L’euroscetticismo e il futuro dell’Europa: critica, sovranismo e crisi dell’integrazione. Intervista a Mark Gilbert
- 13 Febbraio 2026

L’euroscetticismo e il futuro dell’Europa: critica, sovranismo e crisi dell’integrazione. Intervista a Mark Gilbert

Scritto da Viola Andreolli

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Negli ultimi anni l’euroscetticismo ha assunto maggiore rilevanza politica in vari Stati membri dell’Unione Europea, anche attraverso la crescita e il consolidamento di partiti critici verso l’integrazione e la diffusione di frame anti-UE nel dibattito pubblico. Le prese di posizione del Presidente statunitense Donald Trump sulla guerra in Ucraina e sui negoziati con Vladimir Putin hanno poi contribuito a riportare al centro della discussione il tema del ruolo dell’Europa nella gestione delle grandi crisi internazionali. In un contesto segnato da un rinnovato protagonismo delle grandi potenze e da tensioni emergenti anche in aree finora considerate periferiche, come dimostra il caso della Groenlandia e la crescente centralità strategica dell’Artico, l’Unione Europea fatica a imporsi come soggetto politico autonomo, rafforzando, anche agli occhi dei suoi cittadini, la percezione di una sua marginalità nelle dinamiche globali.

Per analizzare questo fenomeno complesso ma cruciale, abbiamo intervistato Mark Gilbert, C. Grove Haines Professor of History and International Studies presso la SAIS Europe, il centro di Bologna della School of Advanced International Studies della Johns Hopkins University e autore di opere importanti sulla storia dell’integrazione europea, tra cui European Integration. A Political History (Rowman & Littlefield), e co-editore di volumi su euroscetticismo e integrazione europea.


L’euroscetticismo ha attraversato diverse fasi storiche, assumendo connotazioni e significati differenti a seconda dei contesti politici ed economici. Com’è cambiato nel tempo questo orientamento critico, dalla nascita della Comunità Europea ad oggi?

Mark Gilbert: Nello studio sulla storia dell’integrazione europea si tende spesso a proporre una lettura lineare del processo, come se questo fosse stato guidato senza interruzioni da politici e intellettuali in modo costante e coerente. In realtà, fin dalla nascita dell’Unione Europea, il dibattito intorno ad essa è stato attraversato da significative spaccature. Già dall’istituzione della Comunità Europea l’opposizione proveniva in larga misura da sinistra: in particolare dai partiti comunisti e da ampi settori dei partiti socialisti e, parallelamente, anche dal Partito Laburista britannico, che appariva profondamente diviso sul tema. Sin dal principio non è mai esistito un consenso pieno sulla necessità della costruzione europea, soprattutto perché veniva percepita come un’iniziativa di matrice capitalistica e statunitense. Una seconda fase si è aperta poi con il Trattato di Maastricht, che spezza il consenso tra i partiti conservatori. In particolare, all’interno del Partito Conservatore inglese, con l’emergere di una frattura tra i sostenitori e gli aperti oppositori del progetto europeo.

Il termine “euroscetticismo” nasce proprio nel dibattito politico britannico tra fine anni Ottanta e inizio anni Novanta. Per quanto riguarda il Regno Unito, è importante sottolineare che già dall’ingresso nella Comunità Europea esisteva una forte opposizione all’idea di “fare Europa”. Tuttavia, dopo il 1992, la componente contraria al mercato unico cresce e si struttura progressivamente in una vera e propria posizione euroscettica. Con il passare del tempo questa opposizione evolve: da una critica mirata a singole politiche dell’Unione Europea si passa a una contestazione più radicale dell’intero progetto di integrazione. Dopo il Trattato di Lisbona, una parte crescente del fronte euroscettico britannico arriva a sostenere apertamente l’uscita dall’Unione, fino a culminare nel referendum sulla Brexit del 2016 e nel successivo processo di uscita. Nello stesso periodo assistiamo alla nascita e al consolidamento di movimenti sovranisti ed euroscettici anche in altri Paesi europei che segnano una nuova fase di questo fenomeno a livello continentale.

 

Nel dibattito accademico sulla definizione di euroscetticismo si è affermata la distinzione tra forme hard e forme soft. Quali sono, a suo avviso, gli elementi che caratterizzano queste due categorie? Ritiene che questa classificazione sia analiticamente efficace?

Mark Gilbert: La definizione di euroscetticismo hard e soft è stata formulata dallo studioso Paul Taggart insieme ad Aleks Szczerbiak, ed è oggi molto utilizzata in letteratura. Si tratta di una classificazione utile sul piano analitico, ma che non condivido pienamente. Secondo questa impostazione, l’euroscetticismo hard indica una forma radicale di opposizione all’Unione Europea, che può arrivare fino alla negazione della sua legittimità come entità politica sovranazionale e quindi alla richiesta esplicita di uscita dall’Unione. L’euroscetticismo soft, invece, riguarda posizioni critiche verso specifiche politiche, assetti istituzionali o direzioni del processo di integrazione, senza una contrarietà di principio all’idea di cooperazione sovranazionale. A mio avviso, l’Unione Europea non dovrebbe essere sottratta al confronto critico e al dibattito interno che accompagnano ogni progetto politico. In questo senso, ciò che viene spesso definito soft euroscepticism non configura un vero e proprio euroscetticismo, ma piuttosto una forma di critica fisiologica al funzionamento dell’Unione. In molti casi, l’opposizione ai progetti di Bruxelles o alle posizioni maggioritarie ha prodotto esiti positivi. Questa critica condotta dall’interno del sistema si è rivelata, in molti casi, estremamente utile. L’euroscetticismo, a mio avviso, è soltanto quello definito come hard, ovvero l’atteggiamento di chi rifiuta l’idea stessa che possano esistere leggi sovranazionali vincolanti, decise a un livello superiore e non contestabili, ma semplicemente da rispettare.

Il caso di Charles de Gaulle rappresenta l’esempio più emblematico. Per molto tempo, l’allora Capo di Stato francese è stato descritto come colui che avrebbe bloccato il processo di integrazione, inaugurando una fase di stagnazione avviata nel 1966 e protrattasi fino agli anni Ottanta. Per questo, il generale francese veniva collocato tra le posizioni più marcatamente contrarie alla sovranazionalità europea. Tuttavia, la critica gollista non era “euroscettica” e quindi non mirava a bloccare l’integrazione, ma a ridefinirne le modalità. Una parte significativa del successo del progetto europeo negli anni Settanta – la sua capacità di superare il livello dello Stato nazionale e di affrontare le profonde difficoltà economiche, politiche, sociali e culturali di quel decennio – è legata alla creazione del Consiglio Europeo, il quale rende possibile un coordinamento diretto tra gli Stati, permettendo loro di lavorare insieme. E questa importante istituzione nasce proprio da un’idea che affonda le sue radici nel pensiero gollista. Quindi, a mio avviso, chi contesta singole politiche di Bruxelles perché non le condivide o perché le ritiene dannose per i propri interessi, non rientra nella categoria dell’euroscetticismo. I veri euroscettici emergono chiaramente a partire dal caso britannico, con Nigel Farage, e, in parte, già negli ultimi anni di Margaret Thatcher. Esistono poi altri esempi analoghi: leader che non accettano l’idea della legge sovranazionale, come Viktor Orbán, Robert Fico e, in Italia, Matteo Salvini.

 

Negli ultimi anni il termine “sovranismo” ha spesso sostituito quello di “euroscetticismo” nel discorso politico. A suo avviso si tratta di un semplice slittamento semantico o di una trasformazione più profonda del rapporto tra Stato-nazione e Unione Europea? In che modo questa trasformazione si lega al dibattito sul deficit democratico dell’Unione?

Mark Gilbert: Un primo nodo centrale riguarda la questione della sovranità dello Stato-nazione, che costituisce uno dei principali terreni di scontro nel dibattito politico contemporaneo ed è un elemento fondamentale per le posizioni della destra nazionalista. Va sottolineato come il progetto europeo abbia intrinsecamente una natura trasformativa, la quale produce inevitabilmente una fase di disruption, ovvero di alterazione degli equilibri esistenti. Chi possiede una sensibilità conservatrice o una visione nazionalista difficilmente può accogliere positivamente questo tipo di cambiamento. Il sovranismo nasce precisamente da questa istanza, ossia dall’idea di recuperare la sovranità. Da un lato, tale atteggiamento può configurarsi come una forma di evasione dalla realtà, poiché spesso si traduce in posizioni nazionaliste e, in molti casi, va oltre il solo nazionalismo, includendo elementi riconducibili all’estremismo di destra. Dall’altro lato, tuttavia, queste posizioni intercettano un problema reale. Se il nodo centrale risiede nel fatto che l’Unione Europea sottrae una parte della capacità decisionale agli Stati-nazione e si è contrari a questo processo, allora definirsi sovranisti non è, di per sé, improprio.

A questo si collega uno degli argomenti principali avanzati dagli euroscettici, ovvero il deficit democratico dell’Unione Europea, inteso come scarsa trasparenza e limitato potere decisionale dei cittadini rispetto alle istituzioni comunitarie. Per quanto riguarda le misure adottate finora dalle istituzioni europee per affrontare questo problema, ritengo che non siano state sufficienti. Se parliamo di un’assemblea parlamentare, parliamo di un organo che rappresenta il popolo, che controlla il governo e che produce le leggi. La Commissione, però, nonostante sia politicamente responsabile davanti al Parlamento, non è un governo nel senso pieno del termine, perché non è espressione di una maggioranza parlamentare. Il problema è molto netto: da un lato non esiste un popolo europeo, dall’altro il Parlamento europeo non si comporta come un vero parlamento. In questo senso, il deficit democratico dell’Unione è un dato difficilmente contestabile.

 

Oltre al deficit democratico, quali sono, a suo avviso, oggi i principali fattori che alimentano l’euroscetticismo nei vari Stati membri dell’Unione Europea? Esistono elementi comuni che attraversano l’intero continente o prevalgono caratteristiche locali, storiche e sociali?

Mark Gilbert: Questa è una questione centrale, perché l’euroscetticismo non deve essere considerato come un fenomeno uniforme: le differenze nazionali sono evidenti e non possono essere ignorate. Proprio per questo, insieme a Daniele Pasquinucci dell’Università di Siena, abbiamo curato un volume di saggi intitolato Euroscepticisms (Brill 2020), volutamente al plurale, per sottolineare che ogni Paese sviluppa una propria forma di euroscetticismo e, allo stesso tempo, una propria idea di che cosa sia l’Europa e di ciò che non funziona nel progetto europeo. Nonostante ciò, è possibile individuare alcuni elementi comuni che attraversano il continente. Il primo, a mio avviso, riguarda la questione migratoria, ambito in cui si intreccia un disagio più ampio nei confronti dei governi e della società, e in cui l’Unione Europea viene percepita come una sorta di “capro espiatorio” per problemi sociali irrisolti. L’argomento che ricorre spesso nei discorsi di destra è: «se la questione dei flussi migratori è un problema europeo, perché l’Europa non interviene?».

Un secondo fattore, che accomuna in parte anche alcuni settori della sinistra, è la lettura del progetto europeo come progetto neoliberale. Il neoliberismo è ormai oggetto di una critica diffusa, perché considerato responsabile dell’indebolimento dello Stato sociale e della compressione dei diritti dei lavoratori e dei cittadini. Se si osservano i testi dei partiti di destra e di alcuni partiti di sinistra, ad esempio in Francia, emerge chiaramente questa rappresentazione dell’Unione Europea come progetto neoliberale, ed è su questa base che milioni di cittadini europei maturano una posizione di rifiuto. Infine, c’è un ulteriore elemento, forse oggi meno marcato rispetto al passato, ma ancora presente in molti Paesi, soprattutto dell’area mediterranea: l’idea dell’Unione Europea come progetto tedesco, soprattutto nel contesto dell’eurozona e delle crisi economiche. Da qui deriva una certa diffidenza, o paura, nei confronti del peso dell’Europa del Nord rispetto a quella del Sud. Questi sono solo alcuni dei fattori in gioco. A essi si sommano poi le molteplici motivazioni specifiche dei singoli contesti nazionali, che rendono l’euroscetticismo un fenomeno complesso e profondamente differenziato.

 

Guardando alle specificità italiane, come si è evoluto l’uso dell’euroscetticismo nelle strategie elettorali dei partiti? In che misura questa posizione è stata dettata da convinzioni profonde o da esigenze di consenso?

Mark Gilbert: In primo luogo, è opportuno ricordare che l’Europa costituisce un elemento strutturale della stessa fondazione della democrazia italiana. Quest’ultima si è infatti costruita storicamente su tre pilastri fondamentali: la Costituzione repubblicana, l’integrazione europea e la collocazione dell’Italia nell’area occidentale. Tuttavia, nel dibattito italiano odierno, questa scelta sta venendo sempre più messa in discussione in quanto l’Unione Europea viene percepita da molti dei partiti emersi negli ultimi vent’anni come un’eredità della Prima Repubblica, associandola soprattutto alla tradizione democristiana. A ciò si aggiunge un secondo elemento: l’Unione Europea è progressivamente divenuta, soprattutto nel contesto italiano, un comodo meccanismo di esternalizzazione della responsabilità politica. L’attribuzione delle colpe risulta infatti particolarmente agevole e non è difficile osservare come alcuni leader politici siano riusciti a rilanciare il consenso dei propri partiti attraverso campagne esplicitamente critiche nei confronti dell’Unione. Da questo punto di vista, il caso di Matteo Salvini appare emblematico. La Lega, sotto la guida di Umberto Bossi, non è mai stata realmente euroscettica: pur esprimendo talvolta critiche legittime, ha sempre sostenuto i principali passaggi dell’integrazione europea. Quando Salvini diventa segretario, cambia la linea e coglie l’occasione per utilizzare l’euroscetticismo come una risorsa elettorale, costruendo una campagna esplicitamente orientata contro Bruxelles. Un discorso analogo vale per il Movimento 5 Stelle, che ha mostrato nel tempo una notevole discontinuità di posizioni. Basti ricordare il blog di Beppe Grillo, con la celebre immagine di Angela Merkel su un carro armato diretto contro l’Italia e la Grecia; successivamente, il movimento si è trasformato in un convinto sostenitore dell’integrazione europea, per poi tornare oggi su posizioni critiche, anche in relazione alla guerra in Ucraina. Questa oscillazione continua rivela l’assenza di una linea coerente: ciò che viene sostenuto di volta in volta appare legato soprattutto all’opportunità politica e a ciò che risulta più popolare nell’opinione pubblica.

Più in generale, sia a destra che a sinistra, l’euroscetticismo rappresenta uno strumento di mobilitazione politica a basso costo discorsivo. Esiste infatti un ampio bacino di cittadini insoddisfatti del funzionamento delle nostre democrazie e, in molti casi, questa insoddisfazione è comprensibile. Di conseguenza, l’euroscetticismo diventa uno strumento efficace per mobilitare questo potenziale di consenso fondato sul diffuso malcontento popolare. Questa dinamica emerge anche dal fatto che le forme di euroscetticismo più radicali, o hard, tendono, talvolta, a collocarsi al di fuori delle istituzioni esistenti, rifiutandone la partecipazione e la logica di funzionamento. Proprio per questo, l’euroscetticismo radicale incontra un limite strutturale quando si confronta con la necessità di incidere concretamente sul processo decisionale europeo. È una consapevolezza che sembra emergere anche nel contesto italiano. Giorgia Meloni ha implicitamente riconosciuto che, se si vuole incidere sulle politiche di integrazione europea, non è possibile adottare una postura di euroscetticismo radicale. In caso contrario, l’unica alternativa sarebbe confidare nell’affermazione di una destra transnazionale capace di imporsi simultaneamente in più Paesi europei. Ma finché le istituzioni europee restano operative, lavorare al loro interno – anche attraverso una critica esplicita alle loro scelte – consente spesso di ottenere risultati utili non solo per il singolo Stato, ma, nel lungo periodo, per l’intera Unione. I veri euroscettici in Italia, cioè coloro che, secondo le definizioni che ho richiamato prima, non sono disposti ad accettare l’esistenza della comunità, sono in realtà pochi. Situazioni come quella britannica, in cui l’identità nazionale viene considerata talmente centrale da giustificare l’uscita dall’Unione Europea, prescindendo da una valutazione dei relativi “costi”, incontrano in Italia pochissimi sostenitori. Sotto questo profilo il caso italiano differisce da altri scenari europei.

 

Guardando all’Unione Europea di oggi, lei crede che Bruxelles possa trarre qualche insegnamento dalle critiche euroscettiche?

Mark Gilbert: Pur trovando difficile formulare previsioni, l’unico elemento che, a mio avviso, può essere affermato con una certa sicurezza è che il dibattito sul futuro dell’Europa è destinato ad assumere un peso crescente all’interno delle dinamiche democratiche di tutti i Paesi. Una delle cose che mi hanno sempre colpito, da inglese che vive in Italia, è che paradossalmente nel mio Paese, dove ci sono stati gli euroscettici più feroci di tutto il continente, c’è stata una discussione molto più approfondita su ciò che funziona e su ciò che non funziona nell’Unione Europea. Proprio la presenza di una forza politica disposta persino a ipotizzare l’uscita dall’Unione ha contribuito ad alimentare un dibattito ampio e articolato, tanto che l’Europa ha occupato una posizione centrale nel confronto politico britannico degli ultimi quindici anni. In Italia, l’Unione Europea è spesso considerata un dato acquisito. A mio avviso, nei prossimi anni sarà sempre più difficile continuare a darla per scontata, non solo in Italia ma anche in molti altri Paesi, perché è destinata a diventare un oggetto di crescente contestazione politica: un processo che appare ormai evidente, anche se rimangono incerte le sue possibili traiettorie e i suoi esiti. Una verità spesso elusa è che l’Unione Europea non può permettersi di ascoltare solo una parte dei suoi cittadini. Anche coloro che esprimono posizioni politiche distanti dalle culture dominanti, restano cittadini europei a pieno titolo e come tali devono essere inclusi nel confronto democratico. Di conseguenza, diventa impossibile ignorare le opinioni di persone che, per molti motivi – alcuni buoni, altri meno buoni – oggi si sentono arrabbiate con le istituzioni nazionali, ma anche con quelle europee.

Faccio un esempio concreto. Durante il periodo della pandemia sono stato contattato dal Partito Popolare Europeo, che stava lavorando a un’iniziativa volta a sondare gli orientamenti dell’opinione pubblica europea. In quell’occasione mi sono chiesto perché si cercasse il punto di vista di un professore inglese di storia che, peraltro, non è nemmeno cittadino dell’Unione. Risposi che, se davvero si voleva capire cosa pensano gli europei, sarebbe stato più utile parlare con il mio fruttivendolo, che sull’integrazione europea ha idee molto chiare. La reazione fu di evidente sorpresa. Il rischio, quindi, è proprio quello di un’autoreferenzialità istituzionale che finisce per alimentare esattamente quel distacco che si vorrebbe colmare, tra cittadini e Unione Europea.

 

In un contesto segnato da una crescente politicizzazione del dibattito sull’Unione Europea e da una diffusa crisi di fiducia nelle istituzioni rappresentative, ha ancora senso immaginare il superamento degli Stati nazionali attraverso la costruzione di una “nazione europea”? Oppure il riferimento a questa categoria rischia di riprodurre schemi concettuali inadatti alla natura pluralistica dell’Europa?

Mark Gilbert: L’idea di una “nazione europea” solleva innanzitutto un nodo concettuale. Se la pensiamo con le categorie dello Stato-nazione, rischiamo di proiettare sull’Unione un modello che presuppone una comunità politica relativamente omogenea, un immaginario condiviso e un livello alto di fiducia reciproca. L’Europa, invece, è costitutivamente pluralistica: popoli diversi, memorie storiche differenti, culture politiche non sovrapponibili. Se la questione viene posta nei termini dell’esistenza di un popolo europeo assimilabile a quelli degli Stati nazionali, come quello italiano o britannico – che, peraltro, già oggi mostra segni di frammentazione – allora è un esito difficile da concepire in un’Europa a 27 Stati. Il nodo, dunque, è capire cosa significhi davvero parlare di “popolo europeo”.

Un popolo esiste quando i cittadini sono disposti ad accettare le decisioni della maggioranza, purché non siano in palese contraddizione con la Costituzione. Significa che, se ti trovi in minoranza, hai fiducia nel fatto che la maggioranza rispetterà i tuoi diritti e, di conseguenza, anche se non condividi le sue politiche, sei disposto per un certo periodo ad accettarne le scelte. Ora, si pensi a decisioni che incidono direttamente su welfare, lavoro o diritti sociali: se una maggioranza “transnazionale” imponesse cambiamenti percepiti come profondamente ingiusti da una minoranza nazionale, il problema non sarebbe solo il merito della scelta, ma la sua legittimità agli occhi di chi la subisce. Finché non cresce la fiducia reciproca tra società europee, parlare di “nazione europea” rischia di essere più fuorviante che utile; la sfida, semmai, è costruire una democrazia europea compatibile con il pluralismo, non una replica del modello nazionale su scala continentale.

 

Nell’attuale scenario internazionale, la guerra in Ucraina e il rapporto con gli Stati Uniti stanno mettendo alla prova l’unità europea. In questo contesto, quali traiettorie ritiene plausibili per il futuro dell’Unione Europea in generale?

Mark Gilbert: I Paesi europei si trovano oggi di fronte alla necessità di elaborare una strategia coerente su più fronti: a Est, nei rapporti con la Russia; a Sud, rispetto al Nord Africa e alla questione migratoria; e, infine, nel quadro della relazione transatlantica con gli Stati Uniti. Si tratta di un’esigenza ormai evidente, ma che continua a scontrarsi con profonde difficoltà di coordinamento. La politica estera è storicamente l’ambito in cui il progetto europeo ha mostrato maggiori difficoltà. L’Unione Europea, in questo caso, non è mai riuscita a esprimere una vera condotta internazionale comune, se non su questioni per le quali è facile trovare un accordo. La governance esterna, del resto, è il cuore della sovranità nazionale, e nessuno è realmente disposto a rinunciarvi. Questo rende il processo estremamente complesso, ma non impossibile, ed è proprio qui che si coglie l’utilità del Consiglio Europeo. Lo studioso olandese Luuk van Middelaar ne ha sottolineato l’importanza, definendolo lo spazio in cui i governi riescono a costruire compromessi.

Un’ulteriore questione riguarda l’esercito europeo e gli investimenti in armamenti. Anche qui emerge un paradosso: i Paesi europei già spendono molto in armi (forse non abbastanza, ma certamente spendono), ma queste spese restano frammentarie, gestite a livello nazionale, senza una reale messa in comune delle risorse, né una ricerca di sinergie. Uno dei grandi cortocircuiti dell’Unione Europea, a mio avviso, è proprio questo: abbiamo costruito un’Europa fortemente integrata economicamente, con un mercato unico e un sistema di regole condivise, ma non abbiamo costruito un’Europa politica.

Scritto da
Viola Andreolli

Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali dell’Università di Bologna. Ha collaborato con diverse riviste occupandosi di politica estera, diritti sociali e turismo culturale. Ha partecipato al corso 2024 della scuola di formazione “Traiettorie. Scuola di lettura del presente”.

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