Due strade verso la prosperità: un estratto dal libro di Avner Greif, Joel Mokyr e Guido Tabellini
- 16 Marzo 2026

Due strade verso la prosperità: un estratto dal libro di Avner Greif, Joel Mokyr e Guido Tabellini

Scritto da Avner Greif, Joel Mokyr, Guido Tabellini

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Nell’anno 1000, quando l’Europa era ancora arretrata e povera, la Cina era una civiltà ricca e sofisticata. Eppure, l’Europa in seguito è divenuta la culla della Rivoluzione scientifica e della Rivoluzione industriale, guidando il “Grande Arricchimento”, mentre la Cina è rimasta a lungo stagnante. Gli interrogativi legati a questa “Grande Divergenza” economica e politica tra le due aree geografiche sono oggi tra i più affascinanti per gli studiosi.

In Due strade verso la prosperità. Mille anni di cultura e istituzioni in Europa e in Cina – edito da Bocconi University Press / Egea con traduzione di Marianna Grimaldi – tre importanti economisti offrono una nuova e audace spiegazione del perché Europa e Cina si siano evolute lungo traiettorie così diverse. Pubblichiamo di seguito, per gentile concessione dell’editore Bocconi University Press, un estratto del libro che introduce i tanti temi affrontati.


Verso la fine del primo millennio la Cina era più avanti dell’Europa sotto molti aspetti. La popolazione cinese era cresciuta dai circa 50-60 milioni di abitanti dell’inizio del 700 d.C. ai circa 100 milioni di fine millennio. Durante la dinastia Song settentrionale (960-1127 d.C.) si stima che la crescita della popolazione sia stata in media dello 0,87 per cento annuo[1]. La capitale dell’Impero Song settentrionale, Kaifeng, aveva raggiunto il milione di abitanti contando anche i suoi nove sobborghi[2]. In Europa occidentale, invece, la densità di popolazione era decisamente inferiore, soprattutto nel Nord. Sebbene non siano disponibili stime precise, è pressoché certo che la crescita della popolazione europea (escludendo l’immigrazione) sia stata molto più lenta di quella cinese. Secondo alcune stime approssimative, la popolazione europea nel 1000 d.C. era rimasta all’incirca uguale a quella del 200 d.C., dopo aver registrato una diminuzione nei primi secoli di questo arco temporale ed essersi quindi gradualmente ripresa. Quel che è certo è che nessun insediamento europeo si avvicinava alle dimensioni dei maggiori centri urbani cinesi dell’epoca[3].

Le differenze demografiche tra Cina ed Europa riflettevano i diversi gradi di produttività agricola. Durante la dinastia Song la Cina usava tecniche agricole all’avanguardia, come l’introduzione di nuove varietà di riso, l’impiego di sistemi di irrigazione estesi, i terrazzamenti, la rotazione delle colture e l’uso di fertilizzanti. I canali e le vie d’acqua della Cina avevano reso possibile lo sviluppo di una vasta rete mercantile. La Cina settentrionale non era solo l’area commerciale più popolosa del mondo, ma produceva anche grandi quantità di ferro, in gran parte per uso militare[4].

L’Europa occidentale aveva fatto alcuni passi avanti durante l’Alto Medioevo, in particolare con l’introduzione degli aratri a ruote e la lenta adozione del metodo di rotazione triennale[5]. Ma l’agricoltura europea rimaneva primitiva al confronto di quella cinese. Si basava su economie locali incentrate su manieri autosufficienti, e gli scambi commerciali con le regioni più remote erano esigui. La produzione in eccesso serviva principalmente i mercati o i feudatari locali[6].

Il vantaggio tecnologico della Cina sull’Europa non si limitava all’agricoltura. La bussola, la polvere da sparo e la stampa – le tre grandi invenzioni del millennio, secondo Francesco Bacone – ebbero tutte origine in Cina. Durante il periodo Song anche le discipline scientifiche registrarono progressi significativi: gli astronomi cinesi apportarono contributi rilevanti e la medicina cinese raggiunse un maggior grado di sofisticatezza. Questo progresso fu favorito dalla trasmissione del sapere, resa più sistematica grazie all’istituzione di accademie finanziate dallo Stato e deputate a preparare coloro che erano candidati a entrare nella burocrazia statale. In questo periodo la tecnologia nautica cinese divenne un’eccellenza mondiale: già nella dinastia Song meridionale (1127-1279) le navi cinesi navigavano fino all’India e in Africa orientale. Il commercio estero era una delle principali fonti di reddito, e il governo introdusse un’innovazione epocale: fu emessa una moneta cartacea che circolava ampiamente in tutto il Paese[7]. Sebbene l’Europa medievale fosse aperta ad accogliere i progressi tecnologici e intellettuali della Cina e del mondo islamico, fino al Tardo Medioevo rimase indubbiamente molto indietro in quanto a capacità di innovare.

La causa prima di questo divario tra Oriente e Occidente è facile da individuare: la Cina disponeva di uno Stato unitario forte ed efficiente, mentre l’Europa era praticamente priva di uno Stato centrale. Come sottolineato da Walter Scheidel[8], in Cina le infrastrutture statali erano riuscite a sopravvivere alle frequenti e intense guerre interne. Lo Stato aveva mantenuto la sua capacità coercitiva ed era in grado di sottomettere e costringere alla cooperazione le élite cinesi. Ciò conferiva al Paese una notevole capacità statale, che veniva utilizzata anche per erogare beni pubblici come la difesa, le grandi infrastrutture, alcuni elementi di ordine sociale, e battere una moneta a corso legale comunemente accettata. Secondo le stime, durante la dinastia Song il gettito fiscale centrale si avvicinava a un decimo della produzione totale del Paese ed era in grado di sostenere un esercito di circa un milione di soldati[9]. In Europa, invece, il crollo dell’Impero Romano causò una devastazione talmente prolungata che al volgere del primo millennio d.C. le infrastrutture statali erano quasi del tutto scomparse[10]. Il potere politico e militare era frammentato e detenuto da molteplici attori locali spesso in conflitto tra loro e non era possibile estendere la cooperazione oltre la dimensione locale[11].

Nove secoli dopo, tuttavia, le posizioni relative di Cina ed Europa si erano completamente invertite. L’Europa dominava la scena economica, politica e intellettuale mondiale, mentre la Cina era rimasta indietro su quasi tutti i fronti. Intorno al 1850 il prodotto interno lordo pro capite della Cina era circa un quinto di quello della Gran Bretagna, un quarto di quello dei Paesi Bassi e meno della metà di quello dell’Italia[12]. La Rivoluzione industriale, resa possibile dall’innovazione scientifica e tecnologica europea, aveva trasformato le economie del Continente, mentre la Cina restava in una fase di stagnazione e sembrava aver smarrito la sua capacità innovativa. Diversi Stati-nazione europei avevano sviluppato istituzioni politiche sofisticate e inclusive e vantavano una significativa capacità statale, con entrate fiscali pari a circa il 10 per cento del PIL nazionale nella seconda metà del XIX secolo[13]; la capacità dello Stato cinese era invece diminuita: il gettito fiscale era sceso sotto il 2 per cento del PIL[14] e le istituzioni politiche rimanevano autocratiche.

Che cosa spiega questo drammatico rovesciamento delle sorti e la divergenza sociopolitica tra queste due parti del mondo? Una spiegazione ricorrente sottolinea il contrasto tra un’Europa politicamente frammentata e la precoce formazione di uno Stato centrale unitario in Cina. L’elevata frammentazione politica dell’Europa indeboliva i suoi governanti. Con la nascita degli Stati-nazione nel Tardo Medioevo, gli Stati europei dovevano negoziare con una pluralità di élite locali per guadagnarsi la loro collaborazione, portando alla formazione di istituzioni politiche più inclusive. In Cina, nonostante le frequenti lotte interne, l’infrastruttura statale centralizzata e autocratica non è mai scomparsa (sebbene si sia indebolita nel tempo). L’asimmetria di potere tra l’autorità centrale e le deboli élite locali era molto più pronunciata in Cina, e ciò ha reso possibile la sopravvivenza di istituzioni politiche autocratiche[15].

Secondo questa argomentazione, la frammentazione politica europea, a sua volta, avrebbe facilitato lo sviluppo economico secondo modalità precluse a un Paese – la Cina – unitario ma più dispotico. Per esempio, in Europa gli innovatori potevano più facilmente sfuggire alla censura e alla persecuzione degli “eretici”, perché gli Stati sovrani erano in competizione per la supremazia intellettuale ed economica e spesso entravano in conflitto tra loro[16]. Quando erano vittima di persecuzioni, gli scienziati e gli innovatori potevano rifugiarsi nei paesi vicini. Inoltre, le frequenti guerre costrinsero i nascenti Stati europei a investire in capacità fiscale[17] e in tecnologia militare[18] – due fattori che accelerarono il processo di urbanizzazione in quanto le città fortificate e ben difese offrivano ai residenti una protezione indispensabile[19]. Infine, le istituzioni politiche europee, nate dal compromesso politico e relativamente inclusive, proteggevano anche gli interessi delle imprese, perché i detentori del potere economico godevano di un certo grado di rappresentanza politica[20]. Nulla di tutto ciò sarebbe potuto accadere in Cina, dove uno Stato centrale autocratico controllava l’istruzione e la diffusione del sapere, non era minacciato da rivali esterni paragonabili e non aveva alcun interesse a proteggere i diritti di proprietà dagli abusi politici. Secondo questa linea di pensiero il Grande Ribaltamento economico e istituzionale è stato la conseguenza indiretta delle stesse forze che spiegano perché in passato la Cina fosse avanti rispetto all’Europa: e cioè il contrasto iniziale tra la prolungata frammentazione politica interna ed esterna dell’Europa da un lato e la precoce formazione di uno Stato centrale unitario in Cina dall’altro.

Sebbene queste argomentazioni contengano molti elementi di verità, l’importanza della distinzione tra un’Europa a lungo frammentata e una Cina precocemente unificata non va esagerata. A ben guardare, anche la Cina era soggetta a gravi minacce esterne e alle invasioni di tribù nomadi provenienti dalla steppa, e veniva spesso travolta da insurrezioni, guerre civili e violenze. Inoltre, sebbene i conflitti abbiano avuto effetti collaterali benefici ai fini dello sviluppo, in particolare la costruzione di capacità statali e la fortificazione delle città, i loro effetti sul benessere umano sono stati nefasti: le guerre hanno portato distruzione e povertà per lunghissimo tempo. Gli annosi conflitti tra Stati sovrani vicini e la frammentazione politica non sono un’esclusiva dell’Europa, eppure in altre parti del mondo questi fenomeni non hanno prodotto effetti positivi comparabili sullo sviluppo economico e istituzionale[21].

In questo libro adottiamo una prospettiva diversa sulla questione della Grande Divergenza e sul suo rapporto con il divario istituzionale tra Cina ed Europa. Il nostro approccio non nega la rilevanza del contrasto tra la frammentazione politica in Europa e l’unitarietà della Cina in questo ribaltamento di sorti. Tuttavia, mettiamo in evidenza altri elementi cruciali che hanno distinto l’Europa dalla Cina a partire all’incirca dal 1000 d.C. – elementi ereditati dalle rispettive traiettorie storiche che sottolineano l’importanza delle organizzazioni sociali non statali e delle tradizioni culturali. Queste ulteriori differenze iniziali hanno rafforzato e accentuato le conseguenze del contrasto tra la frammentazione europea e l’unitarietà cinese. La nostra prospettiva non solo contribuisce a spiegare la Grande Divergenza tra Europa e Cina, ma getta luce più in generale anche sul modo in cui l’evoluzione delle istituzioni e il processo di sviluppo economico siano forgiati dalla cultura e dall’organizzazione interna della società.

Prima di procedere è bene fare alcune precisazioni. Data l’ampiezza delle questioni che indaghiamo, raggruppiamo aree geografiche e archi temporali ampi ed eterogenei, a volte trascurando alcune importanti differenze al loro interno. Soprattutto, vi è una certa ambiguità sull’esatta definizione geografica di “Europa”[22]. In questo libro useremo il termine “Europa” per riferirci a quella parte del Continente a ovest della “linea di Hajnal” tra San Pietroburgo e Trieste, benché molto di ciò che diremo sull’Europa potrebbe non valere per alcune regioni del Mediterraneo[23]. Inoltre, la nostra analisi copre tutto il secondo millennio, ma sono due i periodi di particolare interesse: il Medioevo e la Rivoluzione industriale. Tuttavia, non è possibile comprendere appieno la Rivoluzione industriale senza esaminare in maggior dettaglio gli sviluppi intellettuali e tecnologici avvenuti nei due secoli che hanno preceduto il 1750. Ci si potrebbe inoltre chiedere perché abbiamo scelto di far partire il confronto tra Cina ed Europa all’inizio del millennio e non prima. Difatto, cerchiamo di spiegare le numerose divergenze tra queste due parti del mondo in termini di differenze che erano già presenti all’inizio del millennio, essendosi sviluppate nel corso dei secoli precedenti. Ma la fine del millennio è un buon punto di partenza perché è il momento in cui si gettano le basi dei nascenti Stati europei e le differenze tra Cina ed Europa si fanno sempre più marcate. Infine, il focus della nostra analisi ci impone inevitabilmente di trascurare le inversioni temporanee delle tendenze che descriviamo, oltre a importanti differenze interne all’Europa e alla Cina e tra i diversi archi temporali. Ciò detto, nonostante questa eterogeneità, i denominatori comuni all’interno di queste due civiltà sono così rilevanti da giustificare un’analisi generalizzata.

È inoltre importante chiarire sin da subito un aspetto importante del nostro quadro concettuale. Seguendo la letteratura recente discussa di seguito[24], ci basiamo sull’importante distinzione tra sistemi di valori universalistici e sistemi di valori comunitari (o, per dirla in altre parole, tra sistemi di moralità generalizzata e sistemi di moralità limitata). Questa distinzione riguarda il modo in cui l’intensità dei sentimenti morali cambia in relazione alla distanza sociale tra gli individui. In un approccio utilitaristico e consequenzialista, si riferisce anche al modo in cui la distanza sociale incide sull’altruismo. Un sistema di valori universalistico è quello in cui l’altruismo e i sentimenti morali non sono granché sensibili alla distanza sociale: le convinzioni morali vengono applicate con la stessa forza sia nelle interazioni con amici che in quelle con sconosciuti. Al contrario, in un sistema di valori comunitario l’altruismo e i sentimenti morali sono molto più forti verso le persone socialmente vicine che verso gli estranei. Come sottolineato da Benjamin Enke[25], questa distinzione riguarda l’inclinazione del rapporto tra altruismo e distanza sociale (di quanto cambiano i sentimenti morali al variare della distanza sociale), ma non la forza media dell’altruismo e dei sentimenti morali. Nelle parole di Enke[26], «un comunitarista è l’amico dei sogni, mentre un universalista è lo sconosciuto che tutti vorremmo incontrare».

Quando utilizziamo questo quadro concettuale per parlare delle divergenze tra Cina ed Europa, non intendiamo sottintendere che la tradizione cristiana occidentale, a nostro avviso più universalistica, sia in qualche modo moralmente superiore alle tradizioni confuciane, a nostro avviso più comunitariste. Nel corso della storia gli europei hanno saccheggiato e schiavizzato gran parte del resto del mondo e hanno commesso crimini efferati, in misura non inferiore (anche se probabilmente in modo più efficace) ad altre civiltà. Ciononostante, riteniamo che le differenze tra queste due tradizioni abbiano avuto conseguenze importanti e abbiano contribuito alla drastica divergenza degli assetti sociali, dello sviluppo economico e delle istituzioni politiche di Cina ed Europa.

 

Le organizzazioni sociali e il mantenimento della cooperazione 

La premessa da cui muove il nostro lavoro è che mantenere la cooperazione al di fuori del ristretto nucleo familiare è una grossa sfida per qualsiasi società. Un singolo nucleo familiare è semplicemente troppo piccolo per poter fornire una serie di beni e servizi essenziali che presentano le caratteristiche di beni pubblici locali (escludibili o non-escludibili), come la condivisione del rischio, l’organizzazione di cerimonie religiose, la protezione contro furti e minacce esterne, le infrastrutture di mercato e di trasporto, la risoluzione delle controversie, l’istruzione e la gestione dell’acqua. Nelle società moderne la cooperazione necessaria all’erogazione di questi fondamentali beni pubblici locali è largamente (ma non esclusivamente) facilitata dagli agenti statali, grazie allo Stato di diritto e ai suoi poteri coercitivi. Ma nel lontano passato in molte parti del mondo lo Stato era molto più debole, se non del tutto assente. Neanche uno Stato relativamente efficiente come la Cina Song disponeva delle risorse per fornire in maniera adeguata tutti i tipi di beni pubblici sopra descritti e per imporre la cooperazione a livello locale. E la cooperazione locale svolgeva un ruolo cruciale. Le limitazioni nei trasporti e nelle comunicazioni rendevano molto complicate le interazioni sociali ed economiche sulle lunghe distanze. Senza cooperazione locale la vita sociale sarebbe stata praticamente impossibile.

La nostra analisi parte da un’osservazione di base sui metodi adottati dall’Europa e dalla Cina per affrontare questo problema. Nel corso del tempo, prima gradualmente e poi in maniera più pronunciata dall’inizio del secondo millennio, i metodi europei e cinesi per mantenere la cooperazione locale hanno preso traiettorie diverse. Sebbene entrambe le civiltà utilizzassero organizzazioni sociali non statali, la natura di queste organizzazioni era diversa: in Cina la cooperazione è stata sempre più sostenuta da reti sociali basate sulla parentela, che avevano nel clan la loro organizzazione prototipica; in Europa emerse gradualmente un diverso tipo di organizzazione sociale tra individui non imparentati. Seguendo Avner Greif[27], ci riferiamo a queste organizzazioni con il termine “corporazioni”. Esempi di tali corporazioni si possono rintracciare già nel Medioevo e nei secoli successivi: confraternite, gilde, ordini monastici e religiosi, università e associazioni accademiche, città autonome e la moderna società commerciale.

Le organizzazioni cinesi basate sulla parentela e le corporazioni europee svolgevano funzioni simili, fondamentali per un’efficace organizzazione della vita sociale: condividevano i rischi, fornivano protezione individuale, finanziamenti e servizi religiosi, facilitavano le transazioni di mercato, organizzavano l’istruzione, risolvevano le controversie e coadiuvavano lo Stato nella riscossione delle imposte e nella fornitura di risorse militari. Ma differivano sotto un aspetto cruciale: i soggetti tra cui avveniva la cooperazione. I clan e le casate cinesi erano associazioni di individui che sostenevano di discendere da uno stesso antenato patrilineare. Le corporazioni europee erano associazioni di persone non legate da vincoli di parentela, che si mettevano insieme per uno scopo specifico.

Naturalmente queste organizzazioni sociali erano molto eterogenee per tipologia, portata e struttura, sia internamente alla Cina e all’Europa sia nel corso del tempo. Tuttavia, i metodi utilizzati in Cina e in Europa per mantenere la cooperazione locale erano chiaramente distinti e lo divennero sempre più durante il Tardo Medioevo e la prima Età Moderna (questi termini storici si riferiscono a periodi della storia europea, ma li useremo per riferirci anche ai periodi corrispondenti nella storia cinese). In sintesi, i clan cinesi erano tenuti insieme da una parentela comune, mentre il collante delle corporazioni europee era uno specifico interesse comune.

La fondamentale distinzione tra corporazioni e organizzazioni dinastiche, a sua volta, ha prodotto ulteriori differenze nelle funzioni e nell’operatività quotidiane. I clan e le casate cinesi erano organizzazioni polivalenti: una stessa rete di parentela forniva una serie di beni pubblici locali, escludibili e non-escludibili: cerimonie e culti ancestrali, condivisione e protezione dal rischio, finanziamenti, risoluzione delle controversie e così via. Molte corporazioni europee (ma non tutte) furono invece costituite per uno specifico scopo primario – a volte religioso, altre volte economico o politico, o per fornire istruzione.

Questa distinzione a sua volta ebbe una seconda implicazione relativa all’appartenenza. Le organizzazioni cinesi basate sulla parentela crearono una netta suddivisione della società basata su gruppi dinastici predeterminati e mutuamente esclusivi, spesso in competizione tra loro. Chi ne faceva parte non aveva di fatto alcuna possibilità di uscirne, salvo restare isolato e privo di ogni sostegno collettivo. Nell’Europa medievale, invece, le persone spesso appartenevano a più organizzazioni sovrapposte, come la gilda, la confraternita, la parrocchia, la città e altre ancora. La società europea era formata da reti e associazioni fitte e sovrapposte che promossero la pratica della cooperazione e della risoluzione dei conflitti tra individui non imparentati in diversi ambiti[28]. Come discuteremo più avanti, tale caratteristica della società europea ha reso più facile estendere la cooperazione portandola dal livello locale a quello nazionale attraverso istituzioni politiche inclusive. La formazione delle corporazioni europee avrebbe avuto vaste conseguenze inaspettate. Lo stesso dicasi per l’importanza data in Cina ai legami di parentela.

Un terzo risvolto della differenza tra le organizzazioni cinesi basate sulla parentela e le corporazioni europee, correlato ai precedenti, riguarda i metodi adottati per sostenere la cooperazione e per governare le organizzazioni sociali. I legami altruistici reciproci rendono più facile imporre la cooperazione tra i membri di una stessa dinastia che non tra individui non imparentati. Inoltre, la minaccia di esclusione è molto più temibile in una società basata su associazioni di parentela polifunzionali che in una società composta da associazioni sovrapposte e specializzate: una volta escluso dal suo clan, in Cina un individuo non aveva praticamente nessun altro a cui rivolgersi per cercare protezione. Per entrambi i motivi, i clan cinesi hanno imposto la cooperazione facendo ricorso soprattutto a metodi informali, mentre in diverse corporazioni europee si è dovuto ricorrere a procedure coercitive esterne e formalizzate. Inoltre, i clan cinesi erano generalmente organizzazioni gerarchiche basate sull’anzianità, in cui i membri più anziani agivano – almeno in teoria – nell’interesse dell’intero clan, senza grandi esigenze di consultazione e senza dover rendere conto del proprio operato. Le corporazioni europee, invece, essendo associazioni di individui non imparentati tra loro, regolamentavano attentamente le decisioni collettive attraverso pratiche basate sul consenso. Anche le corporazioni erano organizzazioni gerarchiche, ma i loro statuti spesso definivano i diritti dei membri, erano attenti ai conflitti di interesse e applicavano pesi e contrappesi all’autorità dei leader.

Come e perché nelle due civiltà sono emersi e si sono diffusi questi diversi assetti sociali per sostenere la cooperazione locale? E come hanno influenzato la successiva evoluzione delle istituzioni politiche e dello sviluppo economico? Queste domande costituiscono il fulcro della nostra analisi.


[1] Broadberry, Stephen, Hanhui Guan, David Daokui Li (2018), China, Europe and the Great Divergence: A Study in Historical National Accounting, 980-1850, Journal of Economic History, vol. 78, n. 4, pp. 1-46.

[2] Fairbank, John K., Merle Goldman (2006), China. A New History, 2nd enlarged ed., Cambridge, Belknap Press of Harvard University Press, p. 88.

[3] Mitterauer, Michael (2010), Why Europe? The Medieval Origins of Its Special Path, Chicago, University of Chicago Press, pp. 20-25.

[4] Nel 1078 la Cina settentrionale produceva più di 114.000 tonnellate di ghisa all’anno, il doppio della quantità prodotta dall’Inghilterra all’inizio del XVIII secolo (Fairbank, John K., Merle Goldman (2006), China. A New History, 2nd enlarged ed., Cambridge, Belknap Press of Harvard University Press, p. 88).

[5] Duby, George (1974), The Early Growth of the European Economy, London, Weidenfeld & Nicolson, pp. 186-197.

[6] Mitterauer, Michael (2010), Why Europe? The Medieval Origins of Its Special Path, Chicago, University of Chicago Press, p. 24.

[7] Fairbank, John K., Merle Goldman (2006), China. A New History, 2nd enlarged ed., Cambridge, Belknap Press of Harvard University Press, p. 88.

[8] Scheidel, Walter (2019), Escape from Rome: The Failure of Empire and the Road to Prosperity, Princeton, NJ, Princeton University Press (trad. it. Fuga dall’impero. La caduta di Roma e le origini della prosperità occidentale, Roma, LUISS University Press, 2022).

[9] Scheidel, Walter (2019), Escape from Rome: The Failure of Empire and the Road to Prosperity, Princeton, NJ, Princeton University Press (trad. it. Fuga dall’impero. La caduta di Roma e le origini della prosperità occidentale, Roma, LUISS University Press, 2022), p. 253.

[10] Si veda: Strayer, Joseph (1970), On the Medieval Origins of the Modern State, Princeton, NJ, Princeton University Press (trad. it. Le origini dello stato moderno, Milano, Celuc, 1975).

[11] Scheidel, Walter (2019), Escape from Rome: The Failure of Empire and the Road to Prosperity, Princeton, NJ, Princeton University Press (trad. it. Fuga dall’impero. La caduta di Roma e le origini della prosperità occidentale, Roma, LUISS University Press, 2022), cap. 7.

[12] Broadberry, Stephen, Hanhui Guan, David Daokui Li (2018), China, Europe and the Great Divergence: A Study in Historical National Accounting, 980-1850, Journal of Economic History, vol. 78, n. 4, pp. 1-46.

[13] Tanzi, Vito, Ludger Schuknecht (2000), Public Spending in the 20th Century. A Global Perspective, Cambridge, Cambridge University Press, tabella III.1.

[14] Zhang, Taisu (2022), The Ideological Foundations of Qing Taxation: Belief Systems, Politics, and Institutions, Cambridge, Cambridge University Press, p. 4.

[15] Stasavage, David (2020), The Decline and Rise of Democracy, Princeton, NJ, Princeton University Press; Jia, Ruixue, Gerard Roland, Yang Xie (2020), A Theory of Power Structure and Political Stability: China vs Europe Revisited, working paper, University of California, Berkeley.

[16] Mokyr, Joel (2016), A Culture of Growth, Princeton, NJ, Princeton University Press (trad. it. Una cultura della crescita, Bologna, il Mulino, 2018).

[17] Gennaioli, Nicola, Joachim Voth (2015), State Capacity and Military Conflict, Review of Economic Studies, vol. 82, pp. 1409-1448.

[18] Hoffman, Philip T. (2015), Why Did Europe Conquer the World?, Princeton, NJ, Princeton University Press.

[19] Rosenthal, Jean-Laurent, R. Bin Wong (2011), Before and Beyond Divergence: The Politics of Economic Change in China and Europe, Cambridge, MA, Harvard University Press.

[20] Acemoğlu, Daron, James Robinson (2012), Why Nations Fail, New York, Crown (trad. it. Perché le nazioni falliscono, Milano, il Saggiatore, 2013).

[21] Dincecco, Fenske, Onorato (2019) mostrano che in India la guerra precoloniale è correlata positivamente con gli indicatori della capacità statale e dello sviluppo economico locale. Tuttavia, nel complesso l’India non ha raggiunto i livelli di sviluppo economico dell’Europa occidentale, nonostante una frammentazione politica comparabile e di lunga durata. Il confronto tra Europa e India verrà ripreso nel Capitolo 11.

[22] Il 29 settembre 2023 l’Economist ha riflettuto sulle ambiguità insite nel concetto di «Europa». Ha osservato che «gli anglofoni chiamano l’Europa “il Continente”, ma questo perché la loro lingua si è evoluta su un’isola al largo delle sue coste. In realtà si tratta semplicemente di un promontorio tortuoso dell’Eurasia. Questo pone un problema ai geografi: dove finisce l’Europa? Il confine orientale è particolarmente confuso […] L’idea di Europa ebbe inizio con gli antichi Greci, che la contrapponevano all’Asia dispotica e barbara […] Il senso illuminista di appartenenza all’Europa si fondava sulla presunta razionalità e sul cosmopolitismo degli europei». Come vedremo nel corso di questo libro, gli europei condividevano anche altre caratteristiche che potrebbero essere state decisive nel definire il ruolo del «promontorio eurasiatico nella storia del mondo».

[23] Hajnal, John (1965), European Marriage Patterns in Perspective, in David V. Glass (ed.), Demography, London, Edward Arnold, pp. 101-143.

[24] Per esempio: Tabellini, Guido (2008a), Institutions and Culture Presidential Address, Journal

of the European Economic Association, vol. 6, n. 2-3, pp. 255-294; Enke, Benjamin (2019), Kinship, Cooperation and the Evolution of Moral Systems, Quarterly Journal of Economics, vol. 134, n. 2 (maggio), pp. 953-1019; Henrich, Joseph (2020), The WEIRDest People in the World: How the West Became Psychologically Peculiar and Particularly Prosperous, New York, Farrar, Straus and Giroux (trad. it. WEIRD. La mentalità occidentale e il futuro del mondo, Milano, il Saggiatore, 2022; Schulz, Jonathan F. (2022), Kin Networks and Institutional Development, Economic Journal, vol. 132, n. 647, pp. 2578-2613.

[25] Enke, Benjamin (2024), Moral Boundaries, Annual Review of Economics, vol. 16, pp. 133-157.

[26] Enke, Benjamin (2024), Moral Boundaries, Annual Review of Economics, vol. 16, pp. p. 136.

[27] Greif, Avner (2006), Family Structure, Institutions, and Growth: The Origins and Implications of Western Corporations, American Economic Review, vol. 96, n. 2, pp. 308-312.

[28] Si veda: Reynolds, Susan (1997), Kingdoms and Communities in Western Europe, Oxford, Clarendon Press.

Scritto da
Avner Greif

Professore emerito di Lettere e Scienze della Bowman Family Endowed e professore di Economia alla Stanford University.

Scritto da
Joel Mokyr

Premio Nobel per l’Economia nel 2025, è Robert H. Strotz Professor di Arti e Scienze e professore di Economia e Storia alla Northwestern University, e Sackler Professor alla Eitan Berglas School of Economics dell’Università di Tel Aviv.

Scritto da
Guido Tabellini

Titolare della cattedra Intesa Sanpaolo di Economia politica e vicepresidente dell’Università Bocconi di Milano. Di cui in precedenza è stato Rettore. Ha insegnato a Stanford e alla UCLA.

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