Emergenza e hacker civici
- 28 Maggio 2020

Emergenza e hacker civici

Scritto da Riccardo Iaconelli

10 minuti di lettura

Il movimento hacker ha inventato e negli anni perfezionato una serie di nuovi modelli di sviluppo dell’innovazione che incentivano la collaborazione degli attori coinvolti rispetto alla loro competizione. Potreste aver già sentito parlare di questi metodi, magari con il nome di “Open Source”. Questa serie di modelli, che come vedremo più avanti hanno in comune l’accesso condiviso alla conoscenza (e differiscono tra loro per obiettivi di progetto), fu originariamente avversata dalle aziende tradizionali, ma perlomeno nell’informatica si è via via affermata come modello vincente, al punto che ormai nessuna impresa del settore può permettersi di ignorarla. Anche in occasione della recente crisi sanitaria gli hacker si sono mossi con i loro strumenti, riuscendo ad affiancare efficacemente il sistema produttivo tradizionale ed integrarlo nelle sue criticità.

I fautori di questi modelli propongono l’estensione di questi metodi di lavoro anche alla gestione di altri processi produttivi. Trovandoci costretti a ripensare alla nostra organizzazione del lavoro, crediamo che sia importante approfondire le tematiche dell’Open Source e dello sviluppo collaborativo al fine di poter avere un dibattito più ricco ed informato. In questo articolo, primo di una serie, faremo una breve panoramica di alcuni dei progetti più interessanti emersi da questo mondo e legati alla gestione emergenziale del Coronavirus. Nei prossimi approfondiremo in modo critico quali spunti possa offrire la filosofia open per affrontare il rilancio dell’economia in ottica di riutilizzo, collaborazione e innovazione. È importante sottolineare come l’Open Source non sia un modello da applicare come ricetta miracolosa ed alternativa al modello tradizionale basato sulla proprietà intellettuale; al contrario per ottenere i migliori risultati va applicato considerando i processi di sviluppo, la struttura dell’ecosistema produttivo, gli incentivi intrinseci, ed allineando la strategia collaborativa a questi fattori. Avremo modo di discutere alcuni di questi aspetti nei prossimi articoli.

 

Chi sono gli hacker?

Richard Stallman, uno dei più famosi hacker viventi e padre fondatore del Software Libero, scrisse nel marzo 1985 un manifesto per annunciare la costituzione del progetto GNU, il primo sistema operativo libero. In questo manifesto emergono le prime considerazioni di carattere economico:

«Once GNU is written, everyone will be able to obtain good system software free, just like air. This means much more than just saving everyone the price of a Unix license. It means that much wasteful duplication of system programming effort will be avoided. This effort can go instead into advancing the state of the art».

«Una volta scritto GNU [ndr: il cuore del sistema operativo che oggi chiamiamo Linux], tutti saranno in grado di ottenere un buon software di sistema libero, proprio come l’aria. Questo significa molto di più che risparmiare a tutti il prezzo di una licenza Unix. Significa che si eviteranno molte inutili duplicazioni di programmazione di sistema. Questo sforzo può invece andare a vantaggio dello stato dell’arte». R. Stallman – The GNU Manifesto – marzo 1985

Quando si pensa agli hacker si immaginano spesso ragazzini un po’ cresciuti, antisociali, che passano le notti a fissare schermi verdi e neri, digitando comandi incomprensibili in stanze disordinate e confuse. In realtà, un hacker non è necessariamente un genio dell’informatica. L’hacker non è nemmeno un imprenditore della Silicon Valley. Un hacker è più propriamente una persona normale caratterizzata da una forte propensione a inventare soluzioni non convenzionali per problemi esistenti. Un vero hacker non è mosso ad agire dalla voglia di ottenere un guadagno personale o prestigio sociale, ma dal desiderio di migliorare la società attraverso progetti pratici. I valori hacker sono infatti la condivisione, l’apertura, la decentralizzazione e il libero accesso alle informazioni. Un hacker non si chiede come brevettare una nuova idea e di quanti soldi questo brevetto possa portare, ma al contrario la rende liberamente disponibile su Internet perché altri possano usarla e migliorarla, perché crede che lo sviluppo della società sia possibile solo in un ecosistema di libera circolazione delle idee.

Da questo gruppo di persone nasce, tra gli anni Ottanta e i primi anni Novanta, il concetto di Software Libero, come antitesi al modello commerciale di “proprietà intellettuale” e “licenza d’uso” (EULA – End User License Agreement) che si accompagnava al primo mercato del Personal Computing. Con la creatività tipica degli hacker, Richard Stallman sfrutta questi meccanismi e questi obblighi di legge con una formulazione che finisce per ottenere l’effetto opposto di una chiusura, dando origine a quella che si chiama licenza di tipo “copyleft”, o di tipo aperto. Questa licenza d’uso è molto particolare, perché invece di limitare le azioni permesse, consente a chi la riceve qualsiasi uso del software in questione, inclusa la facoltà di studiarlo, condividerlo, modificarlo e migliorarlo in qualunque modo desiderato, consentendo addirittura la rivendita. L’unica cosa che si richiede è che se si effettuano modifiche o si distribuiscono nuove copie degli applicativi, chiunque riceva queste copie riceva insieme alla copia le stesse libertà “copyleft” con cui è stato ideato il prodotto originale. Questa caratteristica si chiama “viralità” della licenza, in quanto “contagia” tutti i prodotti che entrano in contatto con essa, generando a ogni passaggio nuovo Software Libero. Si sfrutta così la legislazione del diritto d’autore per garantire che il lavoro originale e i suoi derivati non possano più essere soggetto a limitazioni dovute al diritto d’autore.

Nei primi anni, le imprese tradizionali consideravano l’Open Source come una pericolosa minaccia alla profittabilità e al ritorno degli investimenti, e in alcuni casi (anche eclatanti, come nel caso di Microsoft) hanno combattuto apertamente l’intero ecosistema. I fautori dell’Open Source ritengono che il modello aperto sia stato in grado di sviluppare innovazione a un ritmo decisamente più veloce rispetto al modello tradizionale basato sui concetti di proprietà e di lock-in, sopperendo anche alla mancanza di grandi capitali di investimento. In effetti, negli anni, questo modello ci ha regalato gioielli come Wikipedia, Linux, il web, e tantissime altre infrastrutture dei servizi che oggi diamo per scontati. Siamo arrivati al punto in cui non esistono più aziende che possano permettersi di escludere componentistica open dai loro prodotti. Microsoft stessa, un tempo capofila nell’opporsi alle licenze aperte, offre installazioni di Linux nei propri servizi commerciali.

Questo modo di lavorare, che in breve chiameremo Open Source o Software Libero (la distinzione tra i due termini è sottile, e affronteremo in un altro articolo le differenze), pur nascendo dall’ambiente della programmazione, si è esteso a molti altri ambiti, da chi si occupa di analizzare dati e cerca di favorire l’accesso a dataset pubblici (Open Data), alla comunità scientifica che pone l’accento sulla riproducibilità degli esperimenti (Open Science), all’istruzione, che ha incentrato il discorso sul miglioramento collaborativo di metodi e contenuti educativi (Open Education), finanche ad arrivare, seppur con ancora molte difficoltà ed approcci abbastanza sconclusionati, nella sfera della gestione della cosa pubblica e della trasparenza di questa (Open Government).

Un hacker lavora bene in contesti orizzontali, in cui non ci sono gerarchie forti che limitano la capacità di azione. Questo è uno dei motivi per cui gli hacker hanno imparato a usare la rete: gli utenti di Internet sono molto simili tra loro, senza punti di accesso centrali o corsie preferenziali. Internet è infatti decentralizzato per natura, chiunque può sviluppare servizi, pubblicarli e utilizzarli; se questo non fosse vero, e tutti i nodi della rete non potessero almeno in teoria agire ugualmente sia da fornitori che da consumatori, si perderebbero molte caratteristiche della resilienza della rete come la conosciamo ora. Internet in questo è profondamente democratica, perlomeno fintanto che rimarranno saldi i principi della net neutrality. Parallelamente alla situazione di questi mesi, anche le crisi sanitarie hanno aspetti profondamente “democratici”. I virus colpiscono indipendentemente dalle dichiarazioni dei redditi, dal prestigio sociale e dal numero di follower su Instagram. E sempre democraticamente costringono tutti alle stesse restrittive misure preventive, che in questo caso limitando la libertà di movimento hanno messo in crisi alcuni degli attori più centralizzanti delle nostre società, che non sono riusciti a soddisfare efficacemente i bisogni dei cittadini (pensiamo ad esempio alle polemiche sulla fornitura di presidi sanitari). Una società in cui diminuisce la capacità dei meccanismi centralizzati di agire efficacemente e in cui aumenta la rilevanza della rete per rispondere a bisogni concreti diventa il terreno perfetto per coltivare l’azione degli hacker.

E così, affiancando le prime chat ufficiali che provano a coordinare una risposta del mondo delle imprese e delle istituzioni, inizia un lavorio incessante che, sfruttando la rete, unisce scienziati, tecnici e semplici cittadini di tutto il mondo.

 

Gli hacker civici nella crisi Coronavirus

I primissimi sforzi nascono nella comunità dei dati. Il movimento Open Data ha negli anni sensibilizzato gli enti pubblici a rendere disponibili e aperti a tutti quanti più dati riguardanti la collettività possibile. Avere accesso ai dati, se processabili e “puliti”, non è solo una forma di trasparenza e rispetto verso il cittadino, ma li trasforma in ricchezza che può essere estratta molteplici volte per arricchire prodotti e servizi di tutti i tipi. Esistono molte iniziative in questo senso, a livello internazionale segnaliamo tra le più importanti la Open Government Partnership, che conta 78 paesi membri.

Questo è un caso emblematico in cui avere a disposizioni dati aperti, nel rispetto della privacy, permette di incrementare di diversi ordini di grandezza il numero di cervelli a disposizione che possono dare il proprio contributo allo sviluppo di strumenti per combattere l’epidemia. È grazie alla disponibilità di questi dati che sono nati “dal basso” molti strumenti utili sia agli studiosi che alla popolazione, da nuovi modelli matematici a visualizzazioni alternative che rendono più accessibile la comprensione dell’andamento della malattia. Sicuramente il lettore avrà già incontrato molte di queste visualizzazioni (i giornali ne fanno largo uso), ma nel caso vogliate esplorarne altre mi permetto di segnalarne una in particolare, realizzata da Aatish Bhatia in collaborazione con il canale YouTube di Minute Physics. Queste visualizzazioni non solo aiutano i comunicatori ad informare meglio la popolazione, ma sono usate da team di statistici esterni alle istituzioni per creare nuovi modelli previsionali che aiutino a monitorare l’andamento dell’epidemia e l’efficacia delle misure.

Certamente ci sono ancora molti passi da fare, ad esempio nella standardizzazione dei formati dei dati, e ci auspichiamo che questa crisi mostri ancora di più il valore della condivisione dei dati pubblici e dell’importanza di primo piano per la politica di creare una data governance con una visione unitaria e di largo respiro.

Un’altra grande comunità che si è subito attivata è stata quella dei cosiddetti “maker”. I “maker” sono l’evoluzione moderna delle comunità del fai-da-te, che agli strumenti tradizionali del bricolage come trapani, seghe e martelli, affianca stampanti 3D, elettronica e microprocessori programmabili (come ad esempio Arduino, un’eccellenza italiana dell’elettronica).

In questa comunità, nata con i valori dell’auto produzione di ciò che si necessita, della personalizzazione e della decentralizzazione, si è subito attivata una catena di solidarietà volta ad affiancare le produzioni tradizionali per rifornire ospedali e presidi medici in carenza di strumentazione. Oltre 50mila maker si sono iscritti al gruppo Facebook “Open Source COVID19 Medical Supplies”, dove centinaia di Makerspace (i “circoli” dei Maker) si coordinano per produrre materiale per gli ospedali locali, utilizzando stampanti 3D e altri materiali facili da reperire. Ad aggiungere potenza di fuoco costruttiva a questi circoli si sono aggiunte le aziende che negli anni hanno trasformato l’hobby di “maker” in una vera e propria industria. Queste imprese lavorano utilizzando gli stessi strumenti di base delle comunità di appassionati, ma sfruttando la possibilità di accedere a materiali ad alta tecnologia, realizzano prototipi e componenti dalla meccanica complessa per grandi aziende “tradizionali”, arrivando a produrre anche decine di migliaia di pezzi al giorno. StrataSys, una delle aziende più grandi del settore (con oltre 2000 dipendenti e un fatturato che si avvicina al miliardo di dollari l’anno), ha pubblicato una pagina in cui traccia l’avanzamento del suo contributo alla produzione dei dispositivi di protezione personale. In pieno spirito hacker, rilascia liberamente i file “modello” invitando chiunque abbia una stampante 3D ad unirsi alla produzione, anche dalla propria abitazione.

Accorciando la catena di approvvigionamento della materia prima, è diminuita la dipendenza dalla logistica, riuscendo così a scalare tempestivamente la produzione e a fornire presidi emergenziali attraverso una produzione locale e distribuita.

Per l’occasione ISO e IEC, due delle principali organizzazioni che si occupano di definire gli standard internazionali, hanno offerto il loro supporto e hanno rilasciato in modo aperto a tutti le specifiche tecniche utili a questa emergenza (qui ISO, qui IEC).

La produzione è legata non solo a dispositivi di protezione personale, come maschere di protezione, schermi facciali, o addirittura tute protettive, ma anche ventilatori polmonari e componenti di ricambio per gli apparecchi più complessi.

In Italia possiamo trovare alcuni dei casi di maggior successo, come un progetto per fornire valvole respiratorie di ricambio, oppure il famoso apparato per trasformare una maschera da snorkeling in un apparato per il supporto respiratorio. È importante notare che tutti questi progetti non sono solo frutto del lavoro di pochi creativi, ma sono condivisi in tempo reale con una comunità globale, che li migliora e li riadatta per l’uso e la stampa su larga scala, testando di volta in volta diversi design e materiali.

Un altro progetto in avanzata fase di realizzazione è il progetto OpenBreath, che punta a creare dispositivi che rispettino lo standard BS EN 80601-12 (uno dei principali standard che regola la produzione di dispositivi per la ventilazione assistita), che riutilizza componenti di facile reperibilità. È possibile tracciare lo stato di avanzamento del progetto e contribuire allo sviluppo direttamente sul loro sito. È interessante notare come non sia necessario solo la partecipazione di elettronici e tecnici, ma anche esperti di usabilità e medici, che collaborino per creare interfacce quanto più facili e immediate da usare, diminuendo i tempi di formazione e la possibilità di errori durante la messa in produzione dei macchinari.

Molte altre comunità si sono formate specialmente nelle aree di crisi (in Spagna sono nati moltissimi progetti), quelli più promettenti a livello internazionale sono stati infine raccolti da Robert Read (cofondatore di 18F, l’agenzia per la trasformazione digitale del governo USA) in una lista pubblica.

Anche in Italia è possibile partecipare alle iniziative condivise. Dall’esperienza dell’ultimo terremoto in Centro Italia è nato il gruppo Covid19Italia.help, che si occupa di coordinare il lavoro di chiunque voglia prestare le sue competenze al servizio della ricerca di soluzioni innovative. Sullo stesso sito è possibile effettuare segnalazioni di ulteriori iniziative, da raccolte fondi alla segnalazione di bufale e fake news che possano diffondere panico immotivato tra la popolazione.

Chi avesse delle competenze tecniche e la volontà di donare può anche regalare dello spazio server all’iniziativa IoRestoACasa, dove grazie a due software Open Source per la videoconferenza si aiutano le persone a potersi raggiungere senza dover usare servizi commerciali, spesso sovraccarichi, quando non addirittura problematici in termini di privacy e sicurezza informatica, come ad esempio Zoom.

Esistono poi i progetti di “Citizen Science”. Questi progetti scientifici si basano per la maggior parte sulla collaborazione volontaria di milioni di utenti della rete che contribuiscono con la potenza di calcolo inutilizzata dei loro dispositivi personali per creare un supercomputer globale in grado di affrontare sfide non accessibili con mezzi tradizionali.

Su tutti, il progetto Folding@Home da anni contribuisce a studiare il meccanismo di ripiegamento delle proteine, investigando a livello atomico la dinamica dell’assemblaggio. Recentemente hanno pubblicato un articolo che mostra come una proteina del virus Ebola, che si pensava inattaccabile, espone in realtà un sito attaccabile da particolari composti chimici, e sono attualmente al lavoro per sviluppare una cura. Similmente, si spera che poter studiare e visualizzare come funzioni a livello atomico COVID-19 possa accelerare lo sviluppo di una cura.

Alcune di queste comunità sono state aiutate anche a livello istituzionale. Citiamo a titolo esemplificativo il governo estone, quelllo tedesco e quello svedese, i quali hanno organizzato degli Hackathon (le famose “maratone di codice”), per sponsorizzare soluzioni che aiutassero le persone, le comunità e le imprese a superare questa fase di crisi. I vincitori dell’hackathon svedese ad esempio hanno realizzato prototipi per contrastare il Digital Divide, per aiutare le aziende a ripartire attraverso la selezione di forza lavoro qualificata, o per mantenere il distanziamento sociale. In Germania, l’hackathon organizzato con premesse simili (Wir vs. Virus – Noi vs. il virus) ha visto la partecipazione di oltre 42.000 sviluppatori che hanno fatto nascere dalla loro collaborazione più di 800 soluzioni.

Questo tipo di collaborazione tra enti pubblici e comunità Open Source si inserisce in un panorama più ampio di spinta della Pubblica Amministrazione verso la creazione di ecosistemi aperti, che sta prendendo forza negli ultimi anni in modo indipendente dal colore politico. In Italia questo programma è concretizzato negli sforzi di Developers Italia, una community nazionale lanciata proprio con un hackathon a settembre 2017, che approfondiremo più dettagliatamente in un prossimo articolo.

Nei prossimi mesi vedremo come evolveranno queste iniziative e quanto gli hacker contribuiranno a realizzare produzioni decentralizzate o a inventare nuove soluzioni per la ripartenza. Una cosa però è certa: l’industria tradizionale ha adesso a disposizione un nuovo paradigma di sviluppo da tenere a mente quando giungerà il momento di reinventare il modello di vita e di lavoro nella nostra società.

Scritto da
Riccardo Iaconelli

Si occupa di ideare strategie collaborative per piccole realtà e grandi multinazionali. È stato “Esperto” a Palazzo Chigi nella task force per la digitalizzazione guidata da Diego Piacentini, prima di essere chiamato a Berlino a guidare la strategia Open Source di Mozilla. Fisico, con un trascorso al CERN di Ginevra e nel mondo start-up, fa il volontario in progetti informatici da quando, a 13 anni, si innamorò della programmazione.

Pandora Rivista esiste grazie a te. Sostienila

Se pensi che questo e altri articoli di Pandora Rivista affrontino argomenti interessanti e propongano approfondimenti di qualità, forse potresti pensare di sostenere il nostro progetto, che esiste grazie ai suoi lettori e ai giovani redattori che lo animano. Il modo più semplice è abbonarsi alla rivista cartacea e ai contenuti online Pandora+, ma puoi anche fare una donazione a supporto del progetto. Grazie!

Abbonati ora

Seguici

www.pandorarivista.it si avvale dell'utilizzo di alcuni cookie per offrirti un'esperienza di navigazione migliore se vuoi saperne di più clicca qui [cliccando fuori da questo banner acconsenti all'uso dei cookie]