“Il mondo dopo la fine del mondo”. Una riflessione collettiva sulla crisi Covid-19
- 17 Gennaio 2021

“Il mondo dopo la fine del mondo”. Una riflessione collettiva sulla crisi Covid-19

Recensione a: Aa.Vv., Il mondo dopo la fine del mondo, Laterza, Bari-Roma 2020, pp. 560, 20 euro (scheda libro)

Scritto da Giulio Pignatti

8 minuti di lettura

Con lo scoppio dell’emergenza sanitaria si è assistito a una vera e propria proliferazione intellettuale. O almeno così è stato durante la “prima ondata” (secondo il nuovo criterio di periodizzazione con cui siamo diventati tutti forzatamente familiari), ovvero in una fase in cui alle drammatiche preoccupazioni era ancora affiancata una qualche componente di eccitazione e curiosità per l’avvenimento eccezionale. Un discorso diverso vale per la “seconda ondata” che abbiamo vissuto negli ultimi tempi, in cui il ritorno di uno spettro che molti avevano percepito come sgominato ha assunto le tinte fosche di un incubo sociale, economico e psicologico – né la “terza ondata” certo si appresta a incarnare l’idilliaca terza Età gioacchiniana. Prima ancora che i gridi d’allarme saturassero (inevitabilmente) il dibattito pubblico, nei primi mesi di pandemia e di conseguente lockdown c’è stato – dicevamo – un fiorire di interventi da parte di filosofi, politologi, biologi, psicanalisti, economisti, etc., per cercare di fornire l’interpretazione di un evento che fin da subito appariva a tutti come inedito ed epocale, nonché delle sue ripercussioni immediate o sul lungo periodo. Tanto che c’è chi è arrivato, proprio nel testo che ci accingiamo a presentare, ad individuare addirittura un «genere letterario della riflessione sul virus» (Guido Mazzoni, p. 298). 

Il mondo dopo la fine del mondo, edito da Laterza, rientra senza dubbio in questo filone, eppure le sue peculiarità lo distinguono dalla maggior parte dei prodotti intellettuali che hanno riempito le colonne dei giornali, le pagine delle riviste online e gli scaffali delle librerie. Su iniziativa dell’Editore, infatti, sono raccolti in un unico, massiccio, volume quasi cinquanta articoli scritti da altrettanti importanti studiosi, intellettuali e opinion maker. Nell’indice si moltiplicano i grandi nomi: da Romano Prodi a Enrico Letta, da Carlo Galli a Lucio Caracciolo, da Valeria Termini a Marta Dassù, da Sabino Cassese a Walter Ricciardi – e molti altri ancora. Mentre la maggior parte delle riflessioni sul mondo infetto dal Covid-19 sono state firmate da singoli studiosi più o meno affermati, ciascuno dei quali spesso con la pretesa di “risolvere” la comprensione dell’inedita problematica inserendola entro coordinate concettuali già ben collaudate (da cui poi dedurre anche scenari futuri o ricette per l’osteria dell’avvenire), gli interventi di questo volume – scritti tra maggio e luglio 2020 e pubblicati in ottobre – vanno a costituire dichiaratamente «un cantiere di discussione pubblica» (p. XII). Questa espressione, che potrebbe a prima vista apparire se non retorica quantomeno “già sentita”, riassume invece efficacemente le caratteristiche sostanziali che rendono Il mondo dopo la fine del mondo uno strumento prezioso e un progetto ambizioso.

Innanzitutto, il carattere provvisorio e congiunturale. Non totalizzante, in altri termini. Ognuno dei brevi interventi, in forme e con stili diversi, affronta la lettura delle ripercussioni (ma anche delle opportunità) geopolitiche, economiche, sociali, esistenziali della crisi pandemica sempre sotto un angolo di vista particolare e forzatamente parziale. Ne emerge un mosaico tutt’altro che armonico, in cui i tasselli talvolta si sovrappongono, si accostano in maniera stonata o lasciano spazi vuoti. Ma questo, ben lungi dal costituire un vulnus, è il risultato di una consapevolezza diffusa ben esplicitata da Romano Prodi all’inizio del suo articolo, dove si legge che «riflettere sul mondo che verrà dopo quello che sta succedendo è un esercizio impossibile» (p. 364). La parzialità, l’impossibilità di gestire pienamente uno scenario in continua evoluzione e dai risvolti imprevedibili, è data anche dalla “temporaneità” degli interventi e dei loro approdi teorici e progettuali: all’inizio dell’estate la situazione era evidentemente tutt’altro che stabile e il pericolo tutt’altro che alle spalle. Fa sorridere – certo, un sorriso piuttosto amaro – leggere chi ancora confidava, all’epoca, in un «2020 post-pandemico» (p. 343); ma questo tanto più ci dovrebbe far sospettare di chi, a marzo o aprile, già pretendeva di avanzare l’ultima parola.

In secondo luogo, proprio questo carattere inevitabilmente in progress è sviluppato efficacemente dal progetto di Il mondo dopo la fine del mondo, che va oltre ed è più ampio del pur ricchissimo volume in questione. A dare concretezza all’idea di un cantiere di discussione pubblica, infatti, si aggiungono diverse risorse che integrano, aggiornano e discutono i punti d’arrivo temporanei dei vari contributi. Un progetto multimediale, dunque, che include podcast disponibili online, video di dialoghi e dibattiti tra gli autori e un festival di tre giorni tenuto a Modena (e in streaming) in occasione dell’uscita del libro. Nonché una versione ebook in cui trovare contributi più aggiornati. Una pluralità di mezzi e di linguaggi che è forse l’unico modo non solo per cercare di affrontare una situazione così complessa che sembra sfuggire irrimediabilmente a qualsiasi riduzione sistematica e univoca, ma anche per allargare il più possibile lo spettro della discussione e della ricezione di idee e proposte. Nel mondo nuovo – quello dopo la fine del mondo – non c’è più spazio per l’angusta autoreferenzialità della discussione pubblica, tanto più in merito a fenomeni che riguardano, seppur in modi diversi, tutti – e il timore è che di eventi del genere ce ne saranno, in futuro, sempre di più.

Rimarchevole, infine, è anche la scelta di coinvolgere così tanti autori, provenienti dai mondi più differenti. Le lodi vanno senza dubbio al lavoro dell’Editore – che così, se servisse rimarcarlo, si dimostra essere, ancora oggi, un ruolo di un’importanza culturale decisiva, che non può essere in alcun modo appiattito sulla sola logica imprenditoriale –: l’intuizione che l’intelligenza collettiva, a più voci, possa essere più ricca dell’intuizione di un singolo quando si tratta di fornire proposte di azione, dati e strumenti di comprensione dovrà essere – anch’essa – un’intuizione cardine per il “dopo”. La maggiore complessità di fenomeni inediti di carattere globale richiede una pari elevazione del dibattito pubblico e intellettuale. Congiunturalità, multimedialità, collettività potrebbero esserne dei caratteri centrali.

I contenuti del volume, poi, sono così vari e ricchi che è difficile proporne una sintesi. L’impressione è quella di addentrarsi in una grande fucina in cui, attraverso dati, ricostruzioni di scenari geopolitici e fenomeni sociali, esperienze dirette ed expertise, si forgiano nuove visioni, prospettive e proposte di intervento. L’idea fondamentale e comune, espressa fin dall’esergo con una citazione dedicata al concetto gramsciano di “interregno” e poi dalla Nota da cui prendono le mosse i contributi, è che il virus segni nettamente un “prima”, caratterizzato da una grande sicurezza e fiducia dell’umanità nei suoi mezzi, e un “dopo”, il cui segno principale è invece l’incertezza e la precarietà. Così, con le parole del sociologo Stefano Allievi, «l’apocalisse – che del resto significa precisamente questo: svelamento, e al contempo rivelazione – ha aiutato e in qualche modo forzato il nostro processo conoscitivo. Spartiacque che inaugura il dopo, l’apocalisse da sempre ci aiuta a capire meglio, più chiaramente – finalmente svelato – il prima» (p. 5). Il pensiero della crisi – anche quando è volto a sminuirne il carattere di svolta epocale (come fa ad esempio Lucio Caracciolo) – è la prestazione che accomuna i contributi.

In questo sforzo conoscitivo, ci sono certamente dei punti di vista più rappresentati, come quello dell’economia e della politica internazionale. Abbondano le riflessioni – mai banali, mai sovrapponibili – sulle drammatiche ripercussioni economiche della crisi del Covid-19 e sulle diseguaglianze inasprite; ma anche le proposte, spesso molto concrete e argomentate, come quelle di Fabrizio Barca e del Forum Disuguaglianze Diversità in merito alla giustizia sociale. Tema, quest’ultimo, molto presente, in diverse declinazioni, nei vari interventi, che forniscono delle solide basi a quella giusta obiezione che rischia però di diventare a sua volta un mantra per cui non siamo tutti sulla stessa barca. Abbondano anche gli auspici, come quelli di Enrico Letta, per un’Europa più protagonista su uno scenario globale che tende ad essere totalmente saturato dalla contrapposizione USA-Cina. Si affiancano approfondimenti nel campo del diritto costituzionale, del management della cultura, delle politiche sanitarie, della scuola. Ma non mancano riflessioni anche di più ampio respiro, di carattere antropologico, filosofico-politico e morale. Un insegnamento che più autori sottolineano come fondamentale dopo la crisi pandemica, ad esempio, è quello in direzione di una maggiore umiltà da parte del genere umano (Francesco Remotti) e di una salute globale che, in nome del limite, sappia tenere insieme anche protezione dell’ambiente e giustizia sociale (Dante Carraro).

Per approfondire maggiormente il merito di alcune argomentazioni, un altro interessante intervento di analisi profonda dell’attuale congiuntura è quello del filosofo Carlo Galli. In L’emergenza dopo l’emergenza il docente dell’ateneo bolognese si chiede se davvero la pandemia Covid-19 costituisca una crisi in senso forte, una crisi “periodizzante”, in grado di mutare radicalmente gli assetti precedenti. Per molti versi, la risposta è sorprendentemente negativa: nonostante Galli ricordi i diversi aspetti drammatici – anche quelli meno sottolineati all’interno del volume, come ansia, angoscia, depressione, fragilità personali oltre che sociali – che stanno caratterizzando questi mesi, essi sono piuttosto da imputare a un’accelerazione e inasprimento di una generale anomia e irrequietezza che operavano anche nel “prima”. Lo stesso discorso vale per gli sconvolgimenti politico-istituzionali: se è vero che la sospensione – del resto discutibile ma legittima – di alcune parti non secondarie della Costituzione è stata eccezionale e senza precedenti, è anche vero che tale “decisione” sovrana non fa che manifestare, spiega il filosofo politico, l’«implicita vigenza ininterrotta della logica politica sovrana anche all’interno di un ordinamento costituzionale liberaldemocratico come il nostro» (p. 230). Il vero rischio, oltre a quello delle conseguenze economico-sociali, in cui risiede il potenziale autenticamente critico, è che queste restrizioni eccezionali, in una rinnovata normalità, si facciano via via meno rare, e che a diventare occasionali e regolate siano invece le concessioni di libertà e diritti prima considerati irrinunciabili. Ma anche questo, eventualmente, non sarebbe la conseguenza di una crisi improvvisa, quanto il termine, accelerato, di un processo ben più lungo.

Diversa è la prospettiva del giurista Gustavo Zagrebelsky. Nonostante il suo articolo Emergenza ed eccezione abbia maggiormente lo scopo di fornire elementi su cui ragionare che quello di confezionare risposte nette, Zagrebelsky invita anche a distinguere radicalmente tra emergenza ed eccezione: mentre nella prima occasione vengono esercitati dei poteri quasi “tecnici” e messe in atto delle misure volte a far rientrare la situazione nella normalità, nella seconda ne va di una assolutizzazione del potere e la costituzione di una nuova normalità, di una nuova forma di ordinamento. Pertanto, non solo le costituzioni «sono nemiche dello stato di eccezione» (p. 506) – il quale dunque non ne costituisce, secondo Zagrebelsky, l’implicita essenza –, ma in esse e nelle convenzioni internazionali sono contenute tutte le clausole necessarie per consentire un governo dell’emergenza che non leda le libertà fondamentali e che non apra le porte a uno stravolgimento dell’ordinamento. Dunque chi ha timore che questa crisi pandemica possa essere strumentalizzata per imporre un dominio “eccezionale” sulle persone – conclude il giurista – dovrebbe “tifare” per il personale sanitario (e non negare l’entità del pericolo), affinché per l’emergenza si possa vedere una fine.

Altrimenti, se l’emergenza continua, il rischio prospettato da un fine analista politico e sociologo quale Ilvo Diamanti è quello di una «democrazia non troppo democratica» (p. 164). Attraverso anche una analisi delle preferenze elettorali e degli umori politici, in Una democrazia virale e meno democratica Diamanti indica la convergenza e la tendenza verso un riferimento condiviso, un capo forte – in questo caso, evidentemente, Giuseppe Conte. Forte proprio perché, almeno nei primi mesi della crisi, percepito come esterno alle logiche partitiche, come “tecnico” in grado di rappresentare «un “faro” al centro di una scena “oscurata” dall’emergenza» (ibid.). Il rischio è dunque che si apra una stagione di “democrazia della paura”, in cui vengano bollate come sacrificabili quelle dinamiche di pesi e contrappesi politici e istituzionali (ma non solo) che sono invece vitali per un funzionamento corretto ed equo dell’ordinamento.

Un altro contributo di notevole interesse, questa volta a tema sociale, è quello di Tito Boeri, economista ed ex presidente dell’INPS. In Un futuro in lavoro remoto? viene messo bene in luce il paradosso per cui i lavori che oggi sono considerati più a rischio erano quelli che, nel “prima”, subivano una «riduzione del salario, a parità di altre condizioni, rispetto ad altre mansioni» (p. 41). In altri termini, il rischio epidemiologico non era minimamente considerato un fattore rilevante all’interno del mercato del lavoro. Ne consegue che ad essere in maggiore pericolo rispetto al Covid-19 (e non solo) e ad averne subito maggiormente le conseguenze innanzitutto sanitarie sono «i lavoratori con contratti temporanei e con bassi salari» (p. 47). Un esempio (non il solo, ma certo simbolico)? Gli immigrati. È a partire da questi e da altri dati che Boeri sostiene la necessità e la possibilità che una buona parte della quota di lavoro avvenga, in futuro, sempre più in smart working. È però necessario che quello che finora è stato semplice lavoro in remoto, con delle conseguenze non secondarie sia sulla produttività sia sulla qualità della vita dei lavoratori, diventi davvero smart; ad esempio, non può essere totalizzante, deve essere volontario, deve avere come supporto adeguati spazi di coworking (per chi non può lavorare da casa), etc. Non solo: per un’automazione che inevitabilmente incalza – anche se finora, ad esempio, solo un terzo dei lavori può essere svolto a distanza – non possono non essere pensati adeguati bilanciamenti, affinché nessuno venga lasciato indietro: «L’introduzione di un salario minimo sembra sempre più irrinunciabile» (p. 53).

Ma il monito finale viene ancora da Fabrizio Barca e dal suo contributo Immaginare un mondo diverso. E lottare per averlo, dove si ricorda che «nulla succederà senza conflitto: senza una visione accattivante di questo mondo diverso, senza proposte concrete per costituirlo e senza una mobilitazione sociale per battere i suoi avversari» (pp. 24-25). L’illusione più grande è pensare che il “dopo” sia già scritto, sia un futuro di cui essere in balìa tanto quanto per molti mesi siamo stati (e saremo ancora) in balìa di eventi travolgenti e difficilmente gestibili. E invece il dopo andrà gestito, e, perché esso non sia una sbiadita e tragica ripresa del “prima”, bisognerà lottare.

Scritto da
Giulio Pignatti

Studia Scienze filosofiche all’Università di Padova e ha trascorso un periodo di studio alla Sorbona, a Parigi. Si occupa di filosofia politica e si interessa di attualità con un interesse per l’intersezione dei due ambiti.

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