“Il primo re crociato” di Francesco D’Angelo
- 29 Dicembre 2021

“Il primo re crociato” di Francesco D’Angelo

Recensione a: Francesco D’Angelo, Il primo re crociato. La spedizione di Sigurd in Terrasanta, Laterza, Roma-Bari 2021, pp. 224, 20 euro (scheda libro)

Scritto da Andrea Raffaele Aquino

5 minuti di lettura

Quando si riflette di crociate, si tende, comunemente, ad applicare all’intero fenomeno un’interpretazione restrittiva, in primis in campo cronologico – la manualistica forbice 1095-1270/1291 – e, successivamente, per discrimine di obiettivo – le spedizioni realisticamente finalizzate al recupero di Gerusalemme furono davvero poche. Il nostro immaginario collettivo, inoltre, contempla restrittivamente la stessa figura del crociato, attribuendo a quest’ultimo un livello sociale elevato e una provenienza francese, tedesca, inglese, italiana o, tuttalpiù, balcanica. Non tutti sanno che il movimento crociato ebbe una portata ben più ampia, in termini diacronici, diastratici e, soprattutto, diatopici. Perché vi furono crociate combattute in luoghi molto lontani da Gerusalemme (basti pensare agli scontri della cosiddetta Reconquista nella Penisola iberica o alle guerre di conversione contro i pagani in Europa orientale, per citare esempi circoscritti al periodo delle spedizioni “classiche”) e in tempi distanti dal lungo medioevo, e, soprattutto, poiché al concetto di crociata è strettamente legato quello di missione, come evidenziato da Benjamin Kedar.

Considerata la trasversalità del fenomeno, dobbiamo ammettere al novero dei crociati gli scandinavi, conferendo loro persino un posto d’onore, giacché il re norvegese Sigurd I (1090-1130) può essere considerato, secondo la fortunata espressione che Francesco D’Angelo, studioso esperto di medioevo nordico, ha scelto come titolo del suo saggio edito da Laterza, “il primo re crociato”, ovvero il primo sovrano cristiano a prendere la croce e ad arrivare, accompagnato dal suo esercito, dopo un avventuroso viaggio lungo il mar Mediterraneo, in Terrasanta, ottenendo in patria il soprannome di Jórsalafari, il “gerosolimitano”.

La vicenda di Sigurd si colloca in uno snodo decisivo della storia dei popoli scandinavi, che conosce una periodizzazione diversa da quella comunemente adottata per l’Europa cristiana. La cosiddetta “età vichinga”, cominciata con il celeberrimo saccheggio di Lindisfarne (793) – una data più simbolica che significativa – si era conclusa nel 1066, l’anno della rovinosa sconfitta di Stamford Bridge subita per mano dell’esercito anglosassone. Ma i “vichinghi” – un termine, specifica D’Angelo, che indica esplicitamente la professione del razziatore e che, dunque, non può essere sovrapposto a “scandinavo” – dell’XI secolo si presentavano ben diversi dai loro antenati dell’VIII. Anzitutto, avevano abbandonato, progressivamente, il paganesimo, in favore della religione cristiana, iniziando un complesso inserimento nel circuito culturale, commerciale e sociale dell’Europa latina, collegato con una graduale centralizzazione della monarchia. Alle soglie della prima crociata (1095-1099), dunque, gli scandinavi si trovavano in piena età di transizione, tra il tradizionale modello vichingo ancora vivo e quello cavalleresco-cortese ingrediente; una tensione incarnata dallo stesso Sigurd, figura, dimostra D’Angelo, difficile da inquadrare in schemi predeterminati. In effetti, la stessa impresa del re norvegese si presenta, a una prima lettura, come via di mezzo tra un pellegrinaggio armato e una missione di razzia. Partiti da Bergen nel 1107 con sessanta legni in cerca di gloria, i circa 5.000 (secondo le stime più affidabili) norvegesi approdarono, anzitutto, in Spagna, dove combatterono parimenti cristiani e musulmani e, dopo essere transitati attraverso le Colonne d’Ercole (per nulla invalicabili come vorrebbe un mito sul medioevo), raggiunsero la Sicilia e, infine, la Terrasanta. A Gerusalemme, Sigurd incontrò il re Baldovino I, collaborando con lui alla conquista di Sidone (1110). Dopo aver visitato i luoghi santi, gli scandinavi rimasti si diressero a Costantinopoli, dove, verosimilmente, alcuni di loro si accasarono per prestare servizio nella Guardia Variaga, la guardia reale del basileus bizantino, al tempo Alessio I Comneno. Lasciata la flotta all’imperatore, i superstiti (non più di un centinaio) ripresero il viaggio via terra e rientrarono in Norvegia nel 1111.

A conti fatti, la missione di Sigurd potrebbe sembrare un fallimento politico, economico e militare. Il re norvegese aveva perso (in battaglia e nelle corti straniere) la netta maggioranza dei suoi uomini e l’intera sua flotta, ottenendo, d’altra parte, successi bellici certamente importanti, ma non di primissimo piano. Il bottino era stato considerevole, tanto in termini materiali, quanto spirituali (reliquie), ma al suo ritorno, Sigurd, si era trovato a dover affrontare l’autorità del fratello e collega al trono Eysteinn, che aveva amministrato il regno in sua assenza. Ci si potrebbe, dunque, chiedere, per quale ragione il giovane Sigurd, che nel 1107 aveva circa 17 anni, abbia deciso di intraprendere una spedizione così lunga e pericolosa, probabilmente conscio dei rischi cui sarebbe incorso. Il volume di D’Angelo ha il merito di elaborare una risposta capace di superare la tradizionale dialettica “etica” tra razzia vichinga e crociata cortese, proponendo un’interpretazione politica e diplomatica del viaggio che, affianca, senza rimpiazzarle, le tematiche religiose ed economiche. La crociata, oltre a rispondere a singole e autentiche vocazioni, diede l’opportunità agli scandinavi di intrecciare relazioni con un gran numero di potentati cristiani, occidentali e orientali – in particolare nelle persone di Ruggero II di Sicilia, Baldovino I di Gerusalemme, Enrico I d’Inghilterra e del basileus Alessio I Comneno – e a Sigurd quella di compiere una missione militare di alto prestigio fuori dai confini del suo regno, tradizionale prova, nel percorso di formazione scandinavo, di “maturità” regale. Inoltre, l’intera impresa rinsaldò l’adesione degli uomini del nord al cristianesimo, ripagata dalla fondazione, tra 1152 e 1153 dell’arcidiocesi di Nidaros. Un vero e proprio “investimento sociale”, dunque, “una ricchezza immateriale e intangibile ma concretamente spendibile”. A riprova della percezione di una missione prolifica, Sigurd cercò, nel 1123, anni dopo il suo rientro in patria, di mettersi a capo di una nuova crociata, abortita, tuttavia nelle sue fasi iniziali.

Sarebbe riduttivo giudicare il saggio in questione un racconto dell’impresa di un sovrano. Il lavoro di D’Angelo sfrutta la tematica crociata per descrivere, finemente, per contrasto, il variegato universo mediterraneo, luogo magmatico di incontro e teatro d’azione di una pluralità religiosa, politica e culturale che non può essere banalizzata mediante modelli polarizzati. Seguendo le cronache, i racconti e le kenningar scandinave, estranee alle dinamiche mediterranee, il lettore viene guidato in un affascinante percorso di scoperta geografica e culturale prima dell’Occidente latino e poi dell’Oriente greco, tra realtà e mito. Accanto alle fonti nordiche, completano il quadro della bibliografia primaria quelle latine e arabe, oltre che, in maniera più marginale, quelle inglesi. Da questo ampio panorama di testimonianze, che l’autore riporta accuratamente, emergono molti Sigurd, talvolta confliggenti l’uno con l’altro: il pio campione della cristianità, il tiranno crudele, il sovrano astuto e tollerante, il principe amante delle scienze e della cultura (che, addirittura avrebbe parlato fluentemente il greco!), il barbaro ancora pagano. E ancora, in relazione alla crociata: il re pellegrino, il re cavaliere, il re vichingo. Proprio su queste ultime categorie occorre riflettere: per Sigurd, guidato tanto dagli intenti religiosi, quanto da quelli economici e dai corrispettivi tradizionali nordici, probabilmente questa categorizzazione non esisteva. Eppure, quello di Sigurd è un mito proteiforme, a cui sono stati, nei secoli, attribuiti i significati e le spiegazioni più disparate, fino al clamoroso accostamento con il responsabile della strage di Utøya del 2011, Anders Breivik, che proprio dal “primo re crociato” intendeva trarre, drammaticamente, ispirazione.

In conclusione, Il primo re crociato di Francesco D’Angelo, raccontando la singolare vicenda dell’impresa di re Sigurd, si inserisce nella faglia storiografica che divide tre macrotemi e tre storie, quelle della crociata (e del pellegrinaggio), del Mediterraneo e della Norvegia, dimostrando che un ponte tra di esse non solo è possibile, ma è anche auspicabile. Dunque, se lo scheletro del saggio si presenta essere la descrizione di un viaggio, la sua carne tocca argomenti molto più ampi come la letteratura e il mito norvegese; i rapporti tra gli scandinavi e Bisanzio; le modalità di diffusione del cristianesimo nell’Europa settentrionale; la frammentazione del Mediterraneo medievale. Se, quindi, il contenuto rimane accessibile anche ai non addetti ai lavori per la meticolosità delle spiegazioni che non lasciano nulla in sospeso, la raffinata metodologia adoperata, affiancata da un utile indice bibliografico e da un notevole apparato di note, fornisce a studenti e ricercatori un modello di lavoro meritevole di attenta considerazione.

Scritto da
Andrea Raffaele Aquino

Nato nel 1997, si è diplomato presso il Liceo Classico “Torquato Tasso” di Roma. Attualmente studia Scienze Storiche presso l’università “La Sapienza”, curriculum medievistico-paleografico e frequenta la Scuola di Archivistica, Paleografia e Diplomatica presso l’Archivio di Stato di Roma. È inoltre membro della Consulta Giovanile del Pontificio Consiglio della Cultura.

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