“Destra” a cura di Corrado Fumagalli e Spartaco Puttini
- 01 Giugno 2018

“Destra” a cura di Corrado Fumagalli e Spartaco Puttini

Recensione a: Corrado Fumagalli e Spartaco Puttini, Destra, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, Milano 2018, pp. 160, 12 euro (scheda libro)

Scritto da Andrea Pareschi

10 minuti di lettura

Il venticinque settembre milleduecentosessentaquattro, sul far del giorno, il Duca d’Auge salì in cima al torrione del suo castello per considerare un momentino la situazione storica. La trovò poco chiara. Resti del passato alla rinfusa si trascinavano ancora qua e là.

L’incipit de I fiori blu di Raymond Queneau può forse evocare le difficoltà che crucciano chi si sforzi di dare senso univoco al panorama dell’Europa contemporanea sulla base delle categorie consolidate di “destra” e “sinistra”. Sebbene rimangano comuni punti di riferimento, impiegati da molti cittadini italiani ed europei per pensare la politica, queste etichette ormai discusse – in tutti i sensi – stentano a ricomprendere la totalità dei contrasti politici. A livello individuale, le istanze prettamente ideologiche che esse esprimono, la rispondenza a sistemi di valori e di pensiero volti ad interpretare la realtà, sembrano spesso passare in secondo piano rispetto all’identificazione con questo o quel leader, a questioni specifiche (come l’immigrazione), alla rivendicazione di identità regionali o nazionali, a speranze europeiste, e così via.

Il rimescolamento ideologico trova ovviamente un parallelo al livello delle élite politiche, delle piattaforme programmatiche dei partiti e delle effettive decisioni. Per un governo nato dall’unione inedita di tutte le forze di centrosinistra e di sinistra, quello portoghese, ve ne è uno che, in Grecia, aggrega la sinistra radicale di Syriza e la destra radicale dello junior partner ANEL sulla base dell’ostilità ai programmi di aggiustamento strutturale e, secondo alcuni, di una comune vena populista[1]. Allo stesso campo socialdemocratico appartengono tanto il portoghese Mário Centeno, attuale presidente dell’Eurogruppo, quanto l’olandese Jeroen Dijsselbloem, suo predecessore e rigido fautore dell’austerity. Anche il non meno controverso presidente ceco Miloš Zeman è stato in precedenza leader del partito socialdemocratico del suo Paese; e appare ormai remota l’ipotesi che i sistemi di partito dell’Europa orientale si stabilizzino secondo i “classici” canoni di destra e sinistra prevalenti ad Ovest fino a ieri. Nella stessa Italia, un partito che mette in difficoltà gli sforzi di classificazione dei politologi e ha fatto del “né di destra né di sinistra” una sua bandiera da anni ha appena conquistato un terzo dei consensi, attraendo un elettorato dalle preferenze assai eterogenee[2].

A parte le indebite semplificazioni di chi dipinge destra e sinistra come ormai soppiantate da un confronto fra “establishment” e “anti-establishment” – o fra “populismo” e suoi oppositori, o ancora fra “apertura” e “chiusura” – al giorno d’oggi le consuete faglie politiche determinate in larga parte dal cleavage fra capitale e lavoro sono realmente più instabili che mai. Gli studiosi di opinione pubblica, pur continuando a ritenere l’asse destra-sinistra una “scorciatoia cognitiva” utile al cittadino a scopo di semplificazione, hanno del resto cessato di presupporre che esso riesca a sussumere tutte le questioni salienti. Ad una dimensione socioeconomica incentrata sulla redistribuzione, così, ne hanno gradualmente affiancata una socioculturale, che divide cosmopolitismo e libertarismo dal conservatorismo sociale[3], e un terzo continuum fondato sugli orientamenti verso l’integrazione europea.

Edita dalla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, la raccolta di saggi intitolata Destra viene alla luce in rapporto con questo magmatico insieme di trasformazioni di ampia portata, con l’obiettivo dichiarato di «entrare nel mondo della destra italiana, per aprire una riflessione sulle forme e i modi della politica di oggi». Nel ricordare il durevole interesse della Fondazione per l’evoluzione delle culture politiche della destra in Italia, la stringata introduzione sollecita una ripresa del dibattito – attingendo alla ricchezza di diversi approcci disciplinari – giacché ci si trova in una «fase assai tesa dove esponenti politici le cui idee, fino a poco tempo fa, venivano letteralmente etichettate come “deplorabili”, reclamano il potere di governo o affascinano molti strati (e non solo i più vulnerabili) della nostra società».

Di fronte alla destra

Il volume inizia con un’accorta analisi di Marco Tarchi, che – in dialogo con gli scritti di Marco Revelli, Carlo Galli, Giovanni Sartori, Massimo Cacciari, J. A. Laponce, Dino Cofrancesco e soprattutto Norberto Bobbio – argomenta contro l’utilità della dicotomia destra-sinistra. Contro Bobbio, che ne individua la differenza fondante in una visione egualitaria o inegualitaria della società, Tarchi recupera l’osservazione di Ambrogio Santambrogio secondo cui “sia la destra che la sinistra sono egualitarie, e disegualitarie, ma lo sono per aspetti diversi”. Sul piano empirico, invece, si sofferma sulla molteplicità ideologica che permea il campo della destra, rectius delle destre, in cinque ambiti: a) in politica economica, dove la globalizzazione ha differenziato tendenze liberiste e welfare chauvinism; b) nel rapporto uomo-ambiente, che distingue un produttivismo industrialista da orientamenti ecologisti e talvolta pro-decrescita; c) in politica internazionale, dove destre atlantiste coesistono con destre antimondialiste e filo-russe; d) nell’organizzazione dello Stato, con divergenze sul livello di governo preferito e fra accentramento e autonomismo; e) nella concezione stessa dell’uomo, dove un approccio individualista e un approccio comunitario pongono le basi stesse di due visioni antitetiche. Si spiegherebbero così:

l’economicismo degli uni e l’anti-economicismo degli altri, lo statalismo e il localismo, il liberismo e il protezionismo, l’industrialismo e l’ecologismo, l’accettazione o il rifiuto della globalizzazione, l’attrazione o la ripulsa verso l’american way of life e le molte altre “linee di faglia”.

Tuttavia, dopo questo saggio il volume prende pieghe diverse. Il contributo successivo, di Piero Ignazi, propone una ricostruzione storico-politologica della traiettoria del partito depositario dell’eredità fascista in Italia – il Movimento Sociale Italiano – attraverso i decenni della Prima Repubblica, fino alla trasformazione in Alleanza Nazionale e agli snodi del rapporto con Silvio Berlusconi. Il capitolo di Andrea Mammone fa da seguito al precedente dedicandosi alla nascita di Fratelli d’Italia. Il “ritorno (a destra) dei neofascisti” è illustrato sulla base delle Tesi di Trieste, dando quindi conto dei richiami al sovranismo, all’identitarismo, alla “preferenza nazionale”, e dei conseguenti strali contro la “sostituzione etnica”, l'”universalismo radicale” europeo e la lotta illuminista ai pregiudizi.

La seconda parte del libro, intitolata “Il messaggio della destra”, consta di due capitoli di scienza politica di orientamento empirico. In riferimento a sette democrazie occidentali, Manuela Caiani presenta dati provenienti dall’analisi di oltre 300 siti web di diverse organizzazioni di estrema destra, oltre che da 45 interviste semi-strutturate con loro esponenti, per mostrare come questi gruppi sfruttano la Rete per scopi quali comunicazione, diffusione di idee, formazione dell’identità. Pietro Castelli Gattinara ritorna invece all’estrema destra italiana, specificamente a storia, visibilità, agenda politica e repertori di azione di Fiamma Tricolore, Forza Nuova e CasaPound Italia nell’ultimo ventennio.

La terza e ultima sezione – “Di fronte alla destra” – comprende due ulteriori capitoli. Chiedendosi chi risponda al richiamo del populismo (di destra), Damiano Palano discute con precisi riferimenti ipotesi scientifiche – basate sia sull’insicurezza economica di fronte alla globalizzazione – sia su cultural backlash valoriale e/o diffidenza verso gli immigrati, e per cercare conferme guarda agli elettorati di Forza Italia, Lega e M5S. Citando un’indagine che ridimensiona l’esistenza di un “voto populista” similmente connotato in diversi contesti nazionali, Palano rilegge Jean Baudrillard e Bernard Manin tracciando il quadro di un pubblico bersagliato da messaggi politici contrapposti e che al contempo ha smarrito connotazioni sociali capaci di trasferirsi autonomamente sul piano politico. Un pubblico che, dunque, è esposto a framing passibili di «definire cosa, di volta in volta, sia il popolo, […] quale sia il volto della maggioranza silenziosa, quali i suoi problemi principali, quali le proposte capaci di affrontarli».

Corrado Fumagalli, infine, dedica ai discorsi d’odio (razzista) un denso capitolo teorico, che si misura con il dibattito liberale sulle restrizioni alla libertà di espressione per illustrare un presupposto comune a fautori e oppositori, eppure fallace: che il razzismo manifestato da quei discorsi sia un’attitudine individuale, un punto di vista, suscettibile di persuasione attraverso argomenti democratici o di giustizia. Al contrario, gli hate speech sono individuati come l’epifenomeno – e la spia rivelatrice – di più profonde credenze razziste radicate a livello di gruppo, e che a loro volta perpetuano prassi in atto all’interno del tessuto sociale.

Il razzismo è ideologico e per fronteggiarlo dobbiamo entrare (o riconoscere la nostra compartecipazione) nel sistema di pratiche sociali e relazioni materiali con cui si coltiva l’ideologia razzista. Qui, allora, non si parla più di sospendere o contenere i discorsi di incitamento all’odio. Non si deve chiedere alle istituzioni di nascondere l’odio con argomenti ad hoc. Non si persuadono i razzisti da lontano, magari celebrando principi democratici e di giustizia. Si discute anche ciò che ci riguarda più direttamente.

Va rilevato come sia assente una conclusione che tiri le somme dei molti e importanti spunti forniti, di cui si sentirebbe il bisogno anche in relazione all’eterogeneità e innovatività dei saggi, che talvolta si focalizzano sul caso italiano e talvolta lo oltrepassano, adottando tagli di volta in volta concettuali, empirici o teorici, e ancora storici, politologici o filosofici. In sé e per sé, ciascuno dei sette concisi ma pregnanti contributi lascia spunti al lettore: tuttavia, non viene intrapreso uno sforzo organico di ricondurne la polifonia all’unità simboleggiata dal semplice titolo, Destra, e domande implicitamente sollevate dalla lettura vengono lasciate all’autonoma riflessione del lettore. Ad esempio, quali retaggi del pensiero di destra rimangono vitali e “sentiti”? Che cosa richiedono oggi alla politica coloro che si ritengono di destra? Quale importanza ha l’ideologia nei loro modi di pensare, con quanta coerenza interna, con quali orientamenti verso i diversi “ismi” citati in precedenza?

Destra e sinistra

La raccolta, quindi, offre un peculiare insieme di istruzioni per la comprensione della destra contemporanea, più che una bussola immediatamente leggibile. Peraltro, numerose indicazioni che ne emergono sono tanto valide quanto originali. È degnissimo di segnalazione l’approfondimento dedicato in controluce da Fumagalli al ragionamento di Corey Brettschneider[4], secondo cui lo Stato è pienamente legittimato a cercare di persuadere i suoi cittadini – purché evitando ogni azione che li forzi a cambiare idea – se prende posizione in favore di valori liberali e democratici. In tempi in cui persino i progressisti richiedono talvolta che esso si conformi ad una neutralità valoriale, lamentando il pericolo di uno “Stato etico” quando ciò non avviene – ma dimenticando che l’effettiva produzione di policy influisce in modi ben più invasivi e più celati, spesso senza giustificazioni esplicite, sulla struttura di incentivi con cui i cittadini si misurano – pare utile ribadire che un “diritto a non subire tentativi di persuasione” non esiste, né, vivaddio, è augurabile.

È da rimarcare anche il riferimento alla “maggioranza silenziosa” che apre il capitolo di Palano: nelle parole di Baudrillard, una “sostanza fluttuante la cui esistenza non è più sociale, ma statistica, e che si manifesta solo attraverso il sondaggio”. Si potrebbe in effetti argomentare che – proprio nell’epoca in cui la mappatura delle opinioni dei cittadini non è mai stata così sistematica, regolare, diversificata – dei loro meccanismi interpretativi ormai svincolati da estesi sistemi di pensiero capiamo ben poco. Va nella stessa direzione il rischio, segnalato da Fumagalli, di scambiare credenze radicate – che fondano dannose pratiche sociali – per semplici “punti di vista” individuali. Questo muoversi relativamente alla cieca ha luogo in un contesto in cui, secondo Tarchi,

il progressivo attenuamento delle linee di frattura socioculturale attorno alle quali si erano forgiate le tradizionali identificazioni politiche (e le corrispondenti famiglie di partito) e la comparsa di molti nuovi versanti di conflitto – dalla questione ecologica a quella migratoria, dalla biopolitica ai nuovi diritti civili – rende [sic] i comportamenti politici degli individui sempre meno tributari di riferimenti a insiemi ideologici coerenti. Può darsi che, come [Marco] Revelli sostiene, la politica liberata dai consolidati riferimenti del passato, più che pragmatica, sia caotica.

Certo, secondo i principali sondaggi oltre il 75% dei cittadini europei continua a volersi auto-collocare su un continuum destra-sinistra (solitamente calibrato da 0 a 10). Tuttavia, la difficoltà di comprendere che cosa resti, dall’una e dall’altra parte, di sistemi di pensiero ideologici – applicabili al generale e al particolare, e passibili di “colorare” le due metafore spaziali – spinge a dubitare vivamente dell’attuale omogeneità delle definizioni individuali di “destra” e “sinistra”. Abbiamo quindi diverse dimensioni su cui collocare le opinioni personali: quelle ricordate nella prima parte di questa recensione, quelle evocate da Tarchi, o ancora internazionalismo/nazionalismo, riformismo/rivoluzionarismo, populismo/elitismo, e l’elenco potrebbe continuare. Quel che manca, almeno a conoscenza di chi scrive, è una definizione di “ideologia” che corrisponda a visioni della società – dotate appunto di coerenza interna, di una certa portata e articolazione – che si possano oggi ritrovare diffusamente nell’autoconsapevolezza di cittadini, élite politiche e intellettuali.

Nella misura in cui alcune di queste diadi si rivelano salienti presso porzioni delle popolazioni nazionali, ma in modo trasversale al cleavage classico, distinguere univocamente un pensiero di destra da un pensiero di sinistra diviene poco agevole. Chi è favorevole alla redistribuzione, ma solo a vantaggio dei bisognosi che siano parte della comunità nazionale, applica “uguaglianza” e “disuguaglianza” in modo diverso da chi richiede parità di genere e diritti per le minoranze ma rifugge l’intervento statale in ambito economico. Anche per effetto dell’eterogeneità delle traiettorie lavorative ed esistenziali personali, si fronteggia insomma una estrema difficoltà a riconoscere le credenze individuali “rigide” – quelle situate alle fondamenta di sistemi valoriali e processi cognitivi – e a separarle da attitudini meno profonde e passibili di più semplice modifica, magari sulla scorta delle posizioni abbracciate dalle “fonti affidabili” di riferimento.

Queste riflessioni non perdono di validità per chi affronti la lettura di Destra con lo scopo di trarne implicazioni rivolte invece alla sinistra. La tematica resta vitale e cruciale: dirsi “di sinistra” permane un modo per dichiarare appartenenza ad un “noi” e porre le basi di un mutuo riconoscimento, ma la diffusione dell’accusa di “non essere (più) di sinistra” segnala una divaricazione delle idee su cosa significhi esserlo o squalifichi dal restarlo. La discussione dei numerosi ambiti di scontro politico possibili spinge comunque a segnalare che l’idea nostalgica di una totale purezza ideologica della sinistra del passato è illusoria. Il punto non è negare che l’avvicinamento fra i partiti socialdemocratici e le loro controparti di destra nell’approccio all’economia e al lavoro abbia risvolti molto controversi, magari ricordando che già all’alba della prima guerra mondiale i partiti socialisti d’Europa vennero meno al loro dichiarato internazionalismo, o che persino i governi laburisti britannici di Clement Attlee (1945-1951) – forse la punta più avanzata del socialismo democratico europeo – non furono esenti da critiche ideologiche su più fronti. Il fatto è che tematiche e dimensioni oggetto di contrasti sociali, economici, culturali e in ultima analisi politici si sono moltiplicate, talvolta senza che destra e sinistra “tradizionali” avessero pronte risposte incontrovertibili. D’altro canto, aspetti come ambientalismo e difesa delle minoranze, oggi ritenuti a pieno titolo parte della coscienza politica di sinistra, vi sono stati assorbiti soltanto in decenni recenti.

Da un lato, quindi, ogni progetto politico che si collochi a sinistra affronta un “problema della coerenza” con il passato e con elevate attese popolari. Dall’altro lato, è sottoposto ad un “problema della ragionevolezza” dettato dallo scarto fra appassionate ma astratte prescrizioni ideologiche e sgraditi ma ineludibili vincoli del presente. Un inevitabile esempio riguarda la governance ordoliberale dell’Eurozona, per cui l’avveduto rifiuto di mettere in discussione l’Euro rischia pur sempre di apparire parte di ciò che appiattisce la sinistra italiana su una ben poco radicale «compatibilità con tutto quello con cui si [deve] essere compatibili»[5]. In ogni caso, nonostante la tendenza dei sondaggi politici a concepire la dimensione legata all’integrazione europea come un continuum assiale proprio come quello destra-sinistra, la natura di queste ed altre contrapposizioni e la loro equivalenza morfologica sono tutt’altro che scontate. Chi analizza la politica ha dunque il compito di verificare secondo quali schemi esse siano declinate a sinistra – se in termini rigorosamente diadici oppure con sfumature intermedie – e in quali modi siano combinate. Chi invece in politica agisce, con il proposito di forgiare un progetto che sappia farsi sistema (o almeno corrente) di pensiero, non può che confrontarsi con tutte queste prospettive: per comprendere quali abbracciare senza esitazione e quali bilanciare con cura, quali riconoscere come centrali e quali lasciare in secondo piano, su quali accogliere interpretazioni popolari diffuse e su quali invece investire capitale politico a scopi “pedagogici”.


[1] Andreadis I. & Stavrakakis Y. (2017), “European Populist Parties in Government: How Well are Voters Represented? Evidence from Greece”, in Swiss Political Science Review, 37(2), pp. 485-508.

[2] Isernia P. & Piccolino G. (2018), “Caught between two stools: The Five Star Movement and government policy”, in LSE Blog EUROPP. 

[3] Ad esempio: Kitschelt H. (1994), The Transformation of European Social Democracy, New York, Cambridge University Press; Hooghe L., Marks G. & Wilson C. (2004), “Does Left/Right Structure Party Positions on European Integration?”, in Comparative Political Studies, 35(8), pp. 965-989; Kriesi H., Grande E., Lachat R., Dolezal M., Bornschier S. & Frey T. (2006), “Globalization and the transformation of the national political space: Six European countries compared”, in European Journal of Political Research, 45(6), pp. 921-956.

[4] Brettschneider C. (2012), When the State Speaks, What Should It Say? How Democracies Can Protect Expression and Promote Equality, Princeton, Princeton University Press.

[5] Manfredi P. (2018), “Pessimi, ma che invidia il contratto”, in Gli Stati Generali, 19 maggio.

Scritto da
Andrea Pareschi

Classe 1991, di Bologna. Professore a contratto all’Università di Bologna. Nel 2019 ha conseguito un dottorato di ricerca in Political Science, European Politics and International Relations presso la Scuola Superiore Sant’Anna e le università di Siena, Pisa e Firenze. Laureato in Studi Internazionali a Bologna e in Scienze Internazionali e Diplomatiche a Forlì, ha frequentato il Collegio Superiore di Bologna. Ha trascorso periodi di studio presso l’ENS di Parigi e la UAB di Barcellona e soggiorni di ricerca presso l’Université Paris 1 Panthéon-Sorbonne e il King’s College London. I suoi studi si concentrano su: processo di integrazione europea, euroscetticismo, populismo, discrepanze di opinione tra élite e cittadini, politica britannica e Brexit.

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