Recensione a: Daniel Baloup, David Bramoullé, Bernard Doumerc e Benoît Joudiou, I mondi mediterranei nel Medioevo, il Mulino, Bologna 2020, pp. 308, 25 euro (scheda libro)
Scritto da Alessandro Berti
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Scritto a più mani da storici medievisti francesi, I mondi mediterranei nel Medioevo nasce con l’obiettivo di «presentare la grande varietà dei mondi mediterranei al di là dell’idea di un insieme omogeneo o binario, cioè ridotto all’opposizione» fra cristianità e islam, fra Nord e Sud, fra pregiudiziali giudizi di sviluppo e sottosviluppo (p. 7). In tal senso, le categorie centrali dell’intera analisi sono l’incontro e la diversità, attraverso le quali i quattro autori mostrano come il valore culturale ed economico del “mare interno” derivi esattamente dalla sua molteplicità: «Il mio Mediterraneo è bello perché è molteplice» (p. 7)[1]. Se la diversità permette di concepire la complessità e la ricchezza delle società mediterranee, l’incontro, che sia pacifico o aggressivo, è l’elemento cruciale per comprendere la continua evoluzione dei “mondi” mediterranei. Viaggiando in piena controtendenza rispetto al discorso pubblico corrente, il principale merito del libro e della ricerca storica che lo ha preceduto è sottolineare come la diversità, la mescolanza, l’inestinguibile inventiva, gli scontri e le intolleranze siano stati – e sono ancora – fattori che hanno «ostacolato le convergenze», tanto quanto hanno «aperto strade alternative» (p. 8) per la crescita e la convivenza.
Come scrisse Predrag Matvejević nel suo indimenticabile Breviario Mediterraneo l’«Atlantico o il Pacifico sono i mari delle distanze, il Mediterraneo è il mare della vicinanza»[2]. Il Mediterraneo oggetto del libro è un triplex confinium, un ambiente condiviso tra Africa, Asia ed Europa, che nell’essere perennemente frontiera trova la sua essenza. Lo spazio mediterraneo è costellato da confini naturali e artificiali, sempre in movimento, caratterizzati da una «straordinaria fluidità» (p. 127) e porosità, sono “zone osmotiche” in cui gli scambi economici e culturali, nonché gli attriti militari, favoriscono una progressiva interdipendenza[3]. Non a caso, lo studio della realtà medievale e l’ottica di lungo periodo scelta – si va dal VI al XVI secolo – vogliono rispondere alle domande attualmente sorte dalla percezione di un Mediterraneo come interminabile e irreversibile fonte di squilibri e pericoli internazionali, di avversari culturali e politici. Infatti, l’analisi del Mediterraneo medievale rivela come per secoli la coabitazione sia stata una scelta praticata e vantaggiosa per le società di entrambe le sponde, nonostante in quegli anni siano nate e si siano sviluppate le identità che ancora oggi contraddistinguono le varie nazioni rivierasche. D’altro lato, la prospettiva di lungo periodo permette agli autori di non imbrigliarsi in quelle fasi storiche che hanno visto un picco di violenza e intolleranza o, al contrario, di collaborazione fra le varie società mediterranee, bensì di tracciare un quadro complessivo in cui quel turbolento crogiolo di civiltà ha potuto – attraverso contatti, migrazioni, oscillanti rapporti di forza, trasferimenti culturali, conquiste e integrazioni – sviluppare nel dialogo quei tratti distintivi di identità eterogenee all’interno di un riconosciuto spazio omogeneo. I “mondi” mediterranei nel Medioevo – l’Occidente latino-cattolico e l’Oriente bizantino-ortodosso, il cristianesimo e l’islam, l’eredità romano-germanica e l’emergere della cultura araba, le realtà imperiali e i califfati, i poteri universali e i poteri locali – si sono potuti rappresentare in quanto “individui” solo in funzione degli altri e delle loro rappresentazioni.
La struttura del libro è tripartita, favorendo l’approfondimento – ma senza cercare di separarle, grazie all’ampio utilizzo di rinvii interni – delle questioni inerenti, rispettivamente, lo spazio, le società, i fatti culturali. La prima parte, dal titolo Conquistare e integrare gli spazi, affronta il tema della dissoluzione del Mare nostrum ellenistico-romano nel corso del VI e VII secolo e delle successive rimodulazioni culturali e geopolitiche dovute alla prima divisione tra occidente latino e oriente bizantino, e alla seconda grande frattura operata dall’avanzata araba. Il libro tuttavia è attento a non ridurre i secoli VII-X ad una fase di caotico impoverimento, ma – attraverso l’analisi di casi specifici, come quello dell’Italia longobarda o dell’Egitto musulmano – mostra come i cambiamenti religiosi, etnografici e demografici generarono non un Mediterraneo “peggiore” di quello romano, ma semplicemente diverso, percorso da nuove e inattese linee di divisione e di contatto, in cui «la frontiera rimane porosa» (p. 35). Per le talassocrazie mediterranee in competizione economica e politica il controllo delle isole e degli stretti risultava fondamentale per avere il dominio delle reti di circolazione, rifornimento e commercio. Gli storici sono accorti nell’evidenziare come per raggiungere tale obiettivo fosse fondamentale la «mobilitazione dell’entroterra» (p. 67): «quando si parla del Mediterraneo viene subito in mente il mondo insulare e quello degli arcipelaghi associati alle coste» (p. 67) si legge nel libro, ma come affermava sempre Predrag Matvejević il «Mediterraneo è terra e mare insieme, è un mare circondato da terre, una terra bagnata dal mare»[4]. Fu Fernand Braudel, nel corso dei suoi lunghi studi sulle civiltà mediterranee, ad affermare come la vita mediterranea non trova il suo luogo d’origine lungo le coste, bensì sulle colline e le montagne che circondano e osservano il mare: è dall’entroterra che l’uomo, in ogni fase storica, ha percorso e conquistato la spazio marittimo[5].
Nella seconda parte gli autori si sono posti la domanda di come le società medievali del Mediterraneo siano riuscite a Costruire società diverse – sia al loro interno che in relazione ai loro vicini – indagando le politiche di gestione delle differenze religiose, identitarie e di integrazione dei migranti. Grazie anche qui alla presentazione di numerosi casi specifici e di alcune fonti – i copti in Egitto, i mudéjares nella Penisola iberica, gli ottomani nei Balcani – viene mostrato come il fatto che «nello spazio mediterraneo le società omogenee praticamente non esistono» (p. 98) non fosse sintomo di una qualche forma di debolezza statale o sofferenza sociale ma un tratto caratteristico su cui quelle società costruirono le loro strutture. Ma del resto, viene fatto notare come le differenze religiose non fossero le uniche – seppur le maggiori – differenze identitarie. La «grande eterogeneità dei mondi sociali» si manifestava nell’appartenenza a diverse corporazioni, a differenti inquadramenti giuridici, al possesso di distinte pratiche culturali, alimentari e sociali. Infine, di fronte alle «migrazioni e le diaspore che animano i mondi mediterranei» l’opera mette in luce alcuni dispositivi e forme di integrazione più o meno riuscite: gli esempi qui sono dei francos nella Penisola iberica, gli occidentali in Terrasanta, i catalani e gli italiani nel Sud della Francia.
Nella terza e ultima parte del libro, Circolare e condividere, si avvalora l’immagine del Mediterraneo «aperto» e «dinamico» (p. 215), densamente percorso da una rete interna che fa del mare una «zona di facile comunicazione attraverso mondi diversi e caratterizzati da scontri ideologici» (p. 185). Nonostante le numerose e insanabili fratture, il Mediterraneo nel corso del Medioevo non smette mai di dialogare e trasferire da una sponda all’altra saperi, esperienze e ricchezze, di ospitare in ogni suo luogo stranieri, viaggiatori e avventurieri. In mancanza di una comune lingua e di una paideia – come era stata per l’era antica la cultura ellenistico-romana – il Mediterraneo costruisce una sua nuova cultura multiforme e policentrica, grazie a una «geografia dello spostamento» che «influenza le mentalità creando una vera e propria cultura» (p. 187). In altre parole, il Mediterraneum dei latini, “mare dentro le terre”, o il thalassa dei greci nel suo incessante mutamento ha contribuito a creare il mondo moderno, poiché ha creato l’uomo moderno[6]. «Mondo aperto, apertura del mondo, il dinamico Mediterraneo cerca il suo destino» (p. 215).
[1] Cfr. E. B. Yahia e S. Boubaker, Lo Sguardo tunisino, in F. Thierry e I. Robert (a cura di), Rappresentare il Mediterraneo, Mesogea, Messina 2004.
[2] P. Matvejević, Mediterraneo. Un nuovo breviario, introduzione di Claudio Magris, Garzanti, Milano 1996 (ed. or. 1987), p. 23.
[3] Cfr. P. Giaccaria e C. Minca, The Mediterranean alternative, «Progress in Human Geography», vol. 35, (2010), pp. 347-351.
[4] P. Matvejević, op. cit., p. 21.
[5] F. Braudel (a cura di), Il Mediterraneo. Lo spazio, la storia, gli uomini, le tradizioni, Bompiani, Milano 2019, (ed. or. 1987), pp. 13-27.
[6] B. Porcel, “Radici e scontri di civiltà”, in G. Duby (a cura di), Gli ideali del Mediterraneo. Storia, filosofia e letteratura nella cultura europea, Mesogea, Messina 2000, p. 43.