“Il tesoro degli Ebrei” di Luciano Canfora
- 15 Aprile 2022

“Il tesoro degli Ebrei” di Luciano Canfora

Recensione a: Luciano Canfora, Il tesoro degli ebrei. Roma e Gerusalemme, Laterza, Roma-Bari 2021, pp. 304, 22 euro (scheda libro)

Scritto da Federico Dal Bo

7 minuti di lettura

Questa lunga e dotta monografia apparentemente ha un compito abbastanza limitato, se non addirittura umile: investigare il destino del tesoro del Tempio di Gerusalemme dopo che le legioni romane guidate da Pompeo Magno invasero la Giudea e attaccarono Gerusalemme nel 63 a.e.v. L’occasione è offerta da una discrepanza notevole tra due fonti antiche: da un lato, il celebre storico romano Tacito, insieme ad altri, narra come Gerusalemme venne presa e saccheggiata dopo tre mesi di assedio; dall’altro, storici non meno autorevoli, come l’ebreo Flavio Giuseppe, assicurano che Pompeo Magno entrò nel Tempio ma non toccò nulla. Qual è stato, dunque, il destino del tesoro del Tempio, rappresentato decenni più tardi nel celebre arco di Tito? È chiaro fin da subito che questa questione – che Luciano Canfora esamina trascinando il lettore in un confronto implacabile e quasi estenuante con fonti antiche e moderne – non è di semplice natura storiografica. Sullo sfondo si agita infatti un’altra questione ben più complessa e affascinante: il lungo confronto tra ebrei e romani, con immense conseguenze culturali, teologiche e politiche.

Il travagliato rapporto tra ebrei e romani si tradusse, come è noto, in una tragedia storica di dimensioni epiche e con conseguenze incalcolabili, se non fatali, per l’intera storia dell’Occidente. Da una parte, il lungo antagonismo con gli ebrei in Giudea costò ai romani l’espansione ad Oriente e quindi la possibilità di fondere un immenso impero mediterraneo con il mondo mesopotamico, ripetendo e portando a compimento il grande sogno politico di Alessandro Magno. È appena necessario immaginarsi che cosa sarebbe successo se Roma fosse riuscita a penetrare stabilmente in Oriente per comprendere la portata storica e strategica delle varie guerre giudaiche che si trascinarono per secoli in Giudea, poi chiamata per spregio Palestina, secondo il nome degli antichi nemici di Israele. Dall’altra parte, l’intransigenza e l’intolleranza romane, spesso animate da forme di antisemitismo che faranno letteralmente storia nei secoli a venire, costarono agli ebrei l’indipendenza politica e provocarono una catastrofe teologica epocale: la distruzione del Secondo Tempio di Gerusalemme. L’ebraismo sopravvisse a questi tragici eventi solo grazie alla straordinaria elaborazione culturale operata dai Farisei nel corso dei secoli successivi e culminata poi nella redazione di due opere monumentali: il Talmud di Gerusalemme e il Talmud Babilonese. Nel frattempo, l’interferenza romana nelle vicende ebraiche in Giudea aveva già determinato un altro evento epocale nella storia dell’Occidente: la crocifissione del predicatore ebreo Gesù di Nazareth, compiuta palesemente per compiacere la classe sacerdotale di Gerusalemme – i sadducei – che dominava il Sinedrio e quindi imponeva una politica collaborazionista, riuscendo così ad alienarsi le masse popolari e le élite culturali ebraiche, ormai divise in diverse correnti religiose, ora raccolte comunemente sotto l’etichetta del cosiddetto «Giudaismo del Secondo Tempio».

In questo contesto, allora, non deve sorprendere se questa imponente monografia non si interessi solo del tesoro degli ebrei, come umilmente recita il titolo principale, ma in verità cerchi anche di affrontare la questione ben più complessa del rapporto tra Roma e Gerusalemme – come si legge nell’evocativo sottotitolo –, già ispiratore di un florilegio di monografie e studi, soprattutto del recente testo di Martin Goodman, Roma e Gerusalemme. Lo scontro delle civiltà antiche, non a caso pubblicato anch’esso dalla casa editrice Laterza una decina di anni fa.

Canfora ha scritto questa monografia preceduto dalla sua stessa fama come il più celebre storico italiano dell’antichità greca e latina, autore di numerosi studi su cui si sono formate generazioni di studenti, ma anche attento studioso del mondo contemporaneo, di chiara ispirazione marxista. Questo testo rispecchia pienamente i pregi e i difetti dell’impostazione epistemologica dell’autore, coniugando la sua erudizione eccezionale delle fonti antiche e moderne con un senso politico non comune, che permette di esaminarle con disincanto, acume e profondo senso pratico. La questione del destino del tesoro del Tempio non è mai semplicemente l’occasione per misurarsi con piglio polemico – o addirittura gladiatorio – con storici antichi e moderni, ma anche quella di mostrare, se non addirittura denunciare, il cinismo delle scelte politiche compiute da ciascuna delle parti in conflitto: da parte dei romani, che si compiacquero di mostrarsi liberatori dell’antica nazione ebraica cui viene imposta una violenta ellenizzazione della religione e dei costumi, ma che non esitarono ad esercitare un brutale controllo politico e sociale per assicurarsi la stabilità della Giudea quale porta d’Oriente; da parte degli ebrei, che salutarono cinicamente l’espansione romana come una possibilità di guadagnare una qualche forma di indipendenza politica e sociale, ma che poi tentarono di rivendicarla ad ogni costo, probabilmente mostrandosi meno politicamente “radicali” che ingenui rispetto alle velleità imperiali romane. Nella smisurata abbondanza di richiami storiografici, Canfora non manca mai di illustrare al lettore i duri costi di una Realpolitik che prima o poi coinvolse tutte le parti in conflitto. Questa viene tratteggiata secondo la profonda consapevolezza marxiana che la storia non è semplicemente il prodotto di singole personalità eccezionali, bensì il risultato di una complessa, e spesso fallimentare, alchimia di cinismo, volontà di potenza e corsi e ricorsi storici. Non c’è una fonte menzionata in questa monografia che non venga riportata alla spietata contabilità del prezzo dell’egemonia politica. Troviamo un’analisi politica impeccabile, molto penetrante, disincantata, spesso particolarmente acuta, certamente figlia del realismo del materialismo storico cui Canfora non fa mistero di appartenere. Ciò potrebbe avere grandi potenzialità, che restano fondamentalmente inespresse in osservanza di un’etichetta accademica e filologica che inibisce le stesse potenzialità di questa monografia.

Si tratta naturalmente di comprendere la questione metastorica che emerge da questo particolare stile storiografico. Anzi, si tratta di comprendere che scrivere in questo modo – quasi fossero appunti di lezioni per storici specialisti, poi rielaborati con maestria – non è solo una questione di stile bensì di concezione generale dell’ebraismo rispetto alla storia dell’occidente, se non addirittura di definire la ricerca storica rispetto alla questione metastorica della meditazione sulla storia in quanto tale. Lo stile prevalente di questa monografia, infatti, riflette una concezione elitaria dell’indagine storica, sempre incardinata sull’esame di fonti e su questioni codicologiche e accademiche che vengono riproposte senza alcuna clemenza ad ogni tipo di lettore. Queste scelte editoriali e stilistiche però reprimono le potenzialità più profonde della monografia – appena accennate dall’evocativo sottotitolo Roma e Gerusalemme – e quindi sopprimono un profilo teologico-politico che viene solo toccato marginalmente, ma mai veramente sfruttato.

A questo proposito, influisce anche il fatto che Canfora tenda a trascurare le fonti ebraiche, citate solo quando pertinenti esclusivamente agli episodi affrontati nelle fonti storiche romane greche e latine. Questa circostanza crea una singolare forma di sudditanza storiografica, probabilmente anche all’origine del fatto che vengano trascurate anche alcune ricerche meritevoli sul rapporto tra Roma e Gerusalemme, come ad esempio il recentissimo progetto europeo Judaism and Rome. Re-Thinking Judaism’s Encounter with the Roman Empire, diretto da Katell Berthelot e finanziato dallo European Research Council, incardinato nell’Università di Aix-Marseille. Trascurare le fonti ebraiche se non quanto prettamente funzionali all’argomentazione suggerita dalle fonti romane comporta l’infelice conseguenza di trascurare le tensioni politiche e teologiche che caratterizzavano il “Giudaismo del Secondo Tempio” (di cui facevano parte tanto la Comunità di Qumran, spesso citata in questa monografia, ma anche l’incipiente Cristianesimo) e che svolsero un ruolo sostanziale nella definizione del rapporto col Tempio di Gerusalemme e, per estensione, con la presenza della Repubblica e dell’Impero romano.

Tutto ciò risulta in un paradosso sorprendente – soprattutto da parte di un autore come Canfora, che è pienamente sensibile alla questione dell’antisemitismo romano e delle sue conseguenze politiche più ampie: l’immagine dell’ebraismo che emerge da questa monografia è di fatto conforme agli stereotipi romani (e poi cristiani) di una religione che ha bisogno del Tempio per realizzare un culto altrimenti incomprensibile, se non blasfemo, in quanto incapace di autentica religiosità. È difficile sostanziare quest’impressione invocando l’assenza di determinate trattazioni, come quella della natura singolare ed eccezionale della Comunità di Qumran, introdotta nel diciassettesimo capitolo senza offrire alcun adeguato contesto storico e teologico rispetto alle altre correnti del “Giudaismo del Secondo Tempio”. Forse l’esempio più eloquente, da un punto di vista teologico e addirittura meta-teologico, è l’uso della vocalizzazione del nome del Dio ebraico, scritto per esteso secondo una vocalizzazione solo congetturale, invece di venire indicato, come si dovrebbe, col Tetragramma e venire quindi trascritto in modo consonantico come Yhwh. Si badi di cogliere il senso meta-teologico di questa scelta. Scrivere il Tetragramma per esteso non è soltanto inaccettabile per gli standard della moderna teologia comparata, ma anche un lapsus calami, rappresentativo di qualcosa di ben più profondo. Questo modo desueto di indicare il Dio ebraico riflette proprio la stessa visione antiquata del “Giudaismo” quale emerge dalle fonti storiche antiche. In altri termini, questo porta anche a neutralizzare quella che è la portata teologico-politica del divieto di pronunciare il nome di Dio, per non parlare del fatto che l’annullamento della trascendenza assoluta del Tetragramma con la sua “pronunciabilità” ha una ben precisa conseguenza: il Dio assolutamente trascendente – di cui è sconosciuto persino il (suono del) Nome supremo – viene ridotto ad una delle tante divinità tra le altre, un “dio” sostanzialmente assimilabile agli altri, nel senso che diviene semplicemente “il dio degli ebrei”, speciale solo per essere oggetto di culto da parte di una delle nationes più turbolente della Repubblica e dell’Impero romano. Si tratta, ancora, di un appiattimento su pregiudizi anti-giudaici prima romani e poi cristiani a cui, beninteso, non si sarebbe ovviato semplicemente citando il Dio ebraico quale Yhwh o “il Signore”, come del resto viene fatto nel greco onnipresente in questa monografia come kyrios, bensì comprendendo che il divieto di pronunciare il Nome implica un messaggio teologico-politico da parte di “un” Dio che è insieme particolare di una nazione e universale per l’intera umanità come “il” Dio di tutti, proprio come cominciava ad argomentare lo stesso ebraismo alessandrino sul cui sfondo accadevano tutti gli eventi del Tempio evocati in questa monografia.

Il tesoro degli ebrei è senza dubbio un testo eccezionale per erudizione, conoscenza delle fonti e capacità di coordinare una serie di tradizioni contraddittorie, spurie e corrotte. La monografia fa ancora di più: offre una rivisitazione della storiografia antica e moderna in una forma che può ricordare un altro celeberrimo classico, il famoso Orientalismo di Edward Said, senza tuttavia ambire ad offrire una panoramica della storiografia del rapporto tra Roma e Gerusalemme sull’esempio del destino del tesoro del Tempio. Sembra invece che questo testo voglia deliberatamente restare al di sotto delle sue potenzialità in favore di un’idea antica, o forse addirittura antiquata, della ricerca storica. Il lettore è confrontato con abbondanti citazioni da fonti antiche e moderne in greco, latino, inglese, francese e tedesco, non sempre compiutamente tradotte in italiano. Diversi termini chiave vengono citati in greco senza traduzione, sebbene esistano ottimi equivalenti italiani, mentre fonti latine vengono talvolta tradotte, talvolta no, senza che si manifesti il criterio di tale trattamento differente. Altre volte, la narrazione è interrotta da dibattiti eruditi che coinvolgono questioni filologiche e addirittura codicologiche sulle fonti primarie, che sono tanto necessarie per un pubblico accademico quanto fuorvianti per ogni altro tipo di lettore che, forse, preferirebbe continuare ad esplorare le implicazioni di determinate scelte politiche che segneranno la storia dell’Occidente.

A ben vedere, si tratta dell’esibizione di un’erudizione di altri tempi che riflette non solo una diversa concezione dello stile storiografico, ma soprattutto della cultura e della natura dell’indagine storica. È vero, nel suo complesso la monografia si lascia leggere con piacere, con passaggi spesso brillanti e scorrevoli, nonostante il periodare complesso. Tuttavia, si impongono al lettore periodi lunghi, spesso interrotti da digressioni, digressioni da digressioni, note elefantiache e parentesi inesorabili – cui fanno eccezione solo alcuni passi scritti in modo disincantato, con espressioni colloquiali che lasciano solo intravedere ciò che questa monografia avrebbe potuto essere. Nell’insieme, la monografia risulta più difficile di quanto dovrebbe essere ma soprattutto la poca indulgenza che mostra nei confronti del lettore si tramuta in poca indulgenza verso sé stessa.

Scritto da
Federico Dal Bo

Dottore di ricerca in Scienza della traduzione (Bologna 2005) e dottore di ricerca in Ebraistica (2009), è attualmente ricercatore all’Università di Heidelberg nel progetto internazionale “Materiale Textkulturen”. Per ulteriori informazioni: www.federicodalbo.eu.

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