“Haiti. Storia di una rivoluzione” di Jeremy D. Popkin
- 14 Maggio 2021

“Haiti. Storia di una rivoluzione” di Jeremy D. Popkin

Recensione a: Jeremy D. Popkin, Haiti. Storia di una rivoluzione, Einaudi, Torino 2020, pp. 256, 28 euro (scheda libro)

Scritto da Alessandro Bonvini

7 minuti di lettura

Alla fine dell’agosto 1791, gli occhi del mondo erano tutti puntati verso la Francia. Parigi era in fermento. Dopo la fallita fuga di Luigi XVI a Varennes, i Cordiglieri, sotto la guida del carismatico Georges Jacques Danton, avevano incendiato le piazze della capitale, chiedendo la destituzione del re e l’instaurazione della repubblica. Nessuno poteva immaginare quanto stava per accadere nella lontana colonia di Saint-Domingue. La rivolta iniziò probabilmente la notte del 21 agosto 1791. Durante una cerimonia vodou celebrata tra i boschi di Le Cap, il sacerdote nero Boukman Dutty, avvolto simbolicamente da un drappo rosso e blu, pronunciò un drammatico discorso in cui invocava la libertà per gli schiavi di colore. Fu la scintilla dell’insurrezione. Seguirono uccisioni e razzie ai danni dei proprietari bianchi nelle piantagioni del nord della provincia. Testimoni terrorizzati denunciarono violenze mai viste; mentre a Port-au-Prince anche i liberi di colore si sollevavano. La reazione dei coloni fu altrettanto brutale. L’isola precipitò in una sanguinosa guerra civile destinata a sconvolgerne per sempre l’ordine politico e sociale.

La rivoluzione haitiana «fu la più radicale delle insurrezioni rivoluzionarie americane» (p. 4). Ispirò ribellioni anti-schiaviste tra i Caraibi e l’America centro-meridionale, sancì l’indipendenza di Haiti e, soprattutto, indicò che i movimenti di liberazione del Nuovo Mondo avevano ormai varcato i limiti della razza. Per la prima volta una popolazione di origine africana rovesciava il dominio bianco. I protagonisti dell’epoca assistettero sgomenti a quell’evento dalla portata storica. L’intellettuale statunitense Thomas Jefferson stigmatizzò il terrore “giacobino” degli insorti; il patriota venezuelano Simón Bolívar ne elogiò il carattere emancipatore, mettendo però in guardia dai rischi di anarchia e disordine; per l’attivista britannico Thomas Clarkson non fu altro che l’inevitabile conseguenza di una pratica odiosa e ingiusta.

Uscita per Einaudi, Haiti. Storia di una rivoluzione è la traduzione di A Concise History of the Haitian Revolution, pubblicata nel 2012 da Wiley-Blackwell. Destinata a un pubblico non specialista, l’opera è un’efficace sintesi narrativa della convulsa insurrezione haitiana. L’autore Jeremy D. Popkin ricostruisce le forze sociali, le riforme giuridiche e le dinamiche politiche che scandirono l’emancipazione del possedimento caraibico. Piuttosto che decantarne il trionfo, Popkin preferisce indagare le incidenze congiunturali che marcarono l’evoluzione della rivolta. La lotta combattuta tra il 1791 e il 1804 fu un processo in fieri, quasi il prodotto di più rivoluzioni intrecciate tra loro, virtualmente destinate a esiti diversi, a cui soltanto il complicato intreccio di fattori endogeni e influenze esogene impresse la svolta definitiva.

Alla fine del Settecento, Saint-Domingue poteva considerarsi la perla delle Antille. Ogni anno, migliaia di mercantili raggiungevano l’isola, trasportando circa duemila passeggeri e oltre trentamila schiavi africani. I suoi porti erano al centro di una rete commerciale con ramificazioni nel New England, a Curaçao e in Nuova Granada. Cap-Français era un elegante Versailles tropicale, dove i coloni amavano frequentare teatri e ascoltare opere liriche. L’organizzazione sociale rifletteva la gerarchia piramidale di ancien régime. All’apice si trovava il ristretto, ma potente corpo dei grand blancs: i ricchi bianchi funzionari del governo francese e proprietari delle piantagioni. Affari e commerci erano nelle mani dei cosiddetti petit blancs, subalterni ai piantatori per autorità e prestigio, e assimilabili, per condizione e posizione, ai mulatti, o liberi di colore. La maggior parte della popolazione, invece, era composta da mezzo milione di schiavi neri, impiegati nella coltivazione forzata del caffè e dello zucchero. Nell’arco di un quindicennio, la rivoluzione avrebbe stravolto quest’ordine plurisecolare. Il sistema schiavistico si frantumò e, a livello giuridico, la popolazione nera divenne libera. Saint-Domingue si sarebbe trasformata in un campo di battaglia per la contesa della sovranità. Deportazioni, crisi di rifugiati e massacri di matrice genocida ne marcarono il vorticoso cammino verso l’indipendenza.

I continui rovesci politici che caratterizzarono l’insurrezione sono spiegati dall’autore come l’espressione di lealtà mutevoli ed equilibri fluidi. La persistente divisione tra le élite dell’isola e i governatori d’oltremare, così come le fratture interne al movimento ribelle sfuggirono a qualsiasi tentativo di disciplinamento. La stessa avanguardia insorgente fu costantemente minata da faide interne e rivalità personali. A prevalere fu un indirizzo sostanzialmente ondivago, esasperato dall’intrusione militare delle potenze di Gran Bretagna e Spagna e dalla precaria relazione con la Francia. Era, d’altronde, un atteggiamento ponderato, perseguito per legittimare pretese corporative, formalizzare tregue e negoziare accordi strategici. Nemmeno il proclama di emancipazione, emanato dai commissari di simpatie abolizioniste Léger-Félicité Sonthonax ed Étienne Polverel, appianò i conflitti. Avrebbe dovuto pacificare la colonia e consacrare il successo morale sull’Inghilterra: registrò la disapprovazione dei proprietari terrieri e finì per radicalizzare le richieste delle frange radicali. Il nuovo regime era un fragilissimo esperimento di mercantilismo riformista, con scarso consenso popolare e minacciato dall’intraprendenza dei rivoltosi. Le velleità francesi di preservare il redditizio sistema delle piantagioni si sarebbero dimostrate incompatibili con le rivendicazioni separatiste. Nel 1802, quando Napoleone decise di ripristinare la schiavitù, naufragò qualsiasi possibilità di scongiurare lo scontro tra esercito coloniale e forze ribelli.

A scandire le sorti della futura Haiti, secondo l’interpretazione di Popkin, fu l’ambigua condotta di Toussaint Louverture. Dipinto dai contemporanei come un moderno Spartaco, era una figura sui generis nel panorama atlantico delle rivoluzioni. Ex schiavo, discendente di una famiglia originaria del Dahomey, aveva comprato in gioventù la libertà. Non v’è traccia di una sua partecipazione ai moti dell’agosto del 1791; tuttavia, come rivela l’autore, dimostrò una visione strategica quasi innata che lo portò rapidamente ai vertici del movimento, fino ad assumere la leadership della rivoluzione. Fu un affabulatore spregiudicato e un soldato valoroso, la cui personalità promanava impulsi contraddittori e mire tiranniche. Promise una società democratica ed egualitaria, ma governò da autocrate con poteri semi-assoluti. Invocò i principi repubblicani della Rivoluzione francese, ma impose per costituzione il culto del cattolicesimo. Si presentò come il liberatore degli schiavi neri e dei sudditi coloniali, ma non lesinò minacce e persecuzioni contro le fazioni avversarie. Le pagine sulla costruzione dello “stato louverturiano” offrono un affascinante resoconto della parabola del suo potere. Ne affiora il ritratto di un Robespierre nero, imperioso nelle manifestazioni pubbliche e non privo di tendenze paranoiche. Come scrisse un generale francese a proposito della sua condotta quotidiana: «Nessuno sa cosa fa, se resta o se ne va, dove è andato o da dove è venuto» (p. 134). Probabilmente fu in politica estera che sfoggiò le sue abilità migliori. Seppe intuire con prontezza la riconfigurazione dei rapporti di potere nei Caraibi. Alternò toni concilianti a prese di posizione perentorie. Tentò in qualunque modo di preservare i successi politici della rivoluzione, adattando di volta in volta le proprie ambizioni individuali al mutevole quadro strategico. Alcuni videro in lui un messia mandato dalla provvidenza; altri un caudillo di colore destinato alla tragedia. Sul finire del 1797, dopo che l’emissario governativo Léger-Félicité Sonthonax aveva fatto ritorno a Parigi, Toussaint Louverture era ormai diventato «l’uomo più potente di Saint-Domingue» (p. 119).

Sovrapposta alla prospettiva interna della narrazione è la contestualizzazione dell’evento haitiano. Quella che secondo David Geggus fu la «più trasformativa delle rivoluzioni atlantiche», è presentata da Popkin alla luce della straordinaria temperie internazionale in cui si generò. Anche se scarseggiano fonti primarie relative al background ideologico del movimento insurrezionale, tracce e impronte affiorano a mano a mano che si delineano concezioni, mentalità e prospettive dei protagonisti. Indubbiamente l’eco della Déclaration des droits de l’homme et du citoyen del 26 agosto 1789, con il suo portato universalista, infuse maggiore consapevolezza rispetto alla sfida per l’uguaglianza razziale. L’adesione alla rivolta di membri di spicco della Société des Amis des Noirs inaugurò una revisione delle nozioni fondamentali sui criteri di cittadinanza. La dialettica con l’esperienza della madrepatria, d’altronde, fu durevole. Lo spettacolo della Rivoluzione francese offriva repertori di mobilitazione da cui attingere forme e pratiche di partecipazione politica, anche radicale. Il 10 ottobre 1792, ad esempio, a Cap-Français, una coalizione di auto-proclamati patrioti bianchi e liberi di colore favorevoli alla completa indipendenza inscenò «una versione locale dell’insurrezione repubblicana di Parigi» (p. 71). Al contempo l’afflusso di libelli, pamphlet e saggi, stampati, spesso clandestinamente, in piccole tipografie amatoriali, arricchì il registro del movimento. Nel 1791, le autorità imperiali denunciarono il ritrovamento di una costituzione degli Stati Uniti; in seguito, fecero la loro comparsa scritti di noti teorici abolizionisti. A sua volta, l’insurrezione haitiana funse da riferimento per rivolte di schiavi scoppiate a Bahia, L’Avana e Charleston. Nel complesso, la sua vicenda comprovava la stretta interdipendenza tra crisi imperiale e successo della rivoluzione. A Saint-Domingue, come più tardi nei casi di Cuba e Porto Rico, l’abolizione della schiavitù fu l’inevitabile risposta di una metropoli politicamente isolata ed economicamente debilitata a una colonia in agitazione.

L’ultima sezione del libro è dedicata alla traumatica eredità della rivoluzione. Brutalità e violenza, da un lato; reazione e rivoluzione, dall’altro, contraddistinsero il difficile cammino di Haiti verso l’indipendenza. Il 17 ottobre 1806, l’assassinio di Jean-Jacques Dessalines, il feroce governatore che proclamò la nascita del primo stato nero, fu solo l’ultimo rivolgimento di una serie infinita di regolamenti di conti. La sua uccisione celava discordie intestine innescate durante la resistenza ai francesi e mai esaurite. All’immagine della nazione multiculturale si affiancò, quasi oscurandola, la leggenda nera della repubblica del terrore. Nel romanzo di finzione Bug-Jargal, pubblicato nel 1826 da Victor Hugo, l’indomabile schiavo Pierrot avrebbe laconicamente lamentato all’amico Biassou: «Bisogna forse […] che il solo vestigio del nostro passaggio sia una traccia di sangue o di fuoco?». L’uguaglianza razziale e l’emancipazione politica non risolsero il caos istituzionale. In effetti, «le caratteristiche di fondo della società e della politica haitiana sarebbero emerse in maniera distinta soltanto alla metà del XIX secolo» (p. 188). Il consolidamento dell’indipendenza si realizzò tra divisioni sociali, tentativi di riconquista e diffidenze internazionali. Così, Popkin protrae la storia della rivoluzione sino al 1843: anno di deposizione del presidente Jean-Pierre Boyer.

Mulatto di madre africana, si era formato in Francia ed era un veterano della campagna rivoluzionaria. Assunto il potere per vie legali nel 1818, si lanciò nella riunificazione del Paese. Da dodici anni l’isola era posta sotto una doppia sovranità. A nord era sorto il regno di Henri Christophe, a sud era stata fondata la repubblica di Alexandre Pétion. Prima alleati nella congiura contro Dessalines, poi divisi da un’insaziabile fame di potere, incarnavano due concezioni ideologiche e razziali contrapposte: l’uno era il paladino della maggioranza nera; l’altro l’alfiere della borghesia dei liberi di colore. Boyer provò a indirizzare il Paese sul sentiero della stabilità. La sua presidenza traspariva i tratti personalistici dei predecessori, ma si sforzò di modernizzare le istituzioni nazionali, salvaguardare l’ordine politico e sostenere il settore agricolo. Fu un tentativo equilibratore tra interessi e prerogative divergenti. Quando nel 1843 un golpe capeggiato da riformatori liberali rovesciò il governo, gli insanabili contrasti sociali riemersero dal passato. La crisi si risolse cinque anni più tardi, con il generale Faustin Soulouque che si autoproclamò imperatore. Con il nome di Faustino I istituì una dittatura spietata, a metà tra l’imitazione farsesca del bonapartismo e la sperimentazione di un cesarismo nero. Era, secondo Popkin, l’epilogo naturale di una rivoluzione incompleta, nonché il segno di una realtà permanentemente sospesa tra ideali di emancipazione e tradizioni autoritarie.

Scritto da
Alessandro Bonvini

Alessandro Bonvini è assegnista di ricerca presso la Scuola Superiore Meridionale (Università di Napoli Federico II). Ha conseguito il dottorato in storia contemporanea nel 2018 presso l’Università di Salerno, in co-tutela con la Pontificia Universidad Javeriana de Bogotá. È stato Max Weber fellow presso l’European University Institute. Si occupa di storia atlantica, Risorgimento e storia politica del XIX secolo.

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