“Gli ultimi giorni dell’Unione” di Ivan Krastev
- 27 Maggio 2020

“Gli ultimi giorni dell’Unione” di Ivan Krastev

Recensione a: Ivan Krastev, Gli ultimi giorni dell’Unione. Sulla disintegrazione europea, LUISS University Press, Roma 2019, pp. 136, 16 euro (scheda libro)

Scritto da Nicola Dimitri

9 minuti di lettura

“L’uomo tende a considerare come naturale l’ordine in cui vive” e così “le case che guarda andando a lavoro gli appaiono più come rocce generate dalla terra stessa che come opera della mente e delle braccia umane” e non riesce a capacitarsi che “in quella strada che conosce così bene, dove dormono gatti e giocano bambini, possa fare la sua comparsa un cavaliere che getterà un cappio al collo dei passanti”.

Con questa frase, presa in prestito da Czesław Miłosz, Ivan Krastev, direttore del Centre for Liberal Strategies di Sofia e permanent fellow dell’Institute for Human Sciences (IWM) di Vienna, accompagna la conclusione del libro Gli ultimi giorni dell’Unione affidando al lettore il compito di interrogarsi su quali e quanti sono i “cappi” che cingono il collo dell’Europa e rischiano di minarne il futuro.

Krastev, che nella sua vita ha sperimentato in prima persona l’esperienza del crollo del comunismo, ci avverte che il futuro dell’Unione europea, attualmente segnata da una profonda crisi di solidarietà, è in serio pericolo.

La decisione del Regno Unito di lasciare l’Unione, l’insorgere dei partiti euroscettici unitamente alla crisi migratoria sono solo alcuni dei fattori che, nella complessa riflessione dell’autore, rappresentano le trame dell’inevitabile declino dell’UE e confermano come l’Europa sia ancora «un’idea in cerca di realtà», vale a dire un progetto politico e sociale incompiuto.

In questo senso, il progetto europeo appare non solo indebolito e frammentato «tra sinistra e destra, Nord e Sud, Stati grandi e piccoli» ma anche profondamente segnato, per usare le parole di Krastev, da un «disturbo autistico» che si manifesta attraverso comportamenti ripetitivi, consistenti in una sempre più scarsa interazione orizzontale tra Stati membri e una ridotta capacità comunicativa tra istituzioni e cittadini i quali, spesso inconsapevoli, assistono alla disgregazione dell’Unione in uno stato di «incertezza paralizzante».

Questo volume, pertanto «non ha l’ambizione di salvare l’Unione Europea né piangerne la triste sorte» ma intende fornire al lettore i necessari strumenti diagnostici per leggere, con senso critico, le ragioni del perdurante e strutturale malessere nel quale l’Unione europea versa.

Come illustrato a chiare lettere dall’autore, la crisi di solidarietà che investe l’Europa dà traccia di sé tanto verso l’esterno, con le discutibili politiche di respingimento adottate dai governi per contrastare il fenomeno migratorio, quanto verso l’interno, con la creazione di barriere, divisioni e muri.

Sul versante esterno, ci ricorda Krastev, basti pensare che da quando è caduto il muro di Berlino l’Europa ha costruito, o ha iniziato a costruire, oltre 1200 chilometri di recinzioni, con il duplice intento di tenere fuori gli altri e, soprattutto, far entrare solo chi desidera.

Sul versante interno, l’offuscarsi delle pratiche solidaristiche a favore del mercato, ha fatto sì che l’esperienza europea si sia trasformata nella negazione di sé stessa. Il mondo prospettico, fatto di fratellanza, integrazione e civiltà, sulla scorta del quale è sorto il progetto europeo, ha ceduto il passo ad uno scenario fatto di sottrazione, confini ed esclusiva competitività dei mercati.

Krastev ritiene che i governi e i sistemi democratici unionali abbiano di fatto «perso il potere di regolamentare il mercato» diventandone ostaggio. È per questa ragione che, a suo avviso, l’Unione appare «una democrazia frustrata» e assoggettata all’imperativo del mercato il quale, liberatosi «con successo dalle istituzione e dalle regolamentazioni che gli erano state imposte», ha finito per corrompere i più intimi fondamenti del modello di welfare state europeo.

In quest’ottica, l’Europa, disancorata dal tentativo di essere (già a partire dalla dichiarazione Schuman del 9 maggio 1950) una comunità fondata sulla coesione sociale e su una solidarietà di fatto, sembra aver sospeso tutte quelle categorie sociali estranee al vocabolario della mera scienza economica. Ad avviso dell’autore, dunque, l’Unione, plasmata unicamente dalle dinamiche commerciali, soffre di una vera e propria frattura scomposta che non consente agli Stati di viaggiare nella stessa direzione.

I singoli Stati membri, infatti, più che spendersi nella ricerca di una meta comune, appaiono impegnati in un viaggio autonomo, diretto verso destinazioni separate in cui, gli unici punti di incontro – le uniche relazioni che contano – sono quelle che hanno a che fare con la dialettica del debito. Al riguardo, Krastev ritiene che siano esemplificative le stringenti misure fiscali adottate nel piano di salvataggio concepito dalla cosiddetta Troika (Fondo monetario internazionale, Banca centrale europea e Commissione europea) a favore della Grecia per scongiurarne il possibile default. In tal senso, continua l’autore, la circostanza che in quell’occasione l’aiuto esterno da parte dell’UE fosse stato esplicitamente subordinato «al prezzo di un programma di austerità oneroso, in termini sia politici sia umani», stava, e tuttora sta, a significare che in Europa «tra creditori e debitori non c’è spazio per la solidarietà».

L’Unione europea, pertanto, a parere dell’autore è al collasso e si presenta come un letto troppo piccolo per ospitare 27 sogni così diversi. Dal libro emerge il concetto che l’Unione vive di continue crisi e che la vulnerabilità cronica che la alimenta è la sola cosa in comune che tiene insieme gli Stati membri; in tal senso la minaccia all’esistenza si fa essa stessa motivo di esistenza e, in modo tautologico e circolare, esistono in Europa più idee dell’Europa che mentre convivono si contraddicono. Così, le solidarietà nazionali, etiche, religiose, baluardo dei più recenti ed aggressivi fenomeni populisti si fanno segno e sintomo di un modello politico comune che in Europa stenta ad affermarsi.

In questo contesto, Krastev ci avverte che la crisi dei rifugiati è il metro di misura per valutare la tenuta dell’Unione nel breve periodo.

Le politiche adottate per gestire le crisi migratorie permettono, infatti, sin da ora di comprendere che i governi, pur di accontentare le istanze populiste che reclamano chiusura ed esclusione, hanno scelto di negare i presupposti stessi del progetto europeo. Presupposti che invece parlano di inclusione e solidarietà. Il progetto europeo, nato con l’intento di farsi cornice di solidarietà entro cui far convivere le diversità proprie degli Stati membri, è stato svestito dell’universalismo liberale che ne contraddistingueva i primi impulsi.

Lo spettro del populismo e la crisi di fiducia tra nazioni hanno alimentato un vero e proprio disturbo evolutivo dell’Europa in cui l’affermazione della democrazia avviene solo attraverso la cultura della polemica e dell’antagonismo.

In particolare, Krastev ritiene che i processi democratici, ormai, riescono ad affermarsi solo in forma oppositiva. Non è un caso se la nuova generazione di leader politici europei sta costruendo la propria credibilità promuovendo l’identità nazionale solo ed esclusivamente in opposizione a Bruxelles.

Ad esempio, già a partire dalla crisi greca, Bruxelles divenne il simbolo di una élite arrogante «che scarica il costo della crisi su una popolazione debole e indifesa». Anche gli italiani, ad avviso dell’autore, indirizzano ormai «le loro speranze per una vita migliore verso partiti populisti ed euroscettici».

Invero, la ricerca forsennata da parte delle comunità di pronte risposte alle istanze inappagate, orienta la politica interna degli Stati membri ad accettare le offerte miopi dei partiti populisti che, a loro volta, conducono l’intero paradigma politico europeo non già verso una prospettiva di cambiamento, strutturata e definita, bensì in un vicolo cieco; in un vero e proprio cul-de-sac, da cui sembra impossibile uscirne.

Al riguardo, per darci il senso delle criticità che attraversano l’Unione e per dimostrare al lettore come la maggior parte dei governi europei non stia facendo altro che orientare le proprie aspettative politiche lungo il crinale fragile di un dilemma, Krastev richiama Dani Rodrik, una delle più autorevoli voci critiche contro la globalizzazione accelerata e senza regole.

Rodrik, nel noto “trilemma”, sostiene che la circostanza che ogni Stato ambisca contemporaneamente (come accade nella maggior parte degli attuali governi europei) a promuovere la globalizzazione, incentivare la sovranità nazionale e tutelare la democrazia sia di per sé un paradosso che dà vita ad un cortocircuito.

Gli Stati membri, afferma testualmente Krastev, sono favorevoli al libero commercio e all’interdipendenza, ma vogliono, allo stesso tempo, essere sicuri che quando necessario possono tornare al controllo nazionale dell’economia.

In questo senso la convivenza tra globalizzazione, democrazia e auto-determinazione non è possibile e gli Stati dell’Ue, ambendo a quest’utopia, si riducono a depauperare il significato intrinseco di democrazia e il più intimo concetto di sovranità.

Le élite politiche, incapaci di adottare misure di cooperazione e sviluppo progettuale, si accontentano di alimentare l’insoddisfazione delle proprie comunità, condizionando la possibilità di sopravvivenza dell’Unione.

L’assenza di un valido progetto politico e il tentativo disordinato di inseguire contemporaneamente l’iper-globalizzazione, la democrazia e l’auto-determinazione, impedisce all’Europa di evolversi e costruire una alternativa che sia in grado non solo di avocare a sé tutte le istanze e i malesseri che la comunità civile reclama ma, anche, di promuovere soluzioni, talvolta scomode e difficili, a lungo termine.

In questo senso, le diverse realtà che compongono la pur unica figura dell’Europa, sono accomunate da una diffusa insoddisfazione nei confronti delle istituzioni di Bruxelles che, agli occhi dei cittadini, sono sempre più delegittimate.

In proposito, proprio per testimoniare la perdita di legittimità dell’Unione europea e «analizzare come l’insoddisfazione per la democrazia (che spesso assume le forme di una democrazia differente) condizionerà le possibilità di sopravvivenza dell’Unione Europea», Krastev pone di fronte al lettore tre paradossi: il paradosso dell’Europa centrale, il paradosso dell’Europa occidentale e il paradosso di Bruxelles.

Con il paradosso dell’Europa centrale, facendo riferimento alle democrazie inaffidabili e illiberali dell’Est, l’autore ci racconta del fallimento del processo di democratizzazione e di integrazione europea. Al riguardo, Krastev afferma – e sul punto invita a riflettere sulla figura di Viktor Orbán – che la democrazia dei Paesi più a Est dell’Unione è una politica di esclusione, che vive di retoriche ambigue e pericolose.

I partiti populisti dell’est Europa si scagliano tanto contro le élite di Bruxelles quanto contro gli immigrati, rappresentando entrambi come gruppi parassitari che, seppur per motivi diversi, non pagano le tasse, rubano alla maggioranza onesta e sono ostili alle tradizioni locali.

Le recenti decisioni dei governi populisti in Ungheria e in Polonia di mettere un limite all’indipendenza delle banche centrali e di osteggiare i media indipendenti hanno innescato nelle comunità dell’Est dell’Unione la cultura della sfiducia. I partiti populisti ed estremisti dell’Ungheria o della Polonia, infatti, al fine di «smantellare ogni limite al potere dello Stato» e assumerne il controllo, inducono le rispettive maggioranze e le classi lavoratrici, sempre più frustrate e perciò «inclini ad essere ammaliate», a credere che le élite tecnocratiche di Bruxelles sarebbero artefici di un vero e proprio «complotto ordito» a discapito dell’unità nazionale.

In tal senso si può sostenere che la teoria del complotto, sovente utilizzata dai partiti populisti, lega e allo stesso tempo divide la comunità. Come afferma Krastev, infatti, la teoria del complotto negli Stati membri dell’Europa dell’Est sta giocando il ruolo che un tempo era riservato alla religione, all’etnicità, alle ideologie: rafforza il senso di appartenenza alla comunità e, contemporaneamente, alimenta sentimenti di ostilità verso il prossimo.

Invero, in modo puntuale l’autore sottolinea che «il diffondersi delle teorie del complotto», conseguente all’ascesa dei partiti populisti, non è solo una minaccia per la democrazia dei paesi dell’Est Europa, ma evidenzia la debolezza dell’intera «politica democratica concepita a livello europeo, cioè il suo fallimento nella costruzione di identità politiche».

Con riferimento al paradosso dell’Europa occidentale, invece, Krastev si interroga sulla ragione che ha impedito la nascita di un nuovo e giovane movimento pan-europeo. Al riguardo, afferma l’autore, i movimenti di protesta che sono nati in Europa sono sostanzialmente una forma di partecipazione spontanea senza rappresentanza e, proprio per questo, non in grado di sostenere il futuro dell’Unione.

Non è un caso, pertanto, «se gli unici due partiti politici importanti –Syriza in Grecia e Podemos in Spagna – che si sono sviluppati a partire da questi movimenti giovanili anti-austerity assomiglino soltanto lontanamente ai movimenti orizzontali sognati dai manifestanti». Partiti come Syriza e Podemos, infatti, seppur basano la loro legittimazione sull’idea di una democrazia europea, finisco per ricalcare in via di fatto «l’organizzazione politica di stampo tradizionale»: infatti, non solo il successo di detti partiti continua a dipendere dalla popolarità del loro leader ma, questi, come nelle formazioni politiche più classiche, promuovono una visione del cambiamento sociale ancora fortemente connessa a quella della sovranità nazionale.

E invero, nonostante l’apparente identità transnazionale questi partiti, sorti sugli impulsi dei primi movimenti giovanili pro-Ue, sono contraddistinti da un forte connotato localistico che li rende politicamente deboli e privi di afflato.

Infine, venendo al terzo paradosso definito come “il paradosso di Bruxelles”, l’autore punta l’attenzione sulla classe dirigente, sostenendo che l’élite politica d’Europa non è in grado di sacrificarsi per il bene comune e vive la gestione della cosa pubblica con una prospettiva egoistica, votata al raggiungimento di obiettivi personali e carrieristici. In proposito, Krastev discute attorno all’efficacia di una visione puramente meritocratica – come è quella attuale in Europa – della società.

Citando Michael Young, il sociologo che nella metà del secolo scorso coniò il termine “meritocrazia”, l’autore afferma che, seppur tale locuzione possa suonare bene alla maggior parte delle persone, in realtà parlare di società unicamente in termini di merito significa parlare di una società basata esclusivamente su una competizione sterile che alimenta il deficit democratico. Il «trionfo della meritocrazia» logora e divide il tessuto sociale e comporta, nel senso più radicale, lo sfilacciamento della comunità politica, generando «una società fatta di vincenti egoisti e arroganti da una parte, e di perdenti arrabbiati e frustrati dall’altra».

Ad avviso di Krastev, l’élite meritocratica europea è «una élite mercenaria» che non condivide le passioni della comunità e si è resa autonoma dalla nazione di provenienza. In questo contesto, «la gente percepisce questa indipendenza» come una vera e propria perdita di potere e, conseguentemente, i cittadini, non sentendosi più rappresentati politicamente, tendono ad allontanarsi dalle istituzioni europee. Non può e non deve stupire, pertanto, che in siffatto scenario si stia assistendo ad una così massiccia avanzata del populismo europeo e a un sempre maggiore scollamento del senso di identificazione dei cittadini con l’Unione.

Del resto, i populisti promettono ai loro elettori vicinanza, si propongono di stare al loro fianco e «ristabilire i vincoli nazionali e ideologici che sono stati rimossi dalla globalizzazione».  Al cuore della sfida populista, pertanto, c’è la «battaglia sulla natura e sugli obblighi» delle élite. I populisti, infatti, riescono a raccogliere ampi consensi promettendo alle persone e alle specifiche comunità di appartenenza che combatteranno le élite europee e si faranno carico di quelle istanze di solidarietà e giustizia che Bruxelles, a loro dire, ignora.

In conclusione si può affermare che con Gli ultimi giorni dell’Unione Ivan Krastev, come indossasse uno stetoscopio, non solo illustra ma, soprattutto, ausculta il respiro dell’Unione europea, comunicandoci che questa ha il fiato corto, affannato e costretto da lacci che impediscono ogni sollievo.

In questo senso, il sogno di un’Europa senza frontiere si è trasformato in un incubo fatto di barriere concettuali e crisi ricorsive: basti pensare alla crisi dell’euro, alla questione dei rifugiati e alla minaccia terrorista.

Ebbene, la tesi di questo libro è che se non si riuscirà ad affermare un reale e radicale mutamento del contesto politico e delle pratiche solidaristiche all’interno della cornice dell’Unione e non si adotteranno gli strumenti in grado di avvicinare la comunità politica ai cittadini mediante una maggiore flessibilità, contrapposta alle attuali politiche di austerity, attraverso la creazione di spazi di conciliazione con le frange sociali che non si sentono rappresentate e tramite l’accoglimento di alcune istanze politiche anche di natura securitaria, «inclusa la richiesta per una maggiore protezione dei confini», la disintegrazione dell’Unione europea sarà l’unico possibile esito.

Scritto da
Nicola Dimitri

Dottorando in filosofia del diritto presso l’Università degli studi di Genova, cultore della materia in sociologia del diritto presso la stessa Università, è borsista presso l’Istituto Italiano di Studi Filosofici di Napoli, IISF. È membro di Società Italiana di Filosofia del Diritto, SIFD; Società Italiana Diritto e Letteratura, ISLL; Centro per l’Eccellenza e gli Studi Transdisciplinari, CEST.

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