Il paradosso della destra “liberal-protezionista”: il caso del Front National

Front National Marine Le Pen

Negli articoli precedenti erano stati presi in esame i casi di AfD, Donald Trump e Lega Nord, parlando di una destra “liberal-protezionista”, portatrice di valori neo-liberisti per quanto riguarda l’economia nazionale ma allo stesso tempo fortemente critica della globalizzazione e dei principi più internazionalisti del neo-liberismo. L’ultimo articolo di questa serie cerca di analizzare le stesse contraddizioni per quanto riguarda il Front National di Marine Le Pen.


Anche il Front National si inserisce all’interno del gruppo della destra “liberal-protezionista”, tuttavia vi sono degli elementi che meritano una spiegazione introduttiva prima di analizzare il programma del partito di Marine Le Pen. È opinione di chi scrive che tramite ciò sia possibile riconoscere una sorta di fil rouge che possa chiarire quali siano gli elementi storici, politici ed economici che ci permetteranno di capire perché questi partiti stiano avanzando nei consensi. Marine Le Pen è la “veterana” fra i leader di questi partiti, nonché quella con le maggiori possibilità di ottenere una vittoria alle elezioni, di conseguenza il caso francese potrebbe delineare importanti spunti di analisi.

La nostalgia dei Trenta Gloriosi e la “faltering innovation”

Da quando Robert Solow ha presentato i suoi lavori negli anni Cinquanta, la crescita economica (intesa come crescita della produzione) è stata vista come un processo sostanzialmente infinito e costante nel tempo. Tuttavia, ad un’analisi storica vi sono diversi aspetti che farebbero pensare invece ad un fenomeno temporaneo, che rappresenta più l’eccezione che la regola. Il futuro che si prospetta davanti a noi è quello di un mondo dove la crescita sarà tendenzialmente lenta, dove i tassi di crescita del 3-4% che i paesi europei hanno sperimentato durante i Trente Gloriouses dopo la seconda guerra mondiale non potranno essere raggiunti. Una possibile spiegazione, tuttavia non l’unica e non necessariamente la più corretta, è quella fornita da Robert Gordon nel suo articolo Is U.S. Economic Growth Over? Faltering Innovation Confronts the Six Headwinds. Secondo l’economista, il motivo per cui la crescita economica non potrà che essere decrescente rispetto al passato va ricercato nell’innovazione tecnologica; la seconda rivoluzione industriale del periodo 1830-1870, che ha coinvolto scoperte nel campo dell’elettricità, del settore chimico, delle comunicazioni o invenzioni come il motore a combustione interna sarebbe responsabile di 80 anni di rapida produttività, dal 1890 al 1972. Quando gli “spin-off” di questa rivoluzione industriale (aeroplani e autostrade ad esempio) hanno concluso il loro ciclo, la produttività è cresciuta di meno, a causa di una terza rivoluzione industriale (quella dei computer, di internet e dei telefoni cellulari) che ha avuto un potenziale di crescita inferiore. Se questa interpretazione sia giusta o meno è difficile stabilirlo, quello che però è certo è che, dati alla mano, non esiste alcuna esperienza storica per cui un paese sia riuscito, sul lunghissimo periodo, a superare un livello di crescita pro capite del 1,5%. Questo livello è stato superato solo quando un paese in ritardo di sviluppo eseguiva un processo di catching up nei confronti delle economie più avanzate. In questo caso la crescita forte dei Trenta Gloriosi in Europa è ascrivibile a un processo di recupero nei confronti dell’economia americana e britannica in seguito alle devastazioni dei due conflitti mondiali. Questo processo doveva quindi giungere ad una fine, eppure sembra che la politica e la società si siano ingessate, catturate da una nostalgia di quel periodo per cui vengono subito emessi giudizi negativi quando la crescita non riesce a recuperare ritmi anche solo paragonabili a quelli di 50-60 anni fa. Persino Donald Trump, che non può certo avere nostalgia dei Trente Gloriouses (gli Stati Uniti in quel periodo crescevano a ritmi più lenti dell’Europa), caldeggia un ritorno a tassi di crescita del 3,5-4%.

Tuttavia, in Francia i Trenta Gloriosi non sono stati semplicemente un periodo di rapida crescita. Nel dopoguerra la Francia si trova in una situazione dove vige quello che Thomas Piketty chiama un “capitalismo senza capitalisti” affermando che nel 1950 in Francia più di un quarto del patrimonio nazionale fosse detenuto dal potere pubblico. Durante i Trente Gloriouses la Francia ha costruito un capitalismo dove, grazie anche all’intervento pubblico nell’economia, i proprietari privati non detenevano il controllo delle imprese più importanti (la Renault, ad esempio, fu nazionalizzata nel 1945 in seguito all’arresto di Louis Renault con l’accusa di collaborazionismo). Tuttavia, questo trend si sarebbe invertito completamente con le privatizzazioni degli anni Ottanta, sull’onda delle “rivoluzioni” neo-liberiste di Ronald Reagan e Margaret Thatcher, dal cui punto di vista la deregulation era lo strumento migliore per rispondere al catching up europeo. La fine della Guerra Fredda, preceduta dai chiari segni di difficoltà mostrati dai modelli di economia pianificata dei paesi comunisti, ha ovviamente spinto la società francese, a chiedere a gran voce processi di liberalizzazione, processi che anche il governo socialista di Mitterand ha voluto continuare. Dopo aver attraversato una fase storica di regolamentazione del capitalismo, la Francia si è inserita a pieno titolo nel novero dei paesi che all’alba del XXI secolo hanno consolidato la natura patrimoniale del capitalismo.

In questo contesto, dove la destra liberale e la sinistra socialista francesi, non hanno messo in discussione diversi elementi preoccupanti di un capitalismo che assume sempre più i contorni del capitalismo patrimoniale del XIX secolo, il Front National di Marine Le Pen – ricordiamoci che il padre Jean-Marie era arrivato a definirsi il “Reagan francese” – si è posto come principale alternativa al neo-liberismo in Francia, criticandone soprattutto gli aspetti più internazionalisti.

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Indice dell’articolo

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E' laureato magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna con una tesi su "Globalizzazione e varietà di capitalismo: processi di specializzazione istituzionale in Regno Unito e Germania". E' ricercatore tirocinante presso l'Osservatorio della Legalità gestito da Comune di Forlì e Università di Bologna.

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