“Italiani poca gente” di Antonio Golini e Marco Valerio Lo Prete
- 05 Dicembre 2019

“Italiani poca gente” di Antonio Golini e Marco Valerio Lo Prete

Recensione a: Antonio Golini e Marco Valerio Lo Prete, Italiani poca gente. Il Paese ai tempi del malessere demografico, LUISS University Press, Roma 2019, pp. 244, 14 euro (scheda libro)

Scritto da Luca Picotti

7 minuti di lettura

Una delle sfide più grandi cui dovremo far fronte nei prossimi decenni è quella relativa alla questione demografica. Per troppo tempo trascurata o sottaciuta, la questione demografica è oggi sotto gli occhi di tutti, media, intellettuali e cittadini. Nel 2018 le nascite in Italia hanno registrato un nuovo minimo storico, 449 mila, meno del 50% del massimo di oltre un milione raggiunto nel 1964. Nel frattempo, gli equilibri generazionali si sono invertiti: se nel 1980 l’Italia aveva circa 17 milioni di under 20 e quasi 10 milioni di over 60, nel 2015 il rapporto si è capovolto, con 10 milioni di under 20 e 17 milioni di over 60. In un Paese in cui dal 1995 è più probabile imbattersi in una persona con più di 65 anni che in un ragazzo sotto i 15, risulta quantomeno necessario porre il tema del declino demografico come priorità dell’agenda politica e del dibattito pubblico.

Un contributo prezioso e imprescindibile arriva dal libro-intervista Italiani poca gente. Il Paese ai tempi del malessere demografico edito da Luiss University Press. Realizzato dal giornalista Marco Valerio Lo Prete e da Antonio Golini, già Presidente dell’Istat e uno dei massimi esperti in Italia di demografia, il volume offre una lettura densa e approfondita del tema con una lente sia statistica che socio-culturale. L’obiettivo è quello di focalizzare l’attenzione su una questione che, trattandosi di un fatto collettivo e dagli effetti di lungo periodo, tende spesso a sfuggire alla prospettiva individuale e di breve termine che caratterizza questa fase storica. Eppure, e da qui l’importanza del libro, le sfide da affrontare sono molteplici e sempre più attuali: «L’impatto dell’invecchiamento sull’innovazione e sull’imprenditorialità; il progressivo ridimensionamento della forza lavoro; il rischio di insostenibilità per previdenza e pensioni pubbliche in un Paese già gravato da un indebitamento record; le incognite legate ai flussi migratori in entrata soprattutto dal Sud del mondo e il depauperamento del capitale umano causato dalla nuova emigrazione; i mutamenti sociali e culturali che da tutto ciò discendono; i contraccolpi politici e l’indebolimento geopolitico; l’equilibrio mutevole tra diritti e doveri di ogni individuo. Quelle elencate sono soltanto alcune delle principali sfide che un Paese come il nostro, caratterizzato da scompensi demografici tanto originali quanto gravi, si trova a fronteggiare» (p.27).

L’analisi, percorsa per tutto il suo sviluppo da solidi dati, offre uno spaccato, oltre che della specifica realtà italiana, del contesto globale. Il secolo su cui bisogna focalizzarsi maggiormente è il ventesimo, il secolo della “bomba demografica”: nel 1900 la popolazione mondiale era di 1 miliardo e 600 milioni, nel 1950 raggiunge i 2 miliardi e 536 milioni, con un aumento quindi di circa un miliardo; solo 15 anni dopo si aggiunge un altro miliardo, per arrivare con una crescita sempre più repentina ai quasi 7 miliardi e mezzo del 2018 (pensiamo che per raggiungere il primo miliardo nel 1804 ci sono voluti 200.000 anni). Il tasso di accrescimento della popolazione mondiale ha toccato nel quinquennio 1965-1970 il suo massimo, con un valore pari a 2,05%, mentre per il quinquennio 2015-2020 il tasso atteso è di 1,09%, con una precisazione: nei primi dieci anni del ventunesimo secolo il 95% dell’intero incremento della popolazione mondiale (752 milioni su 794 milioni di nuovi nati) si è concentrato nei paesi economicamente meno sviluppati, a riprova dei forti squilibri tra le diverse zone del mondo – squilibri che possono diventare causa di grandi tensioni[1].

Il detonatore di questa esplosione demografica è stata la minore incidenza come causa di mortalità di guerre, epidemie, carestie e mortalità infantile (in Inghilterra nel XVII secolo su 1000 nuovi nati 150 morivano durante il primo anno, oggi “solo” 5). Questo ha posto inoltre le basi per il successivo passaggio che ha coinvolto le economie avanzate: concluso il secolo dell’esplosione demografica, siamo entrati nell’attuale secolo dell’invecchiamento. Con il controllo delle nascite e i profondi cambiamenti socio-culturali verificatesi a partire dagli anni Sessanta, la fase di transizione demografica – una fase di crescita della popolazione «per effetto dello sfasamento temporale tra l’anticipato calo della mortalità e il posticipato declino della natalità» – è giunta al termine e si è definitivamente passati da una demografia naturale ad una demografia controllata, con tassi sia di mortalità che di fertilità sensibilmente bassi. La transizione si è compiuta in tutti i paesi sviluppati (in Italia il processo è durato 90 anni, dal 1876 al 1965) mentre, a dispetto dell’idea per cui la transizione nei paesi in via di sviluppo sarebbe stata più veloce che in Europa, alcuni paesi, specie dell’Africa subsahariana, stanno attraversando una fase più lunga del previsto; ad esempio, nel 2008 si stimava che la Nigeria sarebbe arrivata a 289 milioni di abitanti nel 2050, oggi la stima è stata rivista a 410 milioni[2]. Un fenomeno che avrà ripercussioni enormi sugli equilibri – o, meglio, squilibri – demografici del pianeta.

L’Italia è uno dei paesi in testa alla fila nel declino demografico. Le ragioni sono molte e non possono essere ridotte alla sola questione economica, seppur questa sia molto importante. Gioca un ruolo fondamentale, infatti, anche il contesto socio-culturale e i mutamenti che lo hanno interessato a partire dagli anni Sessanta, come i fenomeni dell’emancipazione femminile, dei nuovi costumi e rapporti all’interno della società e della famiglia, dell’individualismo e della crisi della religiosità – fenomeni riscontrabili in tutto l’Occidente, per quanto con sfumature e impatti diversi.

Il tasso di fecondità, che nel 1964 era di 2,7 figli per donna, ha raggiunto nel 1995 il minimo storico, segnando il record negativo mondiale: 1,19 figli per donna; da quel momento la parabola di invecchiamento del Paese non si è più fermata, tanto che, al primo gennaio 2018 in Italia ci sono ogni 100 giovanissimi 168,7 anziani (secondo le previsioni, tra vent’anni saranno 265 ogni 100). A questo squilibrio, dovuto al (positivo) miglioramento delle condizioni di vita e al (meno positivo) tasso di fertilità sotto la soglia di ricambio (soglia che è di 2,1 figli per donna, mentre oggi siamo a 1,3), si aggiunge un altro fattore fondamentale, riscontrabile nel medio periodo: la cosiddetta trappola demografica. In altre parole, la denatalità comporta nel medio periodo un abbassamento della platea della popolazione femminile in età fertile, convenzionalmente fissata tra i 15 e i 49 anni; «le donne di questa fascia d’età sono sempre meno numerose: non solo perché le baby boomers stanno uscendo dalla fase riproduttiva, ma anche perché le generazioni più giovani sono sempre meno folte. Insomma le donne nate negli anni 60 e nella prima metà degli anni 70 stanno biologicamente uscendo dalla fase riproduttiva, e sono sempre meno quelle nate nel ventennio 1976-1995» (p.84).

Un Paese con sempre meno giovani e sempre più anziani incorre in numerosi rischi che interessano soprattutto il sistema economico. In primo luogo, la spesa per pensioni e sanità cresce inevitabilmente, andando ad aggravare le già precarie finanze pubbliche[3]; il mercato del lavoro e la produttività soffrono il calo della quota di popolazione in età attiva (tra i 15 e i 64 anni), che nel 2031 potrebbe scendere sotto il 60%; inoltre, l’invecchiamento potrebbe portare ad un rallentamento nell’adozione delle nuove tecnologie o alla partecipazione a iniziative formative, con conseguenze anche nel campo dell’imprenditorialità.

Come fare per invertire la rotta? Dopo dense e interessanti pagine[4] dedicate ad una lettura storica e sociale della questione demografica, dal suo ruolo nella caduta dell’Impero romano alle specificità di paesi come Italia, Francia, Cina e India, Golini prova a delineare alcuni ambiti su cui agire per non cedere all’adagio del filosofo Auguste Comte per cui «Demografia è destino».

L’immigrazione può avere un effetto positivo nel breve periodo, però presenta numerosi limiti. Da metà degli anni Novanta la maggiore fertilità delle donne straniere è riuscita a compensare quella minore italiana ma, scrive Golini, si tratta di una panacea – e, tra l’altro, nel giro di poco tempo le donne straniere iniziano ad adattarsi ai costumi nostrani facendo meno figli. Inoltre, l’immigrazione è un fenomeno dai delicati risvolti socio-culturali poiché, oltre a privare di capitale umano i paesi di partenza, comporta forzati incontri di culture non sempre armoniosi. Le persone che migrano non sono numeri statistici, ma uomini, con determinate identità, culture, costumi e modi d’essere; per questo motivo non si può affrontare il tema contando solamente sulla compensazione numerica dell’immigrazione. In ogni caso, lavorare per un’immigrazione regolare e una rigida integrazione rappresenta il necessario punto di partenza se si vuole utilizzare questo canale.

Le altre azioni concernono il mercato del lavoro e le politiche fiscali. Bisogna innanzitutto, sostiene Golini, lavorare di più, con una maggiore flessibilità e un organico coordinamento generale della vita lavorativa della persona dalla gioventù alla vecchiaia, prestando anche attenzione alle nuove forme di lavoro agile; inoltre, fondamentale è aumentare l’occupazione femminile, bassissima in Italia e, ove presente, caratterizzata da salari troppo bassi: considerato che tutti gli studi dimostrano che una maggiore occupazione femminile comporta una maggiore fecondità, questo è un campo su cui bisogna agire. Infine, seguendo l’esempio della Svezia o della Francia, è necessaria una politica fiscale strutturale a favore dei figli, uscendo dalla logica delle politiche “tampone” una tantum.

La sfida è enorme e riguarda tutti noi ora, non domani o dopodomani. Il libro di Golini e Lo Prete permette al lettore di approfondire la questione demografica apprezzandone le diverse implicazioni politiche, economiche e socio-culturali. La crisi demografica ci costringe a ripensare completamente il lavoro, il welfare, la società. È uno sforzo intellettuale e politico necessario se vogliamo provare ad invertire la rotta. Questo volume ha il merito di ricordarcelo:

«In una democrazia liberale come la nostra non è concepibile, ma anzi è da contrastare, qualsiasi ipotesi di costrizione personale imposta dallo Stato in nome di un ideale superiore o collettivo. La strada maestra consiste piuttosto nell’aumentare le facoltà delle donne e degli uomini nella loro vita concreta, abbattendo i maggiori ostacoli economici, sociali e psicologici che si frappongono tra il desiderio di maternità e la maternità stessa […] Un nuovo nato non deve più essere considerato, come a volte accade in Italia, una penalizzazione per il presente ma alla stregua di una positiva scommessa per il domani» (p.211).


[1] Pensiamo all’asimmetria tra la “giovane Africa” e i sempre più vecchi paesi europei affacciati sul Mediterraneo, Italia in primis. Si veda a proposito, soprattutto per quanto concerne i fenomeni migratori, il libro citato da Golini – e qui recensito da PandoraFuga in Europa di Stephen Smith.

[2] Si riteneva quindi che vi sarebbe stato un rallentamento dovuto alla progressiva uscita dalla fase di transizione demografica. Invece, come abbiamo detto, i paesi dell’Africa subsahariana stanno vivendo una fase di transizione demografica più lunga del previsto.

[3] Inoltre, considerati i sempre meno numerosi giovani è possibile che la politica si indirizzi verso un dirottamento della spesa, per salvaguardare le finanze pubbliche, dall’istruzione a pensioni e sanità.

[4] Non ci è possibile, per questioni di spazio, trattarle in questa sede. Rimandiamo perciò al libro.

Scritto da
Luca Picotti

Nato a Udine nel 1997, studia giurisprudenza presso l’Università degli studi di Trieste ed è redattore della rivista. Scrive soprattutto di teoria politica, trasformazioni socioeconomiche e processi di globalizzazione.

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