La Libia e l’interesse energetico italiano nel Mediterraneo
- 11 Marzo 2021

La Libia e l’interesse energetico italiano nel Mediterraneo

Scritto da Gabriele Marchionna e Gaetano Mauro Potenza

5 minuti di lettura

Quando si parla di Libia in relazione all’Italia, non vanno considerate solo le variabili afferenti all’energy diplomacy ma l’insieme delle sussistenze che alimentano l’interesse nazionale vitale per lo sviluppo del sistema Paese. La Libia, per la sua geografia e politica, rappresenta l’elemento di congiunzione del sistema di alleanze in cui si muove l’Italia tra la NATO, l’UE e l’area del Mediterraneo, essenziale dunque per il raggiungimento dei nostri interessi. I Libri Bianchi della Difesa pubblicati fin dagli inizi degli anni Novanta hanno sottolineato la rilevanza dei confini meridionali ed orientali in ottica d’interesse nazionale e quindi fondamentale nelle scelte politiche di qualsiasi Stato. Al contempo il concetto di Mediterraneo allargato, coniato dalla Marina Militare Italiana negli anni Ottanta, che ha esteso i confini del Mediterraneo dalle isole Canarie sino al Caucaso e al Golfo Persico, acquisisce oggi una rilevanza essenziale nel “grande gioco” dell’energia che si sta delineando nel Mediterraneo orientale.

Un’area che oggi risulta estremamente ambita dalla Turchia, che ha concorso ad alimentare il gioco energetico nel Mediterraneo e che rappresenta un competitor di primo piano per Roma, poiché Ankara mira sostanzialmente a sostituirsi al ruolo che sta cercando di giocare l’Italia, quale anello di congiunzione tra i paesi di produzione e quelli di consumo. Il core business creato da Enrico Mattei con la sua Eni fin dagli anni Cinquanta. Un progetto ben definito, quello turco, che ha lo scopo di raggiungere l’indipendenza energetica dalla Russia per poter restaurare il “sogno ottomano”. Un piano già cercato di attuare con fatica nel Nagorno-Karabakh, subito intercettato da Mosca, che avrebbe potuto compromettere la stabilità del corridoio caucasico del gas e che adesso Ankara sta cercando di replicare il Libia in chiave energetica mediterranea.

La restaurazione neo-ottomana nel bacino del Mediterraneo ha visto muovere i suoi primi passi con le “Primavere arabe” e con il consolidamento dell’asse Ankara-Doha. Il progetto consiste nello sfruttare il movimento dei Fratelli musulmani per rimpiazzare il panarabismo nei paesi interessati dalle primavere arabe ed essenziali per le politiche di influenza in tutto il Medio Oriente. L’attivismo di Turchia e Qatar nel Mediterraneo è figlio della convergenza sulla Fratellanza musulmana, ne sono un esempio l’intesa delineatasi in Egitto con l’appoggio al golpe di Mohammed Al Morsi nel 2012 e in Siria a sostegno dei ribelli di Jabat Al Nusra nella guerra contro Assad. Per ultimo, non per importanza, ne è un esempio eclatante l’appoggio turco al Governo di accordo nazionale (GNA) libico sostenuto in prevalenza dall’area della Fratellanza musulmana.

Tuttavia, la Turchia deve assolutamente raggiungere l’indipendenza energetica se vuole realizzare la restaurazione, ed in questi fragilissimi rapporti, il gas mediterraneo rende la Libia fondamentale per le ambizioni di Ankara. Nonostante l’instabilità interna la Libia è il Paese del Mediterraneo più ricco energeticamente, ed in particolare Tripoli rappresenterebbe la chiave di volta per il primo governo a guida Fratelli musulmani post primavere arabe.

Nonostante gli ultimi giacimenti gasieri in Egitto (Zohr e Nour), Cipro (Afrodite e Calipso) e Israele (Leviathan, Tamar, Dalit, e Karish), il problema dell’export sussiste considerando gli alti costi d’estrazione che modificano le strategie energetiche parallelamente al basso costo del gas e all’instabilità mediterranea. Gli sforzi egiziani per trasformare il Levante mediterraneo da provincia gasiera a gas hub con la creazione di infrastrutture, accordi di mercato, intese politiche ed energetiche è stato raggiunto dopo il diniego da parte dell’UE sull’uso dell’infrastrutture TAP-TANAP in Italia e Grecia che avrebbe di fatto aumentato l’importanza della Turchia nell’area. È con questa premessa che si sviluppa l’idea del progetto EastMed, supportato dall’EastMed Gas Forum (EMGF), cornice politica fra Italia, Egitto, Grecia, Cipro, Israele, Giordania e Autorità palestinese con l’obiettivo di valorizzare le risorse di gas nel bacino del Levante.

Un progetto strategico antiturco e diversificante per il mix europeo, a cui la Turchia ha prontamente risposto tatticamente con la messa in discussione delle ZEE nel Mediterraneo orientale ponendo anche un ridimensionamento per le acque del canale di Sicilia e la perdita delle zone di pesca (non di poco conto per la postura economica ed energetica nazionale). L’attivismo militare turco a sostegno del governo di Tripoli, il GNA di Fayez Al-Sarraj (che gode anche del sostegno italiano), contro la pressione del contingente militare del generale Khalifa Haftar, appoggiato dalla Russia, è stato rivolto all’ottenimento del ridimensionamento della ZEE libica a favore della Turchia, che gli ha permesso di portare a termine due obiettivi tattici. In primo luogo, la non-reazione di Roma data la protezione del governo di Sarraj e in secondo luogo la possibilità di porsi ad ostacolo del progetto EastMed, avendo la potenzialità di poter modificare la zona di passaggio del gasdotto. Sotto questo aspetto, Ankara ha parallelamente messo in discussione le aree marittime nelle isole dell’Egeo, che hanno scatenato dispiegamenti militari contro la Repubblica di Cipro per la definizione della ZEE e frizioni con il governo di Atene.

L’eventualità di nuove scoperte energetiche nelle nuove ZEE ottenute nel quadro d’accordo Ankara-Tripoli, permetterebbero alla Turchia di annullare la forza politica dell’EMGF assumendo il controllo sulle decisioni riguardanti lo sfruttamento del gas di tutta la regione. Non è tardata neanche la risposta strategica turca, Ankara sta cercando un riavvicinamento con Israele cercando di coinvolgere Tel Aviv nella ZEE proponendo un accordo marittimo Israele-Turchia che tagli però fuori Cipro. Ankara non è interessata solo ad importare il gas israeliano, ma anche ad un’infrastruttura che porti il gas in Europa concorrente alla Russia. Emerge fortemente questo pressing turco ed una sovrapposizione di interessi strategici tra Roma ed Ankara, ambedue infatti vorrebbero consolidare la posizione di hub del gas per l’Europa. Guardando la partita dal punto di vista israeliano, la Turchia – pur lontana ideologicamente rispetto all’Italia – appare come un partner più stabile sul lungo periodo ed essenziale ad Israele nella lotta contro la “mezzaluna sciita”.

Roma, tuttavia gode di un vantaggio tattico con una resistenza storica attiva del settore industriale dell’Oil&Gas nell’area mediterranea che configura de facto il gas come un affare tutto italiano. L’Italia è rappresentata da una presenza storica delle proprie aziende che operano ormai in maniera naturale nell’area mediterranea e che sono funzionali all’arginamento della politica turca. La presenza del soft power economico di Roma è infatti garantita dal sistema Paese che è presente in Libia dagli anni Cinquanta con l’attività preponderante ed essenziale di Eni che, come ricorda l’AD Claudio Descalzi, è strutturalmente configurata come “azienda libica” e garante dei suoi servizi essenziali. A cavallo tra la cultural e l’economic intelligence, l’attività strategica del comparto Oil&Gas italiano offre a Roma un vantaggio incomparabile rispetto ad altri player mediterranei. Di fatto, il Sistema Italia assume un ruolo rilevante e di cornice difensiva all’espansione turca – ne sono un esempio le joint venture per TAP e le partecipazioni di Eni in DEPA – dimostrando profonda capacità nella difesa di interessi nazionali. Inoltre, la partecipazione di Edison in IGI Poseidon SA e il recente sostegno di Eni, Snam e Saipem all’EMGF rafforzano il ruolo che l’Italia può svolgere ancora nel “Mare Nostrum”. Un ruolo di expertise che l’Italia può giocare anche con Israele a fronte del know-how industriale italiano per l’estrazione del Leviatano a profondità marine considerevoli.

La politica italiana potrebbe, e dovrebbe, sfruttare anche le contromosse che stanno mettendo in pratica Russia e Grecia in Libia in chiave anti-turca. La Corte d’appello di Al Bayda, in Cirenaica, ha dichiarato nullo l’accordo marittimo fra Turchia e Tripoli grazie al pressing di Mosca. La Grecia inoltre ha deciso di aprire una rappresentanza consolare a Bengasi a fine del 2020. Anche gli Stati Uniti sembrerebbero aver ripreso in mano la partita mediterranea. Il 28 gennaio l’ambasciatore statunitense Richard Mills ha chiarito che la nuova amministrazione guidata da Joe Biden chiede a Russia, Turchia ed Emirati Arabi Uniti di sospendere l’intervento militare e il ritiro delle forze straniere e dei mercenari come delineato nell’accordo di cessate il fuoco del 23 ottobre.

L’amministrazione Biden potrebbe in futuro concedere uno spazio alla Turchia in Libia, in chiave antirussa, e sostenere Grecia ed Italia nel Mediterraneo Orientale. L’EastMed a guida Italo-Greca potrebbe aiutare maggiormente l’UE a diversificare le proprie fonti di approvvigionamento energetico dalla Russia, esponendosi meno a rischi rispetto ad un’infrastruttura turca che trasporti il gas in Europa. Obiettivi che ben si inseriscono nel primo discorso al Senato del Presidente del Consiglio Mario Draghi che ha definito il Mediterraneo allargato un’area «di prossimità diretta del Paese, quelle dove coltiviamo la prima linea dei nostri interessi di sicurezza». Infine, il riferimento a Francia e Germania nella strutturazione di un rapporto di cooperazione europea lascia trasparire una volontà attiva nel riaffermare l’Italia geograficamente, e questa volta anche politicamente, al centro di una politica attiva nel Mediterraneo, che non può non considerare l’energia un dominio essenziale nella politica di sicurezza nazionale ed europea.

Scritto da
Gabriele Marchionna e Gaetano Mauro Potenza

Gabriele Marchionna: Classe 1996, si forma in Sviluppo economico e Cooperazione internazionale (Università di Firenze), in Politica e Sicurezza Internazionale (Università di Bologna-Forlì) e in Affari Strategici (LUISS). Allievo del 41° COCIM presso il CASD, è attualmente Segretario di “Analytica for Intelligence and Security studies”. Focus: energia, geoeconomia, difesa e sicurezza nazionale. Gaetano Mauro Potenza: Laureato in scienze della difesa e della sicurezza, dopo l’esperienza nell’esercito entra nel mondo della security privata occupandosi di security management e analisi del rischio per le aree del Magreb e West Africa. Nel 2015 co-fonda “The Alpha Institute of geopolitics and intelligence”. Certificato Security Manager UNI10459:2017 si occupa di corporate Intelligence per un’azienda dell’Oil&Gas.

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