L’ASEAN, la Cina e la “diplomazia del vaccino”
- 17 Marzo 2021

L’ASEAN, la Cina e la “diplomazia del vaccino”

Scritto da Francesco Valacchi

8 minuti di lettura

La Cina e i paesi dell’ASEAN intrattengono forti relazioni economiche già dalla seconda metà degli anni Duemila, quando Pechino è divenuto un importantissimo partner economico, superando come fonte di importazioni prima i paesi dell’Unione Europea (2005) e successivamente gli Stati Uniti e il Giappone. Con l’accordo di base, ASEAN–China Free Trade Area (2002) le intenzioni cinesi di sfruttare al meglio la potenzialità di sviluppo economico dell’area si sono palesate. I legami si sono approfonditi ulteriormente quando il Dragone ha inserito molti degli stati dell’alleanza strategica sud-est asiatica nel suo progetto economico infrastrutturale denominato Belt and Road Initiative. La crisi pandemica è poi risultata un successivo punto di svolta.

Dal momento in cui la pandemia ha iniziato a essere riconosciuta come tale le autorità della Repubblica Popolare Cinese (RPC) hanno concesso una serie di aiuti internazionali specifici rivolti a varie regioni del mondo ma in particolare nell’area del Sud e del Sud Est asiatico. Nell’area ASEAN la cosiddetta “diplomazia delle mascherine”[1] è stata perseguita con decisione in ognuno dei dieci paesi a partire dal mese di marzo e un consistentissimo sforzo è stato fatto avvalendosi di un imponente campagna comunicativa. Le agenzie di stampa cinesi, la narrativa ufficiale e le comunicazioni espresse dal governo di Pechino hanno saputo sfruttare al meglio l’opportunità di evidenziare sullo scenario internazionale il soft power della RPC e la sua immagine di potenza “responsabile e comprensiva”. Il parziale recupero economico e sanitario che Pechino ha avuto a seguito della prima fase acuta di pandemia, a partire dagli ultimi giorni di marzo, le ha dato la chance di potersi occupare di alleviare le problematiche immediate in molti paesi colpiti successivamente dando grande risalto alle sue politiche e i dirigenti del Partito Comunista Cinese (PCC) l’hanno sfruttata al meglio.

Contemporaneamente alcuni Stati, come le Filippine, hanno implementato una narrazione che evidenziava gli aspetti essenzialmente positivi dell’alleanza con l’RPC. Il governo di Rodrigo Duterte ha messo in atto una narrativa basata sulla diffusione talvolta martellante di comunicazioni mediatiche. Le principali fonti sono state il sito del Dipartimento per la Salute, le iniziative ufficiali del governo espresse tendenzialmente attraverso il Dipartimento per le comunicazioni della presidenza e le comunicazioni personali come i social e le interviste (nella veste di capo del governo). Con questa scelta la squadra del Presidente si è orientata verso una comunicazione mediata finalizzata così come concepita da James Chesebro e Dale Bertelsen[2] ovvero un tipo di comunicazione politica nel quale mezzi modi e linguaggi sono completamente asserviti all’obiettivo strategico della comunicazione e studiati a tavolino. La Cina è stata rappresentata come una potenza benevola e come un alleato irrinunciabile nella lotta al virus che stava sconvolgendo la situazione sanitaria e l’economia della regione. Anche la Malaysia ha dato, attraverso la comunicazione politica interna, una chiara esposizione dell’alleanza fra i due paesi sviluppatasi anche con la cooperazione sanitaria affermando di credere ad un promettente futuro di cooperazione, specialmente economica[3]. Gli elementi forniti dal governo di Kuala Lumpur per sostenere la profondità delle relazioni fra i due paesi sono, fra le altre cose, molto più afferenti la sfera economica ma la narrativa parte sempre e comunque dalla prova fornita da Pechino con la cooperazione sanitaria. Una simile situazione è stata riscontrabile in Myanmar e in Thailandia, paesi i cui governi si sono esposti decisamente nel ringraziare la Cina per gli aiuti ricevuti a partire dalla seconda metà di marzo.

 

Il coordinamento della politica regionale e l’entrata in scena del vaccino

Con gli sviluppi della ricerca e la realizzazione del vaccino cinese, divenuti tangibili intorno alla metà del 2020, la “diplomazia delle mascherine” si è trasformata in “diplomazia del vaccino”. Nel mese di giugno gli organi dirigenti del PCC hanno iniziato la vaccinazione dei militari cinesi, integrando tale processo in una procedura avanzata di test del vaccino, ma in effetti lanciando una vera e propria campagna di vaccinazione[4]. Questo test, considerato sicuramente poco ortodosso dalle organizzazioni mediche occidentali, ha costituito uno spartiacque geopolitico rilevante. Se da un lato la Cina ha mantenuto un velo di segretezza sulla sua campagna vaccinale ordinando la non diffusione dei dati (ad esempio l’agenzia di stampa Reuters si è vista rispondere via e-mail che i dati non potevano essere diffusi a causa del segreto commerciale sul prodotto)[5], dall’altro lato ha reclamizzato fra i paesi ASEAN la propria disponibilità a fornire quanto prima dosi del vaccino prodotto da varie imprese nazionali.

La diffusione delle informazioni sull’avanzamento della produzione vaccinale e quindi della correlata disponibilità alla diffusione del prodotto sono state curate dai massimi vertici del PCC ed il vettore principale delle dichiarazioni è stato il Ministero degli esteri, tramite il Ministro stesso e il suo staff. L’intenzione di Pechino è stata chiara sin da subito: sarebbe stata data estrema priorità ai parter commerciali fra i paesi emergenti (in particolare in area ASEAN). Il Ministro ha dichiarato, nel suo discorso tenuto in occasione della riunione di vertice della Conferenza di cooperazione internazionale sulla Belt and Road Initiative (BRI) tenuta in giugno, che:

«[…] nello sviluppo e nella diffusione dei vaccini terremo in positiva considerazione i bisogni degli stati coinvolti nella BRI e supporteremo gli scambi tecnici e la cooperazione attraverso le piattaforme come l’Alleanza Internazionale delle Organizzazioni Scientifiche nella regione della BRI»[6].

Con questo chiarissimo punto fermo il governo cinese ha reso noto quanto sarebbe avvenuto a partire dal mese successivo: l’utilizzo del vaccino per implementare una politica estera di coinvolgimento diplomatico e strategico nell’iniziativa infrastrutturale/commerciale cinese: il vaccino diveniva il mezzo per coinvolgere gli stati interessati dalla BRI e legarli ancora più profondamente a Pechino.

L’area ASEAN è geograficamente un punto cardine della BRI in quanto passano attraverso di essa tre direttrici del complesso sistema di comunicazione in via di implementazione da parte di Pechino e degli stati interessati. L’atteggiamento cinese nell’area è stato quindi comprensibilmente proattivo fino dal termine del mese di giugno 2020. In molti paesi ASEAN la propensione alla concessione di una speciale priorità nella distribuzione è stata nuovamente riconosciuta dal Ministro Wang Yi, in alcuni casi da Yang Jiechi, Direttore della Commissione centrale per gli affari esteri e membro del Politburo attuale del PCC. La portata degli ambasciatori dell’azione diplomatica di Pechino già di per sé la dice lunga sul peso che il PCC ha inteso dare alla sua azione. Tuttavia l’importanza cogente della “diplomazia del vaccino” è stata rivelata soprattutto dal sottile gioco messo in atto dalla dirigenza cinese che ha alimentato numerose aspettative nei paesi del Sud Est asiatico stimolando nei governi regionali il consenso e il contestuale desiderio di supporto tecnico.

I governi dei paesi ASEAN, infatti, si sono visti oggetto di una campagna diplomatica cinese che continuava a presentare loro un sicuro accesso al vaccino in breve tempo (lasciando presagire con ogni probabilità la disponibilità entro fine 2020). In effetti le dichiarazioni del Ministro Wang Yi ma anche dello stesso segretario del PCC Xi Jinping al governo indonesiano, filippino e thailandese nei mesi di luglio ed agosto lasciavano presagire un veloce accesso ai vaccini per i paesi dell’area ASEAN alleati della Cina[7]. Il governo cinese metteva sul piatto un vaccino abbastanza sicuro, testato sui militari, già impiegato su categorie definite a rischio e soprattutto molto prossimo ad essere messo sul mercato in cambio del pagamento di una cifra non elevata per ogni dose (e aggiungeva la possibilità di concessione di prestiti statali per l’acquisto), di alleanze politiche e dell’appianamento o momentaneo raffreddamento di situazioni spinose, come la questione delle isole Spratly in sospeso con il governo filippino[8]. La strategia diplomatica cinese è stata senza dubbio magistrale, poiché ha conseguito un vantaggio decisivo in termini di immagine, economici e di alleanze con un costo molto basso se si tiene conto del fatto che la RPC, conducendo quantomeno a partire da metà giugno un’azzardosa sperimentazione (essenzialmente di massa) aveva già una chiara idea che delle potenzialità del proprio vaccino. Ovvero si è trattato di un brillante e sottile gioco diplomatico condotto a basso costo (a parte, chiaramente, il rischio corso dai cittadini cinesi, e successivamente di alcuni paesi ASEAN come l’Indonesia, a cui è stato inoculato il vaccino in fase poco più che sperimentale). Alcuni paesi, come l’Indonesia, hanno firmato particolari accordi con la Cina per condurre la sperimentazione congiunta di vaccini su volontari fra i propri cittadini ed accelerare il processo di approvazione del medicinale (prodotto denominato CoronaVac) da parte della comunità scientifica e ottenere la prima fornitura più velocemente rispetto ad altri[9]. In effetti la prima fornitura al governo indonesiano è stata effettuata all’inizio del mese di dicembre per l’approvazione dell’organo del governo di Giakarta.

Se considerata da un punto di vista tecnico l’operazione del governo cinese sottesa alla “diplomazia del vaccino” appare quantomeno spregiudicata: pur effettuando, con le varie campagne interne e gli accordi regionali una serie di test estensivi i dirigenti cinesi hanno mutato la loro posizione a seconda del momento contingente. Durante il periodo autunnale infatti hanno concluso accordi con alcuni paesi (fra cui la già citata Indonesia) per una “fase finale di sperimentazione” del vaccino, mentre in effetti in Cina il vaccino veniva già utilizzato con un progetto di “utilizzo d’emergenza per categorie a rischio” già a partire da luglio, come dichiarato da Zheng Zhongwei dirigente di alto livello della Commissione nazionale di sanità[10]. I numeri ufficiali della campagna vaccinale di emergenza realizzata in Cina sono di fatto ancora segreti ma il dato che la fase di sperimentazione estensiva in paesi stranieri sia stata effettuata successivamente alla “campagna di vaccinazione d’emergenza” interna è sicuramente poco ortodosso.

 

I risultati della “diplomazia del vaccino”

L’azione della “diplomazia del vaccino” nel Sud Est asiatico è corrisposta ad una sostanziosa vittoria diplomatica che la Cina ha ottenuto in autunno con la firma dell’accordo Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), un trattato economico-commerciale implementato con i 10 Paesi dell’ASEAN più Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda e firmato il 15 novembre dopo anni di trattative. L’accordo ha messo in un’area di cooperazione un bacino di organizzazioni governative e non che producono circa il 30% del PIL e il 27,5% del commercio globali, realizzando le basi per il motore dello sviluppo futuro. Il punto decisivo che ha messo d’accordo i partner è senza dubbio stata la ripresa economica che la Cina ha saputo dimostrare ad esito del primo periodo di pandemia e può essere considerato uno dei primi brillanti risultati cui la “diplomazia del vaccino ha portato”.

Ma lo slancio di Pechino non si è fermato alla ricerca un ruolo egemonico regionale (ormai quasi raggiunto, con un quasi completo ritiro degli interessi USA) grazie all’influenza nella politica internazionale sanitaria e ad un promettente ruolo nello sviluppo economico e commerciale dell’RCEP: il viaggio del Ministro degli Esteri Wang Yi in questo scorcio iniziale del 2021 in ASEAN è un chiaro segnale di una volontà di approfondire i legami. Wang ha visitato Myanmar, le Filippine, il principato del Brunei e l’Indonesia con l’intento di legare a doppio filo i paesi ASEAN attraverso l’espansione infrastrutturale della BRI. Riportando il discorso diplomatico sulla BRI infatti la Cina chiude il cerchio della propria offensiva diplomatica “del vaccino” ottenendo una cooperazione nelle iniziative sanitarie e assicurandosi un palcoscenico di compratori dei propri vaccini, oltre che un’immagine di potenza responsabile e versata all’assistenza dei paesi amici di un’area in via di sviluppo economico, una interdipendenza economica e commerciale (siglata con l’RCEP) e un approfondimento della presenza sul territorio con le infrastrutture della BRI, pur costruite in regime di cooperazione[11]. Se si tiene conto che questo risultato è stato ottenuto facendo assumere a dei cittadini il rischio di una poco ortodossa politica di ricerca del vaccino, con delle vaste sperimentazioni condotte in fase precoce, si può parlare della strategia di pechino come azzardata dal punto di vista sanitario ma molto remunerativa dal punto di vista della politica economica.


[1] Giulia Sciorati, “La diplomazia delle mascherine”: il nuovo soft-power della Cina, «ISPI online», 29 marzo 2020.

[2] James W. Chesebro e Dale A. Bertelsen, Analyzing Media: Communication Technologies as Symbolic and Cognitive Systems, Guilford, New York 1998.

[3] Mohamed Basyr, PM thanks China on making Malaysia a priority for Covid-19 vaccine, «The Strait Times», 13 ottobre 2020.

[4] Reuters, CanSino’s COVID-19 vaccine candidate approved for military use in China, «Reuters», 29 giugno 2020.

[5] Reuters, CanSino’s COVID-19 vaccine candidate approved for military use in China, «Reuters», 29 giugno 2020.

[6] Wang Yi Ministro degli esteri della RPC (2020), Discorso in occasione della riunione di vertice della Conferenza di cooperazione internazionale sulla Belt and Road Initiative, consultabile online a questo link.

[7] Sui Lee-Wee, From Asia to Africa, China Promotes Its Vaccines to Win Friends, in «The New York Times», 11 settembre 2020.

[8] Tom Fowdy, As Beijing draws a red line in South China Sea, US shouldn’t expect too much support from its so-called Asian ‘allies’, in «RT-Question more», 28 gennaio 2021.

[9] Stanley Widianto, Roxanne Liu, Sinovac launches Phase 3 trial for COVID-19 vaccine in Indonesia, reports Phase 2 details, in «Reuters», 11 agosto 2020.

[10] Alice Yan, Coronavirus: China has been using Covid-19 vaccine candidate on key workers since July, health official says, in «South China Morning Post», 23 agosto 2020.

[11] Chris Devonshire Ellis, China’s Foreign Minister Wang Yi’s Mini 2021 ASEAN Tour: Highlights, in «China briefing», 18 gennaio 2021.

Scritto da
Francesco Valacchi

Nato a Siena, vive a Livorno. Laureato in Scienze strategiche a Torino e Studi internazionali a Pisa, si è poi dottorato in Scienze politiche/Geopolitica nel 2018. Si occupa di geopolitica, geoeconomia e International Political Economy con particolare riguardo all’area asiatica. Ha pubblicato una monografia dal titolo: “Le Federally Administered Tribal Areas: Storia e futuro dell’estremismo islamico in Pakistan e Afghanistan”. Collaboratore di diverse riviste tra cui «Affarinternazionali», «ISPIonline», «Geopolitica.info» e della rivista «RISE» del Torino World Affairs Institute.

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