“Il mercato rende diseguali?” a cura di Maurizio Franzini e Michele Raitano
- 18 Settembre 2019

“Il mercato rende diseguali?” a cura di Maurizio Franzini e Michele Raitano

Recensione a: Maurizio Franzini e Michele Raitano (a cura di), Il mercato rende diseguali? La distribuzione dei redditi in Italia, il Mulino, Bologna 2018, pp. 352, 32 euro (scheda libro).

Scritto da Gabriele Palomba

7 minuti di lettura

Dalla recente e vasta letteratura economica sul “ritorno” della disuguaglianza dei redditi nei paesi sviluppati, emerge con una certa chiarezza come una larga parte dell’aumentata disparità sia dovuta alla disuguaglianza dei redditi generata nei mercati. Infatti, i redditi di mercato (cioè quelli che vanno a remunerare i fattori della produzione) sono oggi distribuiti in maniera più diseguale dei redditi disponibili (cioè quelli che “entrano in tasca” ai percettori dopo tasse e trasferimenti statali) di quanto non lo fossero nel diciannovesimo secolo. Ciò è indizio di un ruolo positivo dell’azione redistributiva degli Stati nel tamponare parzialmente tale tendenza, nonostante questa stessa azione sia stata fortemente ridimensionata negli ultimi decenni. Dunque, da una parte appare necessario comprendere come il funzionamento dei mercati e il suo sensibile mutamento negli ultimi decenni abbiano influito sul fenomeno delle disuguaglianze, al fine di averne una comprensione profonda. Dall’altra, occorre capire come rafforzare e adattare alle nuove sfide la funzione “livellatrice” dello Stato.

È questo lo scopo del primo volume del Centro di Ricerca Interuniversitario “Ezio Tarantelli” (CIRET) Il mercato rende diseguali? La distribuzione dei redditi in Italia, pubblicato da il Mulino nell’agosto 2018 e a cura dei professori Maurizio Franzini e Michele Raitano (entrambi nel Dipartimento di Economia e Diritto della Sapienza). Il volume raccoglie i contributi di numerosi studiosi e ricercatori, provenienti sia dal mondo accademico che dalle istituzioni pubbliche.

La prima sezione del libro è dedicata all’analisi dei dati sulla disuguaglianza nel nostro Paese. Vengono prese in esame tanto la distribuzione funzionale (cioè fra il fattore lavoro e il fattore capitale) quanto la distribuzione personale (cioè fra i singoli individui), anche su base territoriale. Da questa approfondita analisi emergono numerosi elementi di sicuro interesse, spesso in contraddizione con le opinioni più diffuse. Ad esempio, il primo capitolo (di Enrico D’Elia e Stefania Gabriele), dedicato alla distribuzione funzionale, mette in luce alcuni importanti fatti. Fra le altre cose, anche in Italia è calato il peso complessivo del lavoro sul totale del reddito nazionale (accompagnato da una frenata del costo del lavoro, oggi al di sotto della media dell’Eurozona), mentre i redditi da capitale lordi delle società sono rimasti stabili, con una sensibile riduzione degli utili delle società non finanziarie (in parziale recupero a partire dal 2013) e un sostenuto aumento del risultato di gestione delle società finanziarie. Ciò smentisce la diffusa teoria per cui l’Italia si distinguerebbe dagli altri paesi avanzati per una tenuta della quota del lavoro e una riduzione di quella dei profitti, con una crescita del costo del lavoro insostenibile per la competitività del sistema industriale.

Dall’analisi della distribuzione personale del reddito (cui è dedicato il secondo capitolo ad opera di Franzini e Raitano) emerge poi come ad essere sempre più disuguali siano soprattutto i redditi da lavoro. La distribuzione di questi ultimi, infatti, è molto polarizzata, cosa che ha dato vita ai fenomeni speculari dei lavoratori poveri e dei lavoratori ricchi. Tuttavia, le teorie più accreditate su questo fenomeno – che spiegano l’ampiamento delle distanze fra i salari alti e quelli medio-bassi come un effetto della crescente importanza data dal mercato all’istruzione e alle skills – non hanno trovato un riscontro empirico[1].

Dunque, in Italia come nel resto del mondo occidentale la disuguaglianza dei redditi è aumentata non solo per il fatto che ha guadagnato sensibilmente spazio la componente più diseguale del reddito totale, cioè il reddito da capitale, ma anche e soprattutto per la crescente disparità all’interno dei redditi da lavoro. Inoltre, come ben noto l’Italia presenta una propria specificità nell’elevato tasso di disuguaglianze territoriali, che incidono ovviamente molto sulla disuguaglianza dei redditi complessiva e che la prolungata crisi economica ha contribuito ad aumentare. Non stupisce poi che le regioni con redditi disponibili medi inferiori siano anche quelle più disuguali al loro interno.

 

Lavoro, capitale umano, sviluppo tecnologico e istituzioni

Nella seconda e terza sezione del libro si continuano ad analizzare empiricamente diversi dei presunti fattori della disuguaglianza: polarizzazione del mercato del lavoro, gender gap, premialità legate all’istruzione, innovazione tecnologica, istituzioni del mercato del lavoro ed effetti di network familiare. Ne esce fuori un quadro che conferma, da una parte, come la situazione italiana abbia alcune peculiarità specifiche rispetto alle altre economie sviluppate (come ad esempio il maggior egualitarismo del settore pubblico rispetto al privato, maggiori disuguaglianze di genere, una polarizzazione “anomala” con crescita contenuta delle occupazioni ad alta qualifica), dall’altra come la realtà empirica metta in crisi le teorie più diffuse sulla disuguaglianza dei redditi. Ad esempio, la teoria del routine biased technological change[2] affronta qualche problema laddove si incontra forte eterogeneità fra paesi nel livello di polarizzazione delle occupazioni a parità di esposizione al progresso. Paesi diversi per istituzioni, cultura e struttura del mercato del lavoro hanno risposto diversamente allo stesso shock tecnologico. Allo stesso modo, se questa teoria afferma che ad essere favoriti in termini salariali dal progresso tecnologico sono soprattutto i laureati, in particolare quelli in scienze e tecnologie, le analisi empiriche dicono invece che in Italia questi sono favoriti non tanto in termini salariali quanto perché riescono ad accedere ad impieghi più stabili e come invece la premialità salariale si sia affievolita negli anni. Il ruolo della tecnologia è comunque rilevante nel determinare la disuguaglianza, ma legato a doppio filo a una serie di altri fattori, in primis il setting istituzionale dei vari paesi.

A proposito di istituzioni, è senza dubbio molto grande il ruolo della contrattazione e dei sindacati. L’indebolimento e la frammentazione di entrambi seguono praticamente lo stesso trend temporale del declino della quota lavoro. In Italia questa relazione è accentuata dal malfunzionamento del modello contrattuale, in cui è stato lasciato ampio spazio alla contrattazione decentrata, la cui definizione è rimasta però incompiuta. Tale malfunzionamento ha rappresentato di fatto un “vincolo istituzionale” alla crescita dei salari reali, che ha dunque esacerbato le dinamiche già fortemente sperequative in atto. Ciò, insieme al propagarsi di contratti precari e “atipici”, ha di fatto istituito un rapporto “invertito” fra produttività e quota salari, tale che tutto il maggior reddito conseguente a una crescita della produttività viene assorbito dai profitti.

Quanto ai legami familiari, il loro apporto nella creazione di disuguaglianza è importante in molti paesi sviluppati e particolarmente marcato in Italia. Questo ha ovvi risvolti in termini di mobilità sociale, dato che si osserva sia un effetto “paracadute” (chi nasce da genitori ricchi difficilmente guadagnerà molto meno di loro) che un effetto “tetto” (chi nasce da genitori poveri difficilmente sarà più in alto di loro). Inoltre, è interessante notare come dai dati empirici risulti che il background familiare influenzi il reddito dei figli soprattutto attraverso il canale delle reti di relazioni sociali, oltre che di capacità di accedere ad un’istruzione di qualità superiore e di eredità materiale.

In sintesi, dunque, da questa analisi empirica emerge in maniera predominante l’importanza del funzionamento dei mercati e del setting istituzionale di ciascun Paese nel determinarsi della disuguaglianza dei redditi di mercato. Non si può perciò non tenere conto di questo aspetto nel pianificare una strategia di policy che la contrasti in maniera adeguata.

 

Quali politiche per un contrasto efficace alle disuguaglianze? La pre-distribuzione

Le conclusioni del volume, ad opera di Maurizio Franzini, affrontano il tema delle misure più adeguate da adottare per contrastare efficacemente le disuguaglianze generate dal mercato. In particolare, si insiste sulla necessità di andare oltre politiche dagli effetti esclusivamente redistributivi, affiancandovi politiche pre-distributive. Ma cosa si intende con pre-distribuzione? Con questo termine, in voga dall’inizio di questo decennio[3], si intendono tutte quelle misure che riguardano o modificano i meccanismi di mercato, riuscendo quindi a intervenire “a monte” sui redditi da lavoro e da capitale. Infatti, come si è accennato in apertura, le politiche redistributive sono state fondamentali nel contenere la marea montante delle disuguaglianze nonostante il loro progressivo indebolimento. Tuttavia, anche se è auspicabile aggiornarle e rafforzarle, probabilmente queste non basterebbero a ridurre la disuguaglianza a livelli accettabili, ma soprattutto non correggerebbero le distorsioni di sistema che le hanno generate. Quindi, oltre a ragioni per così dire “quantitative”, c’è anche una ragione “qualitativa” che spiega la necessità di un intervento pre-distributivo: eliminare la parte “inaccettabile” dalla disuguaglianza, cioè quella derivante da distorsioni di mercato ed estrazione di rendite. Si tratterebbe quindi di adottare un mix di politiche economiche, sociali e di regolamentazione, invertendo la rotta rispetto ad alcune scelte politiche degli ultimi anni e al contempo intervenendo lì dove invece si era deciso di non intervenire. Fatto salvo quanto appena detto, va comunque anche tenuto in conto il ruolo potenzialmente pre-distributivo delle politiche redistributive, motivo per cui le due tipologie di intervento vanno di pari passo.

Franzini individua quindi tre grandi ambiti di contrasto alla disuguaglianza: quello delle dotazioni, quello delle modalità di funzionamento dei mercati e infine quello redistributivo. Quanto al primo, il focus è ovviamente sul capitale, tanto umano quanto fisico. Non solo misure fiscali, quindi volte soprattutto a redistribuire la ricchezza e a riequilibrare i lasciti ereditari con adeguate imposte di successione, ma anche politiche dell’istruzione. Perché tutti abbiano un’adeguata dotazione di capitale umano, necessaria non solo per garantire uguaglianza di opportunità di partenza, ma anche per contrastare il fenomeno della dispersione salariale, è quindi necessario mettere maggiori risorse educative a disposizione di coloro che partono da posizioni svantaggiate (cosa che inficia notevolmente sulle possibilità di accesso ad un’istruzione di buon livello e sulle possibilità di avere una carriera educativa di successo) e rimuovere eventuali ostacoli economici alla capacità di scelta, contrastando quella segregazione di fatto che oggi è assai presente.

Sulle modalità di funzionamento dei mercati, le misure per riequilibrare le “regole del gioco” sono molteplici e multidimensionali. Si va da una revisione delle politiche antitrust al fine di spezzare i nuovi monopoli (particolarmente presenti nei settori più avanzati, soprattutto nella cosiddetta economia digitale) a quelle politiche del lavoro volte a rafforzare il potere contrattuale dei lavoratori come minimi salariali e riduzione delle forme contrattuali, passando per politiche di tutela dei consumatori e riforme delle regole di corporate governance (fra queste ultime, spiccano soprattutto la fissazione di tetti massimi alla retribuzione dei manager e il rafforzamento del potere degli stakeholders per superare la logica del profitto di breve periodo[4]). Quanto alle politiche redistributive, invece, Franzini pone l’attenzione soprattutto sugli effetti potenzialmente pre-distributivi delle già citate imposte di successione e di imposte sui redditi personali più progressive.

Si tratta quindi di un programma di riforma molto ampio, che si sviluppa su vari livelli e su varie dimensioni. Affrontare seriamente le disuguaglianze è quindi un compito non facile, ma anche per questo forse non più rinviabile.


[1] In proposito, si veda anche Da Valletta a Marchionne: la comparsa dei “ricchi lavoratori” nelle disuguaglianze

[2] Questa teoria imputa all’automazione delle mansioni più routinarie la diminuzione dei posti di lavoro a media qualifica e medio salario.

[3] Il termine è stato introdotto nel dibattito da Jacob Hacker nel suo articolo del 2011 “The Institutional Foundations of Middle-Class Democracy”.

[4] A questo proposito, è interessante notare la consonanza con il recente manifesto della Business Roundtable: https://www.businessroundtable.org/business-roundtable-redefines-the-purpose-of-a-corporation-to-promote-an-economy-that-serves-all-americans).

Scritto da
Gabriele Palomba

Dottorando presso la Scuola di Dottorato in Economia dell'Università La Sapienza di Roma, si è laureato in Economia politica presso la stessa università. Studia le disuguaglianze e la distribuzione del reddito. Ha conseguito il diploma triennale della Scuola Superiore di Studi Avanzati Sapienza (SSAS). È membro della rete italiana di Rethinking Economics.

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