La centralità del Mediterraneo. Intervista ad Alessandro Vanoli
- 23 Gennaio 2026

La centralità del Mediterraneo. Intervista ad Alessandro Vanoli

Scritto da Claudia Butera, Simone Cilli, Gregorio Ciranni, Francesco De Lauro, Camilla Merli, Beatrice Mezzetti, Michele Rosanelli

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Il Mediterraneo non è mai stato soltanto un mare. È uno spazio di relazioni, un crocevia di commerci, culture e conflitti. Nel corso della storia moderna e contemporanea, la sua presunta marginalizzazione rispetto alle grandi rotte oceaniche ha spesso alimentato letture semplificate o nostalgiche, oscillanti tra il mito di un passato glorioso e l’idea di un mare ormai periferico. Eppure, il Mediterraneo continua a essere attraversato da dinamiche economiche, politiche e simboliche decisive, che ne fanno ancora oggi uno spazio strategico e profondamente conteso.

In questa intervista ad Alessandro Vanoli – storico e divulgatore, autore di Oriente. Una storia (Laterza 2025), L’invenzione dell’Occidente (Laterza 2024), Storia del mare (Laterza 2022 / 2025) – proviamo a ripensare il Mediterraneo al di fuori delle narrazioni eurocentriche e delle idealizzazioni retoriche. A partire da una riflessione sul tempo storico e sulle eredità culturali del secondo Novecento, Vanoli legge il Mediterraneo come luogo concreto di connessioni tra Occidente e Oriente, interrogandone la persistente rilevanza geopolitica e il suo ruolo nei conflitti contemporanei. L’intervista è stata realizzata nell’ambito del corso 2025 della scuola di formazione “Traiettorie. Scuola di lettura del presente”.


All’interno della nostra società eurocentrica ed euroatlantica, cosa l’ha spinta a elaborare una narrazione alternativa che valorizzi la storia delle relazioni tra Occidente e Oriente, il mondo arabo, l’altra parte del Mediterraneo?

Alessandro Vanoli: Sono nato nel 1969 e quando è caduto il muro di Berlino avevo vent’anni. Alla mia generazione questo evento fece davvero una profonda impressione e per molti segnò la differenza nella loro esistenza. Da ventenni lo capivamo poco, ma si stava per aprire una stagione di forte idealismo: il nocciolo della questione era che se cadeva un muro come quello, allora potevano venire giù anche tutti gli altri. Per chi tra noi guardava al mondo umanistico, alle scienze sociali, alla filosofia o alla storia, c’era la convinzione di poter dare un contributo politico in tal senso. Da lì, l’interesse per le cose che non avessero muri. Da lì, l’interesse per il Mediterraneo come agorà di relazioni tra culture differenti. Allora fummo in tanti a pensarla in modo simile, e dopo la delusione venne per tutti.

 

Qual è stato il peso del Mediterraneo nella costruzione dell’identità occidentale? E che ruolo ha giocato poi il rapporto con l’Atlantico? 

Alessandro Vanoli: “L’identità occidentale” è un concetto che presenta un problema in sé: non è una cosa data per scontata o che può darsi per scontata. Personalmente, appartengo a quel gruppo – certamente minoritario dal punto di vista storico e politico – che considera l’Oriente e il Mediterraneo come elementi generatori della nostra identità. Per ragioni storiche e per ragioni geografiche evidenti, ritengo che il Mediterraneo sia una parte integrante e necessaria dell’Europa. Perdere di vista questo elemento significa recidere un pezzo importante della nostra storia e della nostra identità. Per quanto riguarda l’Atlantico, a un certo punto nella storia l’Europa e il Mediterraneo vi si proiettano e, attorno al Quattrocento o Cinquecento c’è una estroflessione verso lo spazio atlantico non solo da parte del mondo europeo dei vincitori e dei conquistatori – prima portoghesi e spagnoli, poi francesi e inglesi – ma anche di attori secondari come turchi e arabi. L’arabo, perlomeno quello proveniente dall’area siriana, è la terza lingua in Sud America. E l’Argentina ha persino avuto un Presidente della Repubblica, Carlos Menem, di provenienza siriana e musulmano. Il quadro è quindi molto complicato, ma questo fenomeno rimane uno degli elementi fondativi di una serie di problemi e di opportunità che l’Atlantico ha mostrato. Forse è proprio questa estroflessione uno dei motivi che consente di parlare davvero di Occidente come somma di Europa e America. Questo, tuttavia, è un discorso ancora più complicato.

 

Ha distinto l’identità occidentale da quella europea. Qual è, in questo senso, la differenza tra Occidente ed Europa?

Alessandro Vanoli: Non credo che Occidente ed Europa abbiano una periodizzazione storica molto diversa, perché più o meno si attestano nello stesso momento. Siamo attorno al Cinquecento quando si presenta un problema di mappe e di cultura: il termine “Europa” trascina con sé un’idea greca che riguarda uno spazio molto più definito, dal Mediterraneo in su. Il termine “Occidente”, invece, si presenta da subito come concetto più confuso: una parte di Occidente va verso l’Atlantico, e infatti quello è l’inizio del periodo in cui nelle mappe si comincia a scrivere “Mare occidentale”, parlando dell’Oceano Atlantico, ma ci sono anche papi e pensatori politici che, come Machiavelli, affermano “noi siamo Occidente”, pensando alla divisione tra parte occidentale e parte orientale dell’Impero Romano. Si parla dell’Umanesimo e di una riscoperta del mondo classico, che questi soggetti adattano al presente. Sono due idee confuse che nascono nello stesso momento e che prendono percorsi differenti nella storia: “Occidente” prende la strada di un’idea politica fortemente legata all’imperialismo; “Europa” è un’idea altrettanto politica, che si presta a uno spazio più circoscritto, definito da una storia e da elementi connotanti culturalmente, a cominciare dal latino, lingua veicolare di ogni attività di quel periodo. Le due idee continueranno a intersecarsi ma non saranno mai assimilabili, se non in tempi molto più recenti.

 

Come si spiega il processo di perdita di centralità del Mediterraneo rispetto alle grandi rotte oceaniche? E quanto pesa oggi strategicamente?

Alessandro Vanoli: C’è un primo momento, che tutti conosciamo perché lo si studia a scuola, in cui l’Atlantico diventa tale. Si tratta dell’inizio delle grandi rotte commerciali, quando viene dominato lo spazio degli oceani. La grande novità del tempo è la possibilità del controllo del mare, delle rotte marittime, dal punto di vista giuridico e politico. Il mare, a differenza della terraferma, si controlla tramite la gestione delle rotte ed è per queste che in quel periodo storico si combatte. La rotta atlantica porta ingenti ricchezze nelle casse spagnole, portoghesi e inglesi, tali da rendere vana qualsiasi possibilità di confronto con i Paesi affacciati sul Mediterraneo. Naturalmente, quella del Mediterraneo non è una “morte” immediata; anzi, in realtà si è trattato di una perdita progressiva di peso economico e politico. Questo processo ha richiesto circa due secoli, due secoli e mezzo, tant’è che i contemporanei non lo percepirono immediatamente. A questo processo si somma, nell’Ottocento, la grande tensione degli imperi, soprattutto quello britannico, i quali cominciano a guardare verso il possesso territoriale dell’Asia da una parte e dell’Africa dall’altra, contribuendo ulteriormente a far perdere centralità al Mediterraneo. Nonostante questo, bisogna tenere presente che la gran parte delle rotte inglesi passa dal Mediterraneo, da quelle commerciali, pensiamo ad esempio al tè, fino a quelle turistiche. Prima dell’apertura del canale di Suez, è dai porti del Mar Rosso che venivano sbarcati i passeggeri e le merci, caricati su cammelli e portati fino al Nilo e da lì verso Alessandria. Si trattava esattamente della stessa rotta che facevano le merci al tempo dei Romani, quindi non era cambiato nulla. Una volta aperto il canale di Suez tutto diventa ancora più facile. Quindi, non è vero che il Mediterraneo perde completamente di consistenza, in quanto mantiene quella strana caratteristica di essere, per pura fortuna geografica, il punto di connessione di tre continenti. E quindi, in questo senso, rimane comunque più rilevante di quel che talvolta si pensa.

Anche oggi, dove evidentemente i rapporti commerciali tra i continenti hanno subito grandi mutamenti, il Mediterraneo mantiene in realtà una sua relativa importanza strategica ed economica. Basti pensare alle merci che attraversano il Pacifico, l’Indiano, l’Atlantico e viceversa, che passano fondamentalmente da Suez, in quanto le rotte alternative sono talmente costose che si prova a evitarle. C’è stato recentemente questo momento caratterizzato dagli attacchi degli Houthi in Yemen che hanno reso la questione più complessa, però fondamentalmente il Mediterraneo rimane il ganglio centrale anche per la questione del passaggio dei dati: una grossa parte dei cavi sottomarini di Internet passa tra la Sicilia e la Tunisia. La perdita di importanza del Mediterraneo comincia quindi certamente con le scoperte atlantiche, però andrebbe relativizzata, perché non sono così convinto che si tratti di una perdita strutturale. Mi pare che in realtà il Mediterraneo mantenga una serie di elementi talmente importanti che definirlo un mare dimenticato sarebbe veramente eccessivo. E infatti gli studiosi non lo definiscono così, anzi ci sono autorevoli storici che hanno reso ben chiaro come in età moderna il Mediterraneo sia ancora un elemento fondamentale del panorama economico e politico mondiale.

 

Francis Fukuyama ha attribuito al crollo del Muro di Berlino, di cui parlavamo in apertura, la “fine della storia”. Di fronte agli ultimi conflitti assistiamo a una perdita d’influenza del blocco occidentale, sempre più affaticato a rispondere compattamente. La storia del predominio globale dell’Occidente rischia di finire?

Alessandro Vanoli: Negli anni Novanta, proprio per i fenomeni che abbiamo citato, cambiò profondamente la prospettiva dei politologi, tra cui Fukuyama, riguardo a ciò che stava avvenendo nel mondo. Furono gli anni in cui, per la prima volta, venne sdoganato l’uso del termine “impero” per gli Stati Uniti. Quel periodo coincideva con la definizione sempre più chiara del processo di globalizzazione, fenomeno nato anche da una politica liberista e da una conduzione fortemente americana di una serie di strategie fondate sul rapporto tra il dollaro e l’oro. Quando Fukuyama parla di “fine della storia” intende questo: una proiezione dell’economia americana su scala globale, che non aveva più possibilità di freno e di opposizione da parte di altre potenze. In quel momento tale visione era abbastanza credibile, e non era così scontato che le cose andassero in un’altra direzione. Ci fu ad esempio un’opposizione che venne da Samuel Huntington, di indirizzo neoconservatore, che propose un modello di “scontro di civiltà” per descrivere l’ordine globale che si stava definendo. Affermare che “la storia è finita” rappresenta tuttavia una conclusione fortemente retorica e strumentale al discorso politico: è chiaro oggi che la storia si sia rimessa in moto, o meglio che non si sia fermata e che non si possa fermare mai. Bisognerebbe poi chiedersi di quale storia stiamo parlando: la storia con la “S maiuscola”, quella della politica? È una questione molto complicata perché è materia non propriamente tecnica, ma retorica.

Detto questo, io credo che l’Occidente non corrisponda più naturalmente al modo con cui si è definito nella modernità, ovvero nella forma imperiale della fine dell’Ottocento. Abbiamo dei dati di questo processo, come la formulazione di alcuni concetti: western civilization, che nasce nella diplomazia britannica negli anni Novanta dell’Ottocento; o “storia occidentale”, che nasce alla Columbia University nel 1919. Ad oggi, l’Occidente è costruito a macchia di leopardo sulla mappa del mondo: un pezzo di Europa, poi gli Stati Uniti, il Canada, l’Australia, la Nuova Zelanda, la Corea del Sud, il Giappone. Non ha un’estensione chiara anche se naturalmente ha ancora un senso economico forte. Inoltre, è stato interiorizzato anche da altri Stati, prima tra tutti la Cina che gioca con il liberismo controllandolo con altre strategie. Bisognerebbe guardare nel dettaglio anche la questione dei diritti umani, uno dei fondamenti statutari di qualsiasi idea di Occidente che ci siamo portati dietro nell’ultimo secolo. Alla luce di tutto questo, non credo che l’Occidente sia destinato a morire, ma che si trasformerà in qualcos’altro che avrà ancora quel nome, ma con un significato diverso. Gli altri protagonisti che stanno sorgendo attualmente sono altrettanto rilevanti e non hanno nessuna intenzione di chiamarsi Occidente: la Cina, l’India, la Russia che, per quanto sia disperata dal punto di vista economico e sociale, è significativa poiché assertiva sul piano militare. Di fronte a questi nuovi attori, l’Occidente resiste nel suo unico collante fondamentale: la sintesi tra Stati Uniti ed Europa. Questo è il punto più debole di un equilibrio ormai precario. Credo che la parola “Occidente” rimarrà, ma non la sua forza.

 

Quanto pesa la costruzione moderna delle identità nazionali occidentali nel rendere invisibili le influenze e le presenze “altre”, ad esempio quelle arabe e musulmane, nella storia e nella vita quotidiana dell’Occidente?

Alessandro Vanoli: La nazione intesa come istituzione in senso contemporaneo, che nasce dalla “sintesi tra popolo e idea antica di nazione”, citando Alberto Mario Banti, a cavallo tra Settecento e Ottocento, costruisce ancora oggi il senso identitario comune: definisce la storia, l’identità e la cultura di coloro che stanno all’interno dei confini scelti. Si comincia pertanto a ricercare favole tradizionali, come fanno i fratelli Grimm in Germania, a riscoprire i costumi tipici, come fanno molti antropologi in Italia. Si inizia, in altre parole, a immaginare la storia come un percorso che procede indistintamente dai dinosauri fino agli italiani o ai francesi. Si immagina che l’identità di una nazione sia forgiata da una stratificazione di morti, da una “geologia umana” su cui si costruisce il suo senso. Questo processo immaginifico fa sì che si tenda a fondare la storia sul luogo che si abita e a generare un’esclusione molto forte di chi non si suppone essere proprio di quel luogo, per cultura, per lingua, per colore della pelle, per religione. È quindi una questione molto più antica. Già nella Germania secentesca, si tendeva a escludere parti della società, primi tra tutti gli ebrei. In tutte le storie mancano molti soggetti: mancano ad esempio i neri, i musulmani, che in realtà erano già presenti in Italia, a Venezia e a Livorno a partire dal Cinquecento. Tutto questo ovviamente lo sappiamo grazie alla storia con la S minuscola, non di certo grazie alla storia con la S maiuscola. Ci siamo ormai convinti che solo l’Occidente conosca la storia, che coincide con quella progressione che va dai greci ai romani e, passando per il cristianesimo, arriva all’illuminismo e finalmente ai fatti di questo meraviglioso presente. Ma tutto questo è falso e pensarla così è una follia.

 

A proposito di culture e luoghi, nei suoi scritti propone il mare come uno spazio di sintesi tra le culture. Nel corso del 2025, la società civile si è mobilitata riconoscendosi in una cultura a sé apparentemente distante, ovvero quella palestinese. Le manifestazioni in Occidente, le attività della Global Sumud Flotilla, possono essere considerate come manifestazione di questo incontro interculturale? 

Alessandro Vanoli: Non sono convinto che il mare sia il veicolo ideale sul piano simbolico, anche se sul piano storico è abbastanza vero che abbia aiutato il mondo a connettersi. Credo che sia eccessivo attribuire tutte queste doti al mare. Per quanto riguarda le manifestazioni, ci sono due questioni da tenere a mente: la prima è che la politica ha le sue regole sul piano dell’operatività nei grandi scacchieri; la seconda è che nelle mobilitazioni e nel risveglio di una società civile che da anni ormai si disinteressa a tutto, l’azione di qualcuno può fare la differenza. Sono due cose che non entrano necessariamente in contatto tra di loro e che hanno tempi diversi, ragioni diverse, nature diverse. Solamente uno stupido potrebbe pensare che la Global Sumud Flotilla avesse come obiettivo principale quello di portare viveri: il motivo che ha spinto l’operazione umanitaria è stato quello di sensibilizzare l’opinione pubblica. Il mio timore è che stia vincendo solo la parte della politica, che gioca ora platealmente sul banco dell’economia e della forza.

 

Il Mediterraneo è il mare che si sta scaldando più velocemente e il prossimo futuro ci riserva una serie di sfide. In questo senso, potrebbero svilupparsi nuove forme di cooperazione tra le nazioni delle coste del Mediterraneo in merito al tema della crisi climatica ed energetica? 

Alessandro Vanoli: Forme di cooperazione esistono già: convenzioni sul diritto marittimo, accordi internazionali e altre iniziative in fase di studio. Tuttavia, queste azioni restano largamente insufficienti rispetto alla gravità e alla scala dei danni ambientali in corso. Sono, per usare una metafora, “gocce nel mare”. Il problema principale è la sproporzione tra la velocità del cambiamento climatico e la lentezza delle risposte politiche. Anche gli accordi internazionali più importanti, come quelli nati nell’ambito delle conferenze sul clima, hanno avuto più il merito di imporre il tema all’attenzione globale che quello di produrre effetti concreti e risolutivi. Inoltre, la crisi climatica non può essere affrontata efficacemente su scala regionale: il riscaldamento globale è un fenomeno planetario e richiede risposte altrettanto globali. Un altro punto centrale è l’irreversibilità parziale dei processi in atto. Anche fermando immediatamente le emissioni, gli effetti del riscaldamento continuerebbero per decenni, forse per secoli. Fenomeni ormai evidenti, come la riduzione dei ghiacci o l’innalzamento del livello dei mari, confermano che i cambiamenti non sono ipotesi future ma realtà presenti.

Nel quadro geopolitico globale, la situazione appare contraddittoria. Da un lato, l’Occidente – in particolare gli Stati Uniti – sembra aver perso slancio e coerenza nella leadership climatica. Dall’altro, alcune potenze emergenti si muovono per necessità più che per idealismo. La Cina, ad esempio, è oggi tra i Paesi che investono di più nella transizione verde, spinta da problemi interni di salute pubblica, stabilità sociale e sopravvivenza ambientale. Altri Paesi, come l’India, sono molto più indietro e rischiano di arrivare tardi. In conclusione, tutto ciò che si sta facendo è troppo poco e troppo lento rispetto alle urgenze reali, e le conseguenze sono già visibili. In questo contesto, la continua proliferazione di conflitti armati è un ulteriore ostacolo drammatico: le guerre distolgono risorse, alimentano odio e rendono ancora più difficile una cooperazione globale efficace. Nonostante ciò, pur in un quadro scoraggiante, è comunque necessario continuare a lavorare per ridurre i danni e costruire, dove possibile, percorsi di cooperazione e di pace.

Scritto da
Claudia Butera

Dottoranda presso l’Università di Bologna nel corso di dottorato Future Earth, Climate Change and Societal Challenges. È laureata in Science of Climate e si interessa di crisi climatica, con un’attenzione agli aspetti sociali, economici e culturali che accompagnano le crisi ambientali. Ha partecipato al corso 2025 di “Traiettorie. Scuola di lettura del presente”.

Scritto da
Simone Cilli

Iscritto ai corsi magistrali di Scienze filosofiche e Scienze storiche all’Università di Padova. I suoi interessi di ricerca vertono sulla filosofia classica tedesca, la filosofia della natura e il rapporto tra capitalismo e globalizzazione. Ha partecipato al corso 2025 di “Traiettorie. Scuola di lettura del presente”.

Scritto da
Gregorio Ciranni

Studente di Scienze politiche, sociali e internazionali all’Università di Bologna. Si interessa principalmente di sociologia e di filosofia politica, con uno sguardo particolare alle trasformazioni del lavoro e del tessuto produttivo nel capitalismo moderno. Ha partecipato al corso 2025 di “Traiettorie. Scuola di lettura del presente”.

Scritto da
Francesco De Lauro

Frequenta il corso Economics, Politics and Social Sciences all’Università di Bologna, a cui si è iscritto per il suo interesse verso la politica e la voglia di combattere le disuguaglianze. Nel tempo libero coltiva i suoi interessi per la lettura e la storia. È Rappresentante degli studenti per il Dipartimento di Economia con Sinistra Universitaria. Ha partecipato al corso 2025 di “Traiettorie. Scuola di lettura del presente”.

Scritto da
Camilla Merli

Studia Economia, Scienze Politiche e Scienze Sociali all’Università di Bologna. È attualmente studentessa in Erasmus presso la Tilburg University e si interessa di comunicazione politica, disparità di genere e politiche economiche volte ad appiattire le disuguaglianze. Ha partecipato al corso 2025 di “Traiettorie. Scuola di lettura del presente”.

Scritto da
Beatrice Mezzetti

Studia Antropologia all’Università di Bologna. È appassionata di filosofia politica e comunicazione. È interessata a proseguire gli studi frequentando una scuola di giornalismo. Ha partecipato al corso 2025 di “Traiettorie. Scuola di lettura del presente”.

Scritto da
Michele Rosanelli

Laureando in Giurisprudenza all’Università di Trento, è Segretario della Scuola di formazione politica “Codice Sorgente. Idee ricostruttive”. Si interessa principalmente di diritto costituzionale, intelligence e di sicurezza nazionale, approfondendo con particolare attenzione il ruolo del controllo parlamentare in queste materie. Ha partecipato al corso 2025 di “Traiettorie. Scuola di lettura del presente”.

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