“Il fascismo e noi” di Roberto Esposito
- 12 Febbraio 2026

“Il fascismo e noi” di Roberto Esposito

Recensione a: Roberto Esposito, Il fascismo e noi. Un’interpretazione filosofica, Einaudi, Torino 2025, pp. XX – 316, 26 euro (scheda libro)

Scritto da Paolo Missiroli

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Per comprendere appieno il libro di Roberto Esposito in questione, è necessario acquisire preliminarmente tre elementi. Il primo è che il filosofo napoletano non intende sostituirsi agli storici, fornendo una nuova definizione di fascismo che spieghi alcuni passaggi della storia recente, ma piuttosto proporre un’interpretazione filosofica del fascismo, come recita il sottotitolo. Questo per una ragione di metodo, che l’autore mette in chiaro sin dall’inizio: se ogni avvenimento storico è di per sé unico – è nota la giusta insofferenza degli storici alle analogie – trattare i fenomeni storici in quella che Esposito chiama «chiave paradigmatica» (p. 23) significa precisamente sospenderne l’unicità e inserirli in un orizzonte più generale, all’interno del quale essi possono essere intesi in modo non alternativo, ma complementare a quello delle scienze storiche. In questo senso il nazismo è comparabile al fascismo, come lo è all’Impero Romano, al quale Simone Weil lo accostava: non perché tra essi manchino differenze rilevantissime, quelle a cui appunto la storiografia è attenta, bensì poiché la domanda sul fascismo illumina di una luce nuova anche esperienze passate, spiegandole (nel senso letterale di manifestare allo sguardo) in modo per noi utile. La filosofia ha, secondo Esposito, una naturale impronta anti-storicista (p. 26), se si intende con storicismo la convinzione che si possa chiarire il presente ricostruendone la genesi: al contrario, è il presente stesso a svelare il passato in modo sempre nuovo e a rivelare quella non-contemporaneità del contemporaneo a cui il filosofo napoletano ha dedicato molti studi in passato, ripresi in più punti del presente lavoro. Questa è la ragione per cui è possibile dedicare un libro di filosofia al fascismo senza sostituirsi agli storici.

Il secondo elemento che semplifica di molto la lettura del testo (la cui chiarezza, cifra caratteristica dello stile di Esposito, lo rende tuttavia comprensibile da chiunque abbia voglia di leggerlo) è evidentemente la conoscenza dell’apparato concettuale espositiano, sviluppato in ormai cinquant’anni di lavoro. In particolare, ci paiono importanti due punti: il concetto di immunizzazione e la figura dell’Avversario. Immunità, immunizzazione e immune sono termini che, nel lessico di Esposito, rimandano a una risposta protettiva nei confronti di un rischio[1]. Secondo il filosofo napoletano, tale risposta protettiva non proviene dall’esterno, ma (qui l’analogia con l’organismo biologico) dall’interno della vita stessa. Si tratta, cioè, della piega interna di ogni processo di espansione incontrollata della vita, il rischio contro cui ogni crescita è necessariamente chiamata a confrontarsi. La figura dell’Avversario – a cui Esposito ha recentemente dedicato un lavoro[2] che abbiamo recensito per Pandora Rivista – riprende, approfondisce e trasforma la tematica dell’immunizzazione. L’Avversario è il nome che Esposito dà alla polarità interna con cui individui, società e ogni forma di sistema sono costretti a confrontarsi: dal punto di vista concettuale, esso è il nome del negativo, di ciò che è irriducibilmente altro rispetto al cuore di ogni sistema. Tale polarità non solo è inevitabile, ma è lo scontro con essa a dare forma al sistema stesso. Immunizzazione e Avversario sono dunque i due modelli teorici che rendono pienamente comprensibile il rapporto contraddittorio e dialettico (senza sintesi) tra vita e morte, al centro non solo di questo libro, ma di tutto il pensiero di Esposito. Il linguaggio utilizzato da Esposito è sempre ricco di immagini come “faglia”, “piega”, “frattura”, “strato” e molte altre. Questo non significa che sia povero di pensiero – è noto che anche Maurice Merleau-Ponty tendesse a usare le immagini per esprimere concetti. Tuttavia, il suo pensiero è aporetico, in quanto tende a spiegare una rottura che non può essere ricomposta. Questo è vero, tuttavia, semplicemente nell’esatta misura in cui riconosce l’irrisolvibilità del rapporto tra vita e morte, lo scivolamento continuo dell’una nell’altra: non il pensiero di Esposito, ma il suo oggetto è senza soluzione.

Il terzo elemento che ci avvicina ai contenuti specifici del libro è che la sua postura, il suo approccio al fascismo, è in larga misura mutuato da quello inaugurato da Foucault nella famosa prefazione del 1977 alla traduzione inglese dell’Anti-Edipo di Deleuze e Guattari. Come è noto, in tale testo Foucault sostiene, riprendendo il titolo delle Meditazioni di Francesco di Sales, che il libro sia un’introduzione alla vita non fascista, in quanto insieme di indicazioni per ricercare il fascismo nelle pieghe del corpo, non tanto per rigettare il fascismo storico di Hitler e Mussolini, che è piuttosto un effetto di questo oscuro vortice interiore, ma per combattere quello che abita dentro di noi. Secondo Foucault, Deleuze e Guattari[3], il fascismo, così abile nell’usare la trascendenza del mito (religioso, razziale, storico), è in realtà pienamente interno al piano di immanenza che costituisce la realtà, da qui deriva la sua efficacia. Solo in questo senso, peraltro, sostiene Esposito, il fascismo merita un interesse non antiquario. Esclusivamente un’interpretazione filosofica che ne allarghi il significato a qualcosa che è ancora presente lo rende degno di attenzione per noi, coloro cioè che, non fascisti, sono convocati a leggere questo libro: «combattere il fascismo vuol dire, prima che negare la sua ideologia, smontare la sua macchina generativa, anzitutto dentro di noi» (p. 18).

Come sempre, il lavoro di Esposito è talmente ricco di riferimenti da rendere impossibile un riassunto. Il filosofo napoletano ha l’abitudine, non comune, di riferirsi a chi ha studiato gli oggetti delle sue indagini prima di lui nel modo più completo possibile. Questa sua attitudine al rigore scientifico lo rende quasi sempre impossibile da recensire, se con questo termine si intende una rassegna completa del lavoro in oggetto. In questa sede, dunque, ci limiteremo a esporre brevemente la struttura del volume e a concentrarci, operando una selezione, su alcune questioni che ci sembrano meritevoli di interesse.

Il libro è diviso in cinque capitoli. Il primo, La macchina metafisica del fascismo, è dedicato al concetto centrale del volume, a cui torneremo per impostare la struttura teorica dell’intero lavoro (mentre l’introduzione ne prospettava soprattutto il fine ultimo). Il secondo capitolo, Parigi, tratta della concezione del fascismo nella Francia degli anni Trenta secondo Bataille, Levinas e Simone Weil. Il terzo capitolo, Francoforte, affronta le riflessioni sulla categoria nella Germania del Primo Dopoguerra di Bloch, Franz Neumann e della Scuola di Francoforte (in particolare Marcuse). Il quarto capitolo, Vienna, affronta il modo in cui la psicanalisi, più o meno negli stessi anni, affronta il rapporto tra fascismo, desiderio e libertà, con riferimento a Freud, Reich e From. Il quinto capitolo, Salò, affronta il problema riprendendo i testi di Deleuze e Guattari, alcuni elementi della produzione pasoliniana (in particolare il film omonimo e Petrolio) e il romanzo Le benevole di Jonathan Littell. Ogni capitolo si conclude con un Contrappunto dedicato a filosofi/autori più o meno rilevanti per il pensiero del Novecento che hanno avuto legami strutturali con il fascismo nelle sue varie forme: Gentile, Heidegger, Schmitt, Rosenberg e Jünger. Lo scopo di questi brevi testi è quello di analizzare rapidamente le ragioni della connivenza di questi autori con la macchina metafisica fascista, evitando, da un lato, di ridurre il loro pensiero a tale macchina (tranne, evidentemente, nel caso di Rosenberg) e, dall’altro, di separare completamente la seconda dal primo. Il libro si conclude con una serie di Tagli, brevi riflessioni che attraversano trasversalmente le tematiche trattate nel libro, declinandone e approfondendone le prospettive.

Il nucleo del libro è, come accennato, il concetto di “macchina metafisica fascista”. Una comprensione di questo concetto rende intellegibili gli infiniti riferimenti contenuti in questo lavoro, nella misura in cui, secondo Esposito, il fascismo non ha una macchina metafisica, ma coincide con essa. Innanzitutto, il filosofo afferma che tale macchina è «generativa, in quanto capace di generare le sue condizioni di esistenza e di espansione» (p. 12). Essa, cioè, consiste di operazioni che produce da sé, senza prenderle dall’esterno. In particolare, la macchina metafisica fascista funziona suddividendo prima la realtà in due polarità opposte e immettendole poi l’una nell’altra. L’opportunismo, ovvero la capacità di utilizzare pezzi di ideologie di destra (tradizione, comunità) con altri di sinistra (rivoluzione, massa), con cui alcuni hanno identificato il nucleo del fascismo (e in particolare la figura di Mussolini[4]), è, secondo Esposito, una conseguenza di questa macchina. Il fascismo non è nessuno dei due poli (natura-cultura; mito-tecnologia; primitivismo-modernismo; rivoluzione-tradizione; nazionalismo-socialismo; legalità-anarchia) che pure assume, ma una loro mescolanza in una totalità disarticolata e caotica, intrinsecamente contraddittoria: è questa sua natura di «sovrapposizione dei contrari» (p. 210) a renderlo anarchico, a fargli rimuovere la mediazione e la distanza. Per Esposito, il fascismo è l’annullamento del conflitto in quanto mistica banale, la rimozione dell’Avversario, dell’enigma che costituisce la vita mortale, sostituendolo con unità contraddittorie solo a un’osservazione esterna. In questo senso, il fascismo è totalitario, nonostante Esposito avanzi importanti riserve sulla categoria di totalitarismo (pp. 27-30): esso è una rivendicazione di una totalità composta da opposizioni. Il fascismo opera questo mescolamento su tutti i piani, ma uno è fondamentale, quasi il nucleo operativo di questa macchina: quello tra vita e morte. Il fascismo consiste in un modo di pensare e di vivere la vita (innanzitutto quella biologica) che si immunizza da sé stesso, distruggendosi. Come è noto, il fascismo è inseparabile da una qualche forma di razzismo (spirituale, secondo il lessico più raffinato di Evola, o prettamente biologico): da un lato, esso cerca l’allargamento delle potenze ctonie in cui identifica i popoli e, dall’altro, il loro contenimento o la loro distruzione. Auschwitz è il simbolo massimo di tale unità caotica dei contrari: per immunizzare la vitalità del popolo tedesco, è necessario rimuovere non solo quella (intesa sia biologicamente che simbolicamente) del popolo ebraico, ma anche quella di molte altre vite considerate pericolose. Il problema del fascismo, per tornare alle categorie esposte da Esposito, è che cerca sempre di rimuovere l’Avversario, ovvero quella polarità irriducibile che la società, la storia o l’individuo non possono assorbire: tenta cioè di concepire una vita che contenga la morte (un popolo glorioso che distrugge il suo nemico), invece di accettare semplicemente la differenza tra le due come insuperabile, la morte come differenza irriducibile e tuttavia interna alla vita. Il lettore filosoficamente più attento sentirà risuonare la lezione di Merleau-Ponty che, proprio a proposito di questa dimensione irriducibile dell’esistenza, parlava di avversità.

In questo senso, ci sembra rilevante sottolineare un punto: non è vero, come potrebbe sembrare a prima vista, che l’interpretazione di Esposito del fascismo come macchina metafisica lo contrapponga a uno dei più grandi (e sottovalutati) teorici italiani del secondo Novecento, Furio Jesi, il cui lavoro, anche grazie a un ottimo recente lavoro introduttivo[5] e a una nuova edizione del suo capolavoro Cultura di destra[6], gode di un rinnovato interesse. La tesi generale di Jesi, riassunta molto, è che non esiste una cultura di destra (reazionaria e fascista) se non come non-cultura, cioè come insieme di «idee senza-parole», rimandi a un passato mitico che però non può mai essere detto. A prima vista, non potrebbe esserci nulla di più lontano dall’interpretazione espositiana, che invece sottolinea un legame strettissimo tra fascismo e metafisica, nonché con alcuni pezzi imprescindibili della filosofia contemporanea. In realtà, quando parla di idee senza parole Jesi non intende qualcosa di molto diverso da Esposito: cos’è infatti la «pappa omogeneizzata del passato»[7] di cui parla Jesi se non l’esito più evidente della macchina metafisica fascista, la giustapposizione degli opposti? Non si vede forse l’attenzione di Jesi al mito fascista come confuso, inconcepibile se non tramite accenni, nelle parole «parlate, o meglio gridate, da coloro che sapevano farne uso teatrale» (p. 36) di cui si parla nel testo del filosofo napoletano? Certo, per Esposito il fascismo ha una visione del mondo totale ed è un sistema ideologico completo. Il punto è che Jesi non avrebbe negato questa affermazione, ma avrebbe sottolineato la sua incoerenza interna e il suo voler far stare insieme parti che, pur isolandole, la macchina metafisica fascista adagia semplicemente l’una accanto all’altra. Al netto di questi accenti e di divergenze pur rilevanti, non è dunque vero che la lettura di Esposito sia incompatibile con quella di Jesi.

Un altro elemento rilevante dell’interpretazione espositiana del fascismo sta già suscitando una discussione significativa in Italia e altrove. Si tratta dell’idea, che Esposito parrebbe affermare tra le righe in alcuni passaggi del testo, che il fascismo ha un rapporto privilegiato con l’immanenza. Ci permettiamo di ritenere questa lettura del testo espositiano superficiale e fuorviante. In primo luogo, perché la tesi secondo cui il fascismo rappresenterebbe l’immanenza, la vita reale, contro la trascendenza razionalistica del comunismo marxiano non è certamente di Esposito, ma di Ernst Nolte[8], con cui il filosofo napoletano entra in dialogo critico nel suo lavoro (pp. 32-34), considerandolo a tratti poco avveduto nella ricostruzione dei fenomeni che descrive. Questo perché (ed è il punto più rilevante) la macchina metafisica fascista non si schiera né con l’immanenza né con la trascendenza, né con la vita né con la morte, ma abbraccia sempre entrambe, facendole inglobare l’una nell’altra e viceversa. Leggiamo un passaggio emblematico del libro in oggetto, a proposito di uno dei principali ideologi nazisti: «l’operazione di Rosenberg esige l’incorporamento della trascendenza all’interno di un corpo razziale, in una sintesi che trova il suo sistema di scorrimento nel fluido del sangue – al contempo il più spirituale degli elementi naturali e il più naturale degli elementi spirituali» (p. 162). Il problema del fascismo non è l’immanenza tout court, ma il modo in cui la declina: la riempie di trascendenza (da qui il disprezzo per il materialismo, così tipico del fascismo) e, dall’altro lato, la pensa come immanenza, come corpo biologico mitizzato. La macchina che descrive Esposito non è disintermediazione, scelta, decisione, ma confusione, caos, opportunismo metafisico: che (questa la posizione di Esposito, chiarita dal suo lavoro sull’istituzione in anni passati) una politica dell’immanenza non sia la soluzione ad alcuni dei problemi della nostra condizione storica non significa certo che, di questi, sia essa stessa causa. Questo opportunismo è la ragione della sua forza e delle sue inesauribili possibilità di ritorno che, secondo Esposito, possono essere tenute a bada solo conoscendone il funzionamento.

In fin dei conti, il fascismo è dunque, per Esposito, il tentativo, destinato a fallire non prima di aver provocato i danni che conosciamo e che forse conosceremo di nuovo, di rimuovere l’Avversario interiorizzandolo. Da questo punto di vista, il filosofo napoletano, la cui aspirazione teorica si avvicina così tanto al testo di Foucault che abbiamo discusso all’inizio di questo commento, se ne allontana proprio nella diagnosi che fa del fenomeno. Per il Foucault del 1977 e per Deleuze e Guattari, l’educazione a una vita non fascista consiste innanzitutto nel rifiuto della categoria di negativo[9] e nella disarticolazione della trascendenza. Per Esposito, invece, è proprio l’accettazione di queste distanze incolmabili che caratterizzano la vita umana (quelle tra natura e cultura, tra futuro e passato, tra vita e morte) a rendere impossibile la totalizzazione metafisico-caotica, tipica della macchina metafisica fascista. In questo senso, la filosofia di Esposito rimane figlia del post-strutturalismo francese in quanto pensiero della differenza e risponde positivamente alla chiamata di quel post-strutturalismo con cui da tempo, come è evidente anche da queste poche pagine, egli si confronta: «preferite la differenza all’uniformità»[10] .


[1] Roberto Esposito, Immunitas. Protezione e negazione della vita, Einaudi, Torino 2020, p. 6.

[2] Roberto Esposito, I volti dell’Avversario. L’enigma della lotta con l’Angelo, Einaudi, Torino 2024.

[3] Michel Foucault, Préface, in Gilles Deleuze et Félix Guattari, Anti-Oedipus. Capitalism and Schizophrenia, Viking Press, New York 1977, pp. XI-XIV, ora in Id. Dits et écrits II. 1976-1988, Gallimard, Parigi 2001, pp. 133-136.

[4] Su tutte, la lettura di Angelo Tasca, Nascita e avvento del fascismo, Neri Pozza, Roma 2021 (1938).

[5] Salvatore Spina, Furio Jesi. Mito. Rivolta. Festa. Macchina mitologica. Cultura di destra, DeriveApprodi, Bologna 2025.

[6] Furio Jesi, Cultura di destra. Con tre inediti e un’intervista, nottetempo, Milano 2025 (1979).

[7] Ivi, p. 285.

[8] Ernst Nolte, Il fascismo nella sua epoca. I tre volti del fascismo, Sugarco, Milano 1996, p. 587.

[9] Michel Foucault, Préface, cit., p. 135.

[10] Ibidem.

Scritto da
Paolo Missiroli

Dottore di ricerca in Filosofia presso la Scuola Normale Superiore di Pisa e l’Université Paris Nanterre. È docente a contratto di Filosofia teoretica presso l’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia e cultore della materia presso il Dipartimento di Filosofia dell’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, dove collabora con la cattedra di Storia della filosofia francese contemporanea. Membro del comitato editoriale dell’“Almanacco di Filosofia e Politica” e del gruppo di ricerca “Officine Filosofiche”, studioso del pensiero filosofico francese contemporaneo, in particolare di Merleau-Ponty e della filosofia francese degli anni Trenta, si interessa di Antropocene, del rapporto uomo-mondo, dell’ecologia e di una sua possibile declinazione in termini politici.

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