“Gregorio VII” di Glauco Maria Cantarella
- 08 Ottobre 2018

“Gregorio VII” di Glauco Maria Cantarella

Recensione a: Glauco Maria Cantarella, Gregorio VII, Salerno Editrice, Roma 2018, pp. 356, 24 euro (scheda libro)

Scritto da Andrea Raffaele Aquino

6 minuti di lettura

Quasi mille anni ci separano da Gregorio VII (1017 – 1085), un gigante della storia sul quale molto è stato detto e scritto e che colleghiamo immediatamente all’espressione “lotta per le investiture” e al nome del suo celebre antagonista, Enrico IV di Franconia (1050 – 1106). Ma, fuori dallo stereotipo, ci sono lati del pontificato di Gregorio VII rimasti ancora inesplorati, che richiedono uno studio attento e puntuale.

In quella che a colpo d’occhio potrebbe sembrare una semplice biografia, lo storico Glauco Maria Cantarella getta luce su uno dei pontefici più noti e controversi del Medioevo e sul periodo in cui visse ed operò. E lo fa attraverso un saggio piacevole, adatto ad un pubblico piuttosto vasto per lo stile divulgativo adottato e allo stesso tempo molto interessante per gli addetti ai lavori in virtù di una metodologia di analisi critica delle fonti prese in esame. Cantarella si pone sulla scia dell’ampia storiografia gregoriana, cercando, nel saggio, di rileggere le tesi avanzate nel tempo alla luce di nuovi studi, scoperte ed analisi recenti per rispondere ad alcuni interrogativi classici: si può parlare (e in che termini?) di “età gregoriana”? È lecito profilare una “riforma gregoriana?” Ildebrando di Soana e Gregorio VII sono state, per questioni di ruoli e mansioni, due persone diverse (secondo il motto “noblesse oblige”), come ha sostenuto il Cowdrey nella sua monumentale biografia gregoriana[1]?

Cantarella ha il merito di far immergere il lettore, con il susseguirsi delle pagine e senza che quest’ultimo se ne renda conto, all’interno di un contesto di per sé molto articolato e disorientante, quello dell’XI secolo, conducendolo ad una conoscenza affascinante dei personaggi più importanti che animano la vicenda narrata.

Un secolo fondamentale

Quello in cui Ildebrando di Soana-Gregorio VII trascorse la propria vita fu un momento storico di transizione sotto diversi punti di vista. L’XI secolo rappresenta per l’Europa un’epoca di ripresa e di riacquisizione della stabilità conseguente alla fine della seconda ondata di invasioni e allo scemare del terrore escatologico propri del “secolo di ferro”, il X (anche se, com’è ormai appurato, esso non sembra essere stato così catastrofico come ci è stato tramandato). Si registra da subito una crescita demografica, commerciale e produttiva, anche a seguito della controffensiva cristiana sul Mediterraneo, che condurrà alla riconquista totale o parziale di territori caduti in mano saracena (in primis Sicilia e Spagna) e ad una, seppur temporanea, invasione dell’Africa culminata con la conquista pisana e genovese di Mahdia (1087). Proprio la necessità di un ingente sforzo bellico contro gli arabi diede un impulso decisivo alla sacralizzazione cristiana della guerra, fino ad arrivare alla Crociata con Urbano II (1095). L’XI secolo rappresenta anche un momento di consolidamento dei due grandi poteri cristiani, il papato e l’impero, attraverso riforme che li portarono a confliggere tra di loro in quella che comunemente chiamiamo “lotta per le investiture”.

Ildebrando-Gregorio VII vive e affronta da protagonista tutti questi mutamenti imprimendo il proprio marchio sulla storia. Della sua infanzia sappiamo molto poco e, per ricostruirla, dobbiamo limitarci a supposizioni derivanti da una lettura incrociata di fonti favorevoli e avverse, che Cantarella presenta in maniera puntuale. Probabilmente di famiglia piccolo-aristocratica, Ildebrando entrò presto in monastero, arrivando ad intessere rapporti importanti con Giovanni Graziano-Gregorio VI, uno dei tre papi deposti da Enrico III al sinodo di Sutri (20 dicembre 1046), seguendolo a Colonia. A questo punto di Ildebrando si perdono nuovamente le tracce: è entrato nell’Abbazia di Cluny come riferisce con troppa insistenza Bonizone di Sutri, suo fedelissimo? Gregorio VII si limiterà a scrivere vagamente, nella bolla di scomunica ad Enrico IV del 1080, di aver trascorso quel tempo a Colonia. Ciò che rimane certo è che, come ci attestano tutte le fonti, Ildebrando rientrò a Roma nel 1049 o poco più tardi, chiamato nell’entourage di Bruno di Toul, papa col nome di Leone IX (1048-1054), e iniziò una rapida carriera ecclesiastica.

Un rivoluzionario?

Tra gli uomini di fiducia di Leone IX, Ildebrando era l’unico romano, se non di nascita (non siamo certi delle sue origini), quantomeno di formazione e questa sua particolare situazione contribuì a renderlo un mediatore eccellente fra un papa “straniero” e il popolo romano. È da questo momento che Ildebrando cominciò a “studiare da papa”[2], anche perché Leone IX trascorse a Roma solo 9 dei suoi 61 mesi di pontificato e il futuro Gregorio VII ne fece le veci, intrecciando un saldo e profondo rapporto con i romani. Lasciato solo, “avrebbe anche potuto tradire il papa con una defezione, ma non lo fece […] ed evidentemente si dovette anche a lui se il papa poté sempre essere presente durante il periodo pasquale […], cioè se, come riusciva a lasciare l’Urbe, così riuscì a rientrarvi sempre”[3]. Per la Sede Apostolica non sono anni facili: la sconfitta clamorosa di Leone IX a Civitate sul Fortore (1053) e la successiva morte del pontefice aprono un periodo di crisi, prolungato nell’instabilità dai brevi pontificati di Vittore II (1055-1057) e Stefano IX (1057-1058) e affrontato con alterne fortune da Niccolò II (1058-1061) e Alessandro II (1061-1073). Gli avvenimenti di quel periodo risultano, ex post, epocali: la rottura con la Chiesa d’Oriente, avvenuta in un momento di sede vacante (1054); la stipulazione del Trattato di Melfi (1059), che avrebbe sancito per secoli il controllo de jure del papato sull’Italia meridionale; la promulgazione del “Decretum in electione papae” (1059), con cui l’elezione del pontefice viene sottratta (formalmente) all’imperatore; lo scoppio della questione patarina a Milano. Cantarella si sofferma proprio su quest’ultima vicenda: il popolo milanese si ribella contro la corruzione morale e la simonia del clero sfruttando l’assenza dell’arcivescovo filo-imperiale. Non senza esitazione, Roma si schiera con i patarini (Erlembaldo, capo del movimento, verrà successivamente nominato miles Sancti Petri da Alessandro II, un onore destinato a pochissimi) e il clero lombardo, per tutelarsi contro processi sommari e accuse sovversive, sfruttando la sede vacante del 1061, elegge papa Onorio II, al secolo Cadalo, vescovo di Parma. Ildebrando, ormai figura imprescindibile per ogni pontefice, difende l’Urbe dagli attacchi dell’usurpatore antipatarino e acquista una popolarità e un consenso impossibili da mettere in discussione. Il suo pragmatismo gli permette di superare nelle gerarchie persino un concorrente eccellente come Pier Damiani. Al momento della morte di Alessandro II, non ci furono dubbi su chi dovesse essere il suo successore: finisce l’epoca di Ildebrando di Soana, inizia quella di Gregorio VII.

Con il nuovo nome, il pontefice ribadiva la continuità con Gregorio VI, suo maestro e forza propellente della corrente riformista, e con Gregorio I, emblema della centralità della Chiesa Romana. Questo dettaglio onomastico ci consente di comprendere le linee guida del pontificato di Gregorio VII, finalizzate all’attuazione di un riformismo che trova nella tradizione la propria validità. Il papa non inventa nulla di nuovo, ma si limita a rendere consuetudinari (quindi legge) atti e princìpi dimenticati o non più seguiti, come il “Constitutum Constantini” oppure l’assioma “summa sedes a nemine iudicatur”. E realizza questo suo progetto non di rivoluzione ma di “restaurazione” mediante metodi, stavolta sì, rivoluzionari, con la presa di coscienza che la forza del papato risiede nella capacità di coercizione nei confronti dei signori laici e dunque invia missive in tutto il continente rivendicando, sulla base di antichi documenti (in alcuni casi si fa esplicitamente riferimento alla “Donazione di Costantino”, altrove il pontefice rimane vago) i propri diritti di signore feudale. A questo punto le autorità laiche hanno due scelte: servire San Pietro e guadagnare la vita eterna (e magari anche benefici terreni) con pagamenti di denaro a Roma e appoggio militare, oppure servire il diavolo e incorrere nel rischio di essere considerato eretico, quindi non più lecitamente possessore delle proprie terre.[4]

Lo scacchiere politico

Naturalmente, la parte centrale del saggio è occupata dalle vicende concernenti lo scontro con Enrico IV. Ma, al di là della precisione nel raccontare gli avvenimenti, l’abilità di Cantarella risiede nell’aver saputo affrontare la questione da un punto di vista nuovo. Gregorio VII ed Enrico IV non sono affatto due sovrani onnipotenti che si battono per sopravanzarsi l’un l’altro, (erano stati dipinti così dalle due rispettive storiografie di parte) ma, al contrario, vengono rappresentati dall’autore come uomini, in certi frangenti anche piuttosto deboli, costretti a proseguire in un gioco di ruolo che coinvolge mezza Europa.

Sia il papa che il re di Germania si erano procurati, a causa di scelte “avventate”, dei nemici acerrimi (il primo nel 1074 ingiunse la castità al clero secolare; il secondo cercava insistentemente di intraprendere una spedizione in Sassonia per sconfiggere una ribellione), i quali finirono per formare diverse coalizioni capaci di spostare gli equilibri di potere. Ognuno aveva i propri interessi: i vescovi lombardi stavano cercando di difendersi contro la centralizzazione pontificia; i principi sassoni di preservare la propria indipendenza facendo terra bruciata attorno al giovane re; Matilde di Canossa di riportare ai fasti di vent’anni prima la propria famiglia; gli abati di Cluny di salvare i propri interessi; Roberto il Guiscardo e i suoi normanni di acquisire sempre più potere nel Sud-Italia; Bisanzio di proteggersi contro l’avanzata di questi ultimi. L’insieme di tutte queste situazioni “costringe” i due protagonisti della lotta per le investiture a dichiararsi vicendevolmente deposti, cominciando prima una lotta combattuta a colpi di missive e atti, poi una vera guerra, terminata con il saccheggio dell’Urbe (1084) da parte delle truppe del Guiscardo, alleato del papa.

Il lascito di Gregorio VII

Gregorio VII non scrisse nessun trattato teologico, a riprova del fatto che la sua riforma non fu “coesa, organizzata o compiuta”[5]. Concepì il Registrum, contenente lettere e atti, tra cui il Dictatus Papae (1075) e le “Auctoritates Apostolice Sedis” (1077), i due documenti gregoriani più noti, volti a riaffermare la supremazia del papa su ogni potere temporale.

Dopo il sacco di Roma, odiato dal popolo che l’aveva sempre appoggiato, anche nelle avversità, Gregorio si recò, al seguito del Guiscardo, a Salerno, dove nel 1085 morì, dopo aver dichiarato: “Ho amato la giustizia e odiato l’iniquità: per questo muoio in esilio”[6].

Cantarella riconosce al pontificato di Gregorio VII un’importanza epocale: senza di lui non si sarebbe arrivati alla “fondazione della Chiesa moderna”[7]. Egli fu un paradigma imprescindibile, nell’azione pratica, per i suoi successori: nessuno più (neanche il suo celeberrimo avversario e antipapa Clemente III) rinuncerà alla sua più grande conquista: il “primato del primato romano”, vale a dire il “primato papale”.


[1] H.E.J. Cowdrey, Pope Gregory VII 1073-1085, Oxford, Clarendon Press, 1998.

[2] Glauco Maria Cantarella, Gregorio VII, Salerno Editrice, Roma, 2018, p.73.

[3] Ibidem, p.75.

[4] Per approfondire: Jean Flori, La guerra santa, Bologna, 2003, cap. VII.

[5] Cantarella Gregorio VII, p.202.

[6] Lettera di San Paolo agli Ebrei, 1 9.

[7] Cantarella Gregorio VII, p.304.

Scritto da
Andrea Raffaele Aquino

Nato nel 1997, si è diplomato presso il Liceo Classico "Torquato Tasso" di Roma. Attualmente studia Storia, Antropologia, Religioni presso l'università La Sapienza, curriculum medievistico-paleografico. E' inoltre membro della Consulta Giovanile del Pontificio Consiglio della Cultura.

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