L’(in)attualità del contratto sociale: leggi, legami e cooperazione
- 16 Febbraio 2022

L’(in)attualità del contratto sociale: leggi, legami e cooperazione

Scritto da Andrea Baldazzini

8 minuti di lettura

Questo articolo si inserisce all’interno di un percorso di approfondimento parte del progetto Aut – Futuri Fuori promosso da Cob Social Innovation. Aut – Futuri Fuori è un processo di immaginazione collettiva sulle possibilità di Futuro per costruire il nuovo modello di società al 2050. L’intento è cambiare la direzione attuale facendo leva sulla capacità umana di aspirare, e sulla possibilità di farlo insieme.


I tentativi di immaginare differenti configurazioni degli assetti societari contemporanei, nonché le risposte alle sfide sociali dettate dalle grandi crisi e trasformazioni verificatesi nel corso dell’ultimo decennio, sembrano trovare un punto di convergenza nella proposta di mettere al centro il ripensamento del cosiddetto “contratto sociale”, riconosciuto come fondamento per qualunque nuovo processo istituente sia a livello locale che sovranazionale.

Categoria quella di “contratto sociale” che nel recente periodo rivendica un peculiare interesse anche al di fuori dei dibattiti tra soli studiosi di storia della filosofia, indicando l’urgenza di un bisogno più profondo che riguarda il mettere in discussione gli assunti valoriali e normativi che determinano la forma di quell’elemento primo su cui si fonda ogni collettività, ovvero: il legame sociale. Come è stato per le origini dell’età moderna, quando a partire dalla seconda metà del XVII secolo si è sviluppato un ricco dibattito su quale tipologia di “contratto” (si pensi alle riflessioni sul tema di Hobbes, Locke e Rousseau) dovesse diventare il nuovo riferimento per superare una visione fortemente teologico-religiosa, allo stesso modo oggi, davanti a quello che appare a tutti gli effetti essere soltanto l’inizio di una luna transizione, da più voci viene ad affermarsi il desiderio di tornare a interrogarsi su quali debbano essere i presupposti che fungano da fondamenta per la futura comunità umana.

A ciò si aggiunge poi una presa di consapevolezza del fatto che questo tema, nella sua radicalità, implica immediatamente un’ulteriore ripresa dei punti critici legati ad alcuni odierni macro processi come: la globalizzazione dei mercati, i modelli di sviluppo e consumo dei Paesi occidentali, la sostenibilità delle attività umane rispetto l’ambiente naturale o ancora la crisi dei sistemi democratici e il continuo aumento delle disuguaglianze. Per trovare conferma di questa rinnovata urgenza, è sufficiente gettare un rapido sguardo ad alcune recenti pubblicazioni, molte delle quali ad opera di esperti di fama internazionale, e particolarmente significative in quanto ripropongono la discussione sul tema del “contratto sociale” a partire da punti di vista molto differenti: ad esempio la prospettiva socio-economica proposta nel libro di Minouche Shafik Quello che ci unisce. Un nuovo contratto sociale per il XXI secolo, quella economico-ambientale nel libro di Jeremy Rifkin Un Green New Deal globale. Il crollo della civiltà dei combustibili fossili entro il 2028 e l’audace piano economico per salvare la terra, quella di carattere più politico di Alec Ross in I furiosi anni venti. La guerra fra Stati, aziende e persone per un nuovo contratto sociale, o sul versante economico-digitale il report Data fairness: A new social contract for the 21st century economy a cura del MIT Technology Review, fino alla proposta provocatoria di un «nuovo contratto spaziale» avanzata dall’architetto Hashim Sarkis in occasione della sua direzione per la Biennale dell’Architettura.

Semplici indizi questi, certamente di per sé non sufficienti a creare una “tendenza”, ma allo stesso tempo in grado di marcare una certa spiccata trasversalità degli ambiti all’interno dei quali viene riproposto il riferimento a questo concetto di “contratto sociale”. Proprio in virtù di una tale pluralità, diventa poi importante precisare meglio cosa si intenda con esso. Qui la proposta è quella di pensarlo in primo luogo in termini di un dispositivo, nel senso foucaultiano del termine, e quindi «un insieme assolutamente eterogeneo che implica discorsi, istituzioni, strutture architettoniche, decisioni regolative, leggi, misure amministrative, enunciati scientifici, proposizioni filosofiche, morali e filantropiche»[1], in grado di orientare, regolare, modellare e controllare in primis l’agire della persona e in certi contesti anche il suo bagaglio di valori, credenze e opinioni.

Ciò che preme maggiormente evidenziare, è precisamente la portata radicale (nel senso di riferimento alle radici di una certa questione) e i risvolti concreti che una riflessione sul “contratto sociale” manifesta. Calato all’interno delle odierne dinamiche societarie, esso rappresenta infatti l’insieme di tutti quegli assunti immateriali che trovano una codificazione in norme e comportamenti che “rendono vivi” concetti come quelli di: istituzione, proprietà, benessere o fiducia. Esso è in ultima istanza ciò che permette di rispondere alla domanda: perché un certo sistema economico, lo stesso modello democratico o il fatto (solo apparentemente) banale di ricevere soccorso in caso di bisogno, presentano peculiari assetti e seguono determinate procedure e non altri? La ragione risiede appunto nella presenza di un “contratto sociale” che gestisce (nell’accezione inglese di “to manage”), cioè amministra, i rapporti tra le persone e tra persone e organizzazioni. Basti pensare come, al verificarsi di un certo evento di grande impatto per la collettività, ci si aspetti una precisa reazione da parte delle istituzioni pubbliche, oppure all’interno di un determinato sistema ci si aspetti che esso funzioni secondo precise regole, o ancora di fronte ad una determinata azione di una persona ci si aspetti una precisa risposta, ecc.

L’insieme di queste aspettative non solo scandiscono l’abituale vivere in società, ma costituiscono anche l’orizzonte di possibilità attorno al quale una collettività immagina il proprio presente e il proprio futuro. Mettere in discussione gli assunti di fondo sui quali è venuto costruendosi il “contratto sociale” moderno, significa dunque accettare di mettere in discussione anche l’apparente immutabilità di certi sistemi e strutture societarie. Cambiare le aspettative, sperimentare l’implementazione di differenti regole che le amministrino, vuol dire prendere coscienza che i rapporti tra attori sociali non sono immutabili, che le cosiddette “leggi del mercato” proprio perché “leggi” possono trovare una riscrittura, vuol dire convincersi che la cura sia un diritto e non un’opzione in virtù delle disponibilità economiche, che l’insieme di informazioni presenti in rete che definiscono l’identità di una persona sia possibile renderle soggette a protezione e non ad un libero scambio per mere finalità commerciali, che una determinata risorsa naturale possa diventare o resti accessibile per chiunque senza discriminazioni, e così via.

Aspetti questi che oggi mostrano una certa urgenza in diversi contesti e discipline, ed ecco qual è la vera posta in gioco che un dibatto sul tema del contratto sociale intende rilanciare ponendo domande del tipo: su quali basi organizzare la gestione dei dati personali raccolti dalle piattaforme online? Su quali basi ripensare i sistemi di protezione sociale che caratterizzano il welfare State? Su quali basi sperimentare differenti sistemi di partecipazione democratica? Su quali basi avviare una riforma del mercato economico internazionale? Come le recenti esperienze ci hanno mostrato, non basta una sensibilizzazione dell’opinione pubblica e neppure la sottoscrizione di trattati. Oggi infatti né il diritto, né la politica e nemmeno l’economia, se assunti individualmente, possono garantire cambiamenti così profondi e su larga scala.

Da dove partire allora? I passi che si intravedono sono sostanzialmente due: il primo suggerisce di muovere da una concezione di “contratto sociale” al singolare ad una plurale che discuta di “contratti sociali”, mentre il secondo è quello di andare oltre il concetto stesso di “contratto” sostituendolo con altre forme di codificazione come ad esempio: le alleanze, i patti o le partnership. Se una tale proposta può risultare in prima battuta alquanto astratta o addirittura tautologica, è sufficiente aggiungere a quanto appena descritto uno sguardo in grado di osservare ciò che sta avvenendo a livello locale, dove sono in atto una molteplicità di sperimentazioni che raccontano della costruzione di nuovi “prototipi di comunità” nei quali l’innesco è costituito proprio da una diversa idea di legame sociale e da una conseguente riscrittura delle relazioni tra attori sociali.

A conoscenza di chi scrive, particolarmente interessanti sono le esperienze nate all’interno dell’innovazione dei sistemi territoriali di welfare. Per questioni di spazio non vi è qui modo di entrare nel merito di ogni progettualità, ma basti solo pensare: ai casi di co-progettazione tra amministrazioni locali, cittadini e enti del Terzo Settore, ai patti di collaborazione per la gestione dei beni comuni introdotti per la prima volta nel 2014 dal Comune di Bologna, alle esperienze di co-housing intergenerazionali, ai casi di workers buyout che raccontano dell’operazione di acquisto di una società realizzata dai dipendenti dell’impresa stessa, ai progetti delle comunità energetiche che adottano modelli nuovi di gestione dell’energia nell’ottica di un reciproco vantaggio dei cittadini e delle imprese, alle esperienze di cooperativismo di piattaforma che ribaltano la logica estrattiva tipica delle piattaforme digitali a favore della creazione di forme di valore condiviso (si vedano ad esempio la Cooperativa Doc Servizi o la piattaforma cooperativa Fairbnb), o ancora alle cosiddette “imprese coesive” che ridefiniscono le proprie catene del valore a partire da un ridisegno della propria mappa relazionale e da un diverso coinvolgimento nell’attività produttiva sia dei lavoratori che dei fornitori, clienti e attori del territorio (esempio emblematico qui è dato dall’azienda Honda Italia).

Non è un caso dunque che all’interno di questi contesti, seppur rappresentativi solo di esperienze locali, l’innesco iniziale sia costituito non da “contratti” ma da forme differenti di legame sociale che si strutturano attorno ad alleanze, patti e partenariati i quali trovano nella contrattualizzazione un’esplicitazione ex-post di assetti relazionali preesistenti e funge da riconoscimento, non fondamento, di rapporti tra interessi e attori del tutto inediti fino a pochi anni fa. Le sfide e le crisi innescate dai grandi cambiamenti a livello internazionale, stanno dunque già trovando delle prime risposte concrete all’interno dei territori, e un grande lavoro da fare su questo fronte sarebbe quello di mettere maggiormente in connessione i due piani rafforzando anche le collaborazioni tra esperienze di diversi Paesi. Ancora un volta l’obiettivo non è semplicemente quello di efficientare buone pratiche, ma operare parallelamente per la formazione di una cultura comune e diffusa che permetta di ribaltare vecchi imperativi e affermare: «there is an alternative».

Prima di concludere, è utile poi soffermarsi brevemente su altri due aspetti, di ordine più teoretico, relativi al “contratto sociale” utili a comprenderne la composizione e i margini di ripensamento. Il primo riguarda la sua natura, spesso concepita in maniera riduzionista e ricondotta a termini puramente normativi (ciò che è necessario), quando invece essa presenta un doppio volto e oltre alla dimensione della regola, vi è quella che afferisce alla dimensione desiderante (ciò che è possibile), relativa alle aspirazioni di una collettività. Interrogarsi su nuove forme di legame sociale e aspettative collettive, vuol dire anche interrogarsi su quali siano i desideri che danno significato a tali legami e non unicamente ai vincoli concepiti come principale meccanismo di regolazione dei diritti e doveri della persona.

Il secondo va a toccare la messa a terra del contratto sociale, ovvero i meccanismi decisionali attraverso cui si passa dal piano immateriale dei valori, desideri e significati a quello materiale dei codici, regolamenti e modalità organizzative che infrastrutturano il vivere collettivo. Qui i due riferimenti principali sono alle questioni della legittimazione e della mediazione tra interessi differenti. Riscrivere il “contratto” da questo punto di vista significa accettare di aprire i processi decisionali e renderli realmente partecipati. La partecipazione, altro riferimento chiave in molti dibattiti odierni in campo politico ma non solo, indica una diversa logica costituente e istituente, ovvero l’essere parte di quel processo che dà forma al legame sociale e non più semplice destinatario di un’entità sovrana superiore. Il principio di partecipazione infine non deve essere accettato per puro buonismo, ma in qualità di meccanismo maggiormente adatto a gestire la complessità dei contesti sociali odierni e permettere una più solida legittimazione senza la quale qualunque contratto perde di efficacia.

In maniera estremamente sintetica si intende affermare che sono tre i principi rispetto ai quali il contratto sociale, o le sue forme più evolute, giocano un ruolo centrale in termini di loro manifestazioni e trasformazioni:
1) principio della realizzazione di sé (dimensione soggettiva): indica il rapporto tra i desideri della persona e l’accesso alle risorse e percorsi che all’interno di una società possono portare al loro raggiungimento. Esso costituisce inoltre la forza esplorativa che costantemente stimola gli assetti relazionali dati, in virtù della ricerca di nuove configurazioni che permettono risposte più adatte alle richieste e aspettative manifestate;

2) principio di cooperazione (dimensione comunitaria): fa riferimento alla modalità attraverso cui all’interno dei contesti societari odierni, caratterizzati da una forte interconnessione e complessità, è possibile raggiungere obiettivi e innescare cambiamenti altrimenti irrealizzabili. Indica poi il carattere “partecipativo” e “produttivo” di una qualunque collettività;

3) principio di protezione (dimensione immunitaria): qui il riferimento riguarda i principi e i meccanismi che garantiscono forme di protezione sia dai rischi sociali derivati da processi societari, sia dai possibili conflitti che possono innescarsi tra i membri di una stessa o di diverse comunità.

Osservata nel suo insieme, questa triade riassume le principali istanze che afferiscono a necessità e possibilità del vivere in collettività indicando proprio nel codice “vincolo/libertà” il meccanismo fondativo che giustifica la creazione di forme di “contrattualizzazione sociale” e che oggi assume una rinnovata centralità, testimoniata anche da numerose vicende sotto gli occhi di tutti. Per immaginare nuove forme del vivere insieme diventa perciò essenziale assumersi il rischio di mettere in discussione gli assunti sui quali il vivere moderno, quantomeno in Occidente, è venuto a formarsi con la consapevolezza che proprio l’apertura di una tale crisi rappresenti l’occasione migliore di far cadere quei tabù che tutt’ora vogliono convincere dell’impossibilità del cambiamento.


[1] Michel Foucault, Follia e psichiatria. Detti e scritti (1957-1984), a cura di Mauro Bertani e Pier Aldo Rovatti, Raffaello Cortina Editore, Milano 2006.

Scritto da
Andrea Baldazzini

Ricercatore Senior presso AICCON, centro di ricerca dell’Università di Bologna dedicato alla promozione della cultura della cooperazione e del non profit, dove si occupa di imprenditoria sociale, innovazione e trasformazioni dei sistemi di welfare territoriale. Svolge inoltre attività di formazione e consulenza per organizzazioni di terzo settore e pubbliche amministrazioni. Per «Pandora Rivista» è membro della Redazione.

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