“Fondato sulla sabbia. Un viaggio nel futuro di Israele” di Anna Momigliano
- 28 Gennaio 2026

“Fondato sulla sabbia. Un viaggio nel futuro di Israele” di Anna Momigliano

Recensione a: Anna Momigliano, Fondato sulla Sabbia. Un viaggio nel futuro di Israele, Garzanti, Milano 2025, pp. 176, 18 euro (scheda libro)

Scritto da Viola Andreolli

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Ci sono libri che raccontano un Paese e altri che raccontano un’idea: Fondato sulla sabbia, di Anna Momigliano fa entrambe le cose. È, prima di tutto, un libro su Israele e sulle sue trasformazioni sociali e politiche, ma al tempo stesso restituisce, in controluce, anche l’immagine che l’Occidente ha proiettato su di esso: un’immagine insieme idealizzata e distorta, specchio delle proprie contraddizioni e del bisogno di riconoscersi in un altrove simbolico.

Il libro, scritto all’indomani del 7 ottobre 2023, non si concentra sulla guerra a Gaza, ma sulle cause interne e profonde che l’hanno generata. La lenta involuzione di uno Stato nato con l’ambizione della modernità politica, maturato nei processi di pace e che oggi sprofonda in un terreno sempre più attraversato dal fanatismo, dalla paura e da un’ossessione identitaria che ne corrode le fondamenta. Con il 7 ottobre «è tornata a galla l’antica paura esistenziale che aveva accompagnato Israele nei suoi primi decenni di vita […]. Il Paese fondato sulla sabbia ha sentito la terra sgretolarsi sotto i piedi».

Oggi se ne parla tanto, ma lo si conosce poco: Israele è un Paese stratificato e ramificato, che sfida le categorie interpretative correnti. Riportando le parole dell’intellettuale Amos Oz, l’autrice illustra come lo Stato ebraico sia un luogo dove «tutti vengono da un’altra parte» (eccetto i palestinesi con cittadinanza israeliana). Nato dalle aliyah, le fughe degli ebrei dall’Europa e dal Medio Oriente, è un Paese che convive da sempre con l’idea che gli altri vogliano spazzarlo via e che allo stesso tempo occupa da quasi sessant’anni territori nei quali impone a milioni di palestinesi un sistema antidemocratico. Su questo crinale si colloca la lucidità dell’autrice, quando osserva che «non puoi difendere la democrazia a casa tua mentre imponi un sistema antidemocratico agli altri, perché alla fine quel sistema diventa parte di te».

Un’intuizione che affonda le sue radici nella ferita originaria dello Stato ebraico, la Nakba, la “catastrofe” palestinese: l’espulsione, o la fuga forzata, di circa 700.000 arabi durante e dopo la guerra d’indipendenza del 1948. Come ricorda lo storico israeliano Ilan Pappé, non si trattò di un semplice “effetto collaterale” della fondazione di Israele, ma il suo atto costitutivo. E il Paese non potrà mai dirsi pienamente legittimo, né politicamente né moralmente, finché non affronterà quella ferita fondativa.

Nonostante l’autrice indaghi fedelmente alcuni passaggi della storia della nascita dello Stato ebraico ai fini di comprendere meglio la composizione dei suoi cittadini, il contributo più importante del libro si trova proprio nella descrizione, quasi morfologica, del popolo israeliano, a partire dalla sua lingua: l’ebraico. Una lingua che si credeva estinta da duemila anni, da quando i Romani distrussero il Tempio di Gerusalemme e dispersero il popolo ebraico, e che, con una rapidità senza eguali nella storia, è stata riportata in vita: simbolo della forza veemente di autodeterminazione collettiva del suo popolo.

Già nell’Ottocento l’ebraico era tornato a vivere nelle poesie d’amore, nei trattati filosofici e nelle riviste letterarie. La sua resurrezione, tuttavia, si innesta su un processo secolare di risveglio che ebbe inizio nella Spagna moresca, durante l’età dell’oro della cultura ebraica in Andalusia. Fu allora che i dotti ebrei, ispirandosi ai grammatici islamici, iniziarono a studiare la lingua con rigore filologico. La svolta avvenne alla fine del X secolo, quando Yahya ibn Dawud intuì che, come l’arabo, anche l’ebraico si fonda su radici trilittere, da cui si formano i binyanim, le costruzioni che ne determinano tempo, modo e significato.

Secoli più tardi, alla fine dell’Ottocento, Eliezer Ben Yehuda ne fece il cuore del progetto sionista, proponendo l’ebraico biblico come lingua ufficiale degli ebrei in Palestina. Con soli settemila vocaboli a disposizione dovette inventarne di nuovi e optò per la pronuncia sefardita (ebrei provenienti dal Mediterraneo) contro quella ashkenazita (ebrei provenienti dall’Europa orientale).

Dietro questa rinascita linguistica si cela un paradosso rivelatore: l’ebraico, risorto anche grazie alla tradizione arabo-islamica, custodisce il segno di un intreccio profondo tra la storia del popolo israeliano e quella del popolo palestinese. Come ricorda Momigliano, «la storia di Israele è in realtà composta da due storie: da un lato quella degli ebrei israeliani, che non hanno un’altra terra, dall’altro quella dei palestinesi cacciati da quella terra». I palestinesi, in particolare coloro che vivono entro i confini dello Stato ebraico, sono da sempre vittime di quella «miopia tipica della società israeliana» che oggi li lascia sempre più a loro stessi.

Dati alla mano, «l’incidenza della povertà è più del doppio tra i palestinesi israeliani rispetto agli ebrei: il 45% delle famiglie arabe vive sotto la soglia di povertà, contro il 13% delle famiglie ebraiche. […] Di tutti gli omicidi registrati sul territorio israeliano tra il 2020 e il 2021, otto su dieci sono avvenuti all’interno della comunità araba». Numeri che rivelano la profondità di una frattura sociale ormai strutturale.

Ma le linee di divisione attraversano anche la stessa società ebraica, segmentata secondo gradi di religiosità e appartenenza identitaria. Quattro le grandi categorie che ne disegnano la mappa: gli hilonim, i laici – tra cui si annoverano atei, agnostici e persone non religiose; i masortim, i tradizionalisti; i datim leumim, i nazional-religiosi, cuore ideologico del movimento dei coloni; e infine gli haredim, gli ultraortodossi, diffidenti nei confronti dello Stato ebraico stesso.

In questa frammentazione, risuona la voce ironica di un personaggio del programma satirico Eretz Nehederet: «Ci sono troppi tipi di persone diverse qui. Polacchi, yemeniti, bulgari, siriani, russi […] Qui siamo tutti diversi, non abbiamo nulla in comune, a parte il fatto che ci volessero ammazzare tutti e quindi siamo scappati qui. Vi sembra un modo serio di costruire un Paese? Qui ognuno fa a modo suo, ci odiamo a vicenda». Una diagnosi amara di un’identità collettiva nata da una pluralità di esodi e mai pienamente riconciliata con se stessa. Le tensioni attraversano ogni livello del corpo sociale: gli ashkenaziti diffidano dei mizrahìm (ebrei originari del Medio Oriente), la destra disprezza la sinistra, i poveri si scontrano con i ricchi, gli ultraortodossi contestano i laici. E viceversa.

Per comprenderne appieno le ramificazioni, occorre tornare alla nascita dello Stato ebraico e alle fragilità originarie su cui esso è stato edificato. Theodor Herzl, considerato il fondatore del movimento sionista, immaginava infatti un Judenstaat, uno “Stato per gli ebrei” e non uno “Stato ebraico”. In questa distinzione semantica si cela la prima, profonda contraddizione: come costruire uno Stato laico per gli ebrei, se è la stessa legge rabbinica a determinare chi è ebreo?

Gli ultraortodossi dei primi insediamenti in Palestina, nella seconda metà dell’Ottocento, guardarono con sospetto all’idea stessa di uno Stato ebraico. Secondo la loro interpretazione, la diaspora rappresentava un esilio voluto da Dio, una condizione necessaria per espiare i peccati del popolo eletto: anticipare la redenzione attraverso la politica significava, per loro, sfidare l’ordine divino. Non a caso, ancora oggi, una parte consistente del mondo haredi continua a considerare Israele un’entità temporale, priva di legittimità messianica.

I fondatori del sionismo, al contrario, erano laici e socialisti. Come ricorda Momigliano citando lo storico Shlomo Sand, il sionismo nacque come ribellione contro l’ebraismo storico: i suoi leader «smisero di credere nella redenzione attraverso la venuta del Messia» e «presero il destino nelle proprie mani». In quella rottura, osserva Sand, «il potere dello spirito umano rimpiazzò Dio onnipotente», segnando una delle più radicali secolarizzazioni del Novecento.

Fu nel processo di creazione dello Stato, guidato da David Ben Gurion e avviato nel 1947 con il cosiddetto status quo agreement, che si avviò il compromesso fondativo con le componenti ultraortodosse. Il futuro primo ministro, seppur socialista e laico, decise di garantire un equilibrio politico e simbolico, accogliendo nel nuovo ordinamento alcune concessioni alla tradizione, tra cui l’introduzione dello Shabbat come giorno di riposo ufficiale, l’adozione delle regole alimentari kasher e, specialmente, il riconoscimento dell’autorità rabbinica in materia di diritto personale.

Due ministeri avrebbero incarnano il legame strutturale tra Stato e religione: quello per i Rapporti con la Diaspora e quello per gli Affari Religiosi, quest’ultimo in costante collaborazione con il Gran Rabbinato d’Israele, riconosciuto come suprema autorità su ogni questione legata all’ebraismo. Una scelta che sancì di fatto una gerarchia: nonostante Israele garantisca autonomia giuridica a tutte le sue comunità religiose, il trattamento riservato agli ebrei (che corrispondono circa all’80% dei cittadini) resta privilegiato.

Ed è qui che emerge una delle contraddizioni più profonde dello Stato israeliano. Nella Dichiarazione d’indipendenza del 1948 si legge che Israele ha l’aspirazione di essere «uno Stato ebraico e democratico», un binomio che contiene una tensione irrisolta tra principio identitario e principio egualitario. Se la componente “ebraica” implica la necessità di preservare una maggioranza demografica e culturale, quella “democratica” presuppone invece l’uguaglianza politica di tutti i cittadini, a prescindere dall’appartenenza etnica o religiosa. Ne deriva un paradosso di fondo: se gli ebrei dovessero divenire minoranza, Israele potrebbe restare ebraico ma non più democratico, oppure democratico ma non più ebraico. E, come lucidamente sottolinea l’autrice, «come può definirsi veramente democratico un Paese che, per preservare la sua natura, deve assicurarsi che un gruppo etnico, o etno-religioso, mantenga la maggioranza?».

Rispetto a ciò affiora quella che oggi potremmo definire un’ansia demografica diffusa dalla crescita della popolazione palestinese con cittadinanza israeliana. Questo apre un altro dei temi toccati nel libro: la composizione demografica di Israele. Il Paese viola, infatti, una delle grandi leggi della materia, ovvero che esiste una correlazione negativa tra natalità e livello di benessere. Israele è un caso singolare di Paese ricco dove si fanno molti figli, e anzi se ne fanno sempre di più. Questo fenomeno è spiegabile con la tradizione ebraica ma non va sottovalutato che «l’impatto della Shoah e sei milioni di vittime abbiano creato il desiderio di ridare vita al popolo ebraico». Un altro dato interessante, inoltre, è l’età media della popolazione: «se hai ventinove anni circa la metà degli Israeliani è più giovane di te». Tuttavia, questo implica anche che metà della popolazione non abbia memoria di un Paese diverso da quello presente. «E in una nazione in conflitto da più di vent’anni essere giovane significa non avere mai conosciuto una realtà che non sia la guerra».

Come osserva l’ex giornalista Amir Mizroch, Israele ha sempre oscillato tra due poli archetipici: l’essere Sparta e l’essere Atene. «Tra l’essere nato, e per certi versi continuare a vivere, con le armi spianate, l’arruolamento e la militarizzazione, e il desiderio di essere un faro per la cultura e le arti, un’economia avanzata e un luogo dove sia piacevole vivere».

Nella sua fase originaria, Israele è nato e si è consolidato attraverso una successione di guerre, da quella di indipendenza del 1948, alla guerra del Kippur nel 1973. Dopo gli accordi di pace con l’Egitto nel 1979, il Paese ha conosciuto una stagione di straordinaria fioritura accademica, tecnologica ed economica, in cui sembrava affermarsi la promessa di un Israele proiettato verso la normalità civile. Tuttavia, gli eventi del 7 ottobre hanno segnato una brusca inversione di rotta: il ritorno a una condizione di società guerriera, nuovamente definita dalla paura e dal richiamo alla mobilitazione permanente.

La maggioranza degli ex generali della vecchia classe dirigente è fedele all’idea che Israele possa trarre la potenza dalle sue armi ma debba, tuttavia, beneficiare della diplomazia e dei processi di pace. Fu l’ex generale Yitzhak Rabin a intraprendere, negli anni Novanta, il difficile cammino di pace con la Palestina. Al contrario, l’attuale Primo Ministro Benjamin Netanyahu interpreta la potenza militare non come uno dei pilastri della sicurezza israeliana, ma come il suo principio assoluto.

La forza precede la diplomazia, e la difesa diventa architrave dell’identità nazionale. In questo scenario le riforme promosse dal suo governo mirano a ridurre l’autonomia del potere giudiziario a favore dell’esecutivo. Esse incarnano la concezione della concentrazione del potere come garanzia d’ordine, a scapito dell’equilibrio democratico su cui lo Stato d’Israele avrebbe dovuto fondarsi. «A Israele mancano alcuni contrappesi tipici delle democrazie: non ha una costituzione scritta, inoltre parlamento e governo tendono ad essere spesso, per quanto non sempre, allineati. Di conseguenza la Corte suprema è diventata l’unico bilanciamento allo strapotere esecutivo, […] indebolirla significa per molti israeliani scivolare verso l’autocrazia».

La sinistra, dall’altro lato, che aveva sempre sostenuto la necessità di porre fine all’occupazione, ora non ne parla più. La preoccupazione dominante dell’attuale opposizione, era che, in quanto pratica illegittima e incompatibile con i principi democratici, il controllo dei territori palestinesi potesse condurre Israele a un progressivo isolamento sulla scena internazionale, con inevitabili ricadute economiche. L’autrice spiega come «poi quando questa situazione non si è verificata, parte degli israeliani si è convinta che, tutto sommato, si potesse vivere bene anche senza pace». «Ci avevano detto che sarebbe arrivato uno tsunami diplomatico, ma poi quello tsunami non è arrivato, e anzi l’economia è esplosa» rivela l’ex soldato e ora attivista per i diritti umani Yehuda Shaul.

In conclusione, quella del popolo israeliano è, dal principio, una storia intrisa di sfumature, contraddizioni e ferite aperte, e questo libro ne restituisce l’identità. È il ritratto di un popolo, che nel suo desiderio di rivalsa e autodeterminazione ha cominciato a sprofondare nei suoi stessi valori diventando lo specchio del fanatismo che pretendeva di combattere.

È questa consapevolezza – lucida e dolorosa – a emergere con forza dalle pagine di Anna Momigliano, che ci invita a un esercizio raro di maturità politica: leggere Israele senza idolatria né odio, in tempi segnati già troppo dalla violenza e dall’estremismo. L’autrice non offre soluzioni ma un lessico per pensare di nuovo l’empatia, quella stessa empatia che, come confessa amaramente uno dei numerosi intervistati, sembra ormai impossibile: «non chiedetemi di trovarla per l’altra parte, non ho spazio, non ce la faccio».

Scritto da
Viola Andreolli

Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali dell’Università di Bologna. Ha collaborato con diverse riviste occupandosi di politica estera, diritti sociali e turismo culturale. Ha partecipato al corso 2024 della scuola di formazione “Traiettorie. Scuola di lettura del presente”.

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