Scritto da Stefano Marinelli, Bernardo Venturi
6 minuti di lettura
Solo tre anni fa, la comunità internazionale, e in particolare Europa e Stati Uniti, si era unita in una ferma condanna alla guerra. Il 24 febbraio 2022, la Federazione Russa aveva scatenato l’aggressione su vasta scala contro l’Ucraina, ricevendo solenni proclami contro la grave violazione del diritto internazionale, con unanimi richiami al valore della pace. I leader delle maggiori potenze mondiali, riuniti nel G20, dichiaravano che la nostra non deve essere un’era di guerre. Il Segretario Generale della NATO denunciava che la pace era stata sconvolta. La Presidente della Commissione Europea, seguita dal Consiglio Europeo, affermava che l’uso della forza non ha spazio nel Ventunesimo secolo. Per l’aggressione armata, la Federazione Russa era stata espulsa dal Consiglio d’Europa; sospesa dal Consiglio ONU per i diritti umani; sanzionata su petrolio, sistema bancario, spazio aereo e visti d’ingresso; esclusa dalle Olimpiadi e da manifestazioni sportive e artistiche, da Wimbledon a Eurovision.
Da quel momento però, anziché rafforzare il consenso a sostegno della pace, la comunità internazionale, e in particolare l’Occidente, sembra aver accettato la necessità di ricorrere a operazioni militari nelle relazioni internazionali, con un aumento di violenza armata riscontrato dai maggiori indici internazionali. Come osservato dall’European Council on Foreign Relations, oggi la Russia ha il vantaggio di non essere più l’unico Paese a essere accusato di aggressione, con una normalizzazione della guerra che il Financial Times definisce contagiosa e che emerge sia dalle decisioni di politica estera, sia dal dibattito pubblico.
Come comunicato da SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute), la spesa militare mondiale sta avendo un incremento mai visto dai tempi della Guerra Fredda. I soldi spesi in armi sono infatti aumentati per il decimo anno consecutivo, fino a raggiungere i 2.718 miliardi di dollari nel 2024. Inoltre, lo scorso giugno i 32 Stati membri della NATO si sono accordati per un aumento del 3,5% del PIL per le spese militari, e dell’1,5% delle altre spese relative a difesa e sicurezza, entro il 2035.
Il dato riflette inevitabilmente un cambiamento anche culturale, in termini di percezione delle spese militari stesse, sempre meno invise all’opinione pubblica che tende a ritenere un investimento in armi come necessario e urgente. Emblematico è il caso tedesco: l’allora Cancelliere Olaf Scholz ha parlato di «Zeitenwende» (svolta epocale), impegnando la Germania in un riarmo senza precedenti dai tempi della Seconda Guerra Mondiale.
Anche in sede UE il linguaggio è cambiato. Già due anni fa, l’Alto Rappresentante Josep Borrell ha dichiarato in riferimento all’Ucraina che «la guerra dovrà essere decisa sul campo di battaglia», enfatizzando la necessità di sostenere militarmente Kyiv invece di puntare sui negoziati. Analogamente, la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha invitato gli europei a «superare le illusioni» sulla sicurezza, affermando che «la pace non è semplicemente assenza di guerra» e che il ricorso alle armi è un «lavoro sporco», nelle parole del Cancelliere tedesco Friedrich Mertz per raggiungere la pace. Ogni rischio che comporta la corsa agli armamenti, in una teoria affermata come il security dilemma, viene considerata naïf, giacché la deterrenza attraverso il riarmo è vista come l’unica strategia per garantire un futuro di pace. Sui media italiani, gli editorialisti dei principali quotidiani hanno usato una retorica ancora più esplicita, dall’augurarsi «un passaggio cruciale affinché l’Europa ritrovi lo spirito combattivo e, con esso, il senso della lotta» al deridere le manifestazioni per la pace «ci sono voluti due decenni perché potessi proclamare di avere ascoltato lo slogan più cretino di sempre… Eccolo qui: “Fuori la guerra dalla storia”».
L’evoluzione nella percezione della guerra
All’indomani della Seconda Guerra Mondiale, la guerra era unanimemente considerata un orrore da superare, nelle parole dei giudici di Norimberga, «il crimine supremo», che si differenzia dagli altri perché «contiene in sé il male accumulato di tutti i crimini internazionali». L’ONU fu creata, secondo la sua Carta, con il primo obiettivo di «salvare le future generazioni dal flagello della guerra, che per due volte nel corso di questa generazione ha portato indicibili afflizioni all’umanità».
Per decenni, il ricordo dei conflitti mondiali alimentò un diffuso tabù della guerra, specialmente in Europa: la risoluzione pacifica delle controversie divenne la norma di riferimento, e l’integrazione europea stessa si presentò come un progetto di pace che rendeva impensabile un nuovo conflitto armato nel continente. I decenni di pace vissuti nell’Europa occidentale sono spesso citati come più evidente risultato dell’unione politica tra gli Stati membri.
Al di fuori del cosiddetto Occidente, la guerra non è mai scomparsa. Nella narrazione di politici e media, le operazioni militari sono state presentate e giustificate con nuovi termini quali «intervento umanitario», «responsabilità di proteggere» o «guerra preventiva». Parallelamente, grazie allo sviluppo degli interventi della Croce Rossa Internazionale e del diritto umanitario, si è cercato di minimizzare i danni dei conflitti armati stessi, cercando di umanizzarli. Per quanto straordinari siano i benefici in termini di vite umane di tale lavoro umanitario, Samuel Moyn sottolinea che concentrarsi sul rendere la guerra rispettosa delle leggi e tecnicamente precisa ha paradossalmente contribuito a normalizzarla. Come nota l’autore, oggi «combattiamo i crimini di guerra ma dimentichiamo il crimine della guerra». Si è compiuto così un ribaltamento concettuale: dalla guerra intesa come obiettivo da evitare, si è passati ad una sua gestione e progressiva accettazione.
Al tempo stesso, se finora l’uso della forza era stata sdoganato attraverso perifrasi, eufemismi, o presentata paradossalmente come uno strumento volto a portare la pace, la più recente involuzione è costituita dalla caduta definitiva di ogni tabù: come cent’anni fa, prima del percorso politico culturale che avrebbe portato al vietare la guerra a livello internazionale, si ritrova nel dibattito pubblico la glorificazione della guerra in tutti i suoi aspetti senza termini fuorvianti o giustificazioni.
Cosa legittima la guerra
Nel suo recente libro War, Andrew Clapham concepisce la guerra come uno «stato mentale» che influisce sulla percezione della realtà. La guerra ha infatti il potere di rendere accettabili, se non normali, azioni che in ogni altro contesto troveremmo aberranti: dall’uccidere persone al distruggere edifici civili. Nello stato di guerra, il discorso pubblico si riempie di concetti come lealtà, tradimento, vittoria, sconfitta e, inevitabilmente, si arriva a demonizzare il nemico, a privarlo della sua umanità. Questo processo pone le basi per minare ogni possibilità di convivenza pacifica. La «guerra al terrore» ne è un esempio eloquente, avendo mobilitato il consenso pubblico per rendere accettabili, se non necessari, bombardamenti e torture.
Tale logica si collega alla moderna teoria della guerra giusta, che pervade ormai dichiarazioni politiche e analisi mediatiche. Ogni intervento armato viene incorniciato nei termini di una «giusta causa», come extrema ratio necessaria e proporzionata. Il politologo Michael Walzer ha parlato di un vero «trionfo» di questo linguaggio della guerra giusta nel dibattito contemporaneo: la normalizzazione della violenza armata è divenuto il lessico con cui i leader giustificano l’uso della forza, circondandolo di argomentazioni morali. La giustificazione della guerra attraverso ragioni legate alla necessità e proporzionalità ha raggiunto probabilmente l’apice a Gaza, dove l’esercito israeliano usa sistemi di intelligenza artificiale per quantificare il numero indicativo di vittime civili tollerate per ogni presunto combattente da colpire, tenendo come riferimento circa 15 civili per un membro di Hamas di basso livello, fino a salire ad alcune centinaia per figure più di vertice.
Orford, nel suo «modello di supporto alla guerra», indica tre fattori chiave che spiegano l’attrazione per la guerra nell’opinione pubblica. Una mentalità militarista, che promuove i valori della forza e il dominio della propria identità; la percezione della minaccia, secondo cui la nostra sicurezza è messa in pericolo da un nemico da sconfiggere con la forza; l’eccessiva semplificazione, che crea una polarizzazione tra le caratteristiche della propria identità e quelle del nemico, che non trovano alcun riscontro nella realtà e che privano il discorso di ogni considerazione di umanità.
Il flagello della guerra
Il ritorno delle aggressioni armate come opzione accettabile, se non normale e inevitabile, nel discorso pubblico occidentale, porta interrogativi inquietanti sulle implicazioni di lungo termine. Dal punto di vista culturale, l’erosione del tabù della guerra rischia di far percepire la forza militare non più come ultima ratio, bensì come uno strumento politico qualsiasi. Autori come Steven Pinker avevano suggerito che la guerra tra grandi potenze fosse appunto «fuori dalla storia», parlando di una «Long Peace» dal 1945 in poi, grazie ai progressi culturali e istituzionali, ma la deriva degli ultimi anni suggerisce che la tendenza si sia invertita, fino alla partecipazione diretta degli Stati Uniti nell’attacco all’Iran che analisti militari denunciano come punto di non ritorno.
In definitiva, opporsi alla normalizzazione dell’uso della forza implica prima di tutto recuperare il senso del danno che essa genera, sia etico, per la perdita di innumerevoli vite umane, sia utilitaristico, per i danni economici e sistemici. L’assenza poi di risultati tangibili, e anzi il fallimento strategico e politico delle operazioni militari degli ultimi decenni, dall’Afghanistan alla Libia, deve essere allo stesso modo tenuto in considerazione per valutare l’irrazionalità del ricorso alla forza armata. Le potenze belligeranti ostacolano il lavoro di chi riporta come le guerre provocano morte e distruzione, mentre diversi gruppi d’interesse diffondono argomenti infondati a sostegno di soluzioni militari. Al contempo, la diffusione quotidiana di immagini e notizie di atrocità, decontestualizzate e prive di ogni interpretazione, contribuiscono ad assuefare l’opinione pubblica all’inevitabilità della guerra.
L’antidoto, ambizioso e complesso, consiste nel recuperare il valore della pace stessa come il fine ultimo, strategico e pragmatico, dell’azione politica. È necessario restituire alla pace la concretezza che era evidente settant’anni fa, superando l’idealismo di cui è oggi pervasa, rendendo prioritari la prevenzione e gli strumenti civili come azioni di politica estera. Le soluzioni alternative all’uso della forza armata, oltre ad aver portato risultati migliori da un punto di vista utilitaristico, prima ancora che etico, sono frutto di precise scelte politiche e cambiamenti di mentalità. Preservare e rafforzare strumenti civili nell’attuale fase di sdoganamento della forza militare è fondamentale per evitare degenerazioni irreversibili nel ricorso alla violenza armata nelle relazioni internazionali e di contenere il ritorno, nelle parole del preambolo della Carta dell’ONU, del «flagello della guerra, che nelle ultime generazioni ha portato indicibili afflizioni all’umanità».