti. Come prima cosa mostra quanto le analisi di Talmon dipendessero da fonti ben precise (soprattutto Taine e Becker) per quanto riguarda l’interpretazione di Rousseau, dei giacobini e della Rivoluzione, per poi soffermarsi su quanto gli studi dei decenni successivi abbiano ampiamente smentito tale visione, dimostrandone la sostanziale insostenibilità su tutti i fronti. Come nota correttamente Mulieri, il metodo delle Origins «è sostanzialmente questo: si individua una tesi aprioristica e universale, e la si ricostruisce negli autori e nei fatti storici studiati» (p.72). Se ci si limita a considerare questo versante della questione, tuttavia, l’importanza del testo talmoniano si perde interamente.

È alla fortuna di questa «tesi aprioristica e universale» che il libro si rivolge nel secondo e nel terzo capitolo, mettendola in relazione alle elaborazioni teoriche di autori i cui testi (al contrario di quello di Talmon) sono oggi ricordati come classici del pensiero politico novecentesco, da Popper a Hayek a (soprattutto) Berlin e Arendt. Nonostante la scarsità di riferimenti diretti, Mulieri mostra infatti come le loro interpretazioni di Rousseau, della Rivoluzione Francese e più in generale del rapporto fra liberalismo e democrazia dipendano in modo stretto da quella data dalle Origins of Totalitarian Democracy. Dalla formulazione dei due concetti di libertà di Berlin a On Revolution della Arendt, del testo talmoniano si evidenzia dunque l’impatto storico-filosofico, che è consistito nel contribuire alla formazione da parte di quelli che si possono chiamare Cold War Liberals della convinzione che un certo modo di intendere la democrazia sia fondamentalmente liberticida, e che proprio a partire dalla mentalità illuministica tale atteggiamento si sia cristallizzato in uno schema di pensiero costante e riconoscibile. In modo radicalmente diverso perciò dall’indagine arendtiana sul totalitarismo, il testo di Talmon «individuava un filone di ricerca specificamente dedicato ai totalitarismi di sinistra» (p.208). È a questo «filone» che anche l’analisi della stessa Arendt si sarebbe a giudizio di Mulieri aggregata nel corso degli anni Cinquanta, permettendo «alla studiosa di elaborare un terzo paradigma, oltre a quelli della democrazia liberale e della democrazia totalitaria: la democrazia consiliare» (p.211), che però (è bene notarlo con chiarezza) porta in una direzione completamente diversa da quella di Talmon.

È perciò sul valore teorico delle tesi talmoniane che il libro di Mulieri invita a riflettere, ponendo in chiusura l’interrogativo «perché continuare a leggere e parlare della democrazia totalitaria?» (p.211). La risposta che l’autore dà ha fondamentalmente a che fare con l’utilità della contrapposizione democrazia-liberalismo (esplicitamente accostata a pagina 5 all’analoga distinzione schmittiana) per l’analisi dei moderni populismi e delle cosiddette “democrazie illiberali”. Basandosi sulla concezione (esemplificata nel secondo capitolo dalle tesi di Norberto Bobbio) della democrazia come oggetto “conteso” fra liberalismo e socialismo, le pagine conclusive del lavoro richiamano l’attenzione sul fatto che «la battaglia tutta politica sul significato di democrazia è ricominciata di nuovo e che ne siamo tutti parte integrante. In questo senso, leggere Talmon e la storia della democrazia totalitaria prima e dopo il suo libro del 1952 è il modo migliore per ricordarsi nel presente della fragilità della democrazia e il suo rapporto complicato con la libertà» (pp.214-215).

Per fornire una risposta completa a tale domanda, tuttavia, è necessario richiamare l’attenzione anche su almeno un paio di punti che seguendo il filo principale dell’analisi rischiano di rimanere in secondo piano e sono invece di fondamentale importanza. In primo luogo, nel parlare del rapporto democrazia-libertà è sempre importante porre la questione di quanto questa libertà sia da intendere in senso economico: come suggerito dall’espressione «tutta politica» nel brano citato poco sopra, il libro di Mulieri dedica curiosamente poco spazio alla trattazione del versante economico[2], su cui Talmon è invece inequivocabile: «questo studio ha dimostrato che la questione della libertà è legata indissolubilmente al problema economico»[3]. Le posizioni di Robespierre e dei giacobini sono infatti nella lettura talmoniana fondamentalmente incoerenti proprio nella misura in cui rimangono ancorate al modello della proprietà privata: l’avanzamento cruciale di Babeuf e dei suoi seguaci sta nel giungere finalmente alla coerenza, unendo ad una “cristallizzazione” della concezione “totalitaria” della democrazia quella dell’inedito comunismo dei beni, suo corollario necessario. Il quinto capitolo della seconda sezione si apre con una pagina in questo senso chiarissima: c’è una «grande linea di divisione tra le due maggiori scuole di pensiero sociale ed economico, negli ultimi due secoli», costituita dall’«atteggiamento verso il problema di base: se la sfera economica debba essere considerata un campo aperto al gioco della libera iniziativa, dell’ingegno, delle risorse e delle necessità dell’uomo, in cui lo stato interviene solo occasionalmente per stabilire le regole più generali e più liberali del gioco, per aiutare coloro che sono caduti nel cammino, per punire i colpevoli di condotta sleale e per soccorrere le loro vittime; o se la totalità delle risorse e dell’ingegno umano debba essere considerata ab initio come qualcosa che deve essere formato e orientato deliberatamente, in conformità con un principio definito, che è – nel senso più alto – la soddisfazione delle necessità umane»[4]. Esattamente come per gran parte dei Cold War Liberals (soprattutto prima della Teoria della giustizia di Rawls), concezioni filosofiche ed economiche si tengono in modo strettissimo: non c’è libertà politica senza libertà economica perché alla base ci sono due visioni antropologiche che si oppongono in modo radicale.

È possibile in questo modo introdurre il secondo punto su cui è importante portare l’attenzione: coerentemente con quanto Talmon stesso annuncia fin dall’inizio della sua opera[5], il lavoro di Mulieri la considera un’indagine interna allo sviluppo contemporaneo della democrazia, mettendone in luce la portata più propriamente politologica, fortemente sottolineata anche dalla bella prefazione di Nadia Urbinati. Dal momento che, tuttavia, come dimostrato proprio dalle esperienze del Novecento “democrazia” è diventata una categoria utilizzata per descrivere un numero sterminato di forme politiche, parlare delle articolazioni contemporanee della democrazia significa parlare del pensiero politico contemporaneo nella sua quasi totalità[6], fornendo quella che Mulieri correttamente descrive «in un’ottica di storia della filosofia» come «un’interpretazione della modernità tout court» (p.74). Una delle più interessanti ragioni della sua attualità è perciò che da The Origins of Totalitarian Democracy è possibile ricavare una generalizzazione sulla presenza nel pensiero antropologico-politico degli ultimi due secoli di due tendenze filosofiche dominanti, che ben poco hanno a che fare con le usuali distinzioni in destra e sinistra[7] (utilizzate tuttavia anch’esse da Talmon) e di cui sarebbe interessante indagare i rapporti con le tesi straordinariamente simili del saggio hayekiano Individualism: True and False, pubblicato per la prima volta nel 1945 (e poi di nuovo nel 1948 nella raccolta Individualism and Economic Order), che sfortunatamente Mulieri non prende mai in considerazione. Esemplari per nitore dello stile e rigore concettuale sono in questo senso le ultime pagine delle Origins, in cui Talmon argomenta in modo esplicitamente teorico, proponendo tesi rilevanti anche a prescindere dall’accettabilità della fondazione storiografica ricevuta nel corso dell’opera. Da una parte c’è l’idea che l’uomo sia qualcosa di oggettivamente dato, conoscibile in modo esaustivo ed attendibile, cui si attribuiscono arbitrariamente la capacità di vivere in perfetta armonia con i suoi simili e la predisposizione spontanea a conformarsi ad un ordine che discende automaticamente da questa sua “natura”: se anche gli uomini che si vedono e con cui si ha a che fare non esibiscono nessuna di queste caratteristiche, un piccolo nucleo di brillanti innovatori si propone di renderli come devono essere, a qualunque costo e con qualsiasi mezzo. Dall’altra c’è la concezione, dichiaratamente più modesta, che la natura umana non sia oggettivamente determinabile e che non esista per essa alcuna vita buona, naturale o realizzata: di qui discende la convinzione che l’uomo possa esprimersi in un’infinità di forme diverse e che queste forme non siano né conoscibili a priori da legislatori saggi e virtuosi né realizzabili in un ordine onnicomprensivo. Formulata in termini più espliciti (e più crudi), si tratta della distinzione fra due modi di intendere la politica stessa: da un lato la politica come attività che risolve problemi e da cui ci si deve aspettare sempre una tensione all’ideale, alla perfezione, alla totalità, dall’altro la politica come attività che determina le condizioni che possono permettere a ciascuno di risolvere i problemi che egli ritiene tali, senza l’ambizione di realizzare desideri né concretizzare utopie. Dopo aver dedicato centinaia di pagine all’analisi della prima concezione, Talmon conclude molto eloquentemente che si tratta di due ideali che «corrispondono ai due istinti più profondamente ancorati nella natura umana, il desidero di salvezza e l’amore per la libertà»: alla luce della loro contrapposizione è compito («duro ma tuttavia necessario») dello «storico o del filosofo politico […] far comprendere la verità che la società e la vita umane non possono mai raggiungere uno stato di riposo. Quel riposo immaginato rappresenta con un altro nome la sicurezza offerta da una prigione, e il desiderio di tale riposo può essere in un certo senso un’espressione di viltà e di indolenza, dell’incapacità di affrontare il fatto che la vita è una crisi perpetua e mai risolta. Tutto quello che si può fare è di procedere con il metodo della prova e dell’errore»[8].


[1] J.L. Talmon, Le origini della democrazia totalitaria, trad. di M.L. Izzo Agnetti, il Mulino, Bologna, 2000, p.23.

[2] Colpisce, a questo proposito, la strana affermazione con cui si liquida The Road to Serfdom di Hayek come «un richiamo al ritorno al semplice e puro laissez faire» (p.23), concezione che Hayek ha invece sempre decisamente avversato.

[3] Talmon, Le origini della democrazia totalitaria, cit., p.349.

[4] Ivi, p.207.

[5] «Questo studio è un tentativo di dimostrare che accanto alla democrazia di tipo liberale nel diciottesimo secolo sorse dalle stesse premesse una tendenza verso quella che noi definiremo democrazia di tipo totalitario» (ivi, p.5).

[6] Quest’ultimo “quasi” è costituito sostanzialmente dal totalitarismo di destra, che Talmon distingue accuratamente nel terzo paragrafo dell’Introduzione da quello oggetto del suo studio. Non è possibile qui prendere in considerazione la questione spinosa di quanto le due tipologie di totalitarismo possano essere accomunate nel modo prospettato dall’opera arendtiana del 1951. In ogni caso, esso rappresenta per Talmon una tendenza quantitativamente minoritaria nella contemporaneità rispetto alle due concezioni della democrazia.

[7] Si confronti a tal proposito la bipartizione che si presenta qui con la raffinata distinzione proposta da Carlo Galli, Perché ancora destra e sinistra, Laterza, Roma-Bari 2010, secondo la quale il tratto distintivo di destra e sinistra consiste nella scelta dei versanti opposti (rispettivamente) del disordine e dell’ordine, che insieme costituiscono l’alternativa fondamentale della modernità. Quella talmoniana è un’alternativa non fra l’aspirazione ad un ordine e l’accettazione del disordine ma fra due diverse visioni dell’ordine.

[8] Talmon, Le origini della democrazia totalitaria, cit., pp.348-349.

Scritto da
Gio Maria Tessarolo

Studia e svolge attività di ricerca presso la Scuola Normale Superiore e l’Università di Pisa. Si interessa principalmente di Storia della Filosofia moderna e di Filosofia Politica (Machiavelli, Hobbes, Rousseau).

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