“Impact. La rivoluzione che sta cambiando il capitalismo” di Ronald Cohen
- 15 Marzo 2022

“Impact. La rivoluzione che sta cambiando il capitalismo” di Ronald Cohen

Recensione a: Ronald Cohen, Impact. La rivoluzione che sta cambiando il capitalismo, Luiss University Press, Roma 2022, pp. 192, euro 20 (scheda libro)

Scritto da Francesco Nasi

6 minuti di lettura

Il cambiamento di un sistema economico passa anche (e soprattutto) dall’elaborazione di strumenti concettuali nuovi, che sappiano trovare una declinazione e un’applicazione concreta nell’azione di governi, aziende e persone. Per Ronald Cohen questo strumento è l’impatto (impact). Più che dell’oggetto del libro, si tratta di una vera e propria “missione di vita” per l’autore. Cohen, nato in Egitto ma naturalizzato britannico, è considerato il padre degli investimenti sociali. Dopo aver fondato nel Regno Unito una delle prime aziende di venture capital (Apax Partners), ha dedicato la sua attività imprenditoriale alla costruzione di aziende e strumenti che potessero tenere insieme l’utile economico con l’utile sociale, il profitto con un impatto positivo sulle comunità. Nel 2007 ha fondato Social Finance, una delle prime società di consulenza britanniche specializzate negli investimenti sociali, per poi dedicare tutta la vita a questo settore.

Impact. La rivoluzione che sta cambiando il capitalismo è il primo libro di Cohen tradotto in italiano. Il volume ha l’ambizione di fornire i concetti e gli strumenti per una trasformazione del sistema economico, anzi di una vera e propria rivoluzione, la «impact revolution» (p. 11). Davanti alle ingiustizie, alle disuguaglianze e al degrado ambientale prodotti dal capitalismo, emerge il bisogno di un ripensamento del sistema, le cui linee guida sono così tratteggiate dall’autore: «Abbiamo bisogno di nuovo sistema in cui, per ragioni di etica così come di prudenza, il senso di avere una missione da portare a termine ponga un freno al perseguimento degli interessi egoistici; in cui chi dà un contributo raggiunga uno status migliore di chi pratica il consumismo sfrenato; in cui le imprese che danno una dimostrazione di integrità sociale e ambientale abbiano più successo di quelle che si limitano a fare i propri interessi; e in cui si incoraggino le organizzazioni e gli individui a trarre soddisfazione dall’appartenenza a qualcosa di più grande di loro, invece di sforzarsi solo di realizzare guadagni» (p. 13)

A che cosa paragonare questa rivoluzione? Secondo Cohen, l’impact thinking, cioè la mentalità incentrata sull’impatto, potrà avere lo stesso effetto che la rivoluzione tecnologica ha avuto sull’economia globale negli ultimi 30 anni, portando con sé un cambiamento radicale nella modalità di fare impresa e nella capacità di vedere e immaginare la stessa vita economica globale. La base di questa trasformazione passa dall’adozione dell’approccio rischio-rendimento-impatto. Fino ad ora, infatti, il sistema economico si è basato sulla mentalità rischio-rendimento, con decisioni orientate a massimizzare i profitti tenuto conto di un determinato rischio. A questo, oggi, deve aggiungersi la valutazione del massimo impatto sociale che un investimento o un processo produttivo può creare, ovvero la ricaduta positiva che può avere sulle comunità in termini di giustizia sociale, diminuzione delle disuguaglianze, protezione dell’ambiente o altre priorità.

Tutto ciò passa da una pluralità di strumenti, anche finanziari, come, per esempio, il social impact bond (SIB). Si tratta di un contratto di servizio basato sugli esiti tra un outcome payer (come può essere un servizio pubblico) e un’organizzazione che eroga servizi, come una ONG o un’azienda purpose-driven. Quest’ultima viene incaricata dall’outcome payer di raggiungere determinati esiti dal punto di vista dell’impatto, che portano a un risparmio per lo stesso outcome payer (per esempio, diminuire il numero di recidiva degli ex carcerati, che ha effetti vantaggiosi sul bilancio di uno Stato). È un terzo soggetto, l’investitore, a fornire i fondi necessari per erogare i servizi acquistando il bond. Se gli esiti vengono raggiunti, l’outcome payer ripaga gli investitori del capitale investito. In questo modo si ha un forte impatto sociale, aumentano i profitti di chi investe, e l’ente pubblico beneficia sia della miglior situazione raggiunta sia dell’eventuale risparmio che rimane dopo il pagamento degli investitori. Si tratta, in sostanza, di una situazione win-win-win.

Ma quanto sono diffusi questi prodotti finanziari? Oltre agli Stati Uniti, che possono essere considerati a tutti gli effetti la patria dei SIB, al mondo, esistono 190 social imbact bond e development impact bond (DIB, una variante orientata allo sviluppo delle economie emergenti) diffusi in 32 Paesi. Esempi concreti di questi bond nel Regno Unito includono il Bridges Ways to Wellness SIB, che mira a modificare lo stile di vita di cittadini adulti affetti da patologie croniche come il diabete, e il Fusion Housing SIB per i giovani senza fissa dimora.

Secondo Cohen, il cambiamento può avvenire soltanto se tutte le parti della società sono collettivamente coinvolte: aziende, investitori, filantropi e governi. Gli imprenditori possono trarre profitto dagli investimenti ad impatto sociale, migliorando il pianeta e accrescendo i propri utili. Un maggior impegno nell’economia dell’impatto andrebbe inoltre incontro alle crescenti esigenze dei consumatori in termini di sostenibilità ambientale e rispetto dei diritti umani nella fabbricazione dei prodotti. Il ruolo degli investitori è altrettanto cruciale: basti pensare che il bacino globale degli investimenti è pari a 215.000 miliardi di dollari, ma basterebbero 30.000 miliardi per finanziare il conseguimento dei Sustainable Development Goals (SDGs) delle Nazioni Unite. Alcuni fondi pensione sono all’avanguardia in questo campo, come il Fondo di investimenti previdenziale nazionale del Giappone (GPIF), che ha aumentato dal 3% al 10% l’allocazione agli investimenti responsabili nei confronti dell’ambiente e della società. Anche i filantropi (categoria a cui lo stesso Cohen appartiene) possono fare un salto di qualità, chiedendo non tanto ai beneficiari delle donazioni di essere informati sull’andamento delle attività, quanto di misurarne concretamente i risultati, come hanno già fatto la Bill & Melinda Gates Foundation o la Chan Zuckerberg Iniziative. L’ultimo attore da tenere in considerazione sono gli Stati. Il loro ruolo è cruciale, perché solo i governi possono adottare misure chiave come obbligare le aziende a misurare il proprio impatto o accrescere l’offerta di impact capital attraverso una modifica delle norme e degli incentivi fiscali. Si tratta di politiche che, secondo l’autore, potranno trovare il benestare della destra come della sinistra, superando la polarizzazione che ha caratterizzato molti sistemi politici negli ultimi anni.

Uno dei temi più interessanti affrontati nel libro è quello della quantificazione dell’impatto, ovvero come tradurre in numeri il possibile effetto positivo dell’attività economica sul corpo sociale. Se la mentalità dell’impatto deve diventare egemone, e se prodotti finanziari come il SIB devono diffondersi sempre di più, è necessario un «modo standardizzato per definire, misurare e attribuire un valore all’impatto come facciamo per il profitto» (p. 32), affinché le aziende possano prenderlo come riferimento nell’elaborazione dei propri bilanci, gli investitori usarlo come mappa per orientare i propri fondi e i consumatori come guida per “votare” con il proprio portafoglio. Cohen cita alcuni esempi promettenti, come l’Impact-Weighted Accounts Initiative (IWAI), l’Impact Management Project (IMP), il Global Impact Investing Rating System e le iniziative portate avanti dall’Harvard Business School e da alcuni governi, come quello del Regno Unito, che ha stimato il costo per lo Stato di oltre seicento problematiche, dalla criminalità alla disoccupazione. Si è ancora distanti, però, dal raggiungimento di indicatori ottimali per la misurazione e il confronto dell’impatto netto reale delle aziende. Un problema che non viene affrontato, e che si lega fortemente alla questione della quantificazione, è poi quello dell’intrinseca politicità di alcuni concetti chiave quali protezione ambientale, giustizia sociale o disuguaglianze, che stanno alla base dell’impact thinking. La complessità di questi concetti rende difficile la costruzione di indicatori adeguati, che dovrebbero avere una flessibilità tale da mutare in base alle esigenze che via via si presentano e alle diverse sensibilità politiche, per loro natura mai definitive.

La premessa implicita su cui si fonda il libro è che possa esistere un capitalismo diverso, etico, che non sfrutti gli istinti “animali” dell’essere umano, ma che, invece, ne faccia emergere le “passioni felici”, per utilizzare una terminologia spinoziana. Questa convinzione tende forse a problematizzare poco il passaggio dall’attuale sistema ad uno radicato nell’impact thinking, affidandosi alla razionalità dell’essere umano e non considerando alcune questioni di natura più prettamente politica. L’impact investment e tutti gli strumenti (finanziari e non) che ne derivano saranno sicuramente preziosi per una trasformazione in senso etico e sociale del capitalismo. Ma dare questa trasformazione per scontata rischia di rendere vani tutti gli impegni, intellettuali ed economici, che il libro di Cohen riesce a veicolare così efficacemente. Basta guardare all’attualità recente, dove l’invasione russa dell’Ucraina ha temporaneamente sospeso (o almeno, indirizzato diversamente) gli sforzi europei verso una transizione ecologica. La variabile politica in questo caso si è presentata nella sua forma più tragica e violenta, quella della guerra, ma ce ne sono molte altre che possono agire, dai mutamenti nelle opinioni pubbliche alla traiettoria delle trasformazioni tecnologiche, fino alle scelte a volte arbitrarie dei singoli Stati: questi aspetti non possono essere trascurati se si ambisce a una vera trasformazione del sistema economico.

Il lavoro di Cohen ha il grande merito di inquadrare con chiarezza il fenomeno dell’impact investment, fornendo esempi concreti e avanzando proposte affinché le radici dell’attuale sistema economico vengano modificate in senso etico e sociale. Ma se si riterrà l’impact thinking ineluttabile in quanto strada più razionale da perseguire, senza tenere in considerazione le infinite variabili che caratterizzano la vita economica, politica e sociale del mondo globalizzato del ventunesimo secolo, allora l’impact thinking rischierà di rimanere confinato nelle elaborazioni teoriche degli imprenditori e dei filantropi più illuminati. Nel saggio Il concetto di politico, Carl Schmitt propone una sommaria (ma molto affascinante) categorizzazione delle idee politiche e delle teorie dello Stato a seconda che presuppongano un uomo “cattivo per natura” o “buono per natura”[1]. Se si estendesse questo ragionamento alla sfera economica, il lavoro di Cohen potrebbe rientrare di diritto nella seconda categoria. Ma se la verità stesse nella prima – o, per lo meno, in un politico, cangiante e ancora non ben identificato “mezzo”?


[1] Carl Schmitt, Le categorie del «politico», a cura di Gianfranco Miglio e Pierangelo Schiera, il Mulino, Bologna 1972, p. 143.

Scritto da
Francesco Nasi

Laureato magistrale in Studi sulla Sicurezza Internazionale presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e l’Università di Trento. Lavora nella redazione di ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale) e ha collaborato con il CeSPI (Centro Studi di Politica Internazionale) nell’ambito dei diritti umani. Per Pandora si occupa principalmente di processi di sorveglianza, rapporto tecnica/politica e trasformazioni del capitalismo.

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