“L’Accordo tra Santa Sede e Cina” a cura di Agostino Giovagnoli e Elisa Giunipero
- 02 Settembre 2020

“L’Accordo tra Santa Sede e Cina” a cura di Agostino Giovagnoli e Elisa Giunipero

Recensione a: Agostino Giovagnoli e Elisa Giunipero (a cura di), L’Accordo tra Santa Sede e Cina. I cattolici cinesi tra passato e futuro, Urbaniana University Press, Roma 2019, pp. 264, 28,50 euro (scheda libro)

Scritto da Davide Regazzoni

9 minuti di lettura

Nell’immaginario collettivo, la Chiesa cattolica ha percorso numerosi secoli di cammino che hanno contribuito ad attribuirle una parvenza di eterna e immutabile resilienza, vedendo avvicendarsi intorno a sé, senza mai seguire il loro ciclo di “vita terrena”, imperi, regni, stati, ideologie e religioni. La Chiesa cattolica, come fino ad oggi ha dimostrato, è riuscita ad incidere e allo stesso tempo adattarsi all’epoca in cui ha vissuto, continuamente rinnovandosi e ritrovando il proprio posto all’interno della società, costituendo, nei fatti, una civiltà. Solo un’altra entità, pur con le enormi ed inevitabili differenze del caso, può essere considerata similmente perpetua: l’Impero del Centro. Proprio per questa analoga peculiarità la civiltà cinese e il papato hanno acquisito una personale concezione del tempo, non relegabile a singoli anni ma calcolabile solo nella prospettiva dei lunghi secoli. Entrando in contatto, queste due eterne istituzioni, si sono quindi adattate alla calma dello scorrere del tempo e il loro rapporto, iniziato e intrapreso dal notissimo Matteo Ricci alla fine del XVI secolo, costituisce una delle relazioni diplomatiche più difficoltose e spinose che la Chiesa cattolica, in tutta la sua millenaria esperienza, ha dovuto affrontare. Solamente a settembre del 2018 il primo frutto di queste lunghissime trattative è giunto a maturazione.

Il libro L’Accordo tra Santa Sede e Cina: i cattolici cinesi tra passato e futuro a cura di Agostino Giovagnoli e Elisa Giunipero (edito dalla Urbaniana University Press) è un saggio ricco di analisi e prospettive scritto con l’obiettivo di fare chiarezza su un evento che non può che essere letto in tutta la sua complessa poliedricità. Per dare una guida lineare e chiara al lettore, i vari livelli di analisi e le diverse tematiche trattate sono suddivise in argomenti e, capitolo per capitolo, l’Accordo viene trattato in chiave storica, giuridica, religiosa, culturale, politica, sociale, e persino psicologica. La rilevanza di questo studio non è data solo dall’autorevolezza di grandi studiosi e storici italiani che vi hanno preso parte come Agostino Giovagnoli, Elisa Giunipero, Andrea Riccardi e Roberto Regoli ma anche dall’approccio internazionale dato da contributi di studiosi cinesi come Wang Meixiu, Ren Yanli, Xiaohong Zhu Rachel e Zhang Shijiang.

Il testo viene ulteriormente arricchito dalla prefazione del Cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin, nella quale il prelato afferma come il dialogo, parola chiave e filo conduttore del libro e dell’intera vicenda, abbia aperto la strada ad una nuova era delle relazioni tra la Repubblica Popolare Cinese e la Santa Sede poiché, sebbene l’Accordo sia circoscrivibile solo alla nomina dei vescovi, di fatto esso pone la prima pietra per l’inizio di un rapporto diplomatico ufficiale tra le due parti. Il segretario di Stato inoltre afferma che l’intesa raggiunta con l’Impero del Centro è fiorita grazie alla volontà rinnovatrice di Papa Francesco di ridisegnare una Chiesa che sia ponte e bilancia tra il locale e il globale, un cristianesimo vettore di un messaggio di inclusività e apertura, non solo rappresentatrice dell’epicentro romano ma che sia invece una Ecclesia che si stagli sopra il globo e abbracci il mondo. Il pontificato di Francesco perciò è iniziatore di una rinata politica universale che ha addirittura favorito l’avvicinamento, lento ma costante, con un Paese guidato da un partito comunista.

L’Accordo propone la soluzione ad una delle più gravi problematiche che sovrastano i cattolici cinesi: la nomina dei vescovi. Questa annosa questione affonda le sue radici nel 1957, con la costituzione dell’Associazione patriottica cattolica cinese (Apcc), organo sottoposto all’Ufficio affari religiosi e controllato direttamente dal Partito comunista cinese che ha il compito di vigilare e indirizzare, secondo linee guida governative, il cattolicesimo e che, per paura di interferenze esterne negli affari interni, ha provveduto indipendentemente, senza mandato pontificio, alla nomina dei vescovi. Le elezioni di presuli “patriottici”, non riconosciuti da Roma e scomunicati latae sententiae, portò alla formazione di una comunità cattolica “clandestina” che non riconosceva il primato del governo in materia di fede. Questa situazione, fonte di grave instabilità sociale, portò inevitabilmente alla persecuzione dei cattolici cinesi che rifiutarono di registrarsi all’Apcc. Trovare una soluzione a questa situazione è sempre stata una questione primaria sia per Roma sia per Pechino: da parte della Repubblica popolare avere un’unica chiesa “manifesta” sradicherebbe contestazioni di natura religiosa cattolica in Cina, da parte della Santa Sede essere partecipe alla nomina dei vescovi significherebbe poter tutelare i cattolici cinesi, regolarizzarne il culto e in prospettiva consentirebbe le altre normali attività di una Chiesa che «è per sua natura missionaria»[1] nel Paese più popoloso e meno cattolico del mondo.

 

Storia del dialogo sino-vaticano

Ripercorrendo gli eventi principali che storicamente hanno permesso la stipula dell’Accordo, Agostino Giovagnoli nel contributo intitolato Santa Sede e Cina dal 1978 al 2018 individua come i pontificati di Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco abbiano inaugurato fasi differenti e altalenanti della relazione tra le due parti. È anche interessante notare come, nonostante la medesima volontà dei pontefici di voler raggiungere un accordo con Pechino, le congiunture del contesto internazionale e geopolitico abbiano permesso il successo dell’intesa solo nel 2018.

Fu infatti la guerra fredda a compromettere i molti tentativi d’intesa attuati sotto il lungo pontificato di Giovanni Paolo II (1978-2005): vedendo il papa come un simbolo della contrapposizione al blocco sovietico, dopo il 1989, la Cina percepì una qualsiasi intesa con Roma come una potenziale fonte esterna di instabilità per il precario equilibrio di una nazione già provata dagli incidenti di Piazza Tiananmen[2]. Anche dopo il crollo del muro, l’atteggiamento di Pechino rimase duro, non solo nei confronti del Vaticano, ma anche nei confronti delle comunità cattoliche cinesi. Un cambio di rotta diplomatico sembrò concretizzarsi con la salita al soglio pontificio di Benedetto XVI (2005-2013). Ricominciò infatti un cammino di riavvicinamento guidato dalle mani esperte dell’allora Sotto-Segretario della Sezione per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato monsignor Pietro Parolin[3], allievo del Segretario di Stato Agostino Casaroli (1979-1990), fautore dell’Ostpolitik vaticana[4]. Uno dei più significativi successi del rapporto tra l’Impero del Centro e la Chiesa cattolica fu la lettera di Benedetto XVI ai cattolici cinesi, dove il Papa rincuorò i fedeli e auspicò il dialogo con le autorità di governo. Nel 2009, però, il confronto tra Pechino e Roma ebbe una brusca frenata a seguito dello spostamento di Parolin a nunzio in Venezuela e anche dalle continue critiche rivolte alla diplomazia conciliante vaticana del vescovo di Hong Kong Joseph Zen Ze-kiun (2002-2009). Già la sua nomina a cardinale nel 2006 fu giudicata come una grave interferenza dal partito comunista che per rappresaglia nominò Joseph Ma Yinling a vescovo della chiesa patriottica di Kunming, subito scomunicato dal Papa[5]. Il ruolo di portavoce dei cattolici cinesi che assunse il cardinale Zen non migliorò il suo status: fu bandito dalla Cina continentale, ed escluso quindi dal rapporto diretto che aveva con le comunità cattoliche. Di conseguenza, il porporato hongkonghese inasprì ancora di più il suo atteggiamento sia nei confronti del governo cinese sia nei confronti di qualsiasi tipo di intesa tra Roma e Pechino.

L’elezione di Jorge Mario Bergoglio nel 2013 portò un vento di cambiamento non solo all’interno delle mura leonine, la sua attitudine al dialogo e alla conciliazione contraddistingue infatti la sua attività pastorale e la politica vaticana in campo internazionale. La statura globale che riveste il papato bergogliano, rispetto al pontificato precedente, è testimoniata anche dalla scelta a Segretario di Stato del cardinale Pietro Parolin, l’abilissimo diplomatico conosciuto in Venezuela[6]. Curiosa circostanza: un giorno dopo l’elezione di Papa Francesco, il 14 marzo 2013 si insediò Xi Jinping come Presidente della Repubblica Popolare Cinese, promotore anch’egli di una rinnovata politica cinese a livello internazionale inaugurata dal grandioso progetto One Belt One Road. L’arrivo di Xi alla presidenza però non cambiò il duro rapporto che il governo teneva nei confronti delle comunità cattoliche. Elisa Giunipero, professoressa associata presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, spiega che l’obiettivo di politica interna del partito è e rimane la stabilità sociale, raggiungibile solo attraverso un maggior controllo delle comunità cattoliche, viste come elementi eversivi e destabilizzanti per la società cinese[7].

Grazie al paziente lavoro da dietro le quinte del Segretario di Stato Parolin, i negoziati cominciarono nel 2014 e furono svolti con continuità attraverso incontri frequenti[8], incoraggiati anche da messaggi concilianti e distensivi del Papa nei confronti della Cina, ricambiati da altrettante azioni e gesti di apprezzamento. Anche sul fronte cinese, in contrasto con le opinioni critiche espresse dal cardinale Zen, il cardinale John Tong Hon neoeletto vescovo di Hong Kong (2009-2017), favorevole ad un riavvicinamento diplomatico, affermò che solo un’intesa fra le due parti avrebbe diminuito il controllo dell’Apcc sui cattolici cinesi continentali, concludendo quindi che un accordo era il primo necessario punto di partenza.

 

Accordo tra Repubblica Popolare Cinese e Santa Sede

Il 22 settembre 2018, Antoine Camilleri, Sotto-Segretario per i Rapporti della Santa Sede con gli Stati, e Wang Chao, Viceministro degli Affari Esteri della Repubblica Popolare Cinese, firmarono congiuntamente l’Accordo provvisorio per la nomina dei vescovi[9]. Come nota Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio nonché ex-Ministro per la cooperazione internazionale e l’integrazione (2011-2013), con Papa Francesco viene superato il clima da guerra fredda in favore di una diplomazia più pragmatica: «la Cina viene considerata come una grande realtà concreta, con una sua storia particolare, non più come un sistema ideologico»[10]. È proprio all’insegna di questa realpolitik che si spiegano i termini dell’Accordo: l’intesa infatti concerne una risoluzione temporanea al problema della nomina dei vescovi, inserendo valutazioni periodiche tra i due soggetti di diritto internazionale, e attraverso alcune affermazioni del Papa, viene precisato che la nomina del candidato presule, in ultima istanza, «spetta a Roma, spetta al Papa»[11]. Il Capo della Chiesa ha inoltre annunciato di aver riconosciuto tutti i vescovi che erano stati illegittimamente nominati dall’Apcc, togliendo la scomunica anche a Ma Yinglin, e quindi per la prima volta dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese tutti i presuli si trovarono in comunione con il Papa. È interessante notare come la grande svolta è sì rappresentata dalla volontà del governo cinese di accettare una condivisione del potere di nomina con la Santa Sede, ma anche dal processo opposto: la Chiesa cattolica, comprendendo le peculiarità politiche e culturali di una Cina il cui potere governativo, come fu anche in epoca imperiale, è pervasivo in ogni strato della società, ha accettato di condividere delle prerogative con il governo cinese che, occidentalmente parlando, spettano solo al Capo della Chiesa.

In un’Europa in piena crisi spirituale, con una società che non si riconosce più in quella fede fondatrice dei valori culturali e filosofici europei, dove lo stesso Pontefice comprende e riconosce che il mondo occidentale «non è più in un regime di cristianità»[12], ma anzi bisognoso di una rinnovata evangelizzazione, la Chiesa cattolica si sente più disorientata e orfana che mai. È in questo contesto che il successore di Pietro, preso “quasi alla fine del mondo”, ha sentito la necessità ma soprattutto la volontà di uscire dal centro e recarsi in periferia, cercando altre realtà più prospere non identificabili solo con l’emisfero occidentale. La grande sfida che la Chiesa ha davanti a sé è proprio riuscire a penetrare in Oriente, obiettivo palesato anche dalla nomina nel dicembre 2019 del cardinale sino-filippino Luis Antonio Tagle a prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli[13]. L’Accordo inoltre cade in un momento vantaggioso per il cristianesimo in Cina. La studiosa Valeria Martano riporta che la fame spirituale della popolazione cinese ha contribuito ad un incremento esponenziale dei cristiani delle chiese protestanti ed evangeliche, da cui, per ragioni sopracitate, il cattolicesimo è rimasto escluso. L’impero del Centro si prospetta quindi una terra fertile per le missioni, dove gli stessi cattolici cinesi potrebbero rappresentare anche la base principale per una più penetrativa e capillare evangelizzazione dell’Asia.

Certamente nel rapporto tra Santa Sede e Cina non rientra unicamente l’argomento religioso, aspetto sicuramente predominante, ma anche un calcolo strategico. Come sottolinea Andrea Riccardi, nell’ultimo decennio il peso della Cina a livello internazionale è diventato sempre più predominante, divenendo per il pontefice un interlocutore ormai non più eludibile sullo «scacchiere mondiale della pace»[14]. Da parte del governo di Pechino invece un’intesa con Roma legittimerebbe un approccio più saldo e più rassicurante nei confronti delle diplomazie e dei governi europei, mostrando indirettamente una Cina dialogante e favorevole ai compromessi win-win. La situazione internazionale inoltre è enormemente cambiata, la Cina, dapprima umbratile sulla scena internazionale, con Xi ne è diventata protagonista anche attraverso lo scontro con gli Stati Uniti. Per il Vaticano la situazione risulta alquanto delicata, soprattutto se si osservano gli Stati Uniti su una mappa delle religioni: il cattolicesimo è il primo credo unitario professato dagli americani (28%), e la Chiesa cattolica statunitense versa, attraverso il Denarius Sancti Petri, oltre il 40% delle finanze complessive vaticane[15]. Molti cattolici tradizionalisti, che vedono nella Cina una efferata dittatura comunista, e quindi contrari all’Accordo, vivono soprattutto negli Stati Uniti ed hanno contribuito ad eleggere Donald Trump alla Casa Bianca. Proprio per questo, sia il partito repubblicano ma anche il partito democratico, che vuole riconquistare il voto dei cattolici, cercano di minare le fragili basi dell’intesa sino-vaticana: facilmente intuibili infatti sono le motivazioni della visita di Mike Pence, vicepresidente degli Stati Uniti, in Vaticano a gennaio 2020 o, a febbraio dello stesso anno, il conferimento al cardinale Joseph Zen del premio Campione Cinese per la Democrazia Wei Jingsheng consegnato da Nancy Pelosi, Presidente della Camera dei Rappresentanti[16].

In conclusione, il saggio curato da Agostino Giovagnoli e Elisa Giunipero L’Accordo tra Santa Sede e Cina: i cattolici cinesi tra passato e futuro, è un testo che racconta dettagliatamente il processo, la portata storica, le cause e le conseguenze dell’Accordo tra Cina e Santa Sede. Un percorso durato secoli, frastagliato e ondivago che non descrive solo l’abilità al dialogo di questo pontificato, ma segna profondamente l’epoca contemporanea di una Cina sempre più presente e di un cristianesimo sempre più “cattolico”.


[1] http://www.vatican.va/archive/

[2] A. Giovagnoli, E. Giunipero (a cura di) L’Accordo tra Santa Sede e Cina: i cattolici cinesi tra passato e futuro, Urbaniana University Press, Città del Vaticano, 2019, p. 38.

[3] http://press.vatican.va/content/

[4] https://www.cittanuova.it/pietro-parolin-nuovo-segretario-di-stato-vaticano/

[5] F. Rooney, J. Negroponte, The Global Vatican: An Inside Look at the Catholic Church, World Politics, and the Extraordinary Relationship Between the United States and the Holy See, Rowman & Littlefield Pub Inc, Plymouth, 2013, p. 176.

[6] http://press.vatican.va/content/

[7] A. Giovagnoli, E. Giunipero (a cura di) L’Accordo tra Santa Sede e Cina, p. 90.

[8] Ivi, p. 154.

[9] https://press.vatican.va/content/

[10] A. Giovagnoli, E. Giunipero (a cura di) L’Accordo tra Santa Sede e Cina, p. 31.

[11] Ivi, p. 75.

[12] http://www.vatican.va/content/francesco/

[13] https://www.vaticannews.va/it/papa/news/

[14] A. Giovagnoli, E. Giunipero (a cura di) L’Accordo tra Santa Sede e Cina, p. 32.

[15] https://www.limesonline.com/pechino-la-nuova-frontiera

[16] https://twitter.com/SpeakerPelosi/status/

Scritto da
Davide Regazzoni

Nato nel 1996, attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Scienze storiche e orientalistiche all’Università di Bologna. I suoi interessi principali riguardano i rapporti politici, religiosi e culturali tra Chiesa Cattolica e Cina sia in epoca medioevale che contemporanea.

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