Escludere lo sfruttamento, salvare la democrazia
- 24 Aprile 2020

Escludere lo sfruttamento, salvare la democrazia

Scritto da Paolo Borioni

8 minuti di lettura

Questo contributo fa parte di un dibattito su temi sollevati dall’articolo che apre il numero 6/2019 della Rivista «il Mulino», dal titolo Perché la democrazia è in crisi? Socialisti e liberali per i tempi nuovi, scritto congiuntamente da Giuseppe Provenzano ed Emanuele Felice. Tra i temi sollevati nella discussione la parabola storica del liberalismo e il possibile incontro con il pensiero socialista, le cause delle disuguaglianze, il ruolo e l’apporto delle culture politiche ai cambiamenti storici, le chiavi per comprendere il cambiamento tecnologico, le forme della globalizzazione e la crisi ambientale. Per approfondire è possibile consultare l’introduzione del dibattito con l’indice dei contributi pubblicati finora.


Grazie alla socialdemocrazia e al New Deal le società occidentali riuscirono a creare le condizioni affinché il capitalismo non dominasse indisturbato, impedendo che esso dispiegasse i suoi effetti più negativi ed esercitando nei suoi confronti un effetto correttivo[1]. Ma fra gli anni Ottanta e Novanta, per via del prevalere di un insieme di idee determinato dalla convergenza fra l’orientamento neo-liberale (di rito perlopiù anglosassone) e quello ordo-liberale (soprattutto incorporato nell’Unione Europeo) del pensiero economico-politico, questo stato di cose è stato alterato e distorto. È stata messa in discussione la “adaptive society”, che rendeva possibile a poteri democratici – a partire dal lavoro organizzato – confrontarsi con il potere del capitale su un piano di parità. Questa operazione è stata promossa dalle destre, ma accettata dalle sinistre consolidate. Si tratta di un orientamento postulato anche da ministri di primissimo piano del centro-sinistra, sostenitori di un welfare “attenuato” che mettesse le persone in contatto con la “durezza del vivere”[2]. Questo ha prodotto effetti tangibili: in questi giorni Gianfranco Viesti ha quantificato che, solo nell’ultimo decennio, gli investimenti nella sanità sono calati. Partendo da un livello superiore ai 3 miliardi annui, sono scesi a meno di 1.5 [3]. Ciò implica una diminuzione degli strumenti che forniscono protezione contro i rischi globali, ma, su un piano più quotidiano, anche un accrescimento della mercificazione, che costringe i lavoratori ad essere più inclini a sottomettersi alle necessità dell’investimento capitalista, nel momento in cui essi devono vendere la propria forza lavoro.

A questo proposito una lezione del socialismo democratico, sulla quale occorre oggi riflettere, è che il welfare non va considerato come un mero “diritto di cittadinanza” liberale, ma anche come un sistema che influisce sul mercato del lavoro, determinando il grado di maggiore o minore mercificazione dei lavoratori, di coloro che in altri contesti sono indicati come persone o cittadini.

Il mercato del lavoro appare dunque un ambito decisivo, in quanto è la dignità del lavoro, più di altre sfere, a determinare la qualità dell’essere persona o cittadino. In un contesto capitalistico “attenuare” le “protezioni” (o le politiche per la piena occupazione) implica per i lavoratori l’essere sfruttati in condizioni di crescente minorità. Questo è il significato reale delle parole di Padoa Schioppa sopra citate, nonostante la loro formulazione moralistica: fintantoché ci si trova in un contesto capitalistico accrescere la “durezza del vivere” significa incrementare il potere di chi effettua l’investimento rispetto a quello di chi deve vendere la propria forza lavoro. Anche la questione dell’efficienza rappresenta un punto centrale lungamente negletto dalla sinistra europea. Il socialismo democratico fra gli anni 1930 e il 1980 ha trovato un punto di differenziazione rispetto ai liberali – sia agli alleati che agli avversari – nella messa in campo di uno specifico socialista: un movimento operaio organizzato che ha spinto ad attuare politiche di riforme per costringere gradualmente il capitalismo a non usare lo sfruttamento come leva competitiva. Si tratta di politiche –di welfare, della domanda, politiche attive del lavoro, di investimento pubblico –, che sono state sviluppate e coordinate per dimostrare che l’innovazione avviene meglio e più sistematicamente qualora vengano esclusi gli incentivi a competere mediante sfruttamento. La storia continua a confermare che, pur senza negare le difficoltà e i limiti a cui il socialismo democratico è andato incontro anche negli anni 1930-80, il capitalismo della precarizzazione, dello sfruttamento, della volatilità finanziaria è più instabile economicamente, socialmente, politicamente, senza essere più innovativo.

Ciò conduce a varie questioni di carattere storico, teorico e politico, brevemente indicate di seguito. La prima deriva da quanto appena affermato: anche se in un orizzonte riformista e democratico il socialismo deve, con i suoi alleati, contendere al capitalismo la nozione di razionalità economica, il che significa certamente anche ampliarne il senso. E dunque deve sempre tenere presente che il momento del compromesso non elimina mai la distinzione – di interessi, di visione, di soluzioni, di ideologia –. Questo punto è stato smarrito completamente negli ultimi decenni, in Italia più che altrove.

La seconda questione riguarda più specificamente il possibile contributo che può venire dalla cultura liberal alla riforma dell’economia. Occorre essere espliciti: Roosevelt ed altri maturarono la propria proposta riconoscendo che la società liberale e parlamentare si mostrava del tutto inadeguata alle sfide da affrontare. La principale ragione di questo stato di cose era da ricercare nell’impatto negativo del capitalismo non riformato. Il tentativo fu, dunque, quello di salvare il sistema elettivo-parlamentare trasformandolo (come avrebbero detto Lasky e Crosland) in una misura tale che le società occidentali sarebbero state irriconoscibili e, nella gran parte dei casi, sgraditissime ai liberali del periodo precedente[4].

Se un riferimento a Roosevelt oggi è indispensabile esso deve conservare la nettissima consapevolezza di questa cesura: commentando la situazione di molti paesi il Presidente americano scrisse: “comparisons in this world are unavoidable… in these tense and dangerous situations in the world, democracy will save itself with the average man and woman by proving itself worth saving[5]. Ciò è oggi del tutto valido: un ribaltamento del regresso elitista delle istituzioni e delle società occidentali è necessario: solo così la democrazia potrà di nuovo meritare non l’esercizio del voto, ma l’adesione popolare.

Non a caso Roosevelt si pose l’obbiettivo di ricostruire, attraverso la perseveranza nel promuovere le proprie politiche, il rapporto con il popolo: accettando la ri-nomination del 1936 attaccò “the economic royalists”, “the privileged princes of economic dynasties[6], cercando così di attuare una strategia che recentemente è stata definita con l’espressione “for the many, not the few”. È evidente dalle sue parole che combattere i “demagogues”, il “fearmongering”, significa identificare le élite di potere come avversari, invece che coalizzarsi con esse e trincerarsi nei quartieri gentrificati, chiamando analfabetismo il fatto che ampie quote della popolazione oscillino comprensibilmente fra dissenso, disprezzo e ricerca di protezione del proprio tessuto sociale. Il richiamo di Provenzano e Felice al New Deal e al progressismo liberal resterà solo un richiamo rituale se ignorerà questa realtà storica, di ieri e di oggi.

Infine, Roosevelt permette di identificare il punto fondamentale di una possibile congiunzione fra liberalismo e socialismo democratico: “Nessuna impresa che dipenda, per il suo successo, dal pagare i suoi lavoratori meno di quanto serva loro per vivere ha diritto di sopravvivere in questo Paese”[7]. Il recupero del consenso popolare, la ricostruzione di una democrazia partecipata, il rifiuto del neoliberalismo globale e dell’ordoliberalismo europeo passano per il confronto con il capitalismo in merito all’ammissibilità dello sfruttamento.

Da questo discendono le indicazioni di indirizzo politico. La prima, di carattere pregiudiziale, riguarda la necessità della riammissione del motore della domanda interna come fattore di sviluppo su un piano di parità rispetto a quello della crescita export-led. Il centro-sinistra europeo attuale sembra in buona parte non vedere che in assenza di tale condizione è impossibile imporre al capitalismo compromessi basati sull’incentivo salariale all’innovazione. Poiché gran parte delle politiche potenzialmente utili ad affrontare l’attuale situazione di disuguaglianza hanno a che fare con una maggiore domanda interna (investimento di lungo periodo, salari, welfare e maggiore capacità di spesa delle classi medio-basse) non comprendere questo significa non solo privare l’Europa di un fattore di crescita ulteriore rispetto al commercio globale, ma anche favorire la crescente disuguaglianza. A sua volta, poiché è provato che le società più eguali sono quelle a maggiore mobilità sociale, senza introdurre il criterio dell’eguaglianza è impossibile distinguere fra liberal e liberal-conservatori e produrre un socialismo democratico che introduca una cesura rispetto alle tendenze degli ultimi lustri. Il futuro primo ministro danese Krag scriveva nel 1944: “I socialisti lottano per una distribuzione del reddito molto più egualitaria dell’attuale […] più è ineguale la distribuzione del reddito, maggiore è il risparmio […] e maggiore è il pericolo che esso sia così grande che non ne seguono investimenti – e allora abbiamo la crisi”[8].

Si può dunque comprendere su quale tipo di keynesismo socialisti e liberal possano trovare un punto di convergenza. Il socialismo democratico non coincise mai, come alcuni ritengono[9], semplicemente con un deficit spending post-ideologico in grado di riattivare l’economia. Esso fu lotta per l’eguaglianza, perseguita congiungendo e potenziando i fattori di crescita ed innovazione democratica contro quelli di competizione liberal-tecnocratica. Questi ultimi esprimono invece alcuni dei tratti relativi al modo in cui l’Unione Europea è stata costruita: feticismo dell’inflazione, welfare a supporto di una situazione di precarietà e bassi salari anziché alla demercificazione. Una “economia sociale di mercato” che consiste in gerarchizzazione ordinata, non in parità democratica.

In questo il saggio di Provenzano e Felice evidenzia bene alcune necessarie peculiarità italiane. Il nostro Paese deve riprendere, specie nel Mezzogiorno, l’investimento pubblico di lungo periodo, realizzare una “Iri della conoscenza”, come specialmente Provenzano da tempo ripete, che ha nel nostro caso ancor più motivazioni che, ad esempio, in Germania o Scandinavia. Si darebbe così un contributo di ottima tradizione italiana ad un’altra necessità che si pone a tutti i paesi europei, quella – cioè – di ricostruire un vero circuito partecipato e diffuso dell’innovazione. Quello proprio della socialdemocrazia egemone era basato su varie fasi: la parità capitale-lavoro si congiungeva a un insieme di politiche che prevedevano la protezione dei salari, la produzione delle competenze – ovvero le politiche attive del lavoro – e il concorso pubblico (in aggiunta a quello privato) come garanzia della domanda reale delle competenze prodotte. All’opposto si situa la cosiddetta “società della conoscenza”: un liberalismo che non serve. Esso postula una nuova era nella quale il capitalismo avrebbe domandato competenze e distribuito compensi, marginalizzando il ruolo della decisione democratica. Questa avrebbe dovuto solo provvedere a stabilire le regole, a garantire scuola, sanità e infrastrutture, intese come fattori necessari all’investimento privato, ma a partire da risorse sempre più limitate. Proprio da questo palese inganno deriva la protesta verso la “eguaglianza delle opportunità”, in quanto non sono mai comparse – né l’una né le altre – e la mobilità sociale si è di conseguenza arrestata.

La tradizione italiana deve però trovare un complemento in ciò che le è sempre mancato. Il socialismo del primo centro-sinistra e le concezioni della sinistra cattolica furono fattori strategici nella fase dell’intervento pubblico, fornendo così l’“ascensore” al nostro sviluppo innovativo. Mancò in gran parte l’altro elemento: il “pavimento”, ovvero il sistema di welfare e di vigilanze che escludesse progressivamente la possibilità di competere mediante lo sfruttamento, l’informalità, l’evasione fiscale e contributiva. La Cassa Integrazione Guadagni, non a caso, si configurò come un “ammortizzatore” sociale, non come un pavimento. La convivenza di economia avanzata e informale, di Sud e Nord, ma anche all’interno del Nord, rappresenta il dato storico contraddittorio dal quale non si era ancora usciti nel momento in cui è iniziato il processo di precarizzazione. Ne è derivato un esito disastroso per la società italiana e per gli incentivi democratici ad innovare. Dunque, sulla strada verso un’innovazione democratica, un’economia senza sfruttamento, occorre potenziare e coordinare investimento progettuale, politiche attive, ricerca e welfare concependo quest’ultimo come “pavimento” che escluda l’economia informale e precaria. Chi lavora deve poter contare su un’assicurazione ampiamente finanziata dallo Stato, la quale in caso di mobilità, garantisca un tasso di sostituzione prossimo all’ultima retribuzione percepita, con una distanza minore per i salari più bassi. A coloro invece che perdono o non possono disporre di queste prestazioni è necessario garantire un reddito meno elevato ma significativo, vicino all’attuale reddito di cittadinanza. Entrambi questi strumenti dovrebbero essere connessi, nel modo più sistematico possibile a politiche attive, che siano a loro volta legate all’investimento di lungo periodo. Occorrerebbero ulteriori, particolari e necessarie differenziazioni, che in questa sede devono essere tralasciate. Indispensabile e pregiudiziale è tuttavia il concetto esposto da Meidner al sindacato LO nel 1961: occorre un “vangelo della mobilità”[10], che rappresenti la strada di uscita dallo sfruttamento. Va invece combattuta la flessibilità, che configura il circolo vizioso sempre nuovo del regresso sociale.


[1] H. Stein, Il trionfo della “Adaptive society”, «Rivista di storia economica», 2-3, 1990.

[2] T. Padoa Schioppa, Berlino e Parigi ritorno alla realtà, «Corriere dalla sera», 26 agosto 2003, p. 1, Per cui occorre seguire « […] un unico principio: attenuare quel diaframma di protezioni che nel corso del Ventesimo secolo hanno progressivamente allontanato l’individuo dal contatto diretto con la durezza del vivere, con i rovesci della fortuna, con la sanzione o il premio ai suoi difetti o qualità». L’esatto opposto all’innovazione mediante eliminazione dello sfruttamento.

[3] G. Viesti, Gli investimenti pubblici nella sanità italiana 2000-2017: una forte riduzione con crescenti disparità territoriali, «Menabò di Etica e Economia», 27 marzo 2020.

[4] Laski «The outstanding feature of our time is insecurity […] The liberal society of the epoch before 1914 is unthinkable today», in, I. Katznelson, Fear itself. The new deal and the origins of our time, Liveright, 2013, p.40. Crosland partiva dalla realtà di un «sistema riformato in misura tale da risultare irriconoscibile», E. Hobsbawm, Il secolo breve, Rizzoli, 2001, pp. 318 e 336.

[5] I. Katznelson, Fear itself. The new deal and the origins of our time, Liveright, 2013, p. 44.

[6] Ibidem, p. 497.

[7] Discorso sul National Industrial Recovery Act (1933).

[8] In L. Andersen, Socialistiske økonomer og Keynes, “Arbejderhistorie”, 2, 2002, con riferimento fra l’altro a G. Myrdal, Konjunktur och offentlig hushållning. En utredning, Stoccolma, 1933, p. 59.

[9] A. Przeworski, Social Democracy as a Historical Phenomenon, «New Left Review», I/122, luglio-agosto 1980.

[10] B. Stråth, Mellan medbestämmande och medarbetare, Metall, 2000, pp. 78-79.

Scritto da
Paolo Borioni

Professore di Storia delle Dottrine e delle Istituzioni politiche presso l'Università La Sapienza di Roma. Scandinavista. Collabora col Center for Nordic Studies Di Helsinki. Tra le molte pubblicazioni si segnalano i due volumi Svezia (2005) e Danimarca (2015) per la Unicopli di Milano, sulla storia del Novecento di questi due paesi.

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