La multiforme realtà della crociata. Intervista ad Antonio Musarra
- 23 Febbraio 2021

La multiforme realtà della crociata. Intervista ad Antonio Musarra

Scritto da Emanuele Brun e Vito Castagna

7 minuti di lettura

Intorno al fenomeno delle Crociate, tra i più complessi e suggestivi del Medioevo, si condensano alcuni dei principali incontri e scontri, scambi commerciali e culturali, dialoghi e incomprensioni che avvennero tra l’Occidente e l’Oriente, dal 1095 in poi. Antonio Musarra, ricercatore di Storia Medievale presso l’Università la Sapienza di Roma, studia questi aspetti da lungo tempo. Tra le sue numerose opere ricordiamo: Genova e il mare nel Medioevo (il Mulino 2015); Acri 1291. La caduta degli stati crociati (il Mulino 2017); 1284. La battaglia della Meloria (Laterza 2018); Il grande racconto delle crociate – scritto a quattro mani con Franco Cardini (il Mulino 2019), Francesco, i minori e la Terrasanta (la Vela 2020); Il Grifo e il Leone. Genova e Venezia in lotta per il Mediterraneo (Laterza 2020).

Questa intervista si inserisce nel quadro di una collaborazione con il gruppo studentesco di storia militare Casus Belli – Arma Mater Studiorum, nato tra le aule del Dipartimento di Storia, Culture e Civiltà dell’Università di Bologna e che si avvale della collaborazione di studenti e dottorandi di diverse sedi italiane ed estere.


Quando si parla del Regno di Gerusalemme si pensa a una organizzazione territoriale che ha avuto un proprio percorso storico estraneo ai conflitti europei, perché concentrata in un estenuante scontro religioso. Nei suoi lavori si può capire quanto questa sensazione possa essere erronea e fuorviante. Se dovesse scegliere un evento ben preciso nel quale le lotte d’Occidente sono migrate in Terrasanta, quale sarebbe? 

Antonio Musarra: Dite bene. Si tratta, appunto, d’una “sensazione”; o, meglio, d’una percezione albergante nel comune sentire storico e, per certi versi, anche storiografico. Inutile dire come tale percezione sia profondamente erronea. Non ci troviamo di fronte unicamente ad una “organizzazione territoriale”. Il regno gerosolimitano possiede un’innegabile dimensione politica. Ne possiede, per la verità, molte altre: onirica, immaginifica, simbolica, culturale, religiosa. Quella politica è, a ogni modo, la più evidente dal punto di vista documentario. Ma la politica è fatta di relazioni prima ancora che d’istituzioni e di tentativi di “organizzare il territorio”. Sono queste relazioni ad aver costituito il centro del mio lavoro, volto a restituire i contorni d’una dialettica che non possiamo ridurre – come è stato detto – al tentativo di costruire in Oriente un’enclave occidentale. Per semplificare: il paradigma del “colonialismo medievale”, per citare un famoso libro di Joshua Prawer, mi pare si debba abbandonare. La situazione è assai più complessa. Ci troviamo di fronte a un organismo vivo, composto da numerosi attori, che sono soprattutto attori politici, impegnati in logiche conflittuali. All’interno di questo gioco entrano, però, elementi diversi, come quelli economico-commerciali, cui si lega l’episodio che vorrei evidenziare: la cosiddetta “guerra di San Saba”. Si tratta d’un conflitto di cui ho avuto modo di occuparmi a lungo, che vide per la prima volta tre città italiche, Genova, Venezia e Pisa, venire apertamente allo scontro proprio in Terrasanta. Non saprei dire se tali lotte siano effettivamente “migrate” in Oriente; io credo, piuttosto, che si sia trattato d’un complicato gioco di specchi. Il conflitto sorse a Levante ma sulla base di odi e rivalità che possono farsi risalire al secolo precedente. Una volta deflagrato, vide la partecipazione delle rispettive madrepatrie ma anche la precisa scelta di campo – scelta eminentemente politica – della maggior parte delle forze presenti in Outremer, schieratesi per l’uno o l’altro contendente. Di fatto, ci troviamo di fronte a una sorta di “guerra civile” dell’Oltremare franco, favorita dalla lontananza della corona gerosolimitana, in capo agli Svevi (o a quel che ne restava). L’esperienza del regno di Gerusalemme, dunque, non è affatto estranea a quella dei conflitti “europei”. Eppure, conosce logiche proprie. E qui sta, forse, tutto il suo fascino.

 

La storia delle crociate è stata spesso raccontata ed interpretata come storia di antitesi fra due mondi apparentemente affetti da un’insanabile incomunicabilità. Anche oggi, all’interno delle frange più radicali dell’Islam, gli occidentali vengono indicati come crociati e di riflesso come nemici. Detto ciò, quello delle crociate può essere considerato come un lungo periodo di belligeranza e astio ininterrotti tra cristiani e musulmani?

Antonio Musarra: La questione è molto più complessa di quanto possa apparire, perché pone in gioco diversi piani di lettura. Innanzitutto, quello ideologico. Per capirci qualcosa, lo storico non può che andare alle fonti. E le fonti – le fonti stesse della cosiddetta “prima crociata”, tra cui le lettere di Urbano II – ci dicono che la dimensione dell’ideologia era importante. Il papa stesso presenta la spedizione inserendola all’interno del più generale moto di “riconquista” e di allargamento del nome cristiano, che vedeva, allora, i normanni combattere gli arabi nel sud Italia, i regni del settentrione iberico intraprendere spedizioni contro al-Andalus e i bizantini contrastare i turchi nella penisola anatolica. Non si può dire, dunque, che tale dimensione fosse misconosciuta. Ma che si tratti d’ideologia, questo sì. Nulla di strano se la lettura prevalente sia, già in età medievale, quella della contrapposizione. Lo storico, però, ha il compito di leggere la complessità. E la complessità ci dice che il moto che noi definiamo “crociata” non fece altro che avvicinare Oriente e Occidente. Questo perché la “crociata” non fu solo e soltanto guerra. Si trattò d’un grande moto del pensiero, di carattere profondamente religioso, finalizzato non tanto alla conquista ma alla salvezza della anima: propria e altrui. La società venutasi a creare in Oltremare non ebbe, se non, forse, nelle sue fasi iniziali, i caratteri dell’«apartheid» che gli hanno attribuito alcuni storici del secolo scorso. L’archeologia ha svelato l’esistenza di comunità miste: latino-greco-siriaco-arabe. Gli stessi cronachisti occidentali non possono fare a meno di notare quale grande miscuglio di popoli e di lingue diverse fosse Outremer.

 

In uno dei suoi ultimi libri, La grande storia delle crociate, scritto a quattro mani con Franco Cardini, salta subito all’occhio il fatto che la narrazione storica prosegua il suo flusso oltre la conquista di Acri, ultima piazzaforte cristiana, nel 1291. Secondo la crociatistica tradizionale la caduta della città ha sancito la fine dell’esperienza crociata. Perché questa interpretazione può essere rivisitata?

Antonio Musarra: Di crociata si continua a parlare ben oltre il fatidico 1291. Sino a buona parte dell’età moderna. L’assunto “tradizionale”, ancora presente in un noto volume di Jean Flori, La guerra santa, teso a legare tale esperienza unicamente a Gerusalemme e, dunque, a considerare “degenerazioni” tutto ciò che venne dopo, è contraddetto dall’ideologia stessa sottesa al pensiero di Urbano II, oltre che dai fatti. La “crociata” nasce proteiforme sin dal principio. È uno strumento, declinabile in modi assai diversi l’uno dall’altro. Certo, la presa di Gerusalemme acquisisce velocemente un ruolo nell’immaginario, cristallizzando il “prototipo” di qualsiasi “crociata” che si rispetti. Sin dall’inizio, però, la riconquista iberica vi è equiparata. Nel tempo, la crociata muterà assetti molte volte, prima d’ottenere, grazie a canonisti come Sinibaldo Fieschi ed Enrico da Susa, uno statuto stabile. Il papato ne farà uno strumento efficace per il governo del «corpus Christianorum». Essa, tuttavia, sarà soggetta a continue rivisitazioni. Dopo il 1291, ad esempio, si tramuterà progressivamente in guerra anti-turca; quindi, sarà utilizzata per difendere l’Europa cristiana dagli assalti esterni. Per poi risorgere ancora e ancora. Insomma, ci troviamo di fronte – per citare Franco Cardini – a un’autentica “balena bianca” periodicamente risorgente dalle acque della storia. A mio modo di vedere, a uno straordinario prisma culturale, il cui studio è in grado di svelare molto in merito alle mentalità del passato.

 

Nel descrivere la battaglia di Civitate del 1053, l’abate di Montecassino Bruno di Segni, parlò dei “milites beati Petri” come dei “milites Christi” riferendosi a quei soldati che combatterono per papa Leone IX. Prima di andare in guerra i combattenti furono dispensati dalla futura penitenza, necessaria altrimenti per ottenere il perdono dopo una battaglia. Come mai degli elementi così simili a quelli delle crociate erano già presenti prima che queste fossero indette?

Antonio Musarra: Sembrerà banale: alla fine dell’XI secolo non esiste alcuna crociata. V’erano, questo sì, i «crucesignati», coloro che recavano cucita sulla spalla o sulla bisaccia una piccola croce, ma la crociata era lontana da venire. In principio non si trattava d’altro che d’una pletora di azioni belliche e di premi spirituali presi in prestito dalla contemporanea pratica del pellegrinaggio. Non a caso, gli storici hanno parlato di pellegrinaggio armato. L’aspetto penitenziale accompagnerà la “crociata” nel suo sorgere e nel suo sviluppo, sino alla formulazione compiuta della dottrina indulgenziale, fra XII e XIII secolo. Ma si tratterà d’un di un lungo processo, le cui tappe non sono state ancora compiutamente chiarite. È questo il motivo per cui, prima ancora dell’XI secolo, alcuni elementi che ritroveremo nella crociata sono già presenti. Alcuni storici hanno parlato, per episodi eclatanti – la battaglia di Civitate ma anche la presa di Barbastro e quella di al-Mahdia – di “pre-crociate”. Si tratta, in realtà, d’una deformazione prospettica. Fu, piuttosto, la spedizione bandita da papa Urbano II nel 1095 a fondarsi su tali esperienze.

 

Il primo pellegrinaggio armato ha visto l’esercito crociato conquistare più città e combattere più battaglie. L’idea di Urbano II di indire la prima crociata mirava effettivamente ad aiutare l’Impero bizantino in difficoltà e a prendere Gerusalemme, o questi obiettivi erano parte di una strategia più ampia?

Antonio Musarra: Si trattò d’un insieme di concause. Certamente, l’appello orientale di Alessio Comneno, i cui emissari raggiunsero Piacenza pochi mesi prima di Clermont, non può essere sottaciuto. Forse, Urbano colse l’occasione. Certo, egli aveva in casa propria ben altri problemi, essendo costretto all’esilio da Roma. La crociata s’inserisce all’interno d’un quadro peculiare: quello della lotta fra poteri universali. Urbano ha necessità di guadagnare partigiani alla propria causa. Tenta di depauperare l’Impero da quella che, sino ad allora, era stata una delle sue principali prerogative: dichiarare una guerra legale, legalizzata – è così che dovremmo tradurre l’agostiniano «bellum iustum» –, arrogandosene il diritto. Ponendosi, dunque, al di sopra dell’imperatore. La dottrina gelasiana delle due spade è, ormai, un lontano ricordo. Il richiamo di Gerusalemme costituisce la leva adeguata. Ma Gerusalemme è solo una delle tante mete che il papa stesso indica nelle sue lettere, accomunando – come ho detto – la riconquista delle terre orientali a quella della penisola iberica, della Sicilia da parte dei Normanni e del Mediterraneo per opera delle città di mare italiane. È tale moto d’espansione del nome cristiano a fornire al papa il sostrato ideologico. Una proposta che ha successo, capace d’irretire decine di migliaia di persone, decise a tramutarsi in pellegrini in armi per una giusta causa.

 

Altra parte fondamentale dei pellegrinaggi armati era legata al mare. Genova è stata nel corso del medioevo una delle forze preponderanti del Mediterraneo; può dirci in che modo questa città abbia influito nei conflitti che si sono svolti nelle terre d’Outremer? L’utilizzo di imbarcazioni fu effettivamente utile anche nelle battaglie e negli assedi oltre che per il trasporto?

Antonio Musarra: Genova, la città cui ho dedicato parte dei miei studi specialistici, ha avuto un ruolo fondamentale nel movimento crociato, partecipando – si può dire – a quasi tutte le spedizioni bandite dal papato fra XII e XIII secolo. Non bisogna credere, secondo un vecchio pregiudizio filo-economicistico, che la sua partecipazione fosse dovuta solamente a motivi commerciali. I genovesi erano anch’essi crociati. Essi, a ogni modo, compresero velocemente le possibilità derivanti dal guadagnarsi un “posto al sole” lungo la costa siro-palestinese, centro strategico per attivare ampi commerci con due poli di fondamentale importanza: l’Egitto, il Paese economicamente più importante della regione, e l’Impero bizantino. Questo, prima ancora dell’apertura delle cosiddette vie della seta, che vedranno in Outremer uno dei propri terminali occidentali. Sta di fatto che, sino dal principio, i genovesi fornirono alla crociata le proprie navi e le proprie galee, mezzi imprescindibili per spostare velocemente uomini e beni. Tuttavia, sarà solo nel corso del XIII secolo che la crociata comincerà a essere definita col termine «passagium»: ovviamente, da una parte all’altra del mare, facendo del mezzo marittimo il principale vettore delle truppe di «crucesignati». L’affinamento delle tecniche di navigazione e l’evoluzione della strategia bellica navale entreranno ampiamente a far parte della storia delle crociate, caratterizzando buona parte delle spedizioni del tempo. E ciò, anche quando la crociata si trasformerà in guerra antiturca o – a maggior ragione – in tentativo di contenimento della pirateria barbaresca. Ma questa è un’altra storia.

Scritto da
Emanuele Brun e Vito Castagna

Emanuele Brun: segue il curriculum di storia medievale e paleografia per la laurea in storia, antropologia e religioni presso l’Università degli Studi di Roma “la Sapienza”; attualmente collaboratore e consulente storico presso la società privata Boanerghes, svolge contestualmente attività di consulenza a privati per gioielleria storica tardo-antica dopo aver frequentato i corsi dell’Accademia delle Arti Orafe di Roma. Da alcuni anni scrive articoli di divulgazione storica e attualmente collabora con il Circolo di Studi Militari UNIBO “Casus Belli” dell’università di Bologna Alma Mater Studiorum. Vito Castagna: laureando magistrale in storia medievale al dipartimento di Scienze storiche e Orientalistiche dell’Università di Bologna. Ha conseguito una laurea in Storia con la tesi “Luigi IX, Carlo d’Angiò e la crociata di Tunisi”, presso il dipartimento di Storia, Culture e Civiltà di Bologna. Collabora con NAM, Nuova Antologia Militare, e con “Casus Belli”.

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