Il Sud e la coesione territoriale nel PNRR
- 20 Dicembre 2021

Il Sud e la coesione territoriale nel PNRR

Scritto da Concetta Picascia

14 minuti di lettura

Questo contributo fa parte della sezione “Il PNRR in dettaglio visto dalla Next Generation” del numero 2/2021 di Pandora Rivista “Next Generation EU. Leggere il PNRR” – nata da una collaborazione con l’esperienza di “Next Generation Research”, un gruppo di giovani ricercatori e ricercatrici di diverse discipline della Scuola Superiore Sant’Anna e di altre Università. Per maggiori dettagli è possibile leggere l’introduzione a questa sezione, a cura di Francesca Coli e Alessandro Mario Amoroso, che presenta anche l’indice di tutti i 18 contributi di “Next Generation Research”.

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Il PNRR mira, tra gli altri, al raggiungimento di tre ambiziosi obiettivi trasversali: la riduzione delle disuguaglianze generazionali, di genere e territoriali, che rappresentano dei deficit storici per il nostro Paese e che, in quanto tali, ne minano crescita economica, coesione sociale e territoriale. Chiaramente i tre obiettivi restano strettamente correlati tra loro, poiché, spesso, le condizioni dei giovani e delle donne tendono ad essere peggiori proprio nel Mezzogiorno. Il presente contributo si focalizza in particolare sull’obiettivo di riduzione del divario territoriale, che ha assunto col tempo le caratteristiche di un’anomalia nel panorama dello sviluppo regionale dell’Unione Europea.

La natura esogena e disattesa dell’evento pandemico ha rappresentato per l’Italia, e per il Mezzogiorno in particolare, un forte shock socioeconomico in un momento in cui non si erano ancora assorbiti gli effetti della precedente Grande crisi del 2008, e in cui i ritmi di crescita e di recupero erano ancora molto lontani dalla media europea. Una situazione che in linea di massima accomunava le due aree del Paese nel corso del 2019, anche se con maggiori criticità nel Mezzogiorno, rispetto già ad indicatori sintetici quali il PIL[1]. In questi termini si comprende la natura di quello che viene definito il «doppio divario», che rappresenta, fra le altre, una delle principali ragioni per le quali il nostro Paese si colloca tra i primi beneficiari degli strumenti del Next Generation EU: l’Europa chiede all’Italia, ormai da tempo, di tornare a far crescere il Sud come condizione preliminare per la ripartenza dell’intero Paese. Il suo rilancio non è solo un tema nazionale, ma è una questione economica e sociale europea; la Commissione Europea, nelle raccomandazioni specifiche per il Paese del 2019 e, ancor più, del 2020, ha sottolineato il rischio legato al peggioramento delle disparità regionali e territoriali conseguenti la pandemia. Gli obiettivi della coesione territoriale, economica e sociale, infatti, sono posti all’inizio del Regolamento (EU) 2021/241[2] che istituisce il Dispositivo per la Ripresa e la Resilienza[3] (punti 2 e 3) e tra i sei pilastri del Fondo (art. 1). In coerenza con questa indicazione, anche le Linee Guida della Commissione europea (Guida per i Piani di ripresa e resilienza)[4] hanno tenuto fortemente conto di questo obiettivo per indirizzare la definizione dei Piani nazionali. Questa premessa serve a ricordare che la priorità trasversale di «ridurre le disuguaglianze territoriali» prevista nel Piano italiano, non si configura più come una scelta opzionale, ma obbligatoria.

In quanto trasversale, l’obiettivo di riduzione del «divario di cittadinanza» non trova spazio in una sezione dedicata del PNRR, ma è condiviso tra i provvedimenti di tutte le sei missioni, oltreché nell’ambito di alcune riforme strutturali che dovranno abilitare l’efficacia dei provvedimenti. Una particolare concentrazione sui temi della coesione per il Mezzogiorno si realizza senz’altro nel quadro della Missione 5 Componente 3 «Interventi Speciali per la Coesione Territoriale», le cui misure sono dirette a: rafforzare la Strategia Nazionale per le Aree Interne, valorizzare socialmente ed economicamente i beni confiscati alle mafie, combattere la povertà educativa e sostenere il Terzo Settore, migliorare le infrastrutture di servizio delle Zone Economiche Speciali (ZES), anche attraverso una riforma dedicata.

Il complesso di tali provvedimenti intende incidere su alcune criticità strutturali che, in ultima analisi, determinano le più basse performance sugli indicatori quantitativi di crescita del Mezzogiorno, e sulla complessiva competitività economica e sociale della macroarea. Tra tali criticità, che caratterizzano il tessuto socio-produttivo meridionale, il Piano annovera livelli più bassi di produttività, di qualità e quantità del capitale umano (esito delle scarse opportunità lavorative e della conseguente crescita dell’emigrazione), delle infrastrutture e dei servizi offerti dalla PA.

Nelle prossime pagine si tenterà dapprima di delineare gli orientamenti strategici di riferimento per le principali azioni programmatiche che all’interno del PNRR hanno carattere territoriale. Successivamente si terrà conto della componente finanziaria e del dibattito che la sta attualmente caratterizzando, per poi proporre alcune riflessioni in riferimento soprattutto all’adeguatezza degli investimenti e delle Riforme, rispetto agli obiettivi di convergenza preposti. Nelle conclusioni, infine, si suggeriranno delle possibili prospettive di analisi che, anche in termini sociologici, potranno caratterizzare il dibattito futuro e le fasi di attuazione del Piano.

 

Orientamenti strategici e linee programmatiche

Attraverso la ricognizione dei provvedimenti contenuti all’interno delle singole missioni che, nello specifico, sono destinati al Mezzogiorno, è possibile individuare i principali orientamenti strategici che hanno guidato le scelte relative alle priorità d’investimento, e che consentono di comprendere le modalità di costruzione di una eventuale risposta di policy agli squilibri macroeconomici del Paese. Si tratta di una ricostruzione non presente nel Piano, e delle cui implicazioni si discuterà nel par. 3.

Gli asset principali su cui si concentrano le scelte per il Mezzogiorno, trasversalmente alle singole missioni, sono:

Infrastrutture primarie e ZES. È uno degli aspetti su cui il PNRR sembra puntare maggiormente per il raggiungimento di livelli minimi di coesione territoriale, e per la creazione di condizioni di contesto stabili e favorevoli all’innesco di successive dinamiche di crescita e di sviluppo, che siano il più possibile autonome, durature nonché maggiormente funzionali all’attrazione di investimenti pubblici e privati. La garanzia di una maggiore e migliore offerta di linee ferroviarie intra ed interregionali, l’adeguamento di quelle urbane attraverso misure di upgrading, ma soprattutto il completamento dell’Alta Velocità, assumono un forte significato simbolico poiché sarebbero in grado di ricongiungere il Nord e il Sud del Paese con due percorsi di durata pressoché equivalente (a partire da Roma verso Milano e verso Catania, ipotizzando la costruzione del ponte sullo Stretto di Messina). In quest’ambito va anche collocata l’auspicata valorizzazione, in modo integrato e funzionale, delle Zone Economiche Speciali, interessate da un’azione di riforma e di razionalizzazione di norme e procedure dedicate[5]. A partire dall’integrazione delle ZES nel quadro dei nuovi assetti di mobilità portuale ed urbana, come il Piano Stazioni al Sud, sarebbe dunque possibile riconfigurare la collocazione del Mezzogiorno in ambito euromediterraneo e, in tal modo, incentivare anche fenomeni di re-shoring verso i territori nazionali e meridionali, riqualificando quei comparti industriali particolarmente penalizzati nel Sud.

Istruzione e inclusione sociale. Su questo specifico cluster molta attenzione è rivolta al rispetto del dettato costituzionale sulla garanzia dei livelli essenziali delle prestazioni (LEP) poiché, nonostante l’assegnazione, nel 2001, della competenza statale in materia di «determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale»[6], non si è ancora provveduto alla loro definizione alla relativa ricognizione territoriale. I provvedimenti che il PNRR adotta in tale ambito intendono, complessivamente, dotare le aree marginalizzate del Paese di servizi pubblici essenziali con particolare riguardo agli aspetti legati ad istruzione e formazione per le fasce maggiormente a rischio di marginalizzazione e di esclusione sociale, attraverso azioni di accompagnamento per tutto il ciclo di vita e di studio. La maggiore disponibilità di asili nido e scuole per l’infanzia dovrebbe, quasi automaticamente, incidere sulla riduzione del divario demografico, di servizi e territoriale, anche tra zone interne e urbane. Su questi temi emergono, però, alcune criticità legate, da un lato, alle modalità di allocazione territoriale e, dall’altro, ad alcuni aspetti di governance. Sul primo punto sembra prevalere la tendenza ad affidarsi a bandi che conterranno criteri di premialità definiti di volta in volta. È il caso di quelli emanati per asili nido, scuole dell’infanzia e mense scolastiche, validi per tutto il territorio nazionale, che inevitabilmente affideranno alla pratica della spesa storica il riparto di servizi pubblici essenziali che, per definizione, dovrebbero essere sganciati da logiche di competitività e di capacità finanziaria locale. Sul secondo aspetto, ovvero il ruolo dei soggetti attuatori, il rischio legato alla scarsa capacità progettuale delle amministrazioni locali, meridionali in primis[7], (che innescherebbe un meccanismo di premialità del tutto simile a quello accennato) dovrebbe essere, invece, mitigato da un intervento significativo del livello decisionale centrale. Attraverso un rinnovato modello di coordinamento tra centro e periferia, lo Stato centrale, nell’ambito di servizi pubblici essenziali quali sanità, pubblica istruzione e trasporti, riaffermerebbe la propria funzione di garanzia dei diritti costituzionali fondamentali.

Competitività e innovatività del sistema produttivo. Gli obiettivi dichiarati del PNRR di recupero del gap di digital intensity, e del digital divide, soprattutto di zone rurali ed aree interne[8], passano attraverso una serie di provvedimenti orientati alla promozione di attività di ricerca e sviluppo in comparti strategici. Tra essi: la rivitalizzazione di alcuni comparti di eccellenza in grado di fungere da traino per interi settori (è il caso del piano Space Economy per i distretti aerospaziali), il potenziamento del sistema turistico, integrato col patrimonio culturale, naturale e paesaggistico, in grado di migliorare il posizionamento internazionale del Mezzogiorno, notoriamente più dipendente dal settore turismo. E l’incentivazione fiscale degli investimenti in beni materiali e immateriali (attraverso il Piano Transizione 4.0). Quest’ultima si pone in continuità con una tendenza già presente[9] ma che ora si intende rafforzare, attraverso il coinvolgimento di attività economiche di minore dimensione, come le filiere produttive ad alta vocazione e specializzazione, caratterizzate da un consolidato orientamento all’export e all’internazionalizzazione, ma spesso da dimensioni di piccola e media impresa. Indubbiamente si tratta di una significativa rottura rispetto alle politiche di austerità e di contenimento della spesa pubblica, che hanno caratterizzato l’ultimo ventennio e, in parte, contribuito alla fase di recessione italiana. Va sottolineato, al contempo, il carattere frammentario degli interventi introdotti, che restano orfani di una visione complessiva di rilancio del sistema produttivo e, soprattutto, di una strategia di politica industriale in grado di ridisegnare traiettorie di sviluppo di lungo periodo per il Paese e per il Mezzogiorno. Dopo la fase di emergenza pandemica, e quindi di elargizione di sussidi verso le categorie più colpite dal punto di vista socioeconomico, il PNRR rimane una fondamentale opportunità per il rilancio di una politica industriale nazionale, che invece sembra assente dagli obiettivi del piano.

Transizione ecologica e rivoluzione verde. La declinazione degli obiettivi del Green Deal europeo del 2050, nei territori meridionali, passa attraverso la gestione di alcune criticità strutturali legate alla gestione del ciclo dei rifiuti e all’ottimizzazione dell’uso delle risorse idriche, temi sui quali l’Ue ha aperto da tempo delle procedure d’infrazione per l’Italia. Allo stesso tempo appaiono particolarmente significative per il Mezzogiorno, anche in chiave simbolica, la riconversione dello stabilimento ex Ilva di Taranto e la riqualificazione della regione del Sulcis in Sardegna. Accanto a tali interventi di natura emergenziale, all’interno di questo cluster sono comprese azioni orientate alla valorizzazione di risorse territoriali quali la produzione di energie rinnovabili e di tecnologie per il trasporto sostenibile, così come l’uso della risorsa idrogeno e di autobus elettrici per la riduzione degli impatti ambientali del trasporto ferroviario[10]. Anche in questo specifico ambito, tra le sfide più ambiziose vi è quella che attiene al rafforzamento della capacità amministrativa e progettuale dei governi locali, che richiama l’attuazione della riforma della PA, che consentirebbe un maggiore assorbimento delle risorse, in particolare sugli incentivi in materia di efficienza energetica e riqualificazione degli edifici pubblici. Ma, allo stesso tempo, diventa dirimente la formazione di figure professionali tecnicamente specializzate che possano favorire mutamenti di processo anche nei settori privati coinvolti.

 

Le risorse                                                           

L’obiettivo di riequilibrio territoriale e di rilancio del Mezzogiorno viene perseguito, da un punto di vista finanziario, attraverso una dichiarata coerenza strategica e un raccordo tra fondi relativi, in parte, a programmazioni preesistenti, delle quali si tenta di valorizzarne aspetti di sinergia e complementarità, anche al fine di evitare sovrapposizioni tra interventi e relative risorse.

Nello specifico, concorrono al finanziamento della strategia di riforme e investimenti per il Sud, sommandosi teoricamente a quelle previste dal PNRR, la programmazione dei Fondi Strutturali per il ciclo 2021-2027 della Politica di Coesione, il programma REACT-EU (per il 2021-2023), il Fondo per lo Sviluppo e la Coesione, il Just Transition Fund, e il Fondo Complementare[11]. Per quanto riguarda, in particolare, il programma REACT-EU, sul totale di circa 8,4 miliardi assegnati al Mezzogiorno (sul totale per l’Italia di 14,4 miliardi, con un incremento rispetto alla dotazione iniziale), la voce principale (4 miliardi), è legata alla decontribuzione dei contratti di lavoro per le imprese del Sud, seguita da interventi su tematiche green e per la sostenibilità (2,6 miliardi) e dalle misure per l’emergenza sanitaria da Covid-19 e la salute (1,7 miliardi). Tale distinzione si evince da documenti istituzionali ma non è contenuta nel PNRR[12]. Per il JTF, invece, la quota assegnata all’Italia è di circa 1,2 miliardi di euro, da utilizzare per la riconversione dello stabilimento ex Ilva di Taranto e per la riqualificazione della regione del Sulcis in Sardegna.

Il Piano destina al Sud una quota del 40% del totale delle risorse (a fronte del 34% previsto dalla legge per gli investimenti ordinari), pari a 82 miliardi di euro, con l’obiettivo di invertire il trend che, tra il 2008 e il 2018, ha visto scendere la spesa pubblica per investimenti nel Mezzogiorno da 21 miliardi a poco più di 10 miliardi. Quest’esplicita precisazione contenuta nel Piano diventa particolarmente significativa poiché rinvia ad una chiara assunzione di responsabilità da parte del livello decisionale centrale nell’aver scarsamente accompagnato la ripresa del Mezzogiorno durante la congiuntura economica sfavorevole di fine anni Dieci.

Di seguito la tabella riassuntiva della ripartizione delle risorse per il Sud, in miliardi di euro e in percentuale sul totale, distinta per Missioni[13].

Tabella 1. Ripartizione risorse per il Sud

Missioni Risorse

(miliardi di euro)

Risorse

(%)

1 Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura 14,58 36,1%
2 Rivoluzione verde e transizione ecologica 23,00 34,3%
3 Infrastrutture per una mobilità sostenibile 14,53 52,3%
4 Istruzione e ricerca 14,63 45,7%
5 Inclusione sociale 8,81 39,4%
6 Salute 6,00 35-37% (*)
TOTALE 81,55

 Fonte: elaborazioni OCPI su dati Ministero per il Sud e la Coesione territoriale.

(*) sulla base del riparto tra Regioni

Va sottolineato che tale quantificazione non è però inclusa nel PNRR. Nel prossimo paragrafo, a partire dall’analisi fin qui svolta, si tenterà di evidenziare alcune delle principali tematiche che attualmente stanno assumendo centralità nel dibattito pubblico sulla fase di attuazione del PNRR.

 

Adeguatezza degli investimenti e delle Riforme                   

Il dibattito corrente sulla capacità del PNRR di riavviare un processo di convergenza tra le due aree del Paese[14] concentra gran parte delle riflessioni sulla effettiva adeguatezza delle risorse rispetto agli ambiziosi obiettivi posti[15]. In realtà, proprio sul tema della convergenza l’esperienza ormai trentennale sugli impatti dei Fondi Strutturali della Politica di Coesione nelle regioni meridionali (che ha l’obiettivo della convergenza delle regioni d’Europa) ci ha permesso di apprendere almeno due importanti lezioni, che possono essere di aiuto nella valutazione dell’adeguatezza degli interventi del PNRR. La prima è relativa al fatto che le sole risorse (esogene), seppur cospicue e territorialmente concentrate, non possono assicurare una ripresa del processo di sviluppo del Mezzogiorno, se non legate in misura considerevole alla qualità e alla quantità dell’azione pubblica ordinaria. In tal senso la sfida più ambiziosa del PNRR diventa quella di accompagnare gli investimenti programmati e sostenuti ad interventi della politica ordinaria, che da qualche tempo sembra aver trascurato la finalità del riequilibrio territoriale. Il rischio di tale mancato raccordo è legato al fatto che gli investimenti previsti riusciranno con tutta probabilità ad aumentare la domanda interna, ma non è detto che riescano a migliorare in modo permanente l’offerta, ovvero il consolidamento di servizi pubblici per la cittadinanza e per le imprese. Il punto cruciale riguarda, pertanto, l’indirizzo politico che accompagnerà gli investimenti previsti, nella sua capacità di configurare delle condizioni di competitività e di sviluppo autonomo del Mezzogiorno, che riesca a rimandare ad un modello di crescita per il Paese condiviso e duraturo.

La seconda considerazione riguarda il processo di attuazione del PNRR che incide profondamente sui suoi impatti e che coinvolge alcuni dirimenti aspetti di governance. A livello centrale, poiché attraverso l’attuazione del Piano si compiranno importanti scelte politiche relative alla definizione dei criteri allocativi espressi nei bandi. E a livello locale, poiché sono chiamate in causa le capacità delle amministrazioni, i Comuni in primis, che notoriamente soffrono di alcuni deficit strutturali di capitale materiale e immateriale, e che potrebbero, quindi, risultare penalizzate nel concorrere all’ottenimento delle risorse.

Un tale effetto perverso è ugualmente rinvenibile nell’erogazione di alcune misure di incentivazione degli investimenti per le imprese, che saranno allocate sulla base delle richieste e che, in genere, tendono ad amplificare, e non a ridurre, le disparità territoriali. In entrambi i casi imprese ed amministrazioni meno attrezzate sarebbero penalizzate. Tale trend può essere invertito attraverso la tempestiva realizzazione di quelle riforme strutturali che possono abilitare e sostenere la realizzazione degli interventi previsti. È il caso della riforma della Pubblica Amministrazione e dei suoi impatti positivi sulla produttività e sullo sviluppo di medio e lungo periodo del Meridione che, in ultima analisi, coniugherebbero obiettivi di rilancio della competitività economica nazionale con quelli di rafforzamento della coesione sociale e territoriale a livello comunitario.

Una ulteriore questione legata all’attuazione riguarda la coesistenza tra interventi che hanno una impostazione, in termini di gestione, diversa tra loro: il 2021 segna anche l’inizio del nuovo ciclo di programmazione dei Fondi Strutturali che, rispetto al PNRR, risponde ad una logica di governance multilivello che, nonostante le criticità registrate, affida buona parte della sua implementazione ai livelli sub-statali, regionali e locali, secondo il principio del partenariato e una articolazione multi-attore. Con il PNRR, invece, la governance delle politiche di sviluppo torna ad essere centralizzata, e lascia in secondo piano una costruzione che, seppure faticosa e per certi versi non pienamente compiuta, ha visto l’attore regionale impegnato, oltre che nella implementazione della policy, nella definizione di quelle traiettorie di sviluppo maggiormente adatte alle istanze locali e alla maturata capacità di lettura della complessità dei problemi del Mezzogiorno.

All’interno del PNRR, e in riferimento specifico per i provvedimenti che interessano le regioni meridionali, la tendenza alla ricentralizzazione è esplicitata, in particolare, per la gestione dei servizi integrati, nell’ambito del Decreto Semplificazioni[16] per il trasferimento della titolarità di ponti, viadotti e cavalcavia da Comuni, Province e Regioni, allo Stato; ed infine nella riforma che accompagnerà la riconfigurazione delle ZES con particolare riguardo ai poteri di cui il Commissario disporrà come interlocutore principale per gli attori economici interessati a investire sul territorio di riferimento.

In ogni caso le amministrazioni meridionali si troveranno, nei prossimi anni, a gestire la coda della programmazione dei Fondi Strutturali del ciclo 2014-2020, l’avvio della programmazione 2021-2027 ed infine il PNRR. Per questo motivo, e per evitare l’acuirsi di conflitti istituzionali che graverebbero non poco sugli obiettivi di crescita e sviluppo condivisi, è importante che avvenga una tempestiva attuazione delle riforme abilitanti e l’implementazione di un modello di governance maggiormente inclusivo. Ciò consentirebbe di innescare un meccanismo di apprendimento e di sviluppo di una capacity building adeguata, che costituirebbero il cambiamento di paradigma auspicato.

 

Conclusioni 

La sezione del PNRR dedicata alla riduzione delle disuguaglianze territoriali è intitolata «Ridurre il divario di cittadinanza». Il tema è emerso di recente come nuova frontiera della questione meridionale: in quanto origine dei divari di reddito, ma ancor più di quelli che afferiscono ad aspetti qualitativi come livelli di istruzione, disponibilità di servizi pubblici essenziali, trasporto pubblico locale, asili nido, sanità e in generale public utilities. Un divario civile molto più che economico, che costituisce «il maggior fallimento dello Stato unitario»[17]. Esso ha reso il Paese più debole nel fronteggiare la pressione dell’epidemia da Covid-19, esponendo soprattutto le regioni meridionali ad enormi rischi socioeconomici: nei momenti di recessione le aree più arretrate sono anche quelle meno resilienti, soprattutto nel medio e lungo termine.

Sembra essere questa la cifra del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza italiano in termini di ripresa del processo di convergenza tra le due aree del Paese: il recupero dei divari di cittadinanza. La scelta di destinare buona parte dei programmi e finanziamenti all’infrastruttura del Mezzogiorno (reti stradali, ferroviarie, portuali e sostegno della mobilità marittima), e quindi alla garanzia dei livelli minimi di coesione, non è nuova: essa aveva già caratterizzato la strategia della prima fase dell’Intervento Straordinario. Ciò ha due ordini di implicazioni: da un lato, ci dice che il Piano va ad affrontare nuovi rischi correlati, ad esempio, al potenziamento del sistema e dei servizi sanitari ma, dall’altro, che va ad intervenire ancora una volta su deficit storici e strutturali che continuano a minare la coesione socio-territoriale del Paese. In secondo luogo, si tratta di intervenire in settori in cui da tempo la politica ordinaria avrebbe dovuto affermare il suo ruolo di indirizzo.

Per questo motivo, gli orientamenti strategici individuabili nel Piano, e l’impiego delle relative risorse, risulterà adeguato se, come accennato, si raccorderà con scelte di politica ordinaria che riportino il Paese verso solidi livelli di competitività nazionale e internazionale, in grado di attirare investimenti esteri e privati. Accanto a ciò, i nodi non sciolti attengono la qualità tecnica delle amministrazioni centrali riguardo, in particolare, la necessità di avviare un percorso di apprendimento istituzionale per i livelli territoriali locali; e, come accennato, un modello di coordinamento nell’attuazione del Piano che contempli una governance maggiormente inclusiva[18]. Il PNRR potrà di certo contribuire al rispetto dei principi di cittadinanza prescritti dalla Costituzione, e che al momento non trovano applicazione omogenea nel Paese, ma è un obiettivo che da solo non potrà conseguire. La riduzione del divario strutturale italiano, e delle relative disuguaglianze socio-territoriali, richiederà la definizione e la condivisione di una progettualità sistemica di lungo periodo, che vada oltre il 2026, in grado di contemplare e coniugare, insieme, obiettivi di crescita e competitività con quelli di equità sociale, funzionali al riposizionamento del Mezzogiorno nel quadro dell’Unione Europea.


[1] A peggiorare il quadro si è aggiunta la strutturale incapacità del Mezzogiorno di compensare gli effetti depressivi della domanda interna agganciando la domanda estera come è avvenuto, invece, nel Centro-Nord.

[2] Regolamento (EU) n. 241 del 2021.

[3] Recovery and Resilience Facility (RRF), ovvero la principale componente dell’intero programma NGEU.

[4] Linee Guida per la definizione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, approvate dal CIAE – Comitato Interministeriale per gli Affari Europei.

[5] Le ZES sono regioni geografiche all’interno delle quali le imprese beneficiano di agevolazioni fiscali e di semplificazioni amministrative. Ad oggi, nel Mezzogiorno, sono state istituite le seguenti ZES: Regione Campania, Regione Calabria, Ionica Interregionale nelle regioni Puglia e Basilicata, Adriatica Interregionale nelle regioni Puglia e Molise, Sicilia occidentale, Sicilia orientale, Regione Abruzzo. È in fase finale l’istituzione della ZES Regione Sardegna.

[6] Art. 117 Cost.

[7] Tale condizione si configura come esito di un processo che vede una pressoché equiparabile responsabilità tra il livello centrale e quello locale.

[8] Nel PNRR si legge che il 45% degli investimenti a banda ultralarga si svilupperà nelle regioni del Mezzogiorno.

[9] Il Piano Transizione 4.0, che rappresenta l’evoluzione di Industria 4.0, ha visto una forte adesione da parte delle regioni meridionali, in particolare su alcune strumentazioni negoziali come il Contratto di Sviluppo.

[10] Nell’ambito della missione 2 il Ministero per il Sud e la Coesione territoriale specifica che al Mezzogiorno sarà destinato: il 48% dei fondi per l’Agricoltura Sostenibile, il 60% di quelli per i progetti di sperimentazione sull’idrogeno, il 50% di quelli per il Trasporto Urbano Sostenibile, il 34% dei finanziamenti per l’efficientamento degli edifici pubblici e il 47% del capitolo Tutela del Territorio. Altri 40 milioni provenienti dal fondo ReactEu saranno destinati agli interventi sul verde nelle scuole, ai giardini, agli orti didattici, a cui si associano specifici finanziamenti per gli Istituti Agrari meridionali.

[11] Il Fondo Complementare al PNRR prevede una dotazione finanziaria di 30,62 miliardi di euro, destinata ad investimenti aggiuntivi a quelli descritti nel Piano. Tale ammontare è incluso nel totale di 82 miliardi di risorse destinate al Mezzogiorno.

[12] Fonte: Ministero per il Sud e la Coesione territoriale.

[13] Fonte: elaborazioni OCPI su dati Ministero per il Sud e la Coesione territoriale.

[14] Per semplicità in questa sede si fa riferimento alla convergenza tra le due aree del Paese, con la consapevolezza della relatività del ritardo, in virtù del «doppio divario» cui si è fatto cenno, e di quello che interessa alcune regioni del Centro-Nord in riferimento a quelle europee maggiormente in crescita.

[15] Alcune considerazioni riguardano il fatto che molte risorse in realtà sono già stanziate e impegnate per alcuni dei progetti e degli investimenti contenuti nel PNRR (è il caso di alcune tratte dell’Alta Velocità); che non esiste una ripartizione regionale delle risorse; oppure che solo una piccola parte degli 82 miliardi è concretamente associata a linee di intervento specifiche per il Sud.

[16] Decreto-legge n. 76 del 16 luglio 2020, convertito in Legge n. 120 dell’11 settembre 2020.

[17] S. Cassese, Il maggiore fallimento dello Stato unitario, Intervento all’Assemblea nazionale sul Mezzogiorno, «Politica, economia, lavoro» (Napoli 12-13 novembre 2016).

[18] P. De Vivo, Lo sviluppo del Mezzogiorno nei nuovi divari territoriali dell’Unione Europea, «Stato e mercato», Fascicolo 2, 2021.

Scritto da
Concetta Picascia

Dottoranda in Politiche Pubbliche di Coesione e Convergenza nello scenario europeo presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università Federico II di Napoli. Dopo la laurea in Sociologia presso l’ateneo federiciano ha collaborato con enti pubblici e privati nella costruzione di interventi a sostegno della crescita territoriale e ha partecipato a ricerche relative alle politiche per la competitività dei sistemi produttivi campani. I suoi interessi scientifici investono il campo della sociologia economica applicata e delle politiche pubbliche per lo sviluppo territoriale.

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