“Il sovversivo. Concetto Marchesi e il comunismo italiano” di Luciano Canfora
- 07 Novembre 2020

“Il sovversivo. Concetto Marchesi e il comunismo italiano” di Luciano Canfora

Recensione a: Luciano Canfora, Il sovversivo. Concetto Marchesi e il comunismo italiano, Laterza, Roma-Bari 2019, pp. 1024, 38 euro (scheda libro)

Scritto da Federico Diamanti

15 minuti di lettura

«…mente inquieta, avvolta nel mistero delle cose»
C. Marchesi su Seneca; P. Togliatti, a sua volta, su C. Marchesi

«È stato sempre difficile tra la aiuole fiorite rintracciare il sentiero della vita: esso è nascosto tra le rovine: e si ritroverà se c’è una gioventù che lo cerca»
C. Marchesi, Gioventù italiana in terra svizzera, in Scritti politici, Roma 1958, p. 133

Non è un mistero che Luciano Canfora abbia a più riprese instaurato un fertile dialogo tra antico e contemporaneo lungo i suoi cinquant’anni di intensa attività di ricerca, disseminando i risultati dei suoi studi in centinaia di volumi, interventi e contributi. Allo stesso modo, sono ben noti gli interessi specifici di Canfora nei confronti della storia del comunismo italiano; una “lunga fedeltà” verso la storia dell’idee, certo, e verso le sue intersezioni con alcuni nodi “classici” del pensiero politico, ma anche un’attenzione specifica verso le vicende di alcuni protagonisti della storia del comunismo del XX secolo. Ad Antonio Gramsci e Palmiro Togliatti, per esempio, Canfora ha dedicato volumi di particolare rilievo per almeno due ragioni[1]. Da un lato, essi risultano significativi per la profondità dell’analisi storica e l’interpretazione ideologicamente marcata (in modalità e declinazioni condivisibili o meno dal lettore) di alcuni fatti chiave della storia del comunismo italiano (alcuni esempi: il ruolo di Togliatti nel PCI e il suo rapporto con Gramsci, le vicende della prigionia gramsciana e della redazione dei Quaderni del carcere, i rapporti tra PCI e URSS; per venire a temi più prossimi alla scienza politica, l’elaborazione politico-ideologica della categoria di “democrazia”, analizzata anche a partire dal patrimonio classico). Gli scritti di Canfora a tema novecentesco – proprio per la ragione sopra detta – hanno generato, in più occasioni, un vitale dibattito all’interno della comunità accademica, e si sono distinti per una particolare dialettica con gli storici e gli intellettuali “ufficiali” che si sono occupati del PCI e della sua vicenda storica[2]. D’altro canto – ed è questo il secondo motivo di interesse per il Canfora contemporaneista – i volumi dedicati alla storia delle idee del Novecento si segnalano per quella cifra peculiare della scrittura argomentativa del filologo, che deriva dal lungo e mai arrestato agone coi classici greco-latini e con le loro persistenze nella tradizione. Anche nei volumi digiuni dalle lettere greche e latine (e, in realtà, non è il caso specifico degli studi su Concetto Marchesi) le pagine si distinguono infatti ugualmente per la disamina attenta e lo scandaglio filologico delle testimonianze documentarie (volumi e opuscoli, articoli di giornale, lettere, documenti d’archivio spesse volte ridati alla luce proprio dagli studi canforiani), commentate verbatim dall’autore e inserite a scandire l’argomentazione e rinsaldare le tesi dimostrate. Ma vi è di più: nei cimenti novecenteschi di Canfora emerge con forza l’attenzione al concetto di “tradizione” (ovvero, in sintesi, di quel processo materiale e intellettuale che va a costituire, nelle sue stratificazioni, un dato storico) e l’impegno – di fronte a qualsiasi questione, classica come contemporanea – di ricostruirne i meccanismi di formazione, tra cui le omissioni, le falsificazioni, le forzate interpretazioni: un lavoro di scavo e decostruzione che contribuisce alla restituzione completa del fatto o del profilo storico in oggetto.

Tra i nomi che hanno nel corso degli anni sollecitato gli interessi di Canfora vi è sicuramente – in una posizione di rilievo – quello di Concetto Marchesi, col quale Canfora chiude i conti pubblicando il volume di cui qui si presenta un breve e necessariamente parziale resoconto critico[3]. Il sovversivo. Concetto Marchesi e il comunismo italiano rappresenta infatti il punto di convergenza simbolicamente forse più significativo degli interessi di una vita di studi canforiani: nel corposissimo volume, che tocca le 1000 pagine di serrata argomentazione e continui rimandi a centinaia di documenti reperiti esplorando una vera e propria «selva archivistica» da Canfora e da una nutritissima équipe di archivisti, storici e collaboratori[4], l’autore delinea il profilo completo di un uomo che divise la propria esistenza tra l’impegno accademico (interamente dedicato alla cultura e alla letteratura classica, e in particolare latina) e la militanza politica. È senza dubbio impossibile rendere conto qui di tutte le questioni analizzate da Canfora lungo il volume, che ha il merito di chiudere alcuni filoni di ricerca aperti nel corso del tempo dallo stesso autore e dalla comunità accademica, ma allo stesso modo di aprirne molti altri. Quel che conta affermare qui, in premessa, è che i due volti della vita di Marchesi – intellettuale latinista e militante comunista – non possono in alcun modo essere analizzati per compartimenti stagni.

Ripercorrere la vita e il mito di Concetto Marchesi (1878-1957) significa da un lato ascoltare una delle voci più intelligenti e significative degli studi di antichistica del Novecento italiano, seguendone i molteplici sviluppi in relazione alla cultura italiana del Novecento; d’altro canto, vuol dire seguire le traversie politiche della tradizione comunista italiana lungo tutto il primo cinquantennio del Novecento, e leggerne i nodi politici più rilevanti. In vita, il latinista fu infatti testimone del rapporto che le forze della sinistra italiana ebbero dapprima col regime liberale, quindi col fascismo nelle sue differenti fasi (due, almeno, sono le fasi di particolare rilievo per la vita di Marchesi: dalla presa del potere alla messa fuorilegge dei partiti politici d’opposizione del 1926 e la transizione da Mussolini a Badoglio, l’inizio della lotta di Resistenza e la nascita della Repubblica di Salò) e infine con la neonata democrazia repubblicana, di cui Marchesi fu costituente e politico protagonista. Studiare la biografia di Marchesi significa, per di più, analizzare questi decenni tramite una triplice lente interpretativa: quella del militante politico (dirigente, infine, negli ultimi anni della vita, ma mai apicale – come ebbero a sottolineare diversi commentatori in occasione della sua morte[5]), quella dell’accademico nell’Università fascista e quella – forse la più rilevante dal punto di vista ermeneutico – del lettore dei classici. Posizionamenti, scritti e scelte possono essere lette – sembra questa la lezione più significativa del volume canforiano – come l’esito di un tormentato dialogo proprio tra questi tre punti di osservazione.

Chi studia la biografia di Marchesi, per come essa è stata ricostruita (in vita e post mortem) da biografi, compagni di militanza e colleghi (con significativi interventi dello stesso Marchesi), deve necessariamente fare i conti con volute omissioni, interventi, riscritture e modifiche: esse sono puntualmente analizzate da Canfora e, ove necessario, analizzate e decostruite. Per cominciare, appartengono alla narrazione propagandistica del PCI (a fini esterni, certo, ma anche e soprattutto a fini interni) alcuni cliché da riferirsi quasi “secondo prassi” ad un intellettuale comunista come Marchesi: le origini contadine, la partecipazione diretta al Congresso di Livorno del ’21 e l’ininterrotta militanza nel Partito Comunista d’Italia; più complessa e di meno scontata risoluzione, è invece la vulgata circa la richiesta – proveniente dal partito – di giurare fedeltà al fascismo come Professore universitario. Notizie smentite o ampiamente corrette da Canfora grazie ad un intenso lavorìo filologico, certo, non esente da difficoltà: a molte delle ambiguità legate alla biografia di Marchesi, difatti, partecipò in vita lo stesso Marchesi, come nota in più occasioni Canfora.

In via preliminare occorre non distogliere mai l’attenzione dalla convulsa fase storica “centrale” della vita di Concetto Marchesi: al momento della marcia su Roma, Marchesi è un uomo maturo (è nato nel 1878), è sposato con Ada Sabbadini (la figlia del celebre filologo Remigio, il fondatore della filologia umanistica in Italia, le cui orme Marchesi segue nelle sue prime ricerche filologiche); dal punto di vista professionale è uno stimato docente, prima ginnasiale (a Pisa), poi universitario (a Messina), e uno studioso di tutto rispetto, con all’attivo decine di pubblicazioni di argomento antichistico. Dal punto di vista politico, ad una giovanile militanza socialista (dal 1895) e ad una schedatura come “sovversivo” (epiteto che lo contraddistinse dalla giovinezza fino ai rapporti segreti della CIA dei primi anni repubblicani, quando con Secchia e una parte della dirigenza del PCI Marchesi si occupava di mantenere mobilitate alcune pattuglie partigiane, nella consapevolezza che il fascismo non fosse morto e che occorresse vigilare con attenzione agli sviluppi della neonata Repubblica[6]). La disfatta delle forze antagoniste al fascismo appare dunque agli occhi di un marxista atipico formatosi a cavallo tra Otto e Novecento, dotato di uno sguardo particolarmente lucido dal punto di vista storico; un uomo partimenti del tutto inserito nella società liberale in piena crisi prima della presa del potere fascista, e al contempo un già rilevante protagonista del dibattito culturale della sinistra socialista italiana. Il docente siciliano era già in più occasioni intervenuto nel dibattito culturale e politico del Paese fin dai primi anni della sua vita professionale e politica: Canfora fa ampia menzione a questi contributi giovanili, ospitati perlopiù da riviste “di area”, che spaziavano da questioni di politica scolastica (un interesse sempre caro a Marchesi) e polemica filologica ad articoli di taglio più squisitamente politico[7]. Dopo un periodo di assenza dal dibattito socialista dovuto all’allontanamento dal PSI (Marchesi sposò posizioni interventiste contro la linea del partito nel 1911), il primo vero snodo della parabola politica di Marchesi è costituito dalla presa del potere del fascismo.

Esso rappresenta, ai nostri fini, un caso di studio particolarmente rilevante anche per osservare il Marchesi filologo e storico dell’antichità. La marcia su Roma e la graduale presa del potere fascista è vissuta con estrema consapevolezza da Marchesi: sul suo ultimo contributo in «Rassegna comunista», il latinista parla di «ultima disfatta del proletariato» (p. 111). La ragioni profonde del tracollo del fronte antifascista dovranno essere tenute a mente, secondo Marchesi, poiché «serviranno domani alla storia della rivoluzione e della vittoria comunista», afferma in un altro contributo del 1924 su «Prometeo» (p. 112). La capacità di analisi di Marchesi – sui cui sviluppi non ci soffermiamo qui – è però in quegli anni rafforzata da una nuova categoria d’analisi molto rilevante: l’attenta lettura dell’opera dello storico romano Tacito – che confluirà dapprima in una tesi di laurea in Giurisprudenza (seppur già professore, Marchesi scelse, in via probabilmente cautelativa, di ritagliarsi spazi professionali anche in un altro settore) e poi nel celeberrimo saggio, Tacito (prima ed. 1924) e nei capitoli della Storia della letteratura latina (prima ed. 1925-‘27). «L’opera storica di Tacito diventa il suo prisma analitico per la lettura degli avvenimenti in atto e per la scelta di una condotta individuale» (p. 129): le ragioni per cui lo storico passato «attraverso undici imperatori” possa interessare particolarmente Marchesi in questa fase (di più rispetto a Sallustio, altro storico molto amato, su cui si tornerà) sono abbastanza intuitive. Canfora ne evidenzia opportunamente alcune: il nodo politico principale che Marchesi ravvede in Tacito è quello del «governo dell’Uno» in relazione alla moltitudine (p. 133). Nella lucida consapevolezza, tacitiana e antiplatonica, che lo Stato non possa rappresentare un modello di perfezione, Marchesi – «in bilico tra il riferire il pensiero (in questo caso) di Tacito e l’esprimere una sua concezione» (p. 135) – sceglie la problematica del rapporto tra massa e guida politica come elemento perno della sua analisi politica di Tacito. Scegliendo, a ben vedere, argomenti che possano rimandare alla politica italiana contemporanea, lo spazio di analisi della storia e dello storico antico diviene terreno di critica della stretta attualità italiana, e per certi aspetti primo presupposto per un’analisi storica: la disfatta (e alcuni suoi aspetti collaterali, quali la repressione politica e il posizionamento degli intellettuali di fronte al regime) viene letta con gli occhi di Tacito e, stando all’attento commento di Giusto Traina, è proprio il medium tacitiano a poter permettere a Marchesi «di far passare messaggi importanti senza correre rischi immediati»[8].

Il secondo e cruciale problema legato alla figura di Marchesi è relativo al profilo che il professore patavino assunse in relazione all’ormai consolidato regime fascista a partire, in particolare, dal 1931, l’anno in cui fu chiesto ai docenti universitari di giurare fedeltà al regime per poter mantenere la propria cattedra. Nel 1923 Marchesi, dopo uno sfortunato concorso pisano, ottenne la cattedra di Latino medievale a Padova, città in cui si trasferì. Nel 1931, dopo quasi un decennio di docenza, egli fu tra i circa 1300 docenti universitari che giurarono fedeltà al fascismo (contro gli 11 che si rifiutarono di farlo), nonostante la sua nota appartenenza socialista prima e comunista poi. La scelta è stata oggetto di diatribe, critiche e difformi interpretazioni: tra le più celebri – essa è ricordata in posizione preminente da Canfora – ci fu quella di un compagno di partito, poco tempo dopo la morte di Marchesi. Fu infatti Ludovico Geymonat, sulle colonne de «La Stampa» il 16 di febbraio del 1957, a fare scricchiolare per la prima volta la costruzione propagandistica a cui avevano concorso i dirigenti comunisti alla morte di Marchesi: come conciliare la presunta intransigenza di Marchesi con «il suo compromesso nei riguardi del fascismo», si domandava il collega, professore e comunista?[9] La questione è però ben più complessa di quella che può intendersi analizzando la dialettica tra agiografie e smentite. Per affrontarla occorre infatti, sottolinea Canfora, affondare in una questione più generale che ha a che fare col concetto di «entrismo». Oltre alle difficoltà connaturate allo sforzo della ricostruzione storica, studiare questa strategia, dispiegata peraltro «in un momento in cui il gruppo intellettuale degli studiosi di Roma antica fruiva di una speciale attenzione da parte del regime e si cimentava con la sua potente macchina politico-propagandistica» (p. 960), significa anche per lo storico assumere un profilo bifronte – esattamente come quello dei personaggi studiati all’epoca della collaborazione col fascismo – e imparare a guardare ad «entrambi gli accampamenti», recuperare entrambe le versioni, indagare le ragioni delle scelte – profonde e di pretesto – che spesso sfuggono a facili interpretazioni. Ammette Canfora: «Non è facile da decifrare il fenomeno dell’entrismo. Chi vi si è cimentato, adottando comportamenti conseguenti, ha corso un duplice rischio. Uno all’epoca: quello di essere smascherato e colpito, magari con particolare durezza. L’altro molto dopo: allorché le tracce di ciò che fece allora praticando tale linea di condotta, riconsiderate senza che più se ne intenda il movente, paiono – ai moralisti postumi – altrettante prove di viltà e compromissione» (ibid.). Una descrizione che si confà perfettamente alla parabola di Marchesi, della quale Canfora analizza in particolare alcuni temi specifici. Le circostanze del giuramento, ad esempio, sono ricostruite a partire da una testimonianza di Cesare Musatti – che di Marchesi fu collega a Padova – a proposito della presunta richiesta di giurare formulata dal partito al professore: a partire da questa notizia, la cui veridicità è smentita in senso ad una riflessione più ampia sui rapporti tra Marchesi e l’organizzazione comunista clandestina, viene tratteggiato il profilo “atipico” del professore antifascista, senza tacere i lati più contraddittori, per così dire, del suo decennio da accademico fascista. Non viene dimenticata infatti la partecipazione (contraddistinta alle volte da sagace e polisemico acume, alle volte da imbarazzanti piaggerie) ad alcune iniziative di propaganda fascista (quali i bimillenari di Virgilio e Tacito e – seppur sia vicenda meno nota – l’attività di scrittura di epigrafi celebrative in latino d’occasione), né le molteplici ambiguità dovute alla posizione di Marchesi. Ma ampio spazio è dato alla paziente missione “entrista” in senso stretto: nuova luce viene ridata al rapporto con Eugenio Curiel (ricostruito, peraltro, a partire da una testimonianza dello stesso Marchesi), ai contatti intrattenuti con i nuclei clandestini del disciolto PCd’I, dal quale Marchesi mantenne sempre una certa dose di autonomia e distanza, ad alcune ambascerie da Marchesi in ambienti monarchici romani per conto di ambienti vicini al partito (svolte furbescamente in occasione di riunioni dell’Accademia d’Italia, cui Marchesi aderì). Ma il punto apicale della vicenda di Marchesi sotto il fascismo è senza dubbio rappresentato dalla transizione del ’43: è nei mesi del passaggio tra Mussolini, Badoglio e la RSI che Marchesi giocò la sua partita più importante. Nominato pochi mesi prima da Badoglio, alla nascita della Repubblica Sociale Italiana disobbedì formalmente alla richiesta del partito di abbandonare la carica di Rettore dell’Università di Padova. Rimanendo Rettore – anzi proprio grazie a questa scelta – diede un contributo cruciale all’organizzazione della Resistenza: insediato il CLN nella sede del rettorato patavino, mantenne uno strategico rapporto di amicizia col Ministro repubblichino dell’Istruzione (Carlo Alberto Biggini, che lo aiutò poi nel corso della sua fuga verso la Svizzera) ma, soprattutto, sempre in virtù della sua posizione accademica, pronunziò due discorsi che – talora confusi da storici e politici – rappresentano la vetta del suo impegno politico: da un lato l’anfibologico discorso di apertura dell’anno accademico 1943, «capolavoro di oratoria polisemica» (su di esso, cf. le pp. 548-577[10]) in cui Marchesi aprì, de facto, ad una fase nuova per la Nazione, sempre più vicina ad essere libera dagli oppressori, pur rendendo impossibile – grazie ad una sapiente tessitura retorica – la censura o la denunzia da parte delle autorità fasciste (e dagli invasori nazisti); e infine l’appello che Marchesi rivolse ai giovani studenti incitandoli all’insurrezione (1° dicembre 1943), avendo mantenuto la carica di rettore facente funzioni, pur essendo già avviato alla fuga (Canfora si sofferma in particolare sull’eco europea che ebbe l’appello, che garantì a Marchesi una certa fama negli ambienti della Resistenza). «Centro, cuore, cervello dell’agitazione e dell’organizzazione militare veneta», affermò Marchesi nella sua famosa orazione Perché sono comunista del 1956, «era l’Università. Avevo sempre avuta nell’animo questa certezza, che le porte dell’Ateneo, aperte per tanti anni alle più ignobili cerimonie del lugubre carnevale fascista, avrebbero visto entrare soldati senza divisa, i giovani della insurrezione nazionale»[11].

Molto si potrebbe ancora dire, sia della fase entrista, sia della fase che vide Marchesi costituente, deputato comunista e intellettuale di area (fin oltre la crisi del 1956). Un ultimo punto su cui occorre soffermarsi è però legato al ruolo che Marchesi ricoprì nel corso del suo esilio svizzero: del periodo – che vide il rifugiato avere notevoli mansioni organizzative nelle attività partigiane elvetiche, pur mantenendo un profilo “terzo” rispetto all’organizzazione di partito – Canfora mette in luce la fittissima rete di contatti che Marchesi mobilitò, dando però spazio significativo ad un aspetto che emerge in filigrana da più parti: il legame di Marchesi con la Massoneria. Canfora si era già occupato di questo aspetto nel volume del 1985 sul rapporto tra Marchesi e Gentile: nella chiusa del celebre articolo che sentenziava la condanna a morte di Gentile – modificata in sede di pubblicazione da Li Causi – Canfora individuava, a ragione, un lessico di matrice massonica[12]. E, in effetti, i contatti tra il mondo massonico e Marchesi sono evidenziati e commentati lungo tutto il volume: in questo senso è particolarmente rivelatorio – poiché inedito, tra l’altro – un documento edito da Canfora (pp. 714-716) in cui informazioni dettagliate sulla permanenza e sul ruolo di instancabile organizzatore svolto da Marchesi in Svizzera vengono fornite a Canfora, anni dopo (nel 1984), proprio dalla loggia Il Dovere di Lugano: nell’incartamento, peraltro, è messo in luce come il ruolo di Marchesi – col quale si guadagnò una certa popolarità in tutti gli ambienti dei partigiani in Svizzera – non fu mai particolarmente gradito dalla Direzione del PCI, che ancora lo considerava «quasi come un intruso» (p. 716) e, certamente, non riponeva particolare fiducia in un profilo che aveva già in delicate occasioni un’eccessiva autonomia.

E ancora, seppur soltanto per cenni, attenzioni ulteriori potrebbero essere rivolte ad altro. La lezione dei classici, per esempio, non si esaurisce con Tacito: Marchesi fu autore di monografie su molti autori della latinità, ma soprattutto di una Storia della letteratura latina, le cui otto edizioni coprono l’arco di un trentennio, dal 1925-‘27 al 1957-’58. Scandagliandone varianti ed evoluzioni, emergono molti punti di interesse: oltre al già citato interesse per la «storia […] strettamente politica»[13] di Tacito, un’altra chiave di volta del pensiero di Marchesi può essere rappresentata dalle differenti interpretazioni date della vicenda di Sallustio, «esempio per eccellenza di pentitismo politico», come l’ha iconicamente definito Antonio Montefusco[14]. E ancora, un punto di connessione con il dibattito intellettuale comunista del primo Novecento è rappresentato dalla «forte opzione filocesariana» di Marchesi (p. 283ss.): essa è riconducibile ad un influsso momseniano, ma quel che conta sottolineare, a detta di Canfora, è come alle medesime considerazioni su un cesarismo progressivo, «di sinistra», giungano indipendentemente sia Marchesi, sia Gramsci (cf., in particolare, il Quaderno XIII,27): la personalità paradigmatica di Cesare e il suo ruolo nella storia romana sono evidentemente rappresentative per una generazione di pensatori che, oltre a pensare la stasi e la crisi, si pone il problema degli uomini e delle forze in grado di sbloccarla, di personalità risolutrici, al pari di Cesare, «di una situazione storico-politica caratterizzata da un equilibrio di forze a prospettiva catastrofica» (cit. a p. 287). Nelle analisi storiche di Marchesi vi è, in filigrana, certamente la crisi italiana («La crisi è proprio in ciò, il suo tragico è in questo, che voi non potete più imporci il vostro ordine, e noi non possiamo ancora imporvi il nostro» disse Claudio Treves nel 1920, rivolto ai liberali, alla Camera); ma l’onda lunga del pensiero classico arriverà fino alle vicende staliniane e alle prime avvisaglie della “democrazia bloccata” italiana, nei cui momenti embrionali Marchesi non smise mai di ammonire circa la viva presenza delle «radici turgide» del fascismo appena sconfitto e riguardo alcuni possibili sviluppi “armati” del conflitto politico[15].

Per concludere, con quest’ultima fatica Canfora sembra affermare con decisione, e con notevole lezione di metodo, che mitizzazioni postume e creazioni propagandistiche non si possono soltanto decostruire. Il caso di Concetto Marchesi, come quello di molti altri uomini politici e intellettuali protagonisti della fase più buia del Novecento, è il caso anzitutto di un uomo e delle sue scelte di fronte alla Storia: e come tale va ricostruito, senza peccare d’indulgenza di fronte alle debolezze e alle ambiguità, poiché esse fanno parte della vita, e al contempo senza secondi fini che ad una narrazione mitico-propagandistica mirino a sostituirne un’altra. Compito della filologia è infatti ricostruire, dopo aver smentito ed emendato: quanti più seguiranno questo sentiero, tanto più felicemente gli studiosi e i lettori potranno esclamare, rubando a Tacito l’esclamazione: nunc demum redit animus («e ora, finalmente, si torna a respirare»: Tac. Agr. 3).


[1] Si fa in particolare riferimento qui, per esempio, ai volumi Il comunista senza partito (Sellerio, 1974), Togliatti e i dilemmi della politica (Laterza, 1989), Un ribelle in cerca di libertà: profilo di Palmiro Togliatti e Togliatti e i critici tardi (Sellerio, 1998 e 1999); su Gramsci, ai volumi Gramsci in carcere e il fascismo (Salerno, 2012) e Spie, URSS e antifascismo: Gramsci 1926-1937 (Salerno, 2012). Sempre utile, per comprendere l’impostazione del Canfora contemporaneista, il libro L’uso politico dei paradigmi storici (Laterza, 2010). Alcune altre menzioni sarebbero possibili, ma conviene fermarsi qui.

[2] Richiami numerosissimi a questa dialettica sono presenti anche nel volume che si recensisce qui. Cf., ad es., le considerazioni svolte da Canfora a p. 961: «L’equivoco (forse intenzionale) che sta alla base di opere come la Storia del Partito comunista italiano di Spriano (e degli studi che ne sono derivati) consiste nel suggerire che quella sia la storia di un unico e medesimo soggetto: perseguitato fin dalla nascita, tartassato, messo fuori legge, ma alla fine vincitore. In realtà si tratta di due forze politiche che hanno (quasi) lo stesso nome (PCI però è altra cosa da PCd’I) ma sono totalmente diverse come obiettivi, come reclutamento, come tattica, come parole d’ordine».

[3] Al nome di Concetto Marchesi Canfora aveva già dedicato un volume del 1985, edito da Sellerio: La sentenza. Concetto Marchesi e Giovanni Gentile. Più recentemente, Canfora è stato autore della voce Marchesi, Concetto del Dizionario Biografico degli Italiani (vol. 69, anno 2007). Nel commentare questa biografia “definitiva” di Concetto Marchesi, non è possibile non ricordare il volume di Ezio Franceschini, Concetto Marchesi. Linee per l’interpretazione di un uomo inquieto, Padova, Editrice Antenore 1978: significativo perché il primo cimento biografico sulla figura di Marchesi, certo, ma anche e soprattutto perché a scriverlo fu un compagno molto vicino, in vita, a Marchesi, col quale condivise l’esperienza partigiana.  

[4] Cf, per la menzione alla «selva archivistica» e ai collaboratori, p. 987s. D’ora innanzi, tutte le citazioni non altrimenti specificate sono tratte da Il sovversivo. Concetto Marchesi e il comunismo italiano, Roma-Bari, Laterza 2019.

[5] Sul tema, cf. p. 907ss.

[6] Concetto Marchesi, tra l’altro, si auto-attribuiva ironicamente l’epiteto di sovversivo. In occasione della sua chiamata a Padova, Marchesi ricordava a Valmigli la sua bocciatura pisana (non era stata accettata la sua richiesta di trasferimento), manifestando soddisfazione: «specie riguardo ai dottoroni di Pisa, che hanno combattuto in me il somaro e il sovversivo». Cf. p. 140.

[7] Specifici interessi di Marchesi furono rivolti a questioni di politica scolastica, come ha notato Antonio Montefusco in una significativa recensione per «Micromega».

[8] G. Traina, Recensione a L. Canfora, Il sovversivo: Concetto Marchesi e il comunismo italiano, «Italia contemporanea» 293 (2020), p. 284.

[9] Per la lettera di Geymonat, cf. p. 929.

[10] Del lungo capitolo dedicato al discorso del 9 novembre, è senza dubbio da segnalare l’appendice di testimonianze su quella giornata, in cui emergono nomi come quelli di Norberto Bobbio e di Livio Maitan.

[11] C. Marchesi, in Perché sono comunista (cit. da Scritti politici, Roma 1958), p. 17s.

[12] Su questa vicenda, cf. L. Canfora, La sentenza… op.cit. e Il sovversivo, pp. 621ss.

[13] Cf. C. Marchesi, Tacito, qui citato dalla quarta ed. riveduta, 1955, p. 191.

[14] Si fa riferimento alla recensione citata supra, n. 7.

[15] Cf. pp. 824-850.

Scritto da
Federico Diamanti

Studente di filologia classica e allievo del Collegio Superiore dell’Università di Bologna. Si occupa di presenze greche nell’umanesimo italiano, rapporti tra intellettuali e potere, della narrativa di Pier Vittorio Tondelli e delle forme poetiche del XX secolo.

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