“La buona politica” di Paolo Pombeni
- 31 Ottobre 2019

“La buona politica” di Paolo Pombeni

Recensione a: Paolo Pombeni, La buona politica, il Mulino, Bologna 2019, pp. 144, 12 euro (scheda libro)

Scritto da Michelangelo Morelli

5 minuti di lettura

«La costruzione della comunità di destini è un fatto culturale nel senso antropologico del termine: vuol dire mettere in essere e far funzionare, in maniera necessariamente evolutiva, un modo condiviso di comprendere il mondo che ci circonda, di affrontare l’interpretazione dei fenomeni storici con cui ci si trova a convivere, di attribuire significati e valori agli atti che i membri delle varie formazioni sociali che innervano la comunità compiono, sia come singoli che come sistemi di relazione».

Il concetto di “comunità di destini”, mutuato dal pensiero di Max Weber, è la colonna portante della riflessione di Paolo Pombeni in La Buona Politica. Il saggio è una rapida disamina storico-sociologica in cui l’Autore affronta il problema del disfacimento della società e del degrado dei suoi elementi costitutivi, dalla gestione dei beni pubblici alla qualità della sfera pubblica, dagli effetti collaterali della globalizzazione alla disgregazione delle comunità locali. Intorno a questa parabola discendente si svolge parallelamente il difficile cammino della politica, privata ormai di forti riferimenti ideologici e sottomessa ai moti ondivaghi delle democrazie postmoderne.

Alla cattiva politica, velleitaria e divisiva, lo storico oppone un modo antico, ma non per questo inutilizzabile, di intendere la cosa pubblica e di gestirne le complesse meccaniche. Una politica della ragione, capace di unire gli individui attorno ad un’unica prospettiva di sviluppo, conciliando le strutturali divergenze d’opinione, doverose in un regime democratico-costituzionale, nell’ottica di un comune sentire e di un’intesa sui valori fondanti. Per Pombeni «una politica fondata sulla ragione ha invece necessità di valutare proprio le prospettive, perché è questa l’ottica di chi si pone l’obiettivo di costruire dei “destini”». Spostare quindi il punto di vista della politica significa iniziare un lungo cammino che, trascendendo la contingenza del giorno dopo (o della prossima scadenza elettorale), riesca ad evitare che le contraddizioni del presente prendano il sopravvento sulla definizione dei destini delle future generazioni.

La miopia che affligge le società contemporanee affonda le proprie radici in una recente trasformazione delle strutture materiali e di pensiero dello spazio pubblico. Privata dei suoi riferimenti storici e incapace di trovare nuove sintesi creative, la comunità ha preferito rifugiarsi nelle panacee promesse da falsi profeti, nei loro slogan velenosi e in egoismi corporativi. L’atomizzazione e la deresponsabilizzazione civile degli individui, ormai frammenti a sé di un insieme cinico e diffidente, ha reso inoltre sempre più accettabile la navigazione a vista nell’oceano del presente, etichettando come fuori luogo e deplorevole qualsiasi tipo di progettualità. Di conseguenza la politica, che di questo insieme sociale è il braccio esecutivo, ha smesso di essere «arte del possibile», accontentandosi di essere un corpo separato che pare avere come unico scopo la mera prosecuzione di se stesso.

La comunità senza più destini è una creatura che rischia continuamente di crollare sotto il proprio peso. L’opinione pubblica, protagonista negli ultimi secoli del senso critico sociale, si è ristretta nella feroce contingenza dell’opinione dominante, mentre il singolo, monade indifferente e chiusa nel proprio interesse, costruisce non più ponti tra le parti sociali, ma solo muri. La «unità d’arme, di lingua, d’altar, di memorie, di sangue e di cor» manzoniana appare come una formula non più applicabile, mentre diventa sempre più ragionevole la «pretesa di ampliare in ciascuno gli spazi per cui si è legge a sé stessi» chiedendo contemporaneamente «alla sfera pubblica di tutelare, adeguandosi, una proliferazione crescente di riserve per le pretese di singoli di poter fruire di propri autostabiliti “diritti”».

Il bene comune quindi, ragiona Pombeni, ha finito per alienarsi dalla comunità stessa, diventando un orpello da drenare e contemporaneamente maledire in nome del sacro egoismo personale. In tal modo la capacità di immaginare un futuro, carattere necessario della ragione politica, è stata gravemente compromessa, e la stessa politica, che è arte del possibile, diventa pura amministrazione fine a se stessa. Inoltre l’incessante movimento del popolo verso l’Altro, non più frutto di una riflessione “sui massimi sistemi”, ha finito paradossalmente per avvantaggiare la demagogia, figlia prediletta dell’indefinita post-modernità.

 

È ancora possibile una buona politica?

La crisi della politica contemporanea è in primis un fatto culturale, generato dal degrado degli spazi in cui la critica sociale si produce e si esercita. L’opinione pubblica, arena prediletta di questa funzione, nasce storicamente come un fenomeno d’élite, riservato alla borghesia colta dei caffè e agli intellettuali, e diviene nel corso dei secoli appannaggio di strati sempre più ampi della popolazione. L’affievolirsi del nucleo culturale (e più in generale del concetto stesso di cultura) alla base della comunità è sintomatico sia della crisi dei suoi produttori, il ceto intellettuale costretto ad interpretare un nuovo mondo con strumenti divenuti improvvisamente obsoleti, che dell’esplicita scomparsa di un destino comune dalle menti di chi, in un modo o nell’altro, ne era stato fino a ieri partecipe.

Quando le «agenzie che producono la cultura dei destini» abdicano al proprio ruolo, il rischio maggiore è che a prendere il loro posto siano soggetti la cui autorevolezza sia tutt’altro che certa. A tal proposito Pombeni mette in guardia il lettore dal non identificare il medium con il messaggio, quindi a non credere «che un luogo di espressione, raccolta e diffusione dei messaggi li renda automaticamente “legittimati». Il rischio di un’informazione autoreferenziale, priva di contenuti di qualità e interessata solo a occupare una parte del dibattito pubblico, è quello di traviare l’opinione dell’individuo, illudendolo di poter esercitare la propria libertà di scelta in uno spazio predefinito e inefficace.

La questione della legittimità dell’opinione e quindi della sua diffusione tocca inoltre due importanti ingranaggi della cosa pubblica. Il primo riguarda la necessità di una buona educazione della comunità, compito primario dei produttori di cultura ma altrettanto importante per la politica che si propone come guida di una comunità. Il secondo aspetto, connesso ai rischi a cui quest’ultima è soggetta, è l’imperativo di ripensare la rappresentanza, promuovendo a tal fine dinamiche inclusive basate sul confronto, sulla mediazione e sulla solidarietà. Grazie a queste qualità, argomenta Pombeni, diventa infatti possibile creare «quella sintesi finale di identità e di valori indispensabile perché si sia consapevoli di vivere in una comunità che ha sì un destino comune, ma che deve essere un destino comune di crescita e di sviluppo delle persone e delle loro aggregazioni».

La riflessione storico-giuridica di Pombeni sulla rappresentanza finisce per assumere spesso caratteri marcatamente “montesquieiani”. L’accento posto sugli elementi di bilanciamento e di reciproca sorveglianza del costituzionalismo europeo figurano un’implicita diffida nei confronti dei tentativi di monopolizzare la politica e il suo discorso. In altre parole la comunità deve necessariamente guardare ad una disposizione diffusa ed equilibrata dei poteri, rendendo quindi indispensabile il ricorso alla ragione politica e alla mediazione, senza le quali non è possibile nessuna identità né destino comune. E se ancora è vero che la politica è necessariamente compromesso, è altrettanto vero per l’Autore che il “do ut des” non debba limitarsi a semplice scambio tra le varie corporazioni, diventando invece un «negoziato [che] punta a sistemare una convivenza di diversi obiettivi, organizzandola e disciplinandola in base alla forza dei diversi partecipanti».

La recente disintegrazione degli orizzonti sociali e politici ha portato in breve tempo ad un grave turbamento delle buone pratiche che garantiscono il funzionamento della cosa pubblica. Perdita dei destini comuni, brutalità comunicativa e decadimento culturale sono solo i sintomi superficiali di un “disagio storico”, dovuto ad una transizione epocale, inaspettata quanto burrascosa. Nel suo libro Pombeni non propone rimedi “preconfezionati”, sottolineando al contrario come l’unica strada praticabile sia dialettica e incentrata sulla comunità stessa. Intraprendendo un cammino palingenetico, impostato sulla critica propositiva del presente e dei suoi elementi essenziali, la comunità potrà finalmente riprendere in mano le redini della Storia, e quindi «costruire un destino per sé e per la propria comunità anziché farselo imporre da altri o dal caso».

Scritto da
Michelangelo Morelli

Nato nel 1996. Laureato in Storia delle Istituzioni Politiche all’Università di Bologna. Si occupa prevalentemente del Novecento, con una particolare attenzione per la seconda metà del secolo e per la teoria e prassi dei principali partiti europei.

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