L’Europa nel guado. Intervista a Brando Benifei
- 05 Aprile 2020

L’Europa nel guado. Intervista a Brando Benifei

Scritto da Alberto Prina Cerai

32 minuti di lettura

Prendendo spunto dalla trattativa che sta avvenendo in questi giorni in sede europea, in merito alle misure economiche in risposta alla crisi scatenata dall’emergenza sanitaria in corso, abbiamo intervistato Brando Benifei, capo delegazione del Partito Democratico al Parlamento europeo e membro del gruppo dell’Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici. L’intervista affronta poi alcune questioni più generali legate alla situazione dell’integrazione europea, alla dinamica istituzionale a livello comunitario, alla geografia delle diverse aree politico-culturali in seno all’Unione e alle prospettive dell’Europa in un contesto geopolitico e di sviluppo tecnologico che pone numerose sfide, che si presentano ora in forma approfondita e vanno ripensate alla luce della crisi in corso.


Una delle osservazioni fatte in questi giorni di crisi, che richiama analoghi giudizi formulati in momenti passati, riguarda l’assenza di una adeguata risposta europea alla situazione che stiamo vivendo. È un giudizio giustificato? Quali sono, in breve, i contenuti e la portata delle misure adottate, anche nella recente sessione plenaria del Parlamento europeo? Cosa è stato fatto e quali sono gli ostacoli principali ad un approccio comune più robusto? 

Brando Benifei: Attualmente vi è un dibattito molto acceso sull’intervento dell’Unione europea. In breve, la Commissione ha messo in campo, in questa prima fase d’emergenza, alcune misure che ritengo sufficienti per la fase più immediata. Prima di tutto la decisione di sospendere, con la General Escape Clause, il Patto di Stabilità e Crescita, la decisione di autorizzare gli aiuti di stato con una sospensione delle norme limitative, l’autorizzazione del piano di acquisti della BCE da 750 miliardi di euro, in aggiunta ai programmi precedenti, di fatto superiore al quantitative easing di Draghi. Per quanto riguarda le iniziative del Parlamento, sono state messe in campo tre azioni legittimate dal voto parlamentare: lo sblocco di 37 miliardi di fondi strutturali inutilizzati, di cui circa 9 miliardi ora sono destinati all’Italia – non parliamo di prestiti, né di debiti ma di liquidità che va in cassa al nostro Paese, ovviamente con tempistiche di medio termine, risorse dal bilancio comunitario alle quali l’Italia aveva contribuito per circa il 10% mentre il restante è proveniente da altri paesi. Si tratta di liquidità che verrà utilizzata per le misure nazionali come il decreto ‘Cura Italia’. Il secondo provvedimento riguarda la possibilità per le compagnie aeree europee di non effettuare i voli senza perdere gli slot inutilizzati, evitando che esse vadano incontro a perdite ulteriori rispetto a quelle causate dalla mancanza di viaggiatori in questa fase di crisi. Terzo intervento, il Parlamento ha cambiato la destinazione del Fondo di solidarietà europeo che viene utilizzato in caso di calamità naturali – purtroppo l’Italia ne ha fatto ampiamente uso negli scorsi anni – rendendo possibile impiegarlo per affrontare questa emergenza sanitaria. Tutte queste misure rientrano, a mio parere, in una logica di reazione immediata con la finalità di permettere agli stati membri di fare ciò che anche Draghi ha accennato nella sua intervista al Financial Times: intraprendere tutte le iniziative necessarie senza preoccuparsi dei costi per affrontare l’immediata emergenza. Non c’è dubbio che prima di queste azioni vi sia stato un momento di smarrimento, confusione e ritardo risalente all’inizio di marzo, quando è emersa una differenza di approccio da parte dei diversi paesi. Mi preme sottolineare una difficoltà della Commissione nel coordinare, nel momento iniziale, le misure in campo sanitario. In quel momento si è riscontrata una certa disorganizzazione. La Commissione ha poi cercato con linee guida ed esercitando una forte pressione politica di creare un sistema coordinato di misure a livello sovranazionale, come ad esempio lo sblocco di merci rimaste bloccate ai confini, nonché di attrezzature mediche. La chiusura dei confini è avvenuta in maniera scoordinata: le prime riunioni in videoconferenza dei Capi di Stato e di governo hanno avuto come principale argomento proprio la questione della chiusura dei confini, che è avvenuto senza un reale coordinamento. Si badi bene, si tratta di misure previste da Schengen! Anche nel periodo degli attacchi terroristici furono autorizzate chiusure coordinate. Il problema è stato che, all’inizio di questa fase emergenziale, questi provvedimenti sono stati adottati in maniera caotica da parte dei singoli paesi. Un punto interessante da sottolineare, tra l’altro sostenuto con forza dalla delegazione italiana del Partito Democratico che presiedo, nell’emendare alcuni punti in quel documento che come gruppo S&D abbiamo presentato con le 25 proposte per affrontare la crisi, è relativo alla necessità di costruire un’Unione sanitaria europea, in quanto allo stato attuale le competenze in campo sanitario sono competenze di ‘coordinamento’, quindi al terzo livello (il più basso) di azione comunitaria, così come avviene per esempio sulla cultura, sulla protezione civile – un altro tema che richiederebbe maggiori competenze. Dunque, la presunta inazione dell’UE su questi ambiti è stata criticata senza tuttavia tenere in considerazione le ridotte competenze comunitarie in materia. Dopo questa prima fase di caos, sono state messe in campo le misure di reazione per sostenere lo sforzo dei sistemi sanitari e la tenuta socio-economica. È chiaro che tutto ciò, seppur straordinario e mai attivato in precedenza, rimane entro la cornice di regole e strumenti esistenti: il tema che è oggi al centro del dibattito è quello di pensare nuove azioni, nuovi strumenti, nuove decisioni per la fase successiva, quando tra qualche settimana o mese si potrà intravedere un minimo di normalità. In quella cornice andranno discussi nuovi stimoli e sostegni all’investimento pubblico che non sia tutto sulle spalle dell’indebitamento dei singoli paesi. Questo è il tema. Si può proseguire solo con il sostengo della BCE? Segnalo peraltro come questa sia la posizione dell’estrema destra oggi nel Parlamento, un dato interessante da segnalare: nella loro visione andrebbe promossa un’azione molto più incisiva della BCE, immaginando in sostanza una ‘monetizzazione del debito’, senza prendere in considerazione altre misure. Per sfuggire ad una completa contraddizione con loro stessi, hanno cercato di trovare una via per sostenere in qualche modo che non vogliono più integrazione ma allo stesso tempo avanzano una proposta per affrontare la crisi: un dato che non è emerso molto nel dibattito sulla stampa e sui media.

 

Nel tuo intervento al Parlamento europeo hai rimarcato l’iniziale sottovalutazione della crisi da parte dei tuoi colleghi europei e, per estensione, dei paesi di appartenenza. Perché è persistita per settimane una differenza così marcata nella percezione della pandemia a livello nazionale? Passando ad un piano di discorso più generale, questa discrasia di percezioni, al di là delle ragioni contingenti legate al propagarsi della pandemia, non sembra essere un caso isolato. La crisi che stiamo vivendo sembra mettere a nudo ricorrenti criticità dell’Unione europea: la presenza di ‘diverse Europe’, di aree o gruppi di paesi con culture, interessi e visioni del futuro dell’integrazione europea differenti. Qual è, secondo te, la reale geografia di queste posizioni e le ragioni politico-culturali ad esse sottese?

Brando Benifei: Sul primo punto ribadisco la mia opinione, per cui la reazione – e l’approntamento di misure – non è solo legata a ragioni di differenze politico-culturali, di cui si è parlato molto e che ha fatto emergere l’idea che alla base vi sia una differente percezione rispetto al ruolo dell’individuo, delle libertà personali (come mostrato nel caso olandese che ha notevolmente ritardato le misure contenitive). Questo è vero, ma insisterei anche sulla mancanza di competenze dell’Unione europea. Per fare un esempio: rispetto al tema della salute animale, in caso di propagazione di malattie, l’UE ha poteri di imposizione di misure comuni che non ci sono per la salute umana. Certamente cedere la propria sovranità su un tema sanitario a livello degli individui ha un peso differente rispetto a quello legato al settore alimentare o degli allevamenti: ma ricordiamo che anche questo è stato frutto di una trasformazione delle competenze innescata dal diffondersi dell’epidemia della ‘mucca pazza’. Detto questo, certamente ragioni culturali, come sostenuto da molti, hanno avuto un’oggettiva influenza nel determinare un maggior deficit di governance e dunque una più ampia discrezionalità di ogni singolo paese. Questo ha portato ad una situazione confusa. Tuttavia, bisogna puntualizzare che l’approccio dell’Italia, in questo contesto generale, è stato poi quasi generalmente adottato, nonostante alcune dichiarazioni piuttosto critiche da parte di alcuni governi europei all’inizio della crisi a marzo.

Sul tema dei blocchi, che rappresenta senza dubbio una questione da approfondire, alla luce di questa crisi oggi si possono distinguere, senza avere nessuna pretesa di esaustività, quattro macro-aree. In primo luogo vi è un’Europa meridionale, in cui la Francia assume una posizione di ‘cerniera’ nei confronti dell’Europa centrale. Quest’area spinge verso una maggiore integrazione – tanto in vista di una possibile soluzione all’odierna crisi quanto delle precedenti deficienze strutturali dell’UE, che erano già emerse e che avevano indotto ad un compromesso fra i blocchi e ad immaginare di avviare in questi mesi una conferenza sul futuro dell’Europa, per ripensare l’UE. In gran parte dei paesi del blocco meridionale è ormai prevalente una netta posizione, diffusa anche tra le culture politiche presenti nei diversi contesti nazionali e nello stesso gruppo politico europeo di cui faccio parte, volta a promuovere determinati temi, come l’unione sanitaria o, più in generale, a supportare la spinta verso una struttura ‘para-federale’ caratterizzata da maggior coesione. Vorrei ricordare che alla nota lettera dei 9 paesi, firmata anche dal governo Conte, che non è stata promossa solo da paesi mediterranei, ovviamente prevalenti, ha aderito anche la Grecia governata da un partito afferente al PPE. Come ho detto c’è un blocco tutto sommato ascrivibile ai paesi del Sud Europa in cui prevale la necessità di puntare ad una maggiore integrazione per trovare una soluzione alla crisi. Vi è poi un ‘centro Europa’, una mitteleuropa in cui prevale una posizione un po’ differente: più legata ad un europeismo tradizionalista di stampo funzionalista. Questa concezione è ispirata ad una prudenza che non è legata solo allo squilibrio tra un livello sovranazionale di funzionamento dell’UE e la pressione elettorale che sorge a livello nazionale – un discorso, questo, molto rilevante che può valere per tutti i paesi membri. Piuttosto il tema determinante è invece legato ad una diversità di strutture politiche ed è legato alla convinzione che l’Europa, per fare un passo in più verso l’integrazione – non considerato di per sé dannoso da questo blocco – dovrebbe preliminarmente affrontare una serie di riforme che oggi ancora non sono state realizzate, soprattutto per la mancanza di volontà e di rigorosità di alcuni paesi. Solo tali riforme sarebbero in grado di fornire maggiore fiducia ad un insieme di popoli diversificato. Si tratta in definitiva di uno scetticismo sulla capacità di fare oggi, senza tutta una serie di passaggi intermedi, quel salto di integrazione non necessariamente considerato negativo, anzi, in prospettiva auspicabile ma non immediatamente affrontabile. Per fare un esempio che ci aiuta a comprendere questa mentalità, possiamo guardare all’unione bancaria: come condizione preliminare per arrivare all’assicurazione unica sui depositi, questi paesi richiedono una riduzione del rischio sistemico per poter procedere alla messa in condivisione dello stesso rischio. Questo è lo stesso principio che sta alla base del dibattito sul futuro degli eurobond: molti di questi paesi non affermano di essere contrari agli eurobond in assoluto, ma lo ritengono un obiettivo ancora lontano e nel frattempo ritengono più perseguibile arrivare a compromessi limitati. Un approccio prudente legato, a mio parere, ad una vecchia cultura europeista che pervade le classi dirigenti di questi paesi. Esprimono una forte contrarietà nei confronti dell’ipotesi di livelli differenziati di integrazione. Rivendicano una unità assoluta dell’UE il che appare talvolta come una scusa rispetto alle ambizioni avanzate dal blocco mediterraneo – meno contrario a ragionare in questi termini.

Poi abbiamo un approccio, invece, ‘nordico-baltico’ – a cui associo in parte l’Olanda, per quanto si tratti di un paese del centro che rappresenta a sua volta una cerniera con i paesi scandinavi. Questo approccio è ispirato ad un maggior scetticismo e contrarietà nel medio termine ad una più profonda integrazione. Questa riluttanza deriva dalla paura che questi paesi hanno di mettere in discussione il proprio modello sociale. Vorrei sottolineare a questo proposito un elemento che spesso sfugge nei dibattiti politici: sono gli scandinavi, in misura ancora maggiore rispetto agli abitanti dell’Est Europa, ad esprimere contrarietà nei confronti di possibili azioni comunitarie sui temi sociali più avanzati. Questo approccio è scettico rispetto ad una prospettiva di maggiore integrazione come soluzione per un miglioramento della capacità di azione dell’UE, di reagire agli shock. Allo stesso tempo però è più aperto rispetto all’idea che alcuni Stati Membri possano fare passi avanti o decidere autonomamente di proseguire nel percorso d’integrazione. Occorre ricordare che si tratta di paesi che, a parte pochi casi come la Finlandia, sono esterni alla moneta unica. Di conseguenza hanno meno riluttanza a consentire che i paesi dell’Eurozona, con i dovuti limiti e rassicurazioni, possano proporre ulteriori approfondimenti dell’integrazione.

L’Europa dell’Est, per concludere il quadro, è una macro-area ancor più complessa: un’area in cui c’è un forte fermento politico, grandi trasformazioni delle forze politiche, soprattutto di quelle progressiste e alternative ai sovranisti-nazionalisti. Si tratta di realtà molto effervescenti, anche rispetto al contributo della società civile. Pensiamo all’Ungheria dove la recente vittoria del sindaco di Budapest, progressista e alternativo, ha dato ulteriore vitalità ad un approccio più positivo confronti dell’Europa. In quella zona ci sono spinte molto contrastanti: alcuni richiedono maggiore integrazione, altri propendono per una torsione nazionalista e danno voce a prudenze tipiche dell’Europa centrale, spingendo per una maggiore chiusura. Personalmente ritengo che sia un blocco in grande movimento, che è difficile da definire in maniera unitaria, ma che appartiene evidentemente alla seconda ed ultima ondata di allargamento, presentando alcune instabilità in relazione alle prospettive politiche ed essendo un’area meno definita di altre.

 

Anche in relazione a quanto abbiamo appena visto, il processo di integrazione europea sembra attraversare da anni un periodo di relativa difficoltà. Quali sono a tuo avviso le cause principali? Si tratta del prevalere del metodo intergovernativo? Di un problema istituzionale? Di un’assenza di un reale investimento nel progetto? D’altra parte, questa crisi percepita entra in tensione con una realtà nella quale, a partire dall’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, l’Unione Europea detiene di fatto molte competenze e poteri di grande rilievo. Cosa provoca questa situazione di tensione? Ritieni realistico un rilancio del progetto europeo? E se sì, in che termini? In questo quadro quali sembrano essere le linee di fondo della Presidenza von der Leyen? Pensi si possano già fare ipotesi su eventuali svolte che la crisi in corso introdurrà nelle priorità di questa Commissione che si è definita, all’inizio del suo mandato, ‘geopolitica’?

Brando Benifei: La questione dell’approccio intergovernativo è un tema ancora cruciale. Il Consiglio dell’Unione Europea, che riunisce i ministri competenti per materia di legislazione secondo vari ‘formati’, non funziona come una camera legislativa alla pari del Parlamento, seppur strutturalmente svolga un ruolo assimilabile ad un Senato intergovernativo. In questi cinque anni di lavoro ho compreso a livello pratico che il Consiglio, seppur affiancato al legislatore, ha una struttura ibrida tra un organo legislativo e uno di carattere ancora fortemente diplomatico. È una struttura che riunisce i Ministri, ma prima di tutto gli ambasciatori. I Ministri lavorano su ciò che è preparato dagli ambasciatori e l’approccio diplomatico è totalmente diverso da quello politico-legislativo di un’Assemblea, perché vi è la ricerca spasmodica del consenso, tendendo ad evitare la decisione per votazione a maggioranza, spesso considerandola un’eccezione anche quando le regole lo permettono. La ricerca dell’unanimità è perseguita in maniera sistematica in quasi tutte le tematiche, anche quando l’opzione di voto sarebbe percorribile. Non è sempre così ovviamente, ma è una prassi frequente, soprattutto sui temi più importanti e delicati. Pensiamo alla riforma del regolamento di Dublino, di cui si è tanto discusso: si è fatto in modo di non decidere a maggioranza pur potendolo fare, pur di non spaccare il fronte europeo. Aggiungo che vi è un altro atteggiamento fortemente ‘diplomatico’, che mira a controbilanciare interessi differenziati, cercando un approccio di scambio bilaterale, sfruttando i poteri di veto e le maggioranze qualificate. Questo ha un esito totalmente paralizzante. Vi è una mal riposta convinzione secondo cui il Consiglio deciderebbe tutto. Questo è fuorviante: il Consiglio non può decidere su molte cose senza mediare con la posizione del Parlamento, ma, rifiutandosi di concludere un compromesso con quest’ultimo perché troppo distante da una linea di consenso intergovernativo, spesso finisce per non decidere, per fermare tutto per anni. Alla fine la Commissione Europea si trova costretta a ritirare le proposte e a ripresentarle. Il tema dunque è l’ostruzionismo legato ad una modalità decisionale, dovuta ad equilibri politici del passato che permettevano al Parlamento di co-legiferare con un Consiglio portatore di una forma imperfetta e peculiare. Questi equilibri hanno funzionato fintantoché entro quell’istituzione agivano governi che condividevano, in una modalità bipartisan, la volontà di far avanzare un progetto di integrazione, seppur nel quadro di un meccanismo di per sé farraginoso. Ora i problemi e le sfide sono profondamente differenti: ciò che è accaduto dopo Maastricht negli ultimi trent’anni, ha cambiato la portata delle questioni e la capacità degli Stati di trovare un punto di incontro a favore dell’integrazione, consolidata in parte, seppur con processi accidentati, con il Trattato di Lisbona. Ad oggi tutto è fermo: a distanza di dieci anni non c’è nemmeno una bozza, realmente sul tavolo degli Stati membri e non solo vagheggiata in paper e dichiarazioni, su cui riflettere per una riforma. Come dicevo, questo è dovuto ad un cambiamento della cultura politica in senso al Consiglio per il cambiamento del punto di vista di alcuni governi, che però rendono in tal mondo il lavoro impossibile almeno su alcuni fronti, nel momento in cui la natura dei problemi ha assunto una dimensione globale. Penso alla forza delle multinazionali, del digitale, della finanza, alle migrazioni e al cambiamento climatico. La struttura, in breve, non si è adeguata a queste profonde trasformazioni.

Dunque, cosa fare di fronte a questo scenario inevitabile? Secondo me il tema dell’intergovernatività e del ruolo del Consiglio va compreso nella sua complessità, non può essere ridotto alla narrazione per cui si tratterebbe di un’istituzione preponderante rispetto al Parlamento. In prospettiva, io penso che ci sia non solo la possibilità ma anche la necessità di evitare illusioni di isolazionismi deleteri, perché da soli non si riuscirà ad affrontare le sfide di cui sopra. Se non saremo come europei in grado di passare attraverso un percorso di riforme – o, in termini più diretti, se non sapremo avere l’ambizione di pensarci come un’entità geopolitica come accennato dalla Commissione – credo che non saremo soltanto soli, ma subordinati ad altre potenze molto più attrezzate, penso alla Cina, alla Russia o agli Stati Uniti che, con un maggior squilibrio nella cornice dell’alleanza transatlantica, potrebbero svolgere così un ruolo ancor più incisivo nei nostri confronti. Questo è lo scenario. Ritengo dunque necessario che le opinioni pubbliche si convincano, così come il Parlamento europeo stesso, di poter esercitare una maggiore influenza sui governi sul fatto che serva una riorganizzazione del funzionamento dell’UE. Così com’è, come dimostrato anche dalla recente crisi del covid-19 e da altri temi, oggi non è adeguata a quelle che sono le sfide globali del XXI secolo. È un’entità paradossalmente adeguata ad un vecchio mondo. In questo senso, io non escludo e non considero implausibile uno scenario di possibile integrazione differenziata, in cui un nucleo di paesi decida ad un certo punto di avanzare una proposta di questo tipo. Il tema è complesso – vi sono molte idee su trattati aggiuntivi o paralleli che riguardino l’Eurozona o solo alcuni paesi – e tuttavia attualissimo: da una parte bisogna aprire una discussione generale dentro l’UE nel suo complesso, spinta anche tramite la società civile e gli organi legislativi, ma anche ragionare con maggiore intensità con quei paesi a favore.

 

L’intervista di Mario Draghi recentemente rilasciata al Financial Times rappresenta un intervento significativo nella dinamica della crisi. L’ondata di sgomento suscitata dalla presa di posizione di Christine Lagarde è stata seguita da quello che è stato percepito come un cambio di direzione dell’istituzione europea, che ha vissuto di recente il cambiamento di vertice. A prescindere dai ruoli che potrà eventualmente ricoprire in futuro, è possibile una valutazione retrospettiva della figura di Mario Draghi e del suo ruolo nel garantire la tenuta dell’Euro e dell’Unione Europea? La BCE di Draghi, con il suo whatever it takes, ha giocato un ruolo di supplenza nei confronti delle carenze politiche e istituzionali dell’UE? Qual è stato il compromesso che ha reso possibile l’incerto equilibrio degli ultimi anni? Rispetto a questo, che valutazione dai della scelta della Lagarde, dell’episodio della sua uscita e di quanto ne è seguito? Che ruolo pensi possa giocare la BCE in futuro? 

Brando Benifei: Ovviamente il ruolo di Mario Draghi è stato fondamentale per la tenuta dell’eurozona. In questi anni è riuscito a costruire un equilibrio fondato su un compromesso, pur avendo incassato in molti casi un voto contrario esplicito, per esempio della Bundesbank, nei confronti di alcune sue decisioni. Ha saputo costruire un compromesso maggioritario, sempre gestito con gli oppositori, paradossalmente sulla base di una debolezza dell’UE: ha puntato sulla politica monetaria per sopperire al ruolo degli stati in alcuni settori. Tuttavia, Draghi non hai mai nascosto, seppur utilizzando termini più prudenti e moderati per il ruolo ricoperto, un pensiero che è emerso con maggiore forza recentemente rispetto all’emergenza di oggi: la politica monetaria da sola non può bastare. Ha fatto più di quello che ci si poteva aspettare sforzandosi si usare in maniera elastica le regole della BCE nel momento in cui per esempio si è adottato il QE o si è ipotizzato l’utilizzo delle Outright Monetary Transactions, che non sono mai state effettivamente impiegate – il famoso ‘bazooka’ monetario –. Queste posizioni e decisioni sono state prese nel quadro di un compromesso avanzato: quelle misure sono state adottate in quanto si prendeva atto che a livello di politiche fiscali si era divisi, non si riusciva a trovare un punto d’accordo su quello che bisognava fare. Emerge dunque un punto, in parte accennato in precedenza, che ora diventa cruciale: siamo al momento della verità per via della crisi sanitaria. Qualcosa dovrà muoversi anche sulle politiche fiscali comuni. Infatti, quello di cui l’Eurogruppo discuterà martedì e in seguito, sarà la decisione sulle politiche fiscali al di fuori degli strumenti usati fino al limite in questa prima fase d’emergenza.

Sicuramento Draghi in questo senso ha svolto un ruolo di supplenza e questo è un po’ il cuore del compromesso: una supplenza per evitare ai governi nazionali il problema di dover arrivare ad un accordo, che oggi si rivela necessario. Siamo all’appuntamento con la storia, che ci viene presentato dalla crisi globale scatenata dal coronavirus. Lagarde ha fatto sicuramente un’uscita impropria e dannosa. Contestualizzando la frase nell’insieme delle sue dichiarazioni si può estrapolare una critica condivisibile, formulata in quella conferenza stampa, al fatto che alcuni stati membri – chiaramente non l’Italia che si era già mobilitata – stavano reagendo troppo lentamente con politiche di spesa, anticipando una questione poi posta successivamente da Draghi nella sua intervista al Financial Times. Senza dubbio l’uscita di Lagarde ha suscitato un effetto dannoso, non andava formulata in quel modo. Tuttavia è possibile leggerla come richiesta che la BCE non debba continuare a svolgere quel ruolo di supplenza nel momento in cui la situazione è veramente di un’eccezionalità assoluta. Ricordiamoci che già in quei giorni la Merkel ammetteva che fossimo di fronte alla peggior crisi dal 1945. Quindi il clima d’emergenza era questo e forse il messaggio di Lagarde è stato decontestualizzato, ma il banchiere centrale dovrebbe essere più cosciente di questi rischi e parlare tenendone conto. L’azione di Draghi ha lasciato comunque un segno profondo dentro la BCE. In pratica, dopo quello che è successo con Lagarde anche la struttura dell’Istituzione BCE si è mobilitata per mantenere un filo di continuità con l’impostazione del suo predecessore, più attenta all’impatto delle dichiarazioni di una figura così importante sulle dinamiche di mercato e finanziarie.

 

La crisi ha rimesso al centro del dibattito europeo un tema di discussione che ha ormai una storia molto lunga: gli eurobond. La Presidente von der Leyen ha dichiarato l’avvio di una più approfondita strategia per finanziare un possibile ‘debito comune europeo’. In che cosa consiste? Sarà sufficiente ad avvicinare i paesi del Nord (capeggiati dalla Germania) e il fronte guidato dall’Italia per l’emissione dei cosiddetti coronabond? Quali sono le misure discusse e quali ritieni davvero necessarie? Quali pensi possano essere i compromessi realmente possibili? 

Brando Benifei: Ormai ritengo ci sia un consenso crescente sulla possibilità di rendere disponibili risorse comunitarie anche consistenti a garanzia dei costi comuni della crisi. Perché dico questo? La proposta SURE – che è stata descritta come una sorta di ‘cassa integrazione europea’, pur rappresentando questa un’ipersemplificazione, in quanto si tratta di prestiti a lungo termine a condizioni straordinariamente favorevoli e senza un immediato impatto sui bilanci di ciascun paese –, rappresenta uno strumento eccezionale per sostenere il mantenimento dei posti di lavoro. Questo è un segnale politico molto importante: l’UE agisce subito sul fronte della difesa del lavoro, per sostenere con risorse aggiuntive il suo finanziamento – attenzione, non per sussidiare la disoccupazione ma per mantenere in vita i posti di lavoro. Questo ha alimentato l’idea che la proposta fosse assimilabile a strumenti simili alla cassa d’integrazione, ma è ben diverso: si tratta di provvedere al finanziamento di misure nazionali, che potrebbero essere benissimo diversificate a seconda dei contesti, dal supporto ai lavoratori dipendenti al mantenimento del reddito per i lavoratori autonomi, che chiaramente non rientrano in un rischio di licenziamento. Questo provvedimento della Commissione ci restituisce il senso della direzione in cui andiamo: si è fatto un primo passo avanti verso l’idea che si possano mettere a garanzia cifre considerevoli – parliamo di molti miliardi di euro per ciascun paese europeo – per supportare una raccolta di risorse per finanziare queste misure. Ovviamente, quando parliamo della proposta base della Commissione – immettere 25 miliardi a garanzia, che sembrano non così tanti – bisogna tenere conto che è in corso una discussione per una manovra più consistente. Quello che è significativo è che si decida di raccogliere risorse, seppur non con una garanzia indeterminata, laddove ognuno garantisce per quello che ha contribuito, in maniera abbastanza significativa oltre il bilancio comunitario. Si tratta della base su cui costruire quel compromesso necessario: l’idea che non si chiede oggi una garanzia in contrapposizione a quella di SURE che è limitata, infinita sui debiti come potrebbero gli eurobond prettamente intesi, ma si immagina un compromesso che possa essere pragmatico, che ci consenta di avere dei titoli come i cosiddetti coronabond. In questo senso le dichiarazioni di venerdì del Ministro Gualtieri sono esemplari. Chiediamo come S&D che ci sia un’emissione di titoli, o strumenti analoghi, la cui finalità sia mettere in comune il rischio recessione, con una dotazione finanziaria significativa: parliamo di cifre molto elevate. SURE è una misura chiaramente settoriale, noi intendiamo strumenti che siano proporzionati ad altri settori, sempre in funzione di emissione di titoli comuni, di finanziamento comune sui mercati. Questo è un punto chiave che mi preme sottolineare, perché nel dibattito pubblico si tende a fare confusione: ogni paese al momento deve attingere alla risorse che ha in cassa per sé, non si può immaginare oggi di raddoppiare, triplicare il Quadro Finanziario Pluriennale dell’UE. Questo è un tema che andrà affrontato all’acquietarsi della crisi, fra sei mesi o più. Oggi dobbiamo trovare uno strumento per l’immediato, che non può essere immaginato attingendo alle risorse in cassa ai singoli stati da versare nel bilancio europeo, ma attraverso strumenti nuovi di finanziamento. Credo che il compromesso in questa direzione possibile e auspicabile sia quello di pensare a dei bond ulteriori, non solo all’azione condivisibile e necessaria prevista da SURE, ma a degli strumenti più generalizzati: finalizzati alla sostenibilità del sistema sanitario, al contrasto dell’aumento della povertà e delle disuguaglianze, per sostenere l’inclusività sociale, per politiche industriali comuni e investimenti pubblici, poiché quelli privati saranno sicuramente depressi nei prossimi mesi. Quindi, in questo contesto credo che queste iniziative siano fattibili: ci sono dichiarazioni di Centeno, Presidente dell’eurogruppo, che vanno in questa direzione. Occorre proseguire nella direzione di coronabond finalizzati, con una garanzia comune limitata, ma molto significativa nelle dimensioni; ipotizziamo un importo di centinaia di miliardi di euro in condivisione del rischio. C’è poi il tema del MES: oggi questo strumento, nella sua declinazione tradizionale, non è utile ad affrontare la situazione. Il governo Conte sta tenendo una posizione netta, giusta a mio parere, per la quale il MES anche a condizionalità minime – come avanzato da alcuni partiti specialmente della destra europea – non rappresenta una soluzione: possiamo ottenere i 37 miliardi della linea ECCL sul mercato a costi poco superiori a quelli che può fornire il MES. L’Italia non è un paese che, al momento, non sia in grado di finanziarsi sui mercati. Magari così sarà fra sei mesi – mi auguro di no – o altri paesi potrebbero essere in quelle condizioni, ma allo stato attuale nessuno lo è. Il MES deve rimanere come valvola di ultima istanza di salvataggio per situazioni di disastro finanziario, ma una parte delle risorse, dato che sono già state accantonate, dovremmo utilizzarle per altre finalità, ad esempio come garanzie per finanziare i coronabond. Una priorità dei S&D, e sulla quale un compromesso è possibile, è quella di ridirezionare le finalità del MES per agire rispetto alle necessità attuali, senza dover per forza stravolgere questo meccanismo. Questo possibile trade-off si può impostare su questi pilastri in una maniera accettabile. Ovviamente il gruppo S&D nel medio-lungo delinea obiettivi più ambiziosi, come eurobond più generalizzati o un aumento consistente del bilancio comunitario. Per i prossimi mesi, tuttavia, per salvare l’Europa dal rischio di una recessione economica molto estesa, noi riteniamo che queste siano le linee decisionali più percorribili per affrontare la contingenza.

 

Nel contesto della crisi attuale sembra manifestarsi, in Italia ma non solo, una disaffezione crescente nei confronti del progetto europeo, che pare riguardare anche parti della popolazione che in passato non nutrivano un sentimento euro-scettico. Questo fa il paio, sulla scena pubblica, con alcune iniziative di notevole successo comunicativo promosse da stati come la Cina o la Russia. Siamo, in questo ultimo caso, di fronte a consapevoli strategie di propaganda che si inseriscono in disegni geopolitici? Più in generale, in che misura ritieni che questa disaffezione nei confronti dell’Unione Europea abbia delle ragioni reali e in quale misura pensi dipenda da un’insufficiente percezione delle azioni intraprese a livello europeo? 

Brando Benifei: Credo che ci sia un disegno geopolitico. Riprendo un osservazione fatta da alcuni commentatori: l’UE fa fatica a contrastare questa tipologia di comunicazione aggressiva e di propaganda, proprio perché non si pensa come un’entità geopolitica, e dunque fatica a promuovere questo peso sul piano comunicativo. Servirebbe una maggiore coordinazione per rispondere e contrastare questo tipo di iniziative. La Cina ci ha sicuramente aiutato, ma bisognerebbe ricordare che l’UE ha fornito quasi 100 tonnellate di aiuti a gennaio a Pechino per contrastare l’espandersi dell’epidemia, aiuti pervenuti anche dall’Italia. Quindi la Cina ha probabilmente ricambiato un aiuto in questi termini. Molto interessante è riflettere sul caso albanese per discernere il fattore della percezione e su cui io vorrei essere molto chiaro: l’Albania è un paese che va ringraziato per la generosità che ci ha dimostrato, nonostante le difficoltà che ha affrontato recentemente. Ritengo che il discorso del suo premier sia un discorso veramente molto serio e apprezzabile per i valori che ha espresso. Detto questo, mi ha spiacevolmente colpito la poca attenzione che i media e i commentatori politici hanno dedicato al fatto che l’Albania riceve ogni mese milioni di euro dall’UE. Giovedì scorso al Parlamento durante il mio intervento ho accennato allo sblocco delle risorse, destinate anche in parte all’Albania, un paese in fase di adesione all’UE. L’opinione pubblica sembra non percepire che l’Albania sia un paese che stia percependo numerosi e cospicui aiuti, tanto che il cortocircuito mediatico ha fatto sì che dai nostri nazionalisti sia venuto un elogio all’Albania contro l’UE che sarebbe inerte, mentre la Germania ha accolto alcuni nostri pazienti, ci ha donato dei materiali sanitari. In breve, ragionando con equilibrio, l’Albania va ringraziata ma va ricordato anche che l’UE ha fatto molto per questi paesi.

La percezione, dunque, della azione di potenze straniere è molto forte e ci sono giuste preoccupazioni per le sue conseguenze, ma devo ammettere che a me queste ultime non spaventano enormemente, come fossero qualcosa di inaffrontabile. Ritengo che siamo di fronte a minacce organizzate di propaganda, sia a livello governativo che da parte di attori privati, per demolire l’immagine dell’UE ed esaltare gli aiuti e la vicinanza di altri Paesi, pur apprezzabili certamente negli aiuti dati, ma inseriti in un contesto di rinnovata assertività geopolitica. Mi preoccupa il giusto perché ritengo che siano ondate già viste e che sia necessario non farsi prendere, e lo dico da persona che crede nell’utilità per l’interesse nazionale del nostro paese della continuità e prosecuzione del progetto europeo, da una sorta di panico dell’Italexit che ritengo uno scenario molto improbabile. È frutto di una percezione distorta e autoalimentata che si ricollega con quanto dicevo all’inizio, con la frustrazione legata ad alcune mancanze in termini di competenze da parte dell’UE, che vengono percepite dall’opinione pubblica in maniera molto forte, oltre a una giusta richiesta di maggiore solidarietà. Secondo me si può rimediare a questo, prendendo decisioni mirate a comunicare in maniera più strategica: l’UE deve dotarsi di strumenti più sofisticati di contro-informazione rispetto alle narrazioni straniere, alle campagne di fake news e alle ideologie propagandate da circoli politici all’interno e all’esterno dell’Unione, siano esse promosse da organizzazioni private o pubbliche. Non bisogna sottovalutarle né ugualmente sentirsi inermi, ma adottare delle contromisure adeguate.

 

La crisi del coronavirus sembra avere la potenzialità di aumentare una certa crescente attrazione di parte della popolazione verso modelli di stampo autoritario. Esiste il pericolo di un ulteriore scollamento delle nostre democrazie? Il caso dell’Ungheria con la sospensione da parte di Orbán del Parlamento sembra essere un primo cattivo presagio… 

Brando Benifei: Ricollegandomi a quanto detto in precedenza, se si perde la fiducia nella capacità delle Istituzioni di agire e intervenire, tanto per un’incomprensione quanto per l’impatto dei media e dell’informazione digitale nel veicolare determinate informazioni piuttosto che altre, questo insieme di dinamiche può portare ad una disaffezione rispetto all’idea che la democrazia sia la miglior forma di organizzazione politica nel far fronte a queste crisi, rispetto al magnetismo che può esercitare una figura autoritaria come Vladimir Putin. Non è per semplificare, ma tendenzialmente alla democrazia si contrappone nell’immaginario pubblico la figura del Presidente russo, che incarna nella sua figura l’autoritarismo: la contrapposizione tra la confusione del Parlamento e la capacità decisionale del leader autoritario. In questo senso è interessante notare come solo molto sporadicamente si utilizzi la figura di Xi Jinping come l’idealtipo del leader autoritario. Questo perché la campagna di soft power di Pechino ha avuto un impatto significativo, oltre alle ovvie differenze fra la situazione cinese e quella russa. Comunque, la questione dell’Ungheria non va sottovalutata: la storia ci insegna che molte dittature hanno preso piede con un voto parlamentare, dunque non è implausibile che questo stato di emergenza concesso ad Orbán dal Parlamento non possa essere prolungato indefinitamente in futuro. Vorrei far notare che in Italia quelle forze politiche che chiedono di tenere aperto il Parlamento, che rivendicano giustamente il ruolo dell’opposizione in un momento in cui il governo mette in campo determinate misure, difendono paradossalmente l’involuzione democratica in Ungheria. È un’ipocrisia inaccettabile, nel momento in cui, invece, dovremmo essere uniti nel contrastare questa deriva. Il parlamento europeo aveva avviato la procedura ex. Art 7 per mettere in mora l’Ungheria e bloccare i suoi diritti come membro comunitario, ma la procedura si è congelata a livello degli stati membri. Stiamo invece lavorando come gruppo parlamentare a attraverso altre strade: da una parte attivando clausole legate ad altre violazioni, che richiedono un coinvolgimento minore con maggioranze più semplici dentro il Consiglio, perché siano attivate; dall’altra con un’azione rispetto al bilancio comunitario, fissando vincoli rispetto allo stato di diritto. Ora il negoziato sul nuovo bilancio è bloccato per ovvie ragioni, ma su questo dovremo proseguire. È comunque una buona notizia che la maggioranza dei paesi, 14 su 27 compresa l’Italia, nei giorni scorsi abbiano incentivato il prosieguo dei lavori della procedura ex Art.7, che rimane comunque accidentata nel suo percorso. Devo dire che Orbán si è mosso con abilità: per molti anni l’attenzione è stata minima. Dieci anni fa protestai, come dirigente dei movimenti giovanili socialisti europei, di fronte al Parlamento ungherese durante un flash mob organizzato dai giovani socialisti ungheresi, perché già allora Orbán iniziava a imporre norme, sfruttando cavilli burocratici, mirate a limitare la libertà d’espressione, a chiudere giornali o ad obbligare le ONG alla registrazione, e così via. Un lavoro soft, che poi ha portato a dove siamo oggi. Si tratta di una situazione delicata, che non va sottovalutata, che richiede un’azione di contenimento, perché siamo di fronte ad un potenziale ‘virus’, che si può trasmettere facilmente e dunque andrebbe contrastato con la massima durezza e prontezza. Tuttavia, sembra che stia emergendo un fronte democratico e progressista, come testimoniato dall’esperienza del sindaco di Budapest recentemente eletto, esponente di una coalizione pro-Europa, a favore della cooperazione sovranazionale e critica all’approccio nazionalista di Orbán. Così come nel caso del governo turco, si tende a sottostimare la reale potenzialità della società civile – specialmente nei raggruppamenti politici più democratici e progressisti – nel poter rappresentare un argine all’espansione dell’autoritarismo, rappresentando spesso così nel dibattito pubblico, in maniera riduttiva, le tendenze del governo come se fossero rappresentative della maggioranza della popolazione. Bisogna riuscire a mantenere contatti costanti e a supportare l’attività di queste forze dell’opposizione.

 

Qualche settimana fa la Commissione aveva delineato la sua strategia per l’Intelligenza Artificiale. Credi che una parziale revisione del GDPR sia auspicabile per rendere accessibili i dati dei cittadini in una gestione comunitaria della crisi sanitaria? Come procedere per rendere maggiormente resiliente l’Europa nelle future crisi di questo tipo? 

Brando Benifei: Come Parlamento abbiamo iniziato a discutere di questo tema proprio perché la Commissione ha presentato una strategia per i dati, per l’IA che si compone anche di altri atti che devono ancora pervenire, e un progetto ancora accennato di revisione della normativa sui servizi digitali. Un insieme di questioni che concernono la cosiddetta ‘sovranità digitale’ dell’UE. Sull’impatto di questi temi rispetto all’emergenza sanitaria dobbiamo distinguere molto bene le questioni: da una parte abbiamo un primo tema su cui il Parlamento si trova, credo, in sintonia con i governi europei nel lavorare in maniera coordinata per affrontare la crisi: la capacità, cioè, di disporre di un set di dati anonimizzati utilizzabili per il lavoro di coordinamento delle iniziative di sicurezza sanitaria e di una tecnica per la raccolta e l’anonimizzazione di grandi quantità di dati, cosa su cui si sta impegnando il commissario Breton con una proposta relativa alla data strategy, che però si è rivelata tardiva rispetto alla crisi. In quel caso parliamo di dati teoricamente non sensibili, poiché gestiti in questo modo. E tuttavia è un tema non così distante e marginale rispetto alla gestione, al contrario, di dati più sensibili: non sottovalutiamo il primo aspetto, perché non si tratta solamente di statistiche. Dal momento in cui bisogna immaginare dei sistemi che controllino se una persona ha avuto a che fare con persone contagiate o a rischio, si può con questa tipologia di dati riuscire a controllare e a informare senza dover rivelare o violare la privacy o il segreto medico. A tutela di questi dati, in realtà questo meccanismo che citavo, ossia il data set di qualità e l’anonimizzazione organizzata dei dati, è una strumentazione che ci può permettere di implementare modelli molto discussi come quello coreano o israeliano, senza dover per forza stravolgere i nostri vincoli di privacy. Si può immaginare di considerare questo approccio come quello basilare, rispetto a cui applicare se necessario delle eccezioni, in termini di modifica delle normative sulla privacy, laddove non si possa operare attraverso l’anonimizzazione controllata e gestita. Non c’è bisogno di limitarsi alla pigrizia mentale dell’emulazione dei modelli che ho citato o perfino del modello cinese: si può benissimo mantenere un approccio ispirato alla tutela, come l’impianto europeo, di cui fa parte il GDPR, consente di mantenere. Questo può essere un approccio valido, che può essere adeguato per ragioni di pubblica sicurezza. Per questo però già esistono delle casistiche previste, e si può fare una riflessione in questo senso. Studiando la questione ed essendo membro della commissione Mercato interno e anche – seppur ora non ancora attiva – membro designato per la commissione speciale sull’IA, sono convinto che si debba partire da un approccio alla gestione dei dati anonimizzata. Quello che non si può fare con questa gestione si deve fare attraverso modifiche che rispettino i limiti imposti dal Parlamento: certamente la strategia dei dati fornisce indicazioni in questo senso. Sulla sovranità digitale e sulla cybersicurezza, l’approccio europeo etico all’IA è un asset su cui l’Europa, a maggior ragione in considerazione di quello che sta succedendo, deve accelerare. In questo posso dire, avendo avuto dei colloqui con funzionari comunitari di alto livello negli ultimi giorni, che la Commissione, su questi temi legati alla sovranità digitale, è stata chiara in merito all’idea di accelerare le normative nonostante l’emergenza coronavirus, rispetto ad altre policy che per via dell’emergenza si dovranno posporre. Questo perché questo tema è percepito con grande urgenza, dal momento in cui si immaginano sistemi di controllo, gestione di dati, per la gestione della crisi e la sua eventuale prosecuzione, ma anche contro possibili future emergenze analoghe che richiedano queste capacità. Io aggiungo che la digitalizzazione e la sua gestione normativa è cruciale, poiché è in corso una competizione egemonica, statale e non, per l’appropriazione dei dati e lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, sviluppando un approccio strategico. Sono d’accordo anche io personalmente con questo approccio: rispetto alla situazione, è necessario non posticipare le necessarie azioni per un’Europa digitale più resiliente.

 

Appare chiaro che la crisi esaspererà una politica di potenza già di per sé avviata con la competizione tecnologica tra USA e Cina. Sarà dunque inevitabile, nei prossimi mesi, proiettarci nel mondo post-covid-19: quali dovrebbero essere le priorità dell’UE dal punto di vista industriale e sociale? Come ritieni che dovrà mutare la politica industriale, al di là della gestione dell’emergenza nel breve termine? 

Brando Benifei: C’è da dire che già prima dell’emergenza, rispetto a tutti questi temi, c’era una forte discrepanza tra l’azione intrapresa da USA e Cina e quella europea. Ora questa differenza diventa ancora più pesante ed evidente, data la difficoltà globale che stiamo vivendo e le imprevedibili evoluzioni della crisi del coronavirus, dal punto di vista geopolitico, di stabilità internazionale, riguardo ai focolai di tensione. Per esempio la polveriera mediorientale potrebbe nuovamente aggravarsi, in Iran, in Palestina, relativamente al conflitto in Yemen e così via. L’instabilità rischia di crescere in un vicinato che ha avuto e potrà avere dirette ripercussioni sull’Europa. In questo contesto io mi auguro che l’UE ritrovi quell’ambizione e consapevolezza che non ha avuto in precedenza, e che non è sufficiente sviluppare nel piano di bilancio pluriennale così come immaginato oggi, per dotarsi di una maggiore capacità e proiezione comunitaria nell’ambito della sovranità tecnologica. Questo riguarda chiaramente la capacità di pianificare una politica industriale europea solida, superando diffidenze e lentezze che oggi ci pongono in una posizione di subalternità rispetto alle potenze mondiali e in prospettiva a quelle emergenti, da un punto di vista industriale e demografico. È chiaro che tutto questo si collega alla sostenibilità sociale del nostro sistema di welfare, che per me è una caratteristica distintiva dell’identità europea. Io penso che l’UE si caratterizzi per questo modello in maniera forte nel mondo, per la capacità di far convivere libertà politiche e civili ed un modello sociale molto protettivo, seppur oggi indebolito. Queste due facce della stessa medaglia, peculiari, richiedono, per poter essere garantite, anche la capacità di rafforzare un apparato produttivo, di essere all’avanguardia nel fronte tecnologico e digitale, soprattutto per non farsi imporre dall’esterno e da attori nazionali e sovranazionali gli standard: come ho accennato sulla protezione dei dati stiamo riuscendo, almeno in parte, a difendere le nostre normative e ad imporle sui mercati internazionali, tanto che le grandi multinazionali del digitale si stanno in larga parte uniformando a livello globale alle norme europee per non essere tagliate fuori, e non viceversa. Questo è un dato importante, per il successo dell’ambizione del nostro continente sulla protezione dei dati portata avanti, e su cui non tutti avevano scommesso in termini di efficacia e portata geopolitica. Per sostenere questi modelli – sociale e di libertà civile – serve una politica industriale all’altezza della competizione globale: nella mia opinione l’UE possiede, da questo punto di vista, un impianto fermo nelle sue caratteristiche fondamentali a quello del 1992 di Maastricht, legato ad un mondo che ormai è soltanto un lontano ricordo, all’America di Clinton, alla Russia post-sovietica, ad una Cina emergente ma non ancora potenza globale. Per questi aspetti non si sfugge alla necessità di dare un impianto istituzionale più adeguato alle sfide del XXI secolo. Ritengo questo tema delle riforme dell’UE strettamente collegato agli obiettivi accennati prima. Mi permetto di aggiungere un punto fondamentale relativo alla politica industriale, oggetto del dibattito più acceso prima dell’inizio dell’emergenza, che ha spostato, per ora, le priorità: la tensione tra l’impianto antitrust e di concorrenza dell’UE come concepito fino ad oggi, e la necessità di incentivare l’emergere di grandi conglomerati industriali, i cosiddetti ‘campioni o giganti europei’, per il web e non solo. Abbiamo assistito ad un atteggiamento dell’UE pro-consumatore, pro-concorrenza molto spinto sino ad oggi, che a mio parere non va banalizzato, perché ha prodotto alcuni risultati importanti, come l’abbattimento di costi per determinati servizi – ad esempio nelle telecomunicazioni – rispetto ai modelli americani o nell’area OCSE; oggi però il commissario Breton, ha lanciato una sfida a questo approccio, sapendo che anche in seno al Parlamento sta avvenendo un dibattito in questo senso, che si sta sviluppando, per rivedere un approccio che finora è stato integralmente orientato verso l’impostazione di Vestager, mirante allo spezzettamento, alla tutela di un punto di vista estremamente concorrenziale, contro la formazione di grandi trust nei vari settori. Ovviamente questa non è una trasformazione che avviene dal giorno alla notte. Personalmente sono per un approccio equilibrato: credo sia importante sostenere con la politica industriale un’azione che sia in parallelo alla questione meramente dimensionale, che vada dunque a sostenere la cooperazione di distretto, il coordinamento delle filiere produttive. Questo è un tema molto sentito e ben rappresentato dalla crisi attuale: sto scrivendo una lettera che depositerò nei prossimi giorni con altri colleghi, una proposta indirizzata a Breton, già audito preliminarmente sul tema in Commissione mercato interno alcuni giorni fa, per chiedere di vigilare sulle filiere produttive, perché abbiamo il timore che se un’azienda italiana viene oggi obbligata a chiudere in ossequio ai decreti del governo come è giusto che sia, mentre per vari motivi una sua omologa europea, facente parte della sua rete di clienti, non fa lo stesso, dovendo così proseguire l’attività produttiva, vi è il rischio che quest’ultima ricerchi altri fornitori in maniera permanente, ridefinendo così i suoi rapporti. Questo è un problema reale posto dalle imprese italiane, che stiamo monitorando. C’è la possibilità di sviluppare azioni di supporto importanti e non sfugge che un riequilibrio nell’approccio, come alcuni stati e anche il parlamento europeo richiedono, sarà necessario se vogliamo affrontare la sfida dimensionale con le realtà geopolitiche più strutturate, come Cina e USA.

 

Alcuni analisti prevedono la fine della globalizzazione così come l’abbiamo conosciuta, dalla rottura delle catene del valore, alla crisi della governance regionale e globale, passando per una drammatica recessione. Insomma, il de profundis dell’ordine liberale. Come potremo immaginarci l’Unione Europea alla fine di questa crisi? Speri ci potrà esse ancora margine di manovra per promuovere il modello green-tech? 

Brando Benifei: Sicuramente è difficile fare previsioni sull’evoluzione e l’impatto della crisi sull’ordine liberale internazionale. Provare, invece, ad immaginare il futuro dell’UE all’indomani della crisi secondo me richiederà anche lo sforzo di pensare alle ambizioni dell’Unione. Occorre mettere in campo una reazione immediata con l’adozione di misure di contingenza da parte delle istituzioni comunitarie, ma vi è poi la sfida a mettere in campo strumenti nuovi per ricercare un compromesso costruttivo e ambizioso da parte dei governi. Nel medio termine ci sono le sfide globali di cui abbiamo discusso. Voglio essere ottimista perché credo che nelle crisi che l’UE abbia trovato non sempre le soluzioni, ma sicuramente il momento in cui farsi le domande giuste. Oggi spero che, anche rispetto alla crisi di dieci anni fa, del 2007-08, l’UE sappia darsi delle risposte non minimali, sapendo reagire in maniera adeguata. Se non lo farà nei termini discussi andrà incontro al rischio di essere sempre più debole, in un contesto in cui anche la membership nella comunità europea rischia di diventare sempre più à la carte, qualcosa che ognuno ritaglia nel modo che preferisce e come gli conviene. L’Unione potrebbe diventare un’organizzazione internazionale sempre meno incisiva rispetto a quella che oggi già ambisce ad essere: una forma di nucleo statuale particolare, un unicum a livello mondiale. Penso che questi passi verso una maggiore federalizzazione delle competenze comuni in alcuni campi rappresentino una strada necessaria, realistica. Non lo è invece quella di un’Unione in cui i paesi possano permettersi di destrutturare quanto costruito in questi decenni in un contesto di fragilità strutturale. Io credo molto in un approccio per il quale, dalla crisi e dalle proposte finanziarie ed economiche che si stanno discutendo, si possa procedere ad un approfondimento più diffuso e consapevole nell’opinione pubblica europea per spingere forze politiche e governi a compiere i passi possibili, ma necessari, di rafforzamento dell’azione comune in quei campi in cui oggi si rivela troppo fragile. Dal cambiamento climatico, alla lotta all’evasione fiscale transnazionale, che riguarda anche la costruzione all’interno dell’Unione di uno spazio fiscale comune, coordinato nell’Eurozona. Serve riprendere il cammino dell’integrazione con un ritmo accelerato rispetto agli ultimi dieci anni, che personalmente vedo come un decennio in parte sprecato. Siamo rimasti troppo fermi mentre il mondo cambiava, a partire dalle risposte tardive e limitate alla crisi finanziaria del 2008.

Rispetto alla sovranità tecnologica e digitale immagino un’Europa con più strumenti dal lato Commissione e dal lato regolamentare; dal lato industriale, dimensionale ed economico e di forza degli attori dipenderà da una maggiore ambizione europea, che la commissione non può trovare da sola. C’è però bisogno che i governi europei facciano questo salto di qualità nella pianificazione. Sul fronte ambientale la questione è più incerta al momento. Nelle scorse settimane prima della crisi ho avuto modo di parlare con diversi interlocutori internazionali di altri paesi fuori dall’Europa, parlamentari e rappresentanti delle classi dirigenti. Questo tema del green deal europeo ha animato moltissime discussioni e ha influenzato la percezione di tutto il mondo, a mia impressione non solo sul piano dell’opinione pubblica ma anche nelle élite economiche. È un tema con cui inevitabilmente bisogna confrontarsi. L’idea avanzata dall’UE è quella di promuovere la crescita attraverso la sostenibilità e un investimento in un modello di sviluppo nuovo, chiedendo fiducia al privato, oltre all’attivazione di un impegno finanziario pubblico consistente. La percezione diffusa favorevole rimane un punto a favore del progetto del Green Deal, nonostante tutto sia oggi fermo per via della situazione che stiamo vivendo. Per quanto riguarda il futuro, oggi è difficile dire quanto il progetto risentirà della crisi. Tuttavia le forze della destra, ECR e ID, hanno già messo in campo una serie di proposte e inviato lettere e dichiarazioni per diffondere l’idea dell’inutilità del progetto di fronte all’emergenza sanitaria, presentandolo come qualcosa che avrebbe soltanto leso alla competitività delle aziende europee. Invece nel gruppo dei S&D, tra liberali più centristi legati al partito di Macron, i verdi europei c’è la spinta a rimodulare il green deal non abbandonando l’ambizione di costruire un modello europeo che sia spendibile anche nel mondo, incamminandosi sulla via di un modello produttivo sostenibile. Su questi temi c’è un dibattito articolato. Dal punto di vista S&D c’è una particolare attenzione sul potenziale impatto di questo modello sul futuro del lavoro e sull’impatto sociale, anche in misura maggiore rispetto ad altri gruppi politici generalmente disposti a cooperare con noi per la continuità del progetto. Andrà ricercata una rimodulazione per renderlo compatibile con il nuovo contesto: per esempio con le normative proposte di tutela dei prodotti europei attraverso norme più stringenti, la cosiddetta carbon border tax, che andrebbe ad assorbire il costo della concorrenza portata avanti da aziende che realizzano prodotti con maggiore impatto di inquinamento, provenienti dal resto del mondo. Questi prodotti dovrebbero sostenere un costo molto maggiore per accedere al nostro mercato, attraverso una ‘tassa’ legata all’insostenibilità della loro produzione in termini di emissioni e standard ecologici. Credo che questo tema vada rafforzato nel nuovo contesto di discussione del green deal adeguato alla nuova situazione, con maggiore rigore e ponendo dei limiti, anche sfidando le rigidità del WTO – che ci pone dei problemi – per proteggere la produzione europea ad alta sostenibilità attraverso la forma di uno strumento di protezione commerciale sotto forma di dazio, seppure molto particolare, o di altre forme di tassazione, per esempio con una rimodulazione dell’IVA. Questo impegno andrebbe incentivato come promozione di un modello di sviluppo sostenibile europeo, essendo consapevoli che questo approccio potrebbe generare conflitti commerciali. È però necessario per difendere questa ambizione, perché altrimenti il livello di sostenibilità politica del green deal non sarebbe sufficiente di fronte ad un’opinione pubblica, per quanto sempre più incline a sostenerlo, frustrata dal rischio di una sua insostenibilità economica rispetto ai costi per i contribuenti, le imprese e i lavoratori.

 

Per tornare ad una dimensione più contingente, qual è la partita che si giocherà nei prossimi giorni? Quale pensi sia la posta in gioco? In questo l’Italia sta seguendo una strategia comunque? Quali obiettivi intendete perseguire? 

Brando Benifei: Sul piano del coordinamento con il governo italiano, sicuramente c’è stato un grande lavoro di squadra tra le forze che sono nella maggioranza a sostegno del governo Conte e i rappresentanti al Parlamento europeo. Sul MES, ad esempio, in linea con le 25 proposte che abbiamo messo in campo come gruppo S&D, tra le forze di maggioranza italiane rappresentate in Europarlamento si è giunti a una posizione molto netta, a favore della riforma del meccanismo come strumento da utilizzare come garanzia per i coronabond o come strumento di finanziamento di nuovi obiettivi, non come mero sostegno finanziario condizionato ad un paese che non si riesce a finanziare sui mercati. Cosa che ovviamente richiede del tempo, poiché nell’immediato il MES non si può usare in questi termini. Sull’uso del MES così com’è con condizionalità minime, che ha tenuto banco per diverse settimane, c’è una posizione netta di contrarietà dell’intero governo Conte. C’è il dibattito, che abbiamo già ricordato, sulla possibilità di ottenere una forma di mutualizzazione limitata relativa al rischio recessione, non per quanto riguarda i debiti pregressi ma per il futuro. Questo significa ricorrere ai coronabond nella forma che abbiamo immaginato, non a garanzia illimitata, obiettivo non perseguibile nel brevissimo termine. Quanto agli eurobond a pieno titolo, resta un obiettivo da perseguire nei tempi possibili. I coronabond sono però un passo da gigante rispetto ai dibattiti precedenti, come sottolineato dal Ministro Gualtieri. Non consideriamo sufficienti soltanto un potenziamento, seppur necessario per il recupero economico, della BEI (Banca europea degli investimenti), provvedimento pur importante che si sta considerando dentro un pacchetto di azioni. Serve anche una misura, come detto, come i coronabond, importante anche come messaggio politico, che possa comunicare che l’Europa risponde a questa crisi diversamente da dieci anni fa, facendo un passo di unità, di condivisione del rischio e del futuro, in una direzione oggi non presente dentro l’attuale impianto del funzionamento istituzionale, del bilancio esistente. Un messaggio politico, questo, che può unire un fronte di forze politiche più ampio possibile. In questo il governo è stato abile a costruire alleanze a livello europeo, puntando su un fronte meridionale, più maturo per questo tipo di percorso, ma cercando anche un compromesso sia con un paese cerniera come la Francia, sia con l’Europa centrale. È avvenuto un lavoro di coordinamento molto costruttivo, anche con il Commissario Gentiloni, che ha svolto una funzione importante. Si è rivelata una scelta intelligente quella di nominare un ex primo ministro come commissario all’Economia, dal momento che ha permesso di avere a disposizione una figura con una forte capacità relazionale e di confronto con gli ex omologhi europei in una fase propulsiva del ruolo della Commissione, in particolare in vista del raggiungimento di questi importanti compromessi politici, come SURE e come gli altri strumenti di garanzia comuni di cui abbiamo parlato. Credo sia necessario andare avanti con la necessaria ambizione, per superare al più presto la pandemia salvando più vite possibili e per preparare la ripresa, sapendo che l’Europa in queste settimane si sta giocando il proprio futuro.

Scritto da
Alberto Prina Cerai

Nato a Biella, laureato in Scienze Strategiche presso l’Università degli studi di Torino e in Storia Contemporanea all’Università di Bologna. Ha svolto un periodo di ricerca al Liddell Hart Centre for Military Archives (LHCMA) presso il King’s College. Attualmente iscritto al Master in Strategic Business presso la LUISS School of Government. Interessato di politica estera, sicurezza americana e tecnologia.

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