Il quartiere Tuscolano: analisi di un intervento INA-Casa
- 21 Aprile 2020

Il quartiere Tuscolano: analisi di un intervento INA-Casa

Scritto da Clara Corsetti

8 minuti di lettura

Come è noto, l’Italia del dopoguerra versava in gravi condizioni di disagio. Ciò riguardò egualmente tutte le parti del Paese, compresa la Capitale: nella Roma del dopoguerra, oltre alla disoccupazione e alla povertà, vi era un gravissimo problema di mancanza di alloggi. Gli organi comunali e i vari enti faticavano molto a gestire una situazione già gravosa, a cui si aggiunse l’arrivo di immigrati da tutta Italia: fra il 1945 e il 1975 in tutto ne arrivarono a Roma 1.755.000. Molti provenivano dalle aree limitrofe del Lazio; tantissime anche le persone dal Meridione[1]. È stato così stimato che in quel periodo mancassero 106.497 alloggi[2]; Vittorio Vidotto, a riguardo, scrive che “Non si trattava solo di accogliere i nuovi arrivati, ma di risolvere i diffusi problemi di affollamento e coabitazione e insieme di sanare la questione sociale rappresentata dagli alloggi precari e impropri”[3].

Nessun piano economico venne studiato dal comune per affrontare tale situazione: si cercò così di provvedere con più sostanziose garanzie di mutui e contributi molto bassi. Si venne però a creare una grave passività di bilancio nei conti degli organi preposti, che così non potevano affrontare adeguatamente la situazione di emergenza abitativa. L’intervento statale dell’INA-Casa, nata appunto nel 1949, fu quello più incisivo ed efficace, soprattutto per la solida organizzazione e capillarità e per l’entità dei suoi finanziamenti.

Il piano INA-Casa, che riguardò molte aree del Paese, fu massicciamente applicato anche per la Capitale. Infatti, solo nel primo piano settennale (1949-1956), l’INA-Casa realizzò nella Capitale i quartieri Stella Polare ad Ostia, Valco San Paolo, il Tiburtino e il Tuscolano. Proprio quest’ultimo fu tra i più vasti insediamenti realizzati dall’INA-Casa in Italia e il più ampio a Roma. Costruito nel decennio fra il 1950 e il 1960 tra la via Tuscolana e l’area archeologica del Parco degli Acquedotti, è dislocato, in termini urbanistico-amministrativi, fra il quartiere VIII Tuscolano e il quartiere XXV Appio Claudio, nel quadrante sud-est della città[4].

È composto di tre nuclei indipendenti, per un totale di 112 fabbricati residenziali realizzati da ventuno commissioni appaltanti su un’area di 35 ettari. Il primo è il Tuscolano I, che di fatto consistette in un intervento d’ufficio privo di un disegno unitario fatto a priori; vi fu poi il Tuscolano II, la cui progettazione urbanistica fu coordinata da De Renzi e Muratori; ed infine il Tuscolano III costituito dalle unità di abitazione orizzontale di Adalberto Libera[5].

L’area dove sorge, chiamata Cecafumo, è pianeggiante e, all’epoca della realizzazione, risultava già ben servita dalle infrastrutture pubbliche. Se il primo nucleo edilizio, il Tuscolano I, appare oggi pienamente inserito nel tessuto urbano circostante, le successive due fasi perseguono e ottengono una voluta estraniazione dal contesto urbano circostante, che si mantiene tuttora a quasi settant’anni dalla loro realizzazione. Il Tuscolano I, realizzato fra il 1950 e il 1951, è composto da quindici lotti di differenti forme e grandezze. Vi sono però degli elementi comuni e caratterizzanti, come l’organizzazione interna dei lotti e la tipologia edilizia: quest’ultima, nella maggior parte dei casi, è costituita da edifici in linea con struttura portante in cemento armato e murature perimetrali in mattoni. A loro volta gli edifici, in quanto tutti differenti fra loro, si collocano nei vari spazi conferendo ad ognuno dei vari lotti una connotazione particolare. Il Tuscolano II, progettato fra il 1950 e il 1954 ma realizzato fra il 1952 e il 1957, fu molto più vasto rispetto al primo progetto, sia in termini di area utilizzata che di imprese coinvolte. L’impianto urbanistico è stato curato da Mario De Renzi e Saverio Muratori, due degli architetti più noti dell’INA-Casa. Insieme i due hanno studiato gli aspetti urbanistici per il quartiere, mentre hanno creato individualmente le soluzioni architettoniche e tipologiche. Il progetto architettonico fu curato, fra gli altri, anche da Lucio Cambellotti, Giuseppe Perugini, Dante Tassotti e Luigi Vagnetti.

Il complesso del Tuscolano II si distingue dalla trama compatta della città per l’impostazione unitaria e per la chiarezza degli allineamenti principali su cui si attestano i diversi tipi edilizi: non si amalgama dunque con il tessuto urbano come è avvenuto invece per il Tuscolano I. Per questo complesso, inoltre, De Renzi e Muratori svilupparono una serie di invenzioni tipologiche e di schemi urbani messi a punto già nei complessi di Valco S. Paolo a Roma e Stella Polare ad Ostia, come ad esempio gli edifici a torre. La varietà dei tipi edilizi intendeva riproporre la ricchezza del “tessuto spontaneo” e la loro distribuzione suggerisce la compiutezza morfologica di un’area sostanzialmente chiusa e non disposta agli ampiamenti. Infatti, proprio le tipologie a torre presenti nel complesso, che perimetrano simbolicamente il nucleo, definiscono una porzione autonoma e fortemente riconoscibile della città.

Affacciato su largo Spartaco, troviamo uno degli edifici più importanti del complesso, ossia l’edificio in linea, con ottanta alloggi e sette piani e sette corpi scala, progettato da De Renzi e Muratori. L’edificio, noto anche come boomerang, si svolge secondo una planimetria a V, con le ali fortemente divaricate e di lunghezza diversa, sviluppandosi per circa 160 metri, ed è dotato di un sovrappasso sull’imbocco di via Sagunto, che è l’asse centrale del complesso. Al piano terra troviamo lo spazio per le imprese commerciali, che prima davano su entrambi i lati dell’edificio, e ora risultano invece chiuse sul retro e aperte solo su largo Spartaco.

L’asse centrale di via Sagunto è segnato anch’esso da una sequenza di unità abitative in linea sempre di Muratori e De Renzi, anch’esse con una forma a V con cinque piani, con un sottopasso pedonale che connette le due parti dell’edificio, che vanno a formare la “spina dorsale” del quartiere. Analogamente al fabbricato su largo Spartaco, l’edificio si piega ad angolo ottuso al centro, dove si apre un sottopassaggio carrabile da dove è possibile raggiungere via Paestum, dove troviamo un ulteriore complesso di case in linea a tre piani firmate da Vagnetti. Queste rievocano con il loro aspetto, caratterizzato dalla tipologia unifamiliare, l’architettura spontanea tipica delle borgate.

I margini sud-est e nord-ovest del complesso sono segnati dalle imponenti torri, che misurano a scala territoriale l’impianto del quartiere e costituiscono l’elemento di chiusura di cui si è detto cui sopra. Nel nucleo del Tuscolano II vi sono in totale undici torri. Troviamo sei torri di dieci piani a pianta stellare con quattro bracci, firmate da De Renzi, lungo via del Quadraro. Vi sono poi le cinque torri di nove piani a pianta quadrata su via Cartagine. La prima torre, quella centrale e l’ultima sono state progettate anch’esse da De Renzi, mentre le rimanenti furono invece opera di Muratori. De Renzi era già pratico con questo tipo di edificio: aveva infatti già utilizzato il tipo a torre a stella presso l’insediamento di Valco S. Paolo[6]. Gli alloggi delle torri a stella sono organizzati intorno a una scala centrale e disposti su piani sfalsati. Il fatto più rilevante consiste nelle medesime condizioni abitative garantite da ogni singolo alloggio, secondo le linee guida dell’INA-Casa. Le torri a pianta quadrata, invece, presentano una struttura diversa, con due alloggi simmetrici per ogni piano[7].

Arrivati al limite sud del Tuscolano II, su via Selinunte, si raggiunge il complesso delle unità di abitazione orizzontale che costituiscono il Tuscolano III. Il progetto fu realizzato fra il 1953 e il 1954 da Adalberto Libera, figura di spicco e dirigente fino al 1952 dell’Ufficio progetti della Gestione INA- Casa e autore di diversi opuscoli con le linee guida per una progettazione ottimale degli insediamenti[8]. Libera, per progettare questo insediamento a case basse – uno dei più riusciti del dopoguerra – si lasciò ispirare da un viaggio in Marocco compiuto nel 1951 per un congresso internazionale: da lì mandò una cartolina al presidente del Consiglio Direttivo Arnaldo Foschini, in cui è riportata una vista su una distesa di case basse della Medina e sul cui retro scrisse “Ecco l’INA-CASBA”. Questo brillante gioco di parole metteva già in risalto l’idea che stava nascendo nella mente dell’architetto: dopo questo viaggio, infatti, Libera approfondì moltissimo il tema dell’abitazione orizzontale tipica marocchina, e portò così alcuni di questi elementi di architettura mediterranea nel Tuscolano III.

L’architetto colse quindi l’occasione per sviluppare una moderna alternativa al concetto di abitazione popolare maturato fra le due guerre suggerendo, per contro, una soluzione che rimandasse esplicitamente alla tradizione mediterranea e che identificava dunque nell’abitazione bassa l’elemento chiave e innovatore per l’edilizia pubblica. Per Libera in questo senso l’unità di abitazione orizzontale era così un complesso organicamente compiuto e definito, non suscettibile di ampliamenti, riprendendo così la “corrente di pensiero” alla base del Tuscolano II[9]. A cingere le varie unità di abitazione vi è unico muro in tufo ruvido: è possibile accedere al Tuscolano III solo tramite l’entrata con cancello in via Selinunte 49. Il numero civico dove è presente l’ingresso ha “battezzato” tutto il nucleo, che è stato soprannominato dagli abitanti “alla 49”. L’unico ingresso è connotato dalla presenza di una pensilina arcuata, con ai lati i locali per la portineria. Nella stecca ai lati dell’ingresso troviamo diversi esercizi commerciali, che presentano l’ingresso principale sull’esterno[10]. Il complesso all’interno è costituito da un tessuto continuo di case a patio alte a un solo piano, dette case basse, e da un edificio a ballatoio su pilotis di tre piani. Vi risiedono circa un migliaio di abitanti, con una densità di 250 abitanti per ettaro, inferiore rispetto a quella restante del quartiere – “Massima dimensione edilizia, minima dimensione urbanistica” è l’idea di base del complesso. Libera tentò infatti di trovare una terza via fra la scala del quartiere residenziale e la casa isolata, individuando nella misura di 800- 1000 abitanti la dimensione più idonea per organizzare collettivamente i servizi ed assicurare il controllo tecnico e formale del progetto[11].

Parallelamente a ciò, Libera rifletté molto sulla dimensione sociale del complesso. Infatti, nell’organizzazione e nell’arredo degli spazi all’aperto, dalla corte privata alle strade interne al parco, l’architetto mise a punto un graduale percorso di avvicinamento alla città, rivolto ad incoraggiare le relazioni sociali. Ogni strada pedonale, larga circa 2,70 metri, era arredata con aiuole e panchine di legno[12]; le strade pedonali sono segnate da pensiline aggettanti che riprendono il modello d’ingresso delle unità d’abitazione, interrompendo, a cadenze regolari, i muri di tufo delle case verso il giardino. È presente dunque molto verde, con panchine, fontane e luoghi di sosta.

Per quanto riguarda le abitazioni, l’unità tipo delle case a patio è composta da quattro case a L, ognuna con un patio privato centrale; l’edificio a ballatoio a tre piani invece è composto da trenta piccoli appartamenti, di cui ventotto composti di una camera e servizi e due invece composti da due camere. L’edificio, detto “degli scapoli” o “per persone sole”, è inizialmente stato pensato per gli uomini soli o le coppie senza figli[13].

In conclusione, emerge in maniera lampante come i tre complessi del Tuscolano INA-Casa siano stati studiati approfonditamente, anche se il Tuscolano II e il Tuscolano III fase sono stati effettivamente i più vagliati dalla critica architettonica, sia per la varietà tipologica che per le caratteristiche d’insieme. In particolare, le case basse rappresentano quasi un unicum nell’edilizia pubblica e popolare, prevalentemente di carattere intensivo – vedasi le torri. Nonostante la quantità, il pregio e la peculiarità degli alloggi, la progettazione e la realizzazione del Tuscolano si risolse in un tempo relativamente breve. Infatti, già a metà degli anni Cinquanta il quartiere era quasi interamente realizzato, e già a partire dalla metà degli anni Sessanta le case erano già state riscattate dagli assegnatari[14].


[1] V. Vidotto, Roma Contemporanea, Laterza, Roma-Bari 2001, pp.278-279.

[2] I. Insolera, Roma Moderna. Da Napoleone I al XXI secolo., nuova ed., Einaudi, Torino 2011, p. 200.

[3] V. Vidotto, Roma Contemporanea cit., p.279.

[4] Per ragioni statistiche e toponomastiche, accanto agli storici ventidue rioni, nel 1911 vennero tracciati i primi quindici quartieri di Roma, poi istituiti ufficialmente nel 1921. Fra questi compariva già l’VIII Tuscolano. Vi era dunque il quartiere Tuscolano VIII e il Suburbio V Tuscolano, oggi quartiere XXV Appio Claudio.

[5] J. Farabegoli, Oltre il neoralismo. Il piano Fanfani a Roma, in La grande ricostruzione. Il piano Ina-Casa e l’Italia degli anni cinquanta, a cura di Paola di Biagi, Donzelli, Roma 2001, p.435.

[6] S. Mornati, F. Cerrini, Il quartiere Tuscolano a Roma (1950-1960), in L’architettura INA Casa (1949-1963). Aspetti e problemi di conservazione e recupero, a cura di S. Poretti, Gangemi, Roma 2004, pp.123-124.

[7] A. Sotgia, INA Casa Tuscolano. Biografia di un quartiere romano, Franco Angeli, Milano 2010 cit. pp. 58-59.

[8] Ibid.

[9] S. Mornati, F. Cerrini, Il quartiere Tuscolano cit., p.126.

[10] A. Sotgia, Ina Casa cit., p.60.

[11] P.O. Rossi, Roma. Guida all’architettura moderna 1909-2011, Laterza, Roma-Bari 2012, pp.177-180

[12] S. Mornati, F. Cerrini, Il quartiere Tuscolano cit., p.126.

[13] Sia in Sotgia, che in Mornati e Cerrini, che in P.O. Rossi troviamo il riferimento al fatto che l’edificio a ballatoio fosse stato pensato per “scapoli” o coppie senza figli

[14] A. Sotgia, Ina Casa cit., p.64.

Scritto da
Clara Corsetti

Clara Corsetti è nata a Roma nel 1997 e si è laureata nel 2019 in Storia, Antropologia, Religioni presso l’Università di Roma La Sapienza, con una tesi in storia contemporanea. È attualmente studentessa magistrale in Scienze Storiche e Orientalistiche con indirizzo contemporaneo presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna.

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