“La Russia di Putin” di Mara Morini
- 03 Gennaio 2021

“La Russia di Putin” di Mara Morini

Recensione a: Mara Morini, La Russia di Putin, il Mulino, Bologna 2020, pp. 216, 14 euro (scheda libro)

Scritto da Carlotta Mingardi

5 minuti di lettura

«Russia “matters”, importa […], e per questo dobbiamo sforzarci di comprenderla, ora più che mai» – La Russia di Putin (p. 7).

Quanto sappiamo davvero della Russia contemporanea? A circa sei anni dallo scoppio della crisi Ucraina, dall’ingresso della Russia nel conflitto siriano a fianco del presidente Bashar al-Assad e della sempre più significativa presenza del Paese nel Mediterraneo, i dialoghi fra Russia e Occidente – fra Russia e Unione Europea – spaziano fra aperto contrasto, gelo, necessarie trattative e timide ricerche di equilibrio.

Come si è arrivati a questo punto? In seguito alla dissoluzione dell’Unione Sovietica, il riassetto dell’ordine internazionale apriva nel corso degli anni Novanta nuove possibilità di cooperazione. La neonata Federazione Russa prendeva il proprio posto all’interno della comunità internazionale, abbracciandone l’impostazione liberale, pur rilevando e contestandone fin da subito i doppi standard riscontrati nell’egemonia statunitense. Lo stesso concetto di sicurezza nazionale, elaborato dalla prima presidenza Putin, riprende questi temi, nonostante gli screzi dovuti all’intervento NATO nei territori dell’ex Jugoslavia nella seconda metà degli anni Novanta e un primo accenno alla percepita subalternità forzata del Cremlino nelle relazioni internazionali dimostrata nell’ambito della sicurezza e risoluzione dei conflitti[1]. Nel corso della decade successiva, sviluppi internazionali e interni, aspettative disattese e percezioni reciproche – mai davvero mutate – hanno radicalmente inciso sui rapporti fra Russia e Occidente ampiamente inteso: in una scala ascendente, puntellata dal conflitto georgiano, dal crescere della repressione interna, da nuove strategie nei confronti del vicinato per raggiungere il picco con l’annessione della Crimea nel 2014 e l’ingresso nel conflitto siriano nel 2015, la Russia è tornata prepotentemente sulle pagine dei quotidiani internazionali.

Di conseguenza, anche l’interesse dell’opinione pubblica e degli analisti nei confronti del Paese euroasiatico e del suo presidente, non è venuto meno. Non sempre, tuttavia, è possibile trovare opere che dedichino ampio spazio non solamente alla figura del leader politico al potere più longevo della storia della Russia contemporanea, dopo Stalin, ma che si pongano anche l’obiettivo informativo di ricostruire, attraverso diverse prospettive, le importanti transizioni avvenute negli ultimi trent’anni e l’impatto che la guida di Putin ha avuto sul Paese.

In questo contesto si inserisce il saggio La Russia di Putin edito da il Mulino – di Mara Morini, docente e ricercatrice presso il dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Genova. Partendo da una fondamentale premessa: se la Russia “importa” e Putin ricopre un ruolo cruciale nella sua evoluzione, per comprendere la natura del sistema politico consolidatosi nelle ultime due decadi è necessario guardare alla storia del Paese da molteplici punti di vista. Storico-istituzionale, culturale, sociale e identitario. Discostandosi per un attimo dal dibattito creato attorno alla sola figura del suo principale leader politico. Si potrebbe dire che la vera protagonista dell’opera di Mara Morini sia la Russia contemporanea: un Paese del quale l’autrice propone un ritratto comprensivo del sistema politico, delle sue evoluzioni e – soprattutto dal punto di vista occidentale – contraddizioni.

Il volume si divide in quattro parti, ognuna dedicata ad una diversa prospettiva in cui inquadrare la traiettoria del Paese, dalla caduta dell’Unione Sovietica a oggi: le prime due mirano a disegnare un quadro dei più significativi cambiamenti del sistema politico istituzionale, tracciando rispettivamente gli sviluppi costituzionali, il ruolo del Presidente, del Parlamento e del Governo; per passare poi a ripercorrere le tappe del graduale accentramento del potere nelle mani dello Stato e la conseguente perdita di rilevanza delle regioni; per arrivare alle elezioni presidenziali, evidenziando le differenze, anche in politica estera, delle amministrazioni El‘cin, Putin e Medvedev. Il secondo capitolo si concentra sulla nascita ed evoluzione dei partiti politici: l’autrice ripercorre le iniziali debolezze degli anni Novanta, il successivo consolidamento e come la discesa in campo di Putin abbia segnato la crescita esponenziale dei consensi del partito Russia Unita[2].

La terza sezione ripercorre invece le più significative transizioni culturali, sociali e identitarie della Russia dagli anni Novanta al presente. Attingendo alla propria formazione di studiosa anche della lingua del Paese euroasiatico, Mara Morini ci svela la complessità di uno Stato in cui la stessa lingua annovera diverse espressioni – culturale (ruskij), territoriale (rossijskij)[3] e di cittadinanza federale (rossijanin) – per esprimere differenti sfumature di appartenenza dagli interessanti risvolti sociali e politici. L’autrice si sofferma soprattutto sul termine rossijanin, per illustrare la difficile scommessa culturale e politica della presidenza El’cin nel combattere la disgregazione sociale degli anni immediatamente successivi alla dissoluzione dell’Unione Sovietica e far luce non solo sulle difficoltà sociali di quei primi passi verso la transizione democratica, ma anche sulle ideologie presenti all’epoca nel dibattito politico e intellettuale. Riportando alla memoria in diversa forma il secolare dibattito che voleva la Russia appartenere all’Asia o all’Europa, per poi trovare in entrambe il proprio punto di forza, vediamo come la questione identitaria permei anche i primi anni della nuova Federazione Russa: da una parte con i sostenitori dell’unità etnica, tradizionale, storica; e dall’altra coloro – di cui El’cin agiva da rappresentante – che proponevano la nascita di una Russia «inclusiva e multiculturale» (p. 106). Con un punto di vista storicamente comprensivo, Mara Morini traccia alcune di quelle che sono tuttora caratteristiche uniche della Russia contemporanea: uno Stato federale estesissimo, che è composto da «87 soggetti […], il cui censimento[4] distingue 194 nazionalità di cui 50 gruppi etnici i cui rappresentanti istituzionali implementano politiche pubbliche, volte a preservare la loro lingua e cultura nel sistema istituzionale locale e ad avere rappresentanza nelle posizioni apicali dei governi locali» (p. 107).

Anche da questa prospettiva, l’arrivo di Putin al potere comporta delle cruciali evoluzioni: non solo dal punto di vista di una ridefinizione dei valori, che tornano sempre più a ruotare attorno al patriottismo, al rigore della legge, della religione e della famiglia di stampo tradizionale, ma anche nella ricerca di un modello alternativo all’Occidente comunemente inteso. Una presa di posizione con l’obiettivo strategico di riguadagnare un posto di rilevanza ai tavoli internazionali: che offra, al tempo stesso, l’opportunità di rettificare quella che viene percepita come una campagna lesiva dell’immagine della Russia da parte dell’Occidente, e di proporre un modello alternativo. Obiettivi che l’autrice spiega essere perseguiti non solo da una precisa politica estera, ma anche tramite un’attenta campagna di informazione interna, col supporto non solo di testate tradizionali, ma anche di nuove tecnologie come Internet e social media. Mirando tuttavia, tramite la versione in sei lingue (arabo, francese, inglese, russo, spagnolo, tedesco) della testata Russia Today, ad estendersi oltre i confini della Federazione e a raggiungere anche le opinioni pubbliche di altri Paesi.

L’ultima sezione è dedicata specificamente ai rapporti fra la Russia ed il “resto del mondo”: passando in rassegna il difficile periodo di transizione democratica degli anni Novanta e la continua ridefinizione dei rapporti con l’Occidente – inteso prevalentemente come Stati appartenenti alla NATO e all’Unione Europea – l’autrice riprende alcune delle grandi domande di apertura del volume, chiedendosi: la Russia è una democrazia illiberale? Autoritaria? È un regime ibrido, o qualcosa di ancora diverso? Possiamo comprenderla senza uscire da queste stesse categorie?

La Russia di Putin di Mara Morini si chiude esplicitando un’ultima domanda fondamentale, sottesa in ogni sezione del saggio: cosa ne sarà del putinismo, dopo Putin? L’autrice ci presenta la figura di un presidente pragmatico, la cui guida ha comportato significative trasformazioni sulle istituzioni, rimanendo pur sempre in grado di assicurarsi un certo supporto popolare. In contrasto ad una narrazione che vede Putin come presidente personalista, Morini suggerisce che, proprio per la mancanza di questa caratteristica, il sistema di potere consolidato dalla sua amministrazione potrà avere ancora delle carte da giocare. Ponendo quindi una seria ipoteca sulla società e le istituzioni del Paese, gli effetti dell’amministrazione Putin potrebbero continuare a esistere ben oltre la sua permanenza al potere.


[1] National Security Concept of the Russian Federation, 10 gennaio 2000.

[2] Vladimir Putin fu segretario di Russia Unita dal 2011. Ora la carica è ricoperta da Dmitrij Medvedev.

[3] L’autrice traduce questo termine come forma aggettiva, indicante appartenenza territoriale, tramite gli esempi di: rossijskij passport, passaporto russo e rossijskaja federatcija, Federazione Russa (p. 106).

[4] Anno 2016.

Scritto da
Carlotta Mingardi

Ha conseguito la laurea specialistica in relazioni internazionali all'Università Ca' Foscari di Venezia e il Master in Politiche del Medio Oriente alla School of Oriental and African Studies di Londra. Attualmente è dottoranda in Scienze Politiche e Sociali presso l'Università di Bologna.

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