“L’oro della Turchia” di Giovanna Loccatelli
- 16 Marzo 2021

“L’oro della Turchia” di Giovanna Loccatelli

Recensione a: Giovanna Loccatelli, L’oro della Turchia. Il business dell’edilizia che ha stravolto l’aspetto del Paese e il suo tessuto sociale, Postfazione di Alberto Negri, Rosenberg & Sellier, Torino 2020, pp. 192, 14 euro (scheda libro)

Scritto da Alberto Mariotti

9 minuti di lettura

La Turchia del XXI secolo è un Paese profondamente diverso dalla Repubblica che Mustafa Kemal “Atatürk” lasciò in eredità alla propria nazione. A quasi cento anni dalla sua fondazione (29 ottobre 1923) potrebbe sembrare un’ovvietà riscontrare cambiamenti, anche profondi, di una società e una nazione che come ogni altra ha affrontato e sta affrontando fenomeni di ampia portata quali la globalizzazione. Tuttavia, il progetto politico costruito e implementato da Recep Tayyip Erdoğan, volto alla costruzione di una yeni Türkiye, (“nuova Turchia”), ha avuto la capacità di compiere una vera e propria rivoluzione culturale (anche) mediante una trasformazione che permea e attraversa i molteplici spazi sociali e fisici del Paese. Una trasformazione visibile ad occhio nudo da parte di chiunque si appresti ad affacciarsi sull’imponente città del Bosforo, Istanbul: «se prima l’attenzione del turista era catturata dai minareti di Sultanahmet, ora i grattaceli, simbolo di una nuova modernità, sono il tratto distintivo della metropoli» (p. 6).

L’ultimo libro di Giovanna Loccatelli – L’oro della Turchia. Il business dell’edilizia che ha stravolto l’aspetto del Paese e il suo tessuto sociale edito da Rosenberg&Sellier – ricostruisce e illustra al lettore un vivido e illuminante spaccato della Istanbul odierna. Vari sono i motivi per cui la grande metropoli risulta centrale e fondamentale per comprendere la Turchia contemporanea: Istanbul è la città in cui è decollata la carriera politica dell’attuale Presidente, di cui è stato sindaco tra il 1994 e il 1998 alla guida del Refah Partisi[1]. Istanbul rappresenta la prima cocente sconfitta (giugno 2019) dopo 17 anni di apparente imbattibilità elettorale del leader turco. Istanbul, e qui vi è il nodo centrale da sciogliere per connettere e comprendere i due punti precedenti, è la città prescelta da Recep Tayyip Erdoğan e dal suo partito come “vetrina” e fondamento della Yeni Turkiye. Qui, infatti, «si produce un terzo del Pil di tutta la Turchia, vi abita il 20% dei turchi e la città è un piccolo laboratorio dell’intero Paese: Istanbul è la capitale economica e il suo biglietto da visita nel mondo» (p. 114).

L’oro della Turchia, spiega l’autrice, è quell’ «epocale rivoluzione – voluta a incentivata dal leader turco ­– che ha investito il settore dei trasporti e delle costruzioni» e che si è manifestata in un incessante processo di modernizzazione e trasformazione delle (grandi) città attraverso un’urbanizzazione selvaggia. Tale processo ha assunto principalmente due forme materiali (ma non per questo prive di forte significo simbolico e di ricadute sociali): da una parte una lunga lista di opere faraoniche e imponenti progetti infrastrutturali, analizzati con accuratezza nel volume, voluti e appoggiati personalmente da Erdoğan («i miei folli progetti») come simbolo di una Turchia all’avanguardia con i tempi e nuovo attore a livello internazionale. Dall’altra un più o meno esplicito tentativo, tramite piani urbanistici top-down e implementati in maniera coercitiva, di sradicare alcune vecchie forme del vivere sociale e innestarne di nuove, trasformando in questo modo le dinamiche politiche e sociali interne parallelamente ai paesaggi della città. Erdoğan, scrive l’autrice, «capì fin da subito che il suo potere e l’eredità del suo impero passavano innanzitutto attraverso le trasformazioni fisiche concentrate nella capitale economica del Paese» (p. 132).

Il business dell’edilizia, di cui la Toki (ovvero l’ente amministrativo per le abitazioni e la pianificazione) è stata ed è il principale strumento, è uno dei vari mezzi tramite cui l’attuale Presidente è riuscito ad assicurarsi e consolidare ampi consensi nel Paese. L’economia di mercato improntata alla liberalizzazione è stata una delle direttrici fondanti della politica erdoğaniana e del partito di governo AKP fin dalla sua ascesa al potere nel 2002. La, per certi versi strabiliante, crescita economica del Paese durante questo periodo, pur ampliando la classe media turca e triplicando il reddito pro-capite tra il 2002 e il 2011, ha tuttavia aumentato a dismisura la forbice sociale tra ricchi e poveri nel Paese (p. 54). Proprio questa spaccatura, quella tra ricchi e poveri, è una delle direttrici centrali del libro[2]: una spaccatura visibile ad occhio nudo percorrendo le strade di Istanbul. Nella megalopoli sul Bosforo, che ad oggi conta oltre 15 milioni di abitanti, esistono barriere sociali e architettoniche impressionanti: il fenomeno delle gated communities, costosi complessi residenziali recintati e privatizzati dove gli abitanti della classe medio-alta si auto isolano dalla vita cittadina creando delle vere e proprie “bolle sociali”, ne è forse il fenomeno maggiormente esemplificativo. Esso è tuttavia solo l’estrema appendice di una più ampia applicazione di politiche neoliberiste agli spazi urbani, che ha portato avanti «un processo di gentrificazione che ha scardinato il tessuto sociale di interi quartieri della città» (introduzione, p. 1) stravolgendo la vita degli abitanti senza tener conto delle caratteristiche di ciascuna comunità.

Per comprendere e analizzare meglio questi elementi l’autrice ripercorre e lega insieme i fenomeni migratori che hanno caratterizzato la seconda metà del Novecento, ovvero i processi di inurbamento che hanno dato vita a vaste aree ospitanti abitazioni di fortuna (le gecekondular), e la complessa struttura clientelare che si è formata successivamente sotto i governi AKP nel settore dell’edilizia. L’azione di Erdoğan basata su politiche neoliberiste e di trasformazione della città e, allo stesso tempo, di particolare attenzione alle inclinazioni ideologiche islamiste della società, affonda le proprie radici negli effetti della prima ondata di globalizzazione sulla società turca (iniziata negli anni Ottanta). Fu proprio durante questa fase che le élite di governo iniziarono a concepire e ridisegnare Istanbul come città globale e importante centro regionale per affari e turismo, determinando la crescente frammentazione spaziale e sociale tra la (crescente) borghesia e le fasce povere della popolazione (ex)anatolica che, dati i processi di inurbamento, si ritrovarono a vivere ai margini di questa.

L’obiettivo dichiarato e iniziale dei piani urbani e di edilizia voluti dall’AKP doveva esser proprio quello di rimediare al fenomeno delle gecekondular, ma con il tempo questi hanno assunto sempre più la forma di un processo forzato di gentrificazione e di edilizia rivolta alle classi medio-alte della popolazione a discapito di quelle povere. E, come afferma l’autrice, «cambiare l’assetto urbano di una città comporta il cambiamento delle abitudini dei suoi cittadini» al punto che «lo studio dell’urbanistica può essere un’utile lente non solo per comprendere la storia di una società ma anche per capire come essa si stia evolvendo a livello sociale, politico ed economico» (p. 133). Così il proliferare di nuovi complessi abitativi residenziali privatizzati, di interi quartieri incentrati sulla logica dell’internazionalizzazione della città e del suo business finanziario, di mall e centri commerciali come snodi centrali della vita sociale turca[3] – spesso anche caratterizzati da barriere architettoniche, simboliche e sociali – sono tutti segni di un nuovo modo di vivere nella Istanbul del XXI secolo in cui anche «le pratiche commerciali rappresentano un luogo, anche figurativo, di conflitto e separazione sociale» (p. 94).

Tutto ciò viene lucidamente narrato dall’autrice attraverso un mix di esperienze personali dirette e testimonianze sul campo, ma anche ripercorrendo dibattiti tutti interni al Paese sul ruolo sociale delle élite e su come esse abbiano affrontato tali profonde trasformazioni. Tra i maggiori pregi del libro vi è infatti quello di riuscire a tratteggiare un attento (e raro) profilo psico-sociologico della frattura presente all’interno della società turca tra (e all’interno de) i cosiddetti beyaz Türkler (i “turchi bianchi”) e la crescente borghesia musulmana conservatrice, e di come l’attuale Presidente ne abbia tratto vantaggio politico. La nuova classe sociale emersa con lo sviluppo economico targato AKP ha profondamente segnato e ridisegnato la stessa concezione di nazionalismo turco e approfondito lo scontro culturale interno alla comunità.

Da una parte, quindi, la modernizzazione e urbanizzazione forzata ha costituito indubbiamente un successo per il leader turco, che ha basato gran parte della propria fortuna politica sullo sviluppo economico del Paese. E in ciò «il settore dell’edilizia e delle costruzioni fu il mezzo che il governo utilizzò per accalappiarsi il consenso e l’egemonia e mantenerli nel tempo» (p. 106); infatti, «l’architettura pubblica ha costituito un importante mezzo ideologico per il governo islamico conservatore, così come per i suoi predecessori» (p. 161). Al fine di implementare e dare forma al progetto di sviluppo urbano e per velocizzarne i tempi – avendo sempre in mente la fatidica data del 29 ottobre 2023, centenario della Repubblica – la maggioranza AKP ha con il tempo emanato una serie di leggi con il fine di generare e distribuire spazi non ancora mercificati, affidandoli all’agenzia per la pianificazione edilizia Toki che, nei fatti, risponde esclusivamente al primo ministro. In questo processo di trasformazione (in verticale) della città, guidato da amministratori filogovernativi e investitori, «gli interessi di parte hanno primeggiato e le voci di dissenso sono state messe a tacere» (p. 31). Dall’altra parte, tali politiche erdoğaniane hanno avuto «tre effetti, concatenati l’uno all’altro, e oggi estremamente visibili soprattutto a Istanbul: la segregazione sociale, l’allargamento della forbice sociale e la frammentazione spaziale» (p. 106) subiti prevalentemente dalle diverse minoranze etniche e dalle fasce più povere della popolazione.

Se durante il periodo d’oro di sviluppo economico del Paese Erdoğan ha avuto “gioco facile” nell’ignorare e reprimere le voci di dissenso verso tale modello – movimenti ambientalisti, Camera degli Ingegneri e Architetti (Tmmob) ed elementi di una classe sociale medio-alta, urbana e secolarista sopra tutti – in virtù di un ampio consenso generalizzato frutto della crescita economica (e di un progressivo asservimento della magistratura ai voleri del partito), la recente crisi finanziaria che sta colpendo il Paese della mezzaluna sembra aver messo in difficoltà il modello di sviluppo del Presidente ed eroso la sua base di consensi, almeno nelle grandi città. Mentre le proteste di Gezi Park del 2013 furono la prima manifestazione, e rappresentarono uno spartiacque nelle relazioni Stato-società sotto il dominio Erdoğan, le elezioni del giugno 2019 rappresentano un chiaro indicatore della discrasia crescente tra i cittadini stanbulioti e il Presidente. Al punto che, sostiene l’autrice, il banco di prova del governo sarà il modo in cui esso affronterà la crisi economica poiché «tutto questo impero nasce, cresce e si nutre su tali fondamenta» ed è dunque lecito chiedersi «fino a quando brillerà l’oro della Turchia di Recep Tayyip Erdoğan». Il netto contrasto di personalità, retorica, programmi e concezioni della politica tra il neosindaco di Istanbul Ekrem Imamoglu e il leader Erdoğan non può passare inosservato e sembra aver aperto una, seppur difficile, strada alternativa alla gestione del potere e dello sviluppo rispetto al modello erdoğaniano.

Due sono, a parere chi scrive, gli aspetti “critici” de L’oro della Turchia di Giovanna Loccatelli: da una parte il limitarsi a un’analisi della capitale economica Istanbul che, per quanto centrale e importante, non può assumersi totalmente a modello descrittivo del Paese e della più ampia strategia politica del leader Erdoğan. Se è vero che l’attuale Presidente ha costruito la propria carriera sullo sviluppo e la modernizzazione della Turchia, in primis della sua “vetrina” Istanbul, difficilmente si può ricondurre la sua legittimazione e gradimento trasversale nel Paese alle politiche urbane qui implementate. Non che l’autrice ignori ciò, affatto, dato che in vari passaggi del libro accenna e fa riferimento a una più ampia e complessa trasformazione messa in moto dal Presidente attraverso molteplici forme e strumenti; ma L’oro della Turchia sembra assumere a fattore determinante e primario le politiche urbanistiche[4] nella capitale, quasi a caratterizzare il volume, in vari passaggi, a indagine di sociologia-urbana. Questa impronta ha comunque il grande merito di porre l’attenzione e far riflettere su questioni importanti e per certi versi di estrema attualità anche per il nostro Paese: se infatti è vero che il settore dell’edilizia e infrastrutture rappresenta una delle voci di spesa con significativo “effetto moltiplicatore”, un’attenta progettazione con riguardo al territorio e alla popolazione è quantomai necessaria oggi, anche alla luce delle già presenti fratture nella società. Lo sviluppo economico fondato su (e trainato da) tali settori secondo una logica neoliberista e di progettualità top-down, senza alcun processo partecipativo della popolazione e attenzione alle esternalità di questo, può risultare uno strumento di rapida implementazione e successo, ma rischia di stravolgere ancora di più aspetti della socialità estremamente rilevanti.

Anche a ciò si lega un secondo elemento non del tutto chiaro (per chi scrive) nel volume, che è quello di ricondurre ogni aspetto di politica economica implementata dall’AKP a un vago «feroce neoliberismo»[5] complice di aver «allargato la forbice sociale nel Paese». Tale costante richiamo e impostazione rischia di confondere il lettore: come è possibile che politiche urbane a discapito delle “masse popolari” e a favore di un ceto medio-alto abbiano riscontrato un così elevato consenso? O le politiche economiche erdoğaniane hanno favorito e trovato ampio gradimento tra la maggioranza della popolazione (forse quella nuova “vaga ed eterogenea” classe-media cresciuta e divenuta maggioritaria nel Paese grazie allo sviluppo economico?) oppure i consensi trovati e consolidati nell’arco di un ventennio dal leader turco vanno ricercati altrove rispetto a queste ultime. In tal senso sarebbe stato utile fornire anche alcune cifre su questo “allargamento della forbice sociale” parallelo alla crescita della classe media[6].

Nonostante ciò, il volume di Giovanna Loccatelli ha il grande merito di inserirsi e contribuire a un nuovo (e solo recente) filone di analisi della “nuova Turchia” che prende le distanze dall’erronea interpretazione del Paese anatolico incentrata primariamente e quasi esclusivamente su una frattura tra secolarismo e islamismo e di netta contrapposizione delle figure di Mustafa Kemal e Recep Tayyip Erdoğan. Il fatto di farlo attraverso uno stile giornalistico e di indagine on the ground è sicuramente un valore aggiunto per un libro che, unendo dettagliate e preziose descrizioni dei nuovi spazi e della vita quotidiana stanbuliota a un’analisi sociologica che trascende da queste, offre una nuova chiave di lettura per cercare di capire l’enorme impatto della figura e del progetto politico di Erdoğan sulla società turca.


[1] Il Refah Partisi (Partito del Benessere) è stato uno dei numerosi partiti fondati da Necmettin Erbakan, il “padre” dell’islamismo politico turco.

[2] «Alla luce del nuovo volto della Turchia, si potrebbe dire che il problema più evidente non è l’antagonismo tra liberali e islamisti, ma le immense diseguaglianze sociali nelle grandi città, specialmente a Istanbul» (p. 87).

[3] «I centri commerciali (…) sono diventati, negli ultimi anni, lo spazio che rimodella la vita dei cittadini turchi: le abitudini, gli orari, i gusti, più in generale lo stile di vita» (p. 45).

[4] «Il governo Erdoğan ha costruito la sua egemonia politica attraverso i progetti di trasformazione urbanistica» (p. 134).

[5] Esistono numerose analisi sulle caratteristiche peculiari della politica economica implementata dall’AKP, difficilmente caratterizzabile come “ferocemente neoliberista” (a meno che non si dia una definizione propria di questo termine): Güven Burak, “Rethinking Development Space in Emerging Countries: Turkey’s Conservative Countermovement,” Development and Change, Vol. 47, No. 5 (2016), pp. 995-1024; Dorlach Tim, “The Prospects of Egalitarian Capitalism in the Global South: Turkish Social Neoliberalism in Comparative Perspective”, Economy and Society, vol. 44, n.4, pp.519-544; Yağci Mustafa, “The Political Economy of AK Party Rule in Turkey: From a Regulatory to a Developmental State?”, Insight Turkey, Vol. 19, n. 2, (Spring 2017), pp. 89-114.

[6] Sirma Demir Șeker e Stephen P. Jenkins, “Poverty Trends in Turkey,” The Journal of Economic Inequality, Vol. 13, n.3 2015, pp. 401-424;  Alpay Filiztekin, “Income Inequality Trends in Turkey,” İktisat İşletme ve Finans, Vol. 30, n. 350, 2015, pp. 63-92;  Esra Öztürk e Ayşegül Kayaoğlu, “Education and Income Inequality in Turkey: New Evidence from Panel Data Analysis,” Marmara Üniversitesi İktisadi ve İdari Bilimler Dergisi, Vol. 38, n. 2, 2016, pp. 207-222.

Scritto da
Alberto Mariotti

Laureato in scienze politiche all’Università di Pisa con una tesi sulla politica estera turca negli anni Novanta. Attualmente è iscritto alla Magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche dell'Università di Bologna, Campus di Forlì. Appassionato di Politica Internazionale.

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