Il capitalismo sovrano di Trump: Stato azionista, estrazioni e concessioni
- 22 Settembre 2025

Il capitalismo sovrano di Trump: Stato azionista, estrazioni e concessioni

Scritto da Luca Picotti

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Il capitalismo americano sotto la presidenza del secondo Donald Trump sta assumendo nuovi volti. Ovviamente, non possono essere solo la singola persona e la sua cerchia a trasformare i rapporti tra Stato e mercato che hanno per decenni segnato la proiezione economico-politica statunitense. È possibile però notare come talune tendenze ormai appurate, per esempio il maggiore protezionismo di questa fase storica, siano state assorbite dal metodo Trump – affarismo, bulimia di Executive Orders, spregiudicatezza – andandosi ad ibridare in nuove forme a tratti inedite.

Se la cautela risulta necessaria, attesi i diversi passi indietro di questa amministrazione, nonché più in generale la discrasia tra dichiarazioni e fatti, alcuni segnali meritano una riflessione:

  • la partecipazione del governo americano al 10% in Intel, un tempo cuore dell’industria dei semiconduttori statunitense, oggi in crisi;
  • la atipica golden share all’interno dell’operazione Nippon Steel-US Steel, quale condizione per l’autorizzazione al deal dopo il veto posto a gennaio 2025 da Joe Biden;
  • progetti di ingresso, da parte del Pentagono o altri enti statali, nel capitale delle società attive nel settore delle terre rare (vedasi MP Materials), al fine di accelerare la rincorsa su Pechino, il cui controllo di tale chokepoint è apparso in tutta la sua problematicità nella recente guerra commerciale;
  • progetti di ingresso nel capitale di altre imprese strategiche tramite un vero e proprio fondo sovrano;
  • la subordinazione dell’autorizzazione all’export verso la Cina, ad esempio per realtà come Nvidia e Amd, al prelievo di una somma dai ricavi ottenuti.

Da questo quadro si possono individuare almeno tre traiettorie: quella dello Stato azionista, quella del capitalismo delle concessioni sovrane e quella del capitalismo delle estrazioni sovrane.

Innanzitutto, lo Stato americano che entra direttamente nel capitale di una società americana, tramite una partecipazione di minoranza o controllo, ricorda lo Stato azionista, evoluzione dello Stato imprenditore, tipico della tradizione europea. Nel Vecchio Continente lo Stato ha sempre avuto un ruolo diretto nell’economia, dapprima tramite veri e propri enti pubblici, mentre a seguito dell’integrazione europea ciò è avvenuto perlopiù sotto forma di partecipazioni di controllo pubblico in società formalmente private – sì da nominarne gli amministratori e tratteggiare gli indirizzi principali. Si pensi all’Italia, ove lo Stato, con il MEF e CDP, è presente in tutti i più grandi player, da Leonardo a Fincantieri, da Enel a Eni. Oppure si pensi allo Stato francese, presente nel capitale di tantissime società private (pure di Stellantis). È una formula tipicamente europea. Così come di matrice europea era la golden share nelle società strategiche, ossia una azione simbolica che conferiva allo Stato diverse prerogative circa le maggiori decisioni dell’impresa, istituto superato dopo le sentenze della Corte di Giustizia dei primi anni Duemila, che ne avevano censurato il carattere eccessivamente recessivo rispetto al libero mercato.

Gli Stati Uniti non hanno mai avuto invece una tradizione di Stato azionista o di imprese pubbliche. Le grandi corporation americane sono sempre state rigorosamente private. Il potere pubblico statunitense partecipa e ha partecipato alla proiezione capitalistica del Paese, in un rapporto osmotico piuttosto complesso, ma tramite agenzie, strutture e strumenti regolatori esterni, specie per tutelare la national security. Controlli sugli investimenti esteri (CFIUS – Committee on Foreign Investment in the United States), sanzioni (OFAC – Office of Foreign Assets Control), controlli sull’export (BIS – Bureau of Industry and Security), supporti di intelligence alle imprese (ad esempio, l’Advocacy Center), politiche industriali e sussidi (come l’Inflation Reduction Act di Biden), porte girevoli e legami tra servizi segreti e aziende tech. Non tramite intrecci azionari. Questa è una novità, ancora embrionale, da monitorare.

Il ruolo dello Stato, o dell’attuale amministrazione che si riflette in esso, non finisce qui. Il dazio, volente o nolente, rappresenta una tassa, che va a rimpinguare le casse federali. Peraltro, trattasi di una tassa che ad ora sta venendo perlopiù pagata dagli importatori americani e dai consumatori americani – e solo in via marginale dagli esportatori. Al netto del grande obiettivo del reshoring, ossia fare sì che si sviluppi l’industria domestica e si compri domestico (e così andrebbero a ridursi, sino a scomparire, le entrate dei dazi), ciò che rimane è un’immensa macchina burocratico-amministrativa, che va dal Dipartimento del Commercio alle dogane, atta a catalogare la merce, risalire alla nazionalità di origine, quantificare il dazio e riscuotere le tasse. Ma vi è di più: a ciò vanno ad aggiungersi ulteriori prospettive, queste del tutto inedite e atipiche. Ci si riferisce al cosiddetto dazio sull’export di realtà come Nvidia e Amd, di cui si è discusso a partire da un articolo sul Financial Times. Si tratta di un ibrido che combina il sistema dell’export control, sempre più diffuso in ambito tech, a partire dalle grandi restrizioni di Biden dell’ottobre del 2022, con l’ossessione di Trump del dazio. Ne deriva una atipica licenza governativa ad esportare AI chip alla Cina subordinata al pagamento di una arbitraria percentuale sui guadagni di tali vendite (15%).

Normalmente il sistema di export control si basa su licenze e autorizzazioni a vendere certi beni-tecnologie, o in generale (ad esempio, se dual use), o ad una determinata azienda (ad esempio, a Huawei), o alle aziende di un determinato Paese (ad esempio, alle imprese cinesi nell’ambito dei semiconduttori). L’interesse è quello di non fare ottenere il dato bene-tecnologia al soggetto target (o limitare tale approvvigionamento). La parte economica non rileva o non dovrebbe rilevare, atteso che la ratio è un’altra: ossia il fatto che l’interesse e la sicurezza nazionale passino proprio dalle limitazioni di certe forniture a Paesi o società rivali.

Il dazio invece punta a colpire le importazioni da Paesi esteri, rendendole più gravose, traducendosi in una tassa destinata a fare cassa (che sarà pagata, come si diceva, a seconda di chi se la accolla, dall’esportatore o dall’importatore o dal consumatore americano). L’obiettivo qui può essere sia quello economico di incrementare le entrate – specie quando si è un consumatore di ultima istanza come gli Stati Uniti – che quello (soprattutto) di favorire i produttori interni, nonché in generale di riequilibrare la bilancia commerciale.

In ogni caso, l’aspetto peculiare è proprio l’ibridazione atipica di queste armi giuridico-economiche. La licenza ad esportare diventa un costo (una tassa del 15% sui guadagni) che determinate aziende (Nvidia e Amd) dovrebbero pagare per proseguire alcuni scambi altrimenti vietati. Un compromesso per tenere assieme la realtà delle catene del valore, la complessità degli ingranaggi globali, gli obiettivi di lungo termine e l’esigenza di fare cassa? È presto per dirlo. Rimane però una ibridazione a dir poco irrituale, un dazio sull’export “ad aziendam” del tutto arbitrario. Una sorta di capitalismo delle “concessioni sovrane”.

Stato azionista nel capitale delle società, dazi sull’export, golden share e in generale un interventismo sul mercato sempre più arbitrario, frutto anche dell’uso e abuso di Executive Orders. Un aspetto interessante, sì da cogliere gli architravi di queste trasformazioni, sono le ibridazioni. In particolare, tra i vecchi modelli europei di Stato azionista e le logiche estrattive tipiche dell’attuale amministrazione statunitense, sino alle vere e proprie strategie geopolitiche sottostanti.

In questo senso, il governo federale che entra nel capitale di una società richiama sì l’esperienza dello Stato azionista. La particolare modalità dell’intervento, ossia la conversione dei fondi della politica industriale – strumento esterno, valorizzato specie da Biden – in partecipazione senza diritto di voto (ma per mettere un piede nella società ed ottenere al caso utili o valore) è però un inedito peculiare in stile Trump. Logica estrattiva, per cui l’aiuto statale è subordinato all’ottenimento di una fetta di società – ossia una partecipazione al 10%. Ancora, la golden share atipica in Nippon Steel-US Steel ricorda l’incidenza di quelle europee censurate poi dalla CGUE (la Corte di Giustizia dell’Unione Europea): una volta che Nippon Steel avrà acquisito US Steel, ogni decisione rilevante circa quest’ultima – dai posti di lavoro agli investimenti in suolo domestico, al trasferimento di sede – sarà vincolata sostanzialmente all’approvazione governativa in virtù di questa golden share. Istituto che in Europa era previsto in apposite discipline ma che ciononostante è stato censurato dalla CGUE perché in contrasto con i principi di libera circolazione dei capitali e libertà di stabilimento, e che ora appare negli Stati Uniti senza apposita disciplina, ma, pare, per mera lettura estensiva dei poteri del CFIUS. Il dazio all’export di Nvidia e Amd ibrida invece, come si diceva, i sistemi di export control con il dazio, tassando la volontà di continuare certi rapporti.

Allo stesso tempo, convivono con questi interventi atipici anche le sottostanti ragioni strategiche. Monitorare Intel, così come in prospettiva le società attive nelle terre rare, risponde a palesi logiche di competizione geopolitica. In parte pure la produzione di acciaio di US Steel, sebbene ciò convinca di meno. Ancora, gli obiettivi strategici si nascondono anche dietro all’atipico dazio sull’export: se monetizzare l’interesse nazionale può apparire come una sconfessione dello stesso, va anche detto che il costo del dazio all’export può fungere da stimolo a chiudere, se non oggi nel breve periodo, certi rapporti, trasformandosi in una forzatura in grado di accelerare il decoupling senza strappi insostenibili a livello di catena e permettendo al contempo allo Stato di fare cassa nel periodo di transizione. Insomma, il messaggio, che unisce le logiche delle concessioni sovrane a quelle geopolitiche, è: se non riesci a interrompere subito i tuoi scambi con la Cina, ti permetto sì di continuare, ma mi pagherai un dazio per ogni singola esportazione fino a che non le avrai interrotte.

In ogni caso, l’immagine provocatoria che più viene in mente, ad ora, è quella del capitalismo delle concessioni (il dazio sull’export a Nvida e Amd) o estrazioni (sussidi in cambio di azioni) sovrane, rispondente sia a logiche di mero incasso economico che a logiche geopolitiche. L’equilibrio tra queste due anime invero non è così chiaro. Da un lato, come si è anche cercato di evidenziare, si intravede un indirizzo strategico in simili interventi, che va a inserirsi nelle grandi tendenze di questa fase storica. Dall’altro, la sensazione è quella di una ingerenza a tratti sfacciata, ove il Presidente si immedesima direttamente nello Stato, inteso come parte forte contrattuale, sicché ogni concessione (a pagamento) o estrazione (per avere ulteriori soldi) o tassa (i dazi) che possa rimpinguare le casse federali – e dunque metaforicamente se stesso – viene raccontata come un successo. Lo Stato, ossia Trump, contro tutti. Il problema è che in quei “tutti” ci sono spesso anche le aziende americane e in generale un ecosistema di mercato da tutelare e soprattutto da mantenere dinamico e attrattivo.

In questo senso, ci si chiede come un liberale, repubblicano o meno, possa gioire di tale situazione. E non è un caso che i progetti di smaltimento della burocrazia si siano tradotti per ora in fallimenti e poco altro. Se da un lato bolle in pentola una riforma fiscale che ridurrà le tasse (ai ceti più abbienti), dall’altro c’è uno Stato che non solo rimane ingombrante – e per gestire la burocrazia doganale, il Dipartimento della Guerra e la complessità degli strappi commerciali probabilmente necessiterà di ancora più risorse – ma che vuole vincere a tutti i costi. Soldi tramite dazi, soldi tramite concessioni, soldi tramite estrazioni. Uno Stato onnipresente, tutt’altro che defilato, che vuole guadagnare il più possibile. Perché per l’immobiliarista Trump, lo Stato, in questo momento, è sostanzialmente Trump stesso.

Scritto da
Luca Picotti

Avvocato e saggista. Ha conseguito un Dottorato di ricerca presso l’Università di Udine. È membro dell’Osservatorio Golden Power e scrive per diverse testate, occupandosi di tematiche giuridico-economiche, scenari politici e internazionali. È autore di: “Linee invisibili. Geografie del potere tra confini e mercati” (Egea 2025) e “La legge del più forte. Il diritto come strumento di competizione tra Stati” (Luiss University Press 2023).

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