Recensione a: Mary Thompson-Jones, La legge del Nord. Lo scioglimento dell’Artico e il nuovo dominio mondiale, traduzione di Paolo Bassotti, Luiss University Press, Roma 2025, pp. 304, 22 euro (scheda libro)
Scritto da Luca Picotti
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A fine novembre 2025 Luiss University Press ha pubblicato la traduzione italiana, curata da Paolo Bassotti, di un saggio estremamente attuale di Mary Thompson-Jones, esperta di geopolitica e strategia militare, già Foreign Service Officer e professoressa in sicurezza nazionale presso l’U.S. Naval War College. Il libro è uscito nel 2025 negli Stati Uniti con Columbia University Press sotto il titolo America in the Artic. Foreign Policy and Competition in the Melting North. La traduzione italiana è accompagnata da un titolo ancora più suggestivo, che riecheggia la celebre saga del Trono di Spade e va ad ampliare l’orizzonte oltre la prospettiva americana: La legge del Nord. La conquista dell’Artico e il nuovo dominio mondiale. Difatti, sebbene il volume sia intrinsecamente legato alla strategia americana, e al relativo sguardo verso il Nord, la densità dell’analisi consente di cogliere tutti i tasselli fondamentali della sfida artica: gli Stati interessati, l’ambigua cornice giuridica, le metamorfosi climatiche, le tecnologie e i progetti commerciali.
La pubblicazione non poteva cadere in un periodo migliore – migliore si fa per dire. A maggiore ragione alla luce delle recenti dichiarazioni di Trump sulla Groenlandia, che si prestano ad essere parte integrante, e fondamentale, di una sfida più ampia che concerne il Nord, in senso metaforico, ossia una nuova regione pronta ed entrare nella Storia.
Base di partenza, nonché elemento tra i più importanti, è la consapevolezza dei rischi ma anche delle opportunità aperte dal cambiamento climatico. In questo senso, da un lato c’è la politica, in particolare quella più ostile alle istanze ambientaliste, che o nega o minimizza i cambiamenti climatici, opponendosi a politiche di riduzione delle emissioni; dall’altro, vi è la dimensione empirica studiata e colta dalle cancellerie di sicurezza nazionale, ossia la necessità di sfruttare i cambiamenti climatici in atto e di presidiare nuove rotte e terre ricche di risorse. Da qui, l’implicita ammissione delle metamorfosi climatiche in relazione all’Artico, insita nelle mire di Trump sulla Groenlandia, così come in generale dei diversi Paesi artici – o asseritamente tali – sulle nuove rotte marittime e sui giacimenti di materie critiche. Difatti, le trasformazioni sul fronte climatico stanno trasformando una terra in origine inospitale in una potenziale rotta marittima in grado di ridurre notevolmente i tempi degli scambi, a partire da quelli tra Cina ed Europa, nonché in una potenziale area ricca di risorse più facilmente estraibili e lavorabili. Una realtà di fatto che, politica o meno, le cancellerie della sicurezza nazionale hanno colto negli ultimi anni – più nell’ottica di adattarsi che di provare a fermare o rallentare il fenomeno – e posto tra le nuove sfide della competizione geopolitica e geoeconomica.
«L’Artico sfugge alle definizioni, ma può essere d’aiuto inclinare il mappamondo per farci un giro d’osservazione. Le masse terrestri dell’Alaska e della Russia sembrano tendere l’una verso l’altra: allo Stretto di Bering, la loro distanza è di soli 85 km; la parte occidentale dell’Oceano Artico può ricordare pertanto un grande lago. L’enorme massa del Canada si dissolve in più di 36 mila isole quasi vuote, mentre la parte russa, che circonda più di metà dell’Oceano Artico, è più coesa e popolosa. La Groenlandia, così irrequieta per i suoi legami con la Danimarca, appartiene geologicamente al Nord America, ed è evidentemente più vicina al Canada che all’Europa. L’Islanda galleggia sola e senza legami, e a malapena sfiora il confine ipotetico che contrassegna il Circolo polare artico. La Norvegia si spinge un po’ più a Nord, ostacolando l’accesso all’Oceano Artico alle sue vicine, Svezia e Finlandia» (p. 24).
L’importanza della geografia si declina sia in termini di vantaggi strategici che giuridici. Ad esempio, i Paesi costieri hanno diritto, ai sensi della United Nations Convention on the Law of the Sea (UNCLOS), a stabilire un limite di acque territoriali, sottoposte alla propria sovranità, di 12 mila miglia nautiche, una zona contigua di altre 12 mila miglia e una zona economica esclusiva per ulteriori 200 miglia, oltre ai potenziali diritti sulla piattaforma continentale estesa (ECS). In altre parole, gli Stati costieri appaiono senz’altra avvantaggiati, e sono i primi a potere rivendicare diritti nella regione. Dopodiché, su come gestire l’Artico da un punto di vista giuridico vi è un dibattito acceso: dall’opzione più neutrale, come al momento è lo spazio cosmico, a-sovrano per definizione, alle maggiori istanze degli Stati costieri, sino al ripudio di qualsivoglia forma di regolazione internazionale in nome di acquisizioni di fatto (la legge della forza).
In primo luogo, bisogna capire chi sono i protagonisti della partita e chi gli attori secondari o proprio esclusi. Mary Thompson-Jones, pur analizzando la sfida dell’Artico dalla prospettiva americana – e non perdendo occasione di invitare gli Stati Uniti a cogliere la portata della partita e ad agire di conseguenza, nella convinzione che il futuro a stelle e strisce sarà Artico – si sofferma su tutti i principali attori, scavando nella loro storia e nel loro rapporto sia con il Nord che con gli Stati Uniti stessi. Ad ognuno di questi è dedicato un capitolo. Si parte con gli Stati Uniti, per il tramite dell’Alaska, Stato sempre più fondamentale. Seguono poi Canada, Islanda, Groenlandia e Danimarca, Norvegia, Finlandia e Svezia (tutti casi in cui gli Stati Uniti sono, direttamente o indirettamente, presenti militarmente), sino alla rivale Russia, il competitor forse più problematico della regione, a maggior ragione alla luce del recente avvicinamento strategico ed economico alla Cina.
Particolare attenzione è riservata proprio all’Alaska, l’avamposto statunitense che consente a Washington di presentarsi come potenza artica. Uno Stato dalla storia travagliata, ripercorsa minuziosamente dall’autrice, frutto di una intuizione geniale del segretario di Stato William Seward, o, si potrebbe dire a posteriori, di mera fortuna: difatti, l’Alaska fu acquistata dagli Stati Uniti nel 1867 dalla Russia per 7,2 milioni di dollari. Con tale cifra, sostanzialmente irrisoria, gli Stati Uniti si sono comprati il diritto e la forza di partecipare alla nuova competizione geopolitica sull’Artico. Che ci fosse consapevolezza all’epoca è poco plausibile. Rimane però un passaggio importantissimo – ed è facile immaginare che la Russia, se potesse tornare indietro, si terrebbe stretta quella porzione di terra.
Peraltro, Mosca, come si diceva, si presta proprio ad essere uno dei maggiori protagonisti della sfida Artica, tra i primi Paesi a rivendicare i diritti sulla regione. Inoltre, nonostante la crisi in cui versa, la Russia dispone di alcuni vantaggi tecnologici non indifferenti, a partire dalle navi rompi-ghiaccio, fondamentali in questa fase di transizione per tracciare e presidiare le nuove rotte. Sono abbastanza evidenti gli interessi russi sulla regione: non si tratta solo delle risorse, ma soprattutto dello sbocco sul mare e della possibilità di diventare un chokepoint costiero di una rotta potenzialmente fertile in grado di collegare Cina, Russia ed Europa. Non è un caso che Trump, nelle sue dichiarazioni sulla Groenlandia, menzioni sempre sì il rivale numero uno, la Cina, che ha anch’essa le sue ambizioni sull’Artico, ma pure la Russia, attesa proprio la sua presenza rilevante nell’area. Anche se, sottolinea l’autrice, la costosa e lunga impresa in Ucraina ha distolto notevoli risorse – mezzi, forza lavoro, popolazione, capitali – dall’Artico, indebolendo la proiezione russa; anche i diversi progetti portuali, di cantieristica e di piattaforme di idrocarburi, sebbene non del tutto fermi, hanno subito una notevole decelerazione a causa delle sanzioni seguite all’invasione, che hanno avuto ad oggetto le forniture di beni e tecnologie occidentali utilizzate per la costruzione e la modernizzazione di tali infrastrutture. Scrive Mary Thompson-Jones: «Il profondo attaccamento dei russi all’Artico è indiscutibile, e ha superato il passaggio del tempo, cambi di regime e difficoltà di ogni sorta […] Il governo non ha però saputo stare al passo con l’ardore del suo popolo. Dando la priorità alla conquista dell’Ucraina, ha scelto di rinunciare a quegli investimenti internazionali che avrebbero potuto rendere l’Artico più moderno, più vivibile, e di conseguenza più popolato […] Le grandi ambizioni delle forze armate russe nell’Artico sono state prosciugate dalle esigenze della guerra in Ucraina» (p. 254).
Nelle conclusioni l’autrice ritorna sulla prospettiva americana. In questo senso, centrale è la Groenlandia, nella sua ambigua natura di Paese povero, collegato alla Danimarca ma potenzialmente indipendente in un futuro. In questo senso, l’indipendenza può significare vulnerabilità rispetto a ingerenze esterne – leggasi Cina e Russia, sia sul fronte economico che militare. La grande presenza americana tramite basi militari non è detto che sia sufficiente. Da qui le dichiarazioni assertive di Trump, che già nel 2019 parlava di acquisire la Groenlandia. Nella grande strategia di sicurezza americana portata avanti da questa amministrazione, che parte dal dominio del proprio emisfero (influenza, governi amici, avamposti) dal profondo Sud argentino al Nord groenlandese, l’isola risulta centrale. L’auspicio dell’autrice è che ciò avvenga tramite collaborazioni con i propri partner artici e le comunità locali. Le recenti ipotesi di accordi in sede NATO sull’isola possono rappresentare un viatico di compromesso auspicabile, quantomeno rispetto ad azioni di forza deprecabili e che nel lungo periodo sarebbero destabilizzanti per tutti. Se anche dal libro emerge, in maniera nemmeno troppo implicita, la necessità avvertita dagli Stati Uniti di una maggiore presenza nella regione, non è detto che questo debba avvenire in via unilaterale. Un presidio costruito all’interno dell’alleanza atlantica può garantire sicurezza e spartizione dei costi. Va da sé che l’imprevedibilità di questa amministrazione statunitense renderà tale dossier oggetto di continuo monitoraggio. L’unico elemento certo è la rilevanza ormai pacifica non solo della Groenlandia, ma dell’intera regione artica. Per questo La legge del Nord di Mary Thompson-Jones cade a pennello e risulta di vitale attualità.