“Geopolitica del Mare”: interesse nazionale e futuro marittimo dell’Italia
- 09 Luglio 2018

“Geopolitica del Mare”: interesse nazionale e futuro marittimo dell’Italia

Recensione a: Autori Vari, Geopolitica del Mare. Dieci interventi sugli interessi nazionali e il futuro marittimo dell’Italia, Ugo Mursia Editore, 2018, pp. 216, euro 25,00 (scheda libro)

Scritto da Alberto Prina Cerai

5 minuti di lettura

Il controllo del mare, da un punto di vista economico, militare e commerciale, è stato uno dei leitmotiv della storia moderna e contemporanea. Nel corso dei secoli, imperi e stati-nazione hanno cercato e trovato negli spazi marittimi un vettore di potenza egemonica: si pensi alla Repubblica di Venezia, alla Lega Anseatica sul Baltico, all’Impero britannico sino alla proiezione oceanica degli Stati Uniti nel corso del XX secolo. Una riflessione, quella sull’influenza del potere marittimo, che ha avuto contributi d’eccellenza. Dal filosofo e giurista tedesco Carl Schmitt, nel celebre pamphlet «Terra e Mare» scritto nel 1942 ove offrì forse la più potente ricostruzione dell’evoluzione del sistema internazionale, individuato in un’eterna lotta mitologica per la supremazia tra Leviathan e Behemoth, potenze marittime e continentali, all’ammiraglio statunitense Alfred T. Mahan, indicato come il fautore del sea power e principale sostenitore della proiezione oceanica – e globale – degli Stati Uniti[1].

Ad oggi la globalizzazione, che ha investito e rimodellato il sistema dei rapporti statali, possiede una natura fortemente talassica. Spesso il termine «talassocrazia» è stato associato negativamente ad una forma di imperialismo, sotto le false spoglie dell’ordine liberale ottocentesco e in parte novecentesco di cui Gran Bretagna e Stati Uniti ne furono i garanti sostanziali. Tuttavia, è sempre più diffusa l’idea che siamo entrati nell’era della talassopolitica. Un termine che, seppur ancora ostico, sembra identificare negli spazi marittimi e oceanici il nuovo ordine (o nomos, citando Schmitt) globale.

Proprio da queste considerazioni, di equilibri internazionali sempre più connaturati dalla cosiddetta blue economy, intende partire la documentatissima analisi edita da Mursia, Geopolitica del Mare. Dieci interventi sugli interessi nazionali e il futuro marittimo dell’Italia (Mursia 2018). In questo volume collettaneo spicca un approccio multidisciplinare allo studio delle implicazioni politiche ed economiche che lo spostamento del baricentro geopolitico mondiale sugli oceani potrà avere nel dare forma e nel richiedere al Paese, al Governo e all’opinione pubblica una vera e propria coscienza e strategia marittima nazionale. Si tratta di un contributo di giovani studiosi ed esperti inedito nell’editoria nostrana, che meriterebbe un’attenta lettura per capire quale posizione potrà e dovrà assumere il sistema-Italia (inteso come nucleo politico, economico e anche culturale) nel comprendere questa fase decisiva nel contesto internazionale e presentarsi con strumenti adeguati nella difesa e promozione degli interessi nazionali.

 

La geopolitica del mare e le sfide della sicurezza

Sono quattro i grandi fenomeni che stanno ridisegnando le gerarchie mondiali: la riluttanza dell’egemone, gli Stati Uniti, a farsi carico di oneri e costi del sistema internazionale neoliberale; la sfida militare cinese all’egemonia americana nel Pacifico; il rigurgito autoritario e revisionista della Russia; infine, con un riflesso più diretto sugli interessi nazionali italiani, l’estremo acuirsi della competizione regionale euro-mediterranea. Il breve ma efficace contributo iniziale è il quadro necessario per capire dove l’Italia potrà posizionarsi. Seppur questi quattro fenomeni siano estremamente correlati e contribuiscano a ridare al Mediterraneo – e potenzialmente all’Italia – una centralità geopolitica smarrita, tuttavia le opportunità, come sempre, portano con sé rischi e pericoli. Dunque, uno sforzo di definizione teorico di «interessi strategici nazionali» che non siano eccessivamente “mediterraneo-centrici” è di vitale importanza per sopravvivere ed esercitare un ruolo proattivo nella governance globale futura. Troppo vincolanti le contingenze geo-economiche attuali, da cui non si può fuggire, se non altro perché il rischio è la totale marginalizzazione. Così come la portata delle crisi che, inevitabilmente, coinvolgono quei global commons da cui dipende – o si riduce – il peso dello Stato nel sistema internazionale.

Uno di questi è proprio il mare, o l’oceano, solcati dalle compagnie di navigazione che da sole trasportano il 90% dei prodotti mondiali, mentre la portualità italiana, significativamente, contribuisce con 190.000 imprese marittime con il 3% del PIL. Un ruolo quello dei traffici marittimi internazionali che «renderanno il Mediterraneo più centrale rispetto al passato ma occorrerà scongiurare definitivamente il rischio di emarginazione dell’Italia dalle grandi rotte ormai in mano a pochi carriers di livello mondiale […]» (p. 76). Da qui l’enfasi sul concetto di “Mediterraneo allargato” e sulle contingenze politiche e securitarie di respiro planetario: la pirateria internazionale, il terrorismo e la necessità di approvvigionamenti energetici rappresentano questioni cruciali e che coinvolgono e proiettano gli interessi nazionali strictu sensu al dì là dell’area mediterranea, richiedendo un consorzio dell’Italia nelle specifiche organizzazioni internazionali.

Questioni che chiamano in causa, oltre che il ruolo di leadership e il peso diplomatico del paese, anche interessi tangibili come la sicurezza energetica e gli intricatissimi dibattiti sulla sovranità giuridica degli spazi marittimi – la cosiddetta “territorializzazione” – sui cui si affacciano gli Stati rivieraschi del Mediterraneo a cui sarà richiesto uno specifico impegno di difesa e controllo alla Marina Militare: «Alle nostre navi da guerra […] è infatti assegnato il compito di impedire le violazioni alla sovranità italiana in zone di giurisdizione, di proteggere i connazionali in mare, e contestare le attività offshore svolte da Paesi stranieri» (p. 114). Queste sfide alla sicurezza, siano di natura interstatale o asimmetriche, potranno trovare in un rinnovamento della flotta navale della Marina Militare uno scudo avanzato degli interessi nazionali. Da qui l’importanza che emerge tra le pagine del volume di una strategia di sicurezza a connotazione marittima per le forze armate italiane, proprio per l’estrema intersecazione tra le opportunità, le sfide e i rischi che l’ambiente marittimo potrà presentare all’Italia: «La Marina Militare, forte di un approccio maturo ed equilibrato al tema della protezione e sicurezza degli interessi marittimi nazionali […] dovrà farsi trovare pronta a fronteggiare le sfide che avanzano e continuare ad essere uno dei principali provider della sicurezza e del benessere per il nostro Paese» (p. 160).

 

Fenomeni globali e politica estera nazionale

Nelle pagine conclusive domina proprio la percepita centralità che, alla luce dei fenomeni globali, dovrebbe meritare una strategia di sea control nella formulazione di una politica estera nazionale. Due fattori concorrerebbero a suggerire all’élite di governo di perseguire questa strategia: la mancanza di una riflessione vera e propria sul tema e la presunta marittimità che il paese dovrebbe rivendicare alla luce della sua collocazione geografica. Tanto per l’estrema attualità, alla luce delle operazioni internazionali che vedono coinvolte le principali potenze occidentali (USA e NATO in primis), quanto poiché rappresenta il vettore primario per proiettare gli interessi nazionali all’interno di un sistema di cooperazione internazionale dal quale l’Italia può soltanto trarre beneficio. Infine, a dispetto delle spese militari che altri paesi garantiscono alle rispettive Flotte, l’Italia occupa una posizione secondaria e in forte declino, nonostante una forte presenza della Marina militare nelle esercitazioni e nelle operazioni internazionali. Questa contraddizione tra la propensione marittima dovuta alla centralità geografica del paese nell’area mediterranea e ad una consistente dipendenza dai traffici via mare e una spesa militare sbilanciata andrebbe decisamente invertita, in favore di un futuro marittimo del paese.

Commercio, sicurezza, ambiente, energia: quattro fattori per un futuro roseo del paese che non potrà voltare le spalle alla sua centralità mediterranea, la quale ci potrà vedere protagonisti solo se «favoriti e accompagnati dalle amministrazioni (tutte, civili e militari) coinvolte nella difesa degli spazi marittimi, nello sviluppo sicuro dei traffici via mare e nella sostenibilità ambientale. Questa grande sfida del mare non può non poggiarsi su due pilastri fondamentali: l’internazionalizzazione delle regole da un lato e la determinazione di un sentimento marittimo nazionale dall’altro» (p. 80). Chiamata a definire i suoi interessi nazionali in un mondo sempre più competitivo, l’Italia dovrà quindi saper comprendere la portata di cambiamenti storici che, citando un vecchio adagio, quando prendono la via del mare accelerano improvvisamente. Bilanciare gli interessi nazionali con le dinamiche globali in corso è un esercizio delicato, ma obbligato.

Il mare è al contempo la domanda e la risposta, la geografia un cruccio e una risorsa: è la natura peninsulare del nostro paese che ci suggerisce di mantenere capacità militari significative, specialmente quelle navali. Citando Antonio Gramsci, «perché uno Stato dovrebbe rinunziare alle sue superiorità strategiche geografiche, se queste gli diano condizioni favorevoli […]?»[2]. Come emerge da questo volume, è dal mare che deriva la nostra significatività economica, la nostra dipendenza dalle vie di comunicazione e dal quale giungono le principali minacce all’interesse nazionale. Seppur in parte sovrastimando le attuali capacità della Marina Militare quale strumento di difesa in quest’ottica strategica, questo libro ha il merito di coniugare una dettagliata analisi dell’attualità, con una riscoperta doviziosa e ragionata del concetto di interesse nazionale, ad un intento pedagogico e divulgativo di questioni cruciali per il futuro del paese. Grazie ad uno stile impeccabile e genuino, il libro è tutto fuorché un saggio autocompiaciuto su di un tema innegabilmente complesso, ma piuttosto un tentativo riuscito di mettere a disposizione del lettore gli strumenti per capire quanto e come l’Italia potrà navigare le trasformazioni globali del nostro tempo.


[1] C. Schmitt, Terra e mare. Una riflessione sulla storia del mondo, Adelphi, Milano, 2002; Alfred Thayer Mahan, L’influenza del potere marittimo sulla storia (1890), trad. it. Ufficio Storico della Marina Militare, Roma.

[2] Cit. in., A. Gramsci, Le Quistioni Navali, «Quaderni dal Carcere», Q. VIII, Passato e Presente, Torino, Einaudi, 1954, pp. 2011-212.

Scritto da
Alberto Prina Cerai

Dopo le lauree all’Università di Torino e all’Università di Bologna, ha svolto un periodo di ricerca presso il King’s College di Londra. Ha completato in seguito un Corso Executive in Affari Strategici presso la LUISS School of Government e una PhD Summer School con il Politecnico di Milano ed EIT Raw Materials su materiali critici ed economia circolare. Attualmente si sta specializzando presso la Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale (SIOI) in Sviluppo sostenibile, geopolitica delle risorse e studi artici. Si interessa dell’intersezione tra materie prime, tecnologia, ambiente e geopolitica.

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