Le ali dell’Africa: una prospettiva afrocentrica. Intervista ad Alberto Magnani
- 12 Febbraio 2026

Le ali dell’Africa: una prospettiva afrocentrica. Intervista ad Alberto Magnani

Scritto da Antonio Francesco Di Lauro

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Leggere l’Africa attraverso le sue lenti è un esercizio necessario per chi ambisce ad informare e per chi sceglie di informarsi. Compierlo significa, anzitutto, affinare lo sguardo su un continente vastissimo e sui fenomeni che lo attraversano, sino a comprenderne la centralità anche per i nostri sistemi politici. Naturalmente, immaginare che in questa intervista ad Alberto Magnani – corrispondente dall’Africa de «Il Sole 24 Ore» con base a Nairobi e autore di Le ali dell’Africa. Istantanee da un continente che cambia (il Mulino 2025) – siano contenute tutte le prove a sostegno del caso sarebbe illusorio. Piuttosto, attraverso l’approfondimento dei fenomeni e una metodologia “afrocentrica”, siamo gradualmente invitati a “decolonizzare la nostra mente” e ad ambire ad un’informazione più accurata e consapevole.


L’Agenda 2063 dell’Unione Africana – a cent’anni dalla sua nascita – delinea l’orizzonte di un continente capace di affermarsi come futura potenza globale, fondata su uno sviluppo sostenibile e inclusivo e su valori quali libertà, progresso e unità, cardini del panafricanismo. Il suo libro offre una lettura approfondita delle sfide che separano il continente da questo obiettivo. Quali dimensioni dei diversi volti dell’Africa ha scelto di indagare e perché?

Alberto Magnani: Nel libro ho provato ad individuare una serie di filoni che sono poi confluiti nelle cosiddette istantanee dal continente. L’obiettivo è stato quello di mantenere un approccio interpretativo attento alle eterogeneità africane e di evitare l’appiattimento di fenomeni così ampi. Infatti, il testo assume generalmente come punto di partenza uno o più singoli Paesi, per poi estendere l’analisi a un quadro sub-regionale e, in alcuni casi, continentale. Le istantanee individuate sono una decina e la prima riguarda la questione della crescita: impetuosa, ma caratterizzata da fragilità strutturali. Poi si affiancano il tema delle disuguaglianze e della redistribuzione delle risorse, che spesso favorisce élite locali o attori esterni anziché tradursi in uno sviluppo sostenibile. Un ulteriore ambito riguarda i processi democratici, segnati da un andamento diseguale, tra casi di resilienza e casi di crisi o rovesciamento istituzionale, in particolare nel Sahel. È rilevante anche il leapfrogging tecnologico, che vede il continente raggiungere livelli avanzati in specifici settori digitali, come il fintech. La questione dei diritti civili evidenzia queste disomogeneità, tra dinamiche di avanzamento e processi di regressione. Un’attenzione specifica è dedicata all’interazione con attori esterni, sia tradizionali sia emergenti, sottolineando il crescente margine di autonomia dei governi africani. Il quadro è completato dall’analisi dei conflitti, interpretati a partire dalle loro radici sociali, e dal tema delle migrazioni, considerate soprattutto nella loro dimensione intercontinentale e climatica, accezioni rilevanti che risultano spesso incomprese dai media occidentali. La sintesi di questi argomenti è di natura politica e restituisce l’aspirazione dell’Africa, o delle Afriche – come vengono diffusamente rinominate nel libro – a porsi come soggetto politico unitario. 

 

Abbiamo già richiamato molti dei temi che verranno approfonditi nel corso dell’intervista. Con riferimento alla struttura narrativa adottata, cosa rende particolarmente efficace un approccio che muove dal livello micro per poi estendersi a quello macro?

Alberto Magnani: Parto dal presupposto che non esiste una modalità univoca o “corretta” di raccontare quanto accade in un continente così vasto e complesso. L’obiettivo è piuttosto quello di offrire un’interpretazione aperta e flessibile dell’Africa, cercando di arginare un approccio riduttivo ed eurocentrico che tende a leggerla esclusivamente in relazione agli interessi esterni, con effetti evidenti anche nel dibattito pubblico e nella rappresentazione mediatica. In questo senso, la narrazione dominante oscilla spesso tra due estremi. Da un lato, una visione naïf ed esotizzante del continente che, pur muovendo talvolta da intenzioni genuine, finisce per consolidare stereotipi capaci di produrre disuguaglianze. Un esempio ricorrente è rappresentato dalle campagne comunicative, fortemente emotive, di alcune organizzazioni internazionali sulla povertà nei Paesi africani. Dall’altro lato, si riscontra un approccio opposto, riconducibile a una forma di provincialismo informativo, che guarda all’Africa principalmente o esclusivamente come spazio di grandi contese internazionali, trascurando però la complessità e la vitalità dei processi interni al continente. L’intento, in questo caso, è quindi partire da un lavoro di cronaca per ampliarne progressivamente l’orizzonte interpretativo, cercando di cogliere fenomeni di più ampia portata e privilegiando il ricorso a fonti africane, così da evitare l’impiego di chiavi di lettura esterne che tendono a riprodursi e alimentarsi reciprocamente.

 

L’espressione “Afriche” restituisce efficacemente la profonda eterogeneità di limiti, potenzialità e contraddizioni che caratterizza il continente. Una delle ambivalenze più evidenti riguarda le narrazioni ottimistiche sulle sue prospettive di crescita economica. Quali elementi inducono un frequente “ottimismo numerico”? E quali elementi di maggiore complessità vengono oscurati da tali indicatori?

Alberto Magnani: Il cosiddetto ottimismo numerico esprime la distanza tra la crescita economica sostenuta registrata a livello macro in diverse economie africane e le persistenti fragilità interne, come la stagnazione delle condizioni economiche e sociali della popolazione di quegli stessi Paesi. A fronte di tassi di crescita anche parecchio elevati – che in alcuni casi raggiungono la doppia cifra, come nel Niger – persistono condizioni di povertà diffusa, disoccupazione strutturale e spesso sottostimata, profonde disuguaglianze e una generale incapacità dei sistemi economici di generare progresso sociale. Questa discrepanza è riconducibile soprattutto all’inadeguatezza degli indicatori economici comunemente utilizzati per misurare e interpretare le grandi economie occidentali o asiatiche, ma che nel contesto africano risultano parziali e poco efficaci nel coglierne le dinamiche interne. Indicatori alternativi, come l’Indice di sviluppo umano, consentono invece una valutazione più articolata, in grado di includere dimensioni sociali e strutturali spesso trascurate. A ciò si aggiunge un limite di natura originaria nel tentativo stesso di misurazione delle economie africane: la carenza di dati affidabili. Le difficoltà di raccolta e sistematizzazione delle informazioni rendono infatti complessa una quantificazione accurata e aggiornata delle variabili economiche e sociali. Si intrecciano due ordini di problemi: uno di natura qualitativa, legato all’applicazione di modelli interpretativi poco adatti a contesti economici profondamente diversi da quelli occidentali, e uno di natura quantitativa, dovuto alla disponibilità di dati spesso incompleti, disomogenei o obsoleti. Emblematico, in questo senso, è un articolo pubblicato alcuni anni fa da The Economist, intitolato The devil is in the details, che mostrava come i bilanci pubblici del Ruanda fossero costruiti secondo criteri capaci di restituire un’immagine particolarmente ottimistica dell’andamento economico del Paese.

 

Alla luce di quanto detto, viene spontaneo chiedersi se la stessa carenza di dati affidabili non finisca per produrre letture distorte anche sul piano demografico. Le proiezioni sulla crescita africana evidenziano infatti una combinazione di forte espansione demografica e accelerata digitalizzazione, che si innesta però su disuguaglianze strutturali persistenti. In questo scenario, come si inserisce il concetto di digital colonialism?

Alberto Magnani: Il mancato accesso a dati aggiornati e tempestivi costituisce un limite anche nella stima della crescita della popolazione. La demografia africana è indiscutibilmente in una fase di espansione poderosa, soprattutto se confrontata con il grande “inverno demografico” delle economie avanzate, ma va considerato che la fase di crescita più intensa è già in atto e che, tra alcuni decenni, il continente dovrà affrontare il problema dell’invecchiamento e di una quota molto ampia di giovani, che dovranno trovare forme adeguate di sostentamento economico. Il cosiddetto “afro-ottimismo” legato alla crescita esplosiva della popolazione presuppone un avanzamento economico necessario, ma non dimostrato. Ogni anno, infatti, entrano nel mercato occupazionale tra i dieci e i 12 milioni di giovani, mentre vengono creati circa 3 milioni di posti di lavoro formali. Questo divario costituisce già un significativo segnale di come una crescita demografica senza corrispondente sviluppo economico possa risultare problematica. La scarsa disponibilità di informazioni affidabili rappresenta un ulteriore limite nell’analisi demografica, che si trova così condizionata da pregiudizi interpretativi, sia positivi sia negativi. In tal senso, la demografia rappresenta uno degli esempi più evidenti di un’interpretazione riduttiva dell’Africa.

Il concetto di digital colonialism, come definito da diversi osservatori, rappresenta una variante digitale del colonialismo storico. Così come il colonialismo tradizionale mirava ad appropriarsi delle risorse naturali africane senza condivisione con le popolazioni locali, il colonialismo digitale si concentra sui dati, considerati la risorsa più preziosa delle nuove generazioni africane, senza che le istituzioni locali possano esercitare un controllo significativo sul loro utilizzo. Esempi concreti comprendono gli annunci miliardari dei colossi tecnologici, da Amazon a Microsoft, per la costruzione di data center in Africa, spesso in conflitto con limiti infrastrutturali come l’approvvigionamento idrico ed energetico. Altri casi più ambigui riguardano investimenti massicci nell’intelligenza artificiale applicata alla sanità. Recentemente, OpenAI e Melinda Gates Foundation hanno annunciato investimenti di circa 50 milioni di dollari sull’intelligenza artificiale in Africa, suscitando notevole entusiasmo per tecnologie che possono migliorare l’efficienza sanitaria. L’Africa Center for Disease and Control, l’agenzia sanitaria dell’Unione Africana, conta poco più di trecento dipendenti e deve affrontare circa duecento focolai epidemici ogni anno. In questo contesto, l’intelligenza artificiale può costituire uno strumento prezioso, ma occorre considerare le implicazioni politiche e di sovranità. Affidare tali sistemi a popolazioni non adeguatamente formate o istruite può comportare rischi di sfruttamento dei dati, violazione della privacy e privatizzazione dei servizi sanitari, con il potenziale di accentuare ulteriormente le disuguaglianze. 

 

Un paradosso ricorrente nel continente riguarda il fatto che numerosi Paesi ricchi di risorse estrattive presentino livelli di povertà particolarmente elevati. Su quali meccanismi economici e politici si fonda concretamente questo fenomeno, spesso ricondotto alla cosiddetta “maledizione delle risorse”?

Alberto Magnani: La resource curse, o maledizione delle risorse, è un’etichetta che si è diffusa negli ultimi decenni tra gli economisti e descrive il paradosso di economie ricche di risorse naturali, talvolta superiori alla media internazionale, che tuttavia non riescono a tradurre questo potenziale in una ricchezza diffusa per la popolazione. In altre parole, la ricchezza prodotta dalle risorse non genera benefici estesi ma tende a concentrarsi nelle mani di élite locali o di attori esterni. Questo fenomeno è particolarmente evidente in contesti, come quello nigeriano o congolese, e nasce da alcune tendenze ricorrenti. La prima riguarda le cosiddette “economie rubinetto”, ossia economie tanto innervate sulle materie prime al punto da trascurare lo sviluppo di altri settori e di un’industrializzazione necessaria per una crescita sostenibile. Al tempo stesso, oggi si osservano segnali di diversificazione, come in Nigeria, ad esempio, con la crescita degli hub tecnologici e dell’industria cinematografica di Nollywood; si aggiungono iniziative estrattive più integrate, come la maxi-raffineria del miliardario locale Aliko Dangote, che con una capacità di 650.000 barili di petrolio al giorno, consente al Paese di esportare prodotti petroliferi lavorati e di esercitare un maggiore controllo sulle proprie risorse. La seconda tendenza riguarda i meccanismi di corruzione: una ricchezza così immediata, derivante dalle esportazioni, favorisce la creazione di nicchie di potere economico orientate più agli accordi con interessi esterni e multinazionali che al beneficio diffuso della popolazione. Oggi, la maledizione delle risorse si scontra con una risposta crescente da parte dei governi africani, espressa dal cosiddetto “nazionalismo delle risorse” rivendicato in larga misura dai segmenti più giovani della popolazione. In linea con questa svolta, numerosi governi africani stanno iniziando a imporre misure di contenimento alle interferenze straniere, tentando di ricalibrare le dinamiche di mercato. Esempi significativi sono quelli della Repubblica Democratica del Congo, con l’imposizione di un tetto alle esportazioni di cobalto, il bando all’export di litio dello Zimbabwe e le azioni più radicali delle giunte del Sahel, che hanno sequestrato miniere e arrestato manager stranieri. Ci sono inoltre operazioni più sofisticate, come nel caso del Botswana, che cerca di acquisire la maggioranza della De Beers per controllare l’intera filiera diamantifera; questo processo si scontra con l’Angola, che ha ambizioni simili sul colosso anche se ora sembra intenzionata a ridurre il suo obiettivo a una quota del 20-30%. La questione centrale rimane se la volontà politica sia sufficiente a ribaltare situazioni tanto complesse e radicate e se le amministrazioni che intervengono con toni populisti e radicali non rischino, a loro volta, di alimentare un nuovo circolo vizioso di élite che si arricchiscono sulle stesse materie prime.

 

Con l’espressione “born free” si indica quella generazione di africani che non ha vissuto direttamente l’esperienza coloniale. In che modo questa distanza storica si riflette negli atteggiamenti politici di fronte all’inefficienza della governance? A quali episodi della storia recente si può guardare per cogliere la portata della loro azione?

Alberto Magnani:born free sono un blocco generazionale nato in contesti successivi agli anni dell’indipendenza dalle potenze coloniali. Questa generazione si distingue per l’assenza di un coinvolgimento emotivo diretto nell’epopea della liberazione e, di conseguenza, per la mancanza di deferenza verso le forze politiche che governano da allora. In diversi Paesi originariamente democratici, si sono consolidate forme di potere autocratiche, con gravi accuse di violazioni dei diritti umani. I born free chiedono un cambiamento politico che nasce da un’esigenza primaria: quella che in scienza politica viene definita input legitimacy, ossia la costruzione del consenso attraverso la partecipazione attiva della cittadinanza. Si muovono prevalentemente attraverso la comunicazione digitale e forme di mobilitazione dal basso, in contesti in cui le istituzioni spesso interferiscono nella gestione dell’informazione, censurando o controllando i canali ufficiali. Quello dell’African National Congress in Sudafrica è un caso rappresentativo in senso politico perché una nuova élite nera emersa dagli anni dell’Apartheid ha esasperato le disuguaglianze razziali ed economiche interne, materializzando il fallimento del progetto politico nato con Mandela. Un esempio sulle strategie di comunicazione “alternative” si è osservato nell’Uganda in rotta con l’ennesima riconferma di Yoweri Museveni, dove i giovani hanno saputo fare affidamento su Bitchat – un’applicazione nata dal co-fondatore dell’ex Twitter, Jack Dorsey – per aggirare la censura e i blackout digitali imposti dalle autorità di Kampala. L’app ha svolto un ruolo fondamentale, consentendo di aggirare la censura e i blackout digitali imposti dalle autorità e favorendo forme di mobilitazione spontanea e popolare. Un elemento fondamentale delle mobilitazioni dei born free è proprio il loro carattere popolare: mentre in molti contesti africani le mobilitazioni politiche nascono dall’alto e fanno leva su interessi particolaristici, i movimenti giovanili emergono dal basso. Nonostante i limiti, le criticità e le ingenuità legate alla giovane età, queste forme di partecipazione spontanea possono rappresentare un segnale incoraggiante, indicativo di un possibile momento di rottura e di rinnovamento veicolato dai giovani.

 

Un altro esito sempre più ricorrente è l’occupazione dei vuoti lasciati dalla politica attraverso colpi di Stato e l’ascesa di movimenti di ispirazione islamista. Il fenomeno è in rapida espansione, in particolare nell’area saheliana, ormai definita “cintura del golpe”. Cosa emerge se si va oltre le letture stereotipate? Quali fattori spiegano l’aumento delle adesioni e la capacità di questi movimenti di radicarsi?

Alberto Magnani: La crescita delle violenze dei gruppi armati in diversi contesti africani, dal Sahel – ormai considerato l’epicentro globale del terrorismo – al Mozambico, alla Somalia e ad altri contesti continentali, viene spesso interpretata secondo chiavi di lettura religiose o confessionali, oppure attraverso la prospettiva internazionale dello spostamento dello Stato Islamico dal Medio Oriente all’Africa. Queste interpretazioni hanno certamente un fondamento: contano gli equilibri dei grandi network, l’indottrinamento e gli elementi confessionali. Tuttavia, uno dei driver principali, spesso trascurato, del reclutamento jihadista è la frustrazione sociale. Questi gruppi armati fanno breccia in popolazioni stremate non solo dalla povertà, ma anche dalla mancanza di prospettive, soprattutto per i giovani, completamente ignorati dal contesto statale, il quale non esercita un controllo chiaro e lineare sul proprio territorio. Alcune ricerche sociologiche indicano che il reclutamento può derivare persino dalla ricerca di sostentamento economiche e di beni primari, ma anche di quei beni che legittimamente possono essere ambiti dai giovani, come uno smartphone o una motocicletta. Alcuni video che circolano durante le riunioni di queste milizie mostrano leader circondati da giovani intenti a registrare o immortalare il momento. Non si tratta di giustificare i fenomeni, ma di comprenderli socialmente. È quindi importante bilanciare l’interpretazione jihadista con una chiave di lettura sociale, che tenga conto della realtà di Paesi caratterizzati da disuguaglianze acute, assenza di risposta statale, isolamento e risentimento verso autorità percepite come incapaci di rispondere alle esigenze della popolazione. Non è un caso che i movimenti islamisti siano proliferati proprio in contesti che oggi registrano diversi colpi di Stato militari. I golpe spesso hanno avuto come pretesto la lotta contro l’insorgenza jihadista, ma si sono verificati in scenari dove le istituzioni locali erano profondamente indebolite, degenerando in “democrature”, democrazie nominali prive di sostanza reale. I vescovi africani hanno parlato di fenomeni di carattere messianico riferendosi a giunte guidate da leader allora giovani e carismatici, come Ibrahim Traoré in Burkina Faso, sottolineando come questi eventi abbiano rivelato una stanchezza diffusa e un’esigenza di cambiamento.

 

Chi sono oggi i principali partner del continente africano in materia economica e di sicurezza? E in che modo le loro strategie differiscono per obiettivi, strumenti e impatto politico?

Alberto Magnani: L’intera Africa rappresenta oggi un terreno di approdo per una pluralità di attori esterni. In particolare, si assiste a un affollamento crescente di soggetti che competono per interessi, influenza e attenzione da parte delle economie africane. In primo luogo, resiste e si amplia una presenza cinese, anche se in piena trasformazione. Pechino è passata da una strategia fondata sui maxi-prestiti tipica degli anni Duemila a un approccio più selettivo, maggiormente calibrato sui propri interessi nei settori del digitale e delle energie rinnovabili. Più in generale, la Cina sta capitalizzando la sua espansione, passando all’incasso dei prestiti concessi e beneficiando degli investimenti infrastrutturali realizzati. La Belt and Road Initiative rimane centrale in questo quadro, soprattutto per quanto riguarda l’export di materie prime verso la Cina. Al tutto si aggiunge, restando sull’attualità, l’ondata di esportazioni cinesi in Africa favorita dalla politica zero tariffs, con il taglio delle tariffe su cinquantatré dei cinquantacinque Paesi africani, anche come risposta alla guerra commerciale avviata da Donald Trump contro il resto del mondo, comprese le economie africane. Accanto alla Cina operano, con modalità più specifiche, altri attori, come la Russia, caratterizzata da una presenza militare sia ufficiale sia ufficiosa attraverso il braccio armato dell’ex Wagner, oggi Africa Corps. Questa presenza si intreccia con lo sfruttamento delle ricchezze minerarie, consentendo a Mosca di monetizzare risorse protette dai contractor. Ci sono poi Stati in forte ascesa, tra cui spicca la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan, che ha costruito la propria penetrazione africana lungo alcuni filoni principali. Il primo è quello diplomatico, con una rapida espansione della rete di ambasciate turche nel continente, passate da dodici all’inizio degli anni Duemila a oltre quaranta oggi. Questa capillarità riflette e allo stesso tempo alimenta l’ambizione di Ankara di accreditarsi come attore centrale in Africa. Emblematico è l’attivismo turco nel Corno d’Africa e, in particolare, il ruolo di mediazione svolto da Erdoğan nell’accordo di pace tra Somalia ed Etiopia nel dicembre 2024, successivamente entrato in stallo ma comunque indicativo dell’impronta turca in una sub-regione altamente sensibile. Il secondo filone riguarda la dimensione logistica, incarnata dal ruolo di Turkish Airlines, che con circa sessanta destinazioni africane ha trasformato Istanbul in un gateway privilegiato di accesso al continente, con rilevanti ricadute commerciali e politiche. Il terzo filone, più controverso, è quello delle forniture di armamenti. Nel gennaio 2026 si è parlato dell’incursione di gruppi jihadisti sull’aeroporto di Niamey, in Niger, dove uno degli obiettivi dell’attacco erano i droni di fabbricazione turca presenti nello scalo. Si tratta degli stessi droni impiegati in Sudan, nel Corno d’Africa e in altri contesti, apprezzati perché più leggeri, meno costosi e dunque sempre più diffusi nel panorama bellico africano.

Tra gli attori che rappresentano forse la punta più avanzata di questa fase, vanno infine menzionati i Paesi del Golfo. Se fino a poco tempo fa potevano essere considerati come un blocco relativamente omogeneo, oggi le divergenze tra Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita impongono una distinzione più accurata. Gli Emirati Arabi Uniti hanno superato la Cina per investimenti diretti nel continente, con circa 110 miliardi di dollari tra il 2019 e il 2023, concentrati soprattutto sulle energie rinnovabili, nell’ottica di diversificare la propria dipendenza dagli idrocarburi, e sulla logistica. La società emiratina DP World ha disseminato investimenti lungo le coste africane con l’obiettivo di assicurarsi snodi strategici in vista di un possibile ridisegno delle rotte commerciali globali, favorito anche dalla fase di forte disordine politico internazionale, accentuata dalle manovre dell’amministrazione americana. Tra i porti rientranti nell’orbita emiratina vi è anche quello di Berbera, nel Somaliland, un investimento che mette in luce la natura potenzialmente destabilizzante di alcuni attori esterni. L’inserimento di un’infrastruttura strategica in un territorio non riconosciuto formalmente dalla comunità internazionale, con una violazione di fatto della sovranità territoriale somala, segnala infatti un elevato grado di spregiudicatezza nelle pratiche di competizione geopolitica.

 

L’aumento degli investimenti esteri ha contribuito a ridefinire – e al tempo stesso è stato influenzato da – un cambiamento della postura internazionale di molti Paesi africani, sempre più inclini a logiche di realpolitik. Quali sono le origini di questo slittamento?

Alberto Magnani: Si possono individuare alcune conseguenze evidenti di questa sovrabbondanza di offerte di alleanza. Anzitutto, un ampliamento dello spazio diplomatico, che sta consentendo ai governi africani di interloquire simultaneamente con una pluralità di attori, superando una logica di allineamento esclusivo a un singolo blocco. È indicativo il caso della Repubblica Democratica del Congo, caratterizzata da una presenza cinese profondissima nel settore minerario e, al tempo stesso, da un’apertura verso gli Stati Uniti, testimoniata anche dalla partecipazione del presidente Félix Tshisekedi al vertice minerario di Washington. Si configura così una diplomazia policentrica e trasversale, fondata sulla molteplicità dei canali e degli interlocutori. Un’altra conseguenza, strettamente collegata alla prima, riguarda la possibilità di una maggiore autonomia e, potenzialmente, di una più solida coesione politica dell’Unione Africana. L’organizzazione resta segnata da fragilità strutturali, inclusa la difficoltà di elaborare posizioni comuni sulle principali crisi continentali, come dimostrano i ripetuti insuccessi nella gestione del conflitto tra Repubblica Democratica del Congo e Ruanda, che hanno finito per favorire l’intervento di Stati Uniti e Qatar. Al tempo stesso, la crescente varietà di interlocutori internazionali offre agli Stati africani una leva negoziale più ampia, utile a rafforzare la propria capacità di contrattazione collettiva.

La chiave di lettura più efficace sembra essere il passaggio dall’Africa intesa come oggetto di interessi esterni all’Africa come soggetto dotato di una propria agency, capace di incidere sul contesto politico internazionale. L’affollamento di attori esterni e di proposte di alleanza contribuisce paradossalmente a rafforzare questa autonomia, spingendo i singoli Stati africani ad assumere posizioni che non rispondono più automaticamente alle logiche occidentali. Lo dimostra, ad esempio, la mancata condanna da parte di numerosi governi africani della guerra in Ucraina, così come l’atteggiamento più esplicito assunto sulla questione mediorientale, in particolare nel sostegno alla causa palestinese. In questo senso, resta altamente significativa, l’iniziativa del Sudafrica di condannare Israele alla Corte internazionale di giustizia.

 

Guardando all’Europa – e all’Italia in particolare – quale spazio di manovra esiste oggi nel rapporto con l’Africa? Quali prospettive si aprono nel medio periodo?

Alberto Magnani: Da parte dell’Unione Europea c’è un tentativo di rincorsa – in parte goffo – nei confronti di un continente che continua a rappresentare un partner commerciale di prima importanza, con centinaia di miliardi di euro di interscambio e legami che, per ragioni storiche, restano relativamente solidi. A questo proposito è stato varato il Global Gateway, la maxi-strategia infrastrutturale con la quale Bruxelles mira a rilanciare la propria presenza in Africa e a bilanciare, seppur in modo tardivo, la Belt and Road Initiative cinese. Il piano prevede un impegno complessivo di circa 300 miliardi di euro, di cui 150 destinati specificamente al continente africano. L’elemento distintivo rivendicato dall’Unione Europea risiede nell’insistenza su un modello di intervento presentato come più trasparente, multilaterale e qualitativamente più elevato rispetto a quello di altri attori, noti per un maggiore pragmatismo. Allo stesso tempo, però, questa enfasi su un approccio più regolato tende a entrare in tensione con le priorità di molti governi africani, che privilegiano invece soluzioni rapide, flessibili e caratterizzate da una minore interferenza politica, come quelle offerte da altri partner esterni, in particolare dalla Cina.

Il governo italiano, attraverso l’ormai celebre Piano Mattei, si propone come una sorta di ponte economico e politico tra l’Unione Africana e l’Unione Europea, assecondando al contempo interessi nazionali specifici nella regione. Il riferimento principale è al capitolo energetico, ma l’ambizione dichiarata è anche quella di accreditarsi come attore politico di primo piano, con una capacità di iniziativa più marcata rispetto ad altri partner europei. In questo quadro, il dossier migratorio assume un ruolo centrale, come dimostrano i memorandum of understanding stipulati con Paesi quali Tunisia, Egitto e Libia. Il summit Italia-Africa del 2024, che ha inaugurato formalmente il Piano Mattei, si è svolto alla presenza dei vertici delle istituzioni europee, tra cui Ursula von der Leyen, Charles Michel, allora presidente del Consiglio europeo, e Roberta Metsola, riconfermata alla guida del Parlamento europeo. Resta comunque aperta la questione della reale portata innovativa del Piano Mattei rispetto a quello che il governo Meloni definisce un cambio di paradigma nei rapporti con l’Africa. L’analisi dei fatti restituisce un bilancio sostanzialmente in bilico: va riconosciuto un interesse per il continente africano che in precedenza era rimasto in larga misura inespresso, ma emergono diverse criticità nella sostanza del Piano Mattei. L’approccio appare nettamente sbilanciato su alcuni settori e tende a riproporre progetti già esistenti, più che a delineare iniziative realmente nuove. Si aggiungono interrogativi sulla continuità del piano nel medio e lungo periodo, soprattutto nella misura in cui resta strettamente identificato con l’attuale schieramento di governo, rendendo difficile immaginarne una trasformazione in una strategia nazionale condivisa e duratura. Più in generale, il cambio di paradigma annunciato non sembra essersi tradotto in una trasformazione effettiva dell’impostazione di fondo, che continua a risentire di una prospettiva eurocentrica e di una certa sfumatura paternalistica. Un aspetto già evidenziato in modo esplicito dall’allora presidente della Commissione dell’Unione Africana, Moussa Faki, durante il vertice Italia-Africa del 2024, quando osservò in maniera abbastanza tranchant “avremmo gradito essere consultati”. Un’affermazione rimasta emblematica, perché sintetizza il paradosso di un rinnovato interesse europeo per l’Africa che, tuttavia, rischia ancora di non coinvolgere pienamente nei processi decisionali i diretti interlocutori.

 

Dal punto di vista dei Paesi africani, quale peso specifico assume la retorica anti-immigrazione adottata dal nostro governo sulla reputazione dell’Italia come partner affidabile?

Alberto Magnani: È un punto rilevante, poiché è piuttosto evidente che l’Italia gode, in molti contesti africani, di una considerazione diversa e talvolta più favorevole rispetto ad altri Paesi europei, in particolare rispetto alla Francia, il cui rapporto con il continente resta segnato da fratture profonde. Questa apertura di credito nei confronti dell’Italia tende spesso a rimuovere o a minimizzare elementi problematici del passato, come i crimini coloniali italiani, l’atteggiamento tutt’altro che benevolo del fascismo o alcune pratiche economiche messe in atto da attori italiani nel corso del tempo. Nonostante ciò, questo capitale simbolico continua a rappresentare un fattore che gioca a favore dell’Italia. Anche la figura di Giorgia Meloni contribuisce, in parte, a questa percezione, poiché è una leader che in alcuni casi risulta apprezzata dagli omologhi africani, come dimostra il buon rapporto con il primo ministro etiope Abiy Ahmed Ali. Sul piano economico, le imprese italiane, in particolare le piccole e medie imprese, hanno mostrato una capacità di adattamento e di interlocuzione efficace in diversi contesti africani, seguendo traiettorie differenti rispetto ai grandi colossi energetici. Allo stesso tempo, però, la linea esplicitamente anti-migratoria del governo italiano rappresenta un elemento tutt’altro che secondario e rischia di produrre ricadute concrete nei rapporti con i governi africani. La volontà di rilanciare relazioni bilaterali più strette entra in tensione con i toni aggressivi rivolti agli stessi cittadini africani, dando luogo a una contraddizione potenzialmente esplosiva. Esemplare è un caso che ha riguardato la Tunisia. Lo Stato nordafricano si è trovato in forte attrito con l’Unione Africana quando il presidente Kais Saied ha evocato il rischio di una “africanizzazione” della Tunisia, utilizzando un linguaggio non distante da quello che emerge in ampi strati del dibattito europeo e italiano, fino a derive deliranti come quelle legate alla remigrazione, che, tuttavia, stanno acquisendo una crescente visibilità nel discorso pubblico.

 

Quali categorie migratorie, in realtà, interessano principalmente il continente africano e da quali esigenze sono mosse?

Alberto Magnani: Le migrazioni africane restano in larga misura interne al continente e sono alimentate da una combinazione di instabilità economica e politica, dalla proliferazione dei gruppi armati e da quella che si sta affermando come una delle principali emergenze strutturali, ovvero il cambiamento climatico. Secondo le stime di diverse organizzazioni internazionali, le migrazioni climatiche produrranno nei prossimi decenni milioni di climate refugees, non solo in Africa ma su scala globale. Nel loro insieme, queste diverse forme di mobilità, generate da un intreccio di fattori sociali, economici e ambientali, contribuiscono a creare ulteriori dinamiche di pressione all’interno del continente. Le migrazioni legate al clima, in particolare, alimentano dispute ricorrenti per il controllo del territorio e per l’accesso alle risorse, mentre il sovraffollamento urbano diventa in molti casi un ulteriore fattore di tensione, accentuando le disuguaglianze e le fratture sociali nei contesti cittadini.

Su questi fenomeni incidono in modo significativo anche le complessità logistiche, particolarmente evidenti in un continente tanto vasto quanto deficitario nelle sue connessioni. La densità della rete stradale africana è notoriamente insufficiente e i controlli di frontiera risultano spesso farraginosi e appesantiti, in apparente contrasto con la porosità di molti suoi confini. Non a caso, la libera circolazione delle persone rappresenta uno degli obiettivi centrali dell’Unione Africana e della sua Agenda 2063. Favorire la mobilità significa innanzitutto liberare il capitale umano all’interno del continente e promuovere uno scambio intellettuale ed economico con potenziali ricadute benefiche per le popolazioni. Allo stesso tempo, la libera circolazione può costituire un elemento strategico per rafforzare la coesione e avanzare nel processo di integrazione politica continentale. L’identità africana, pur esistendo sul piano politico, emotivo, sociale e storico, non ha ancora trovato un pieno compimento in termini comunitari e istituzionali. In questo senso, la libertà di circolazione delle persone può rappresentare un fattore decisivo di consolidamento, così come avvenuto in Europa: l’abbattimento dei confini interni potrebbe trasformarsi in una spinta concreta verso un’integrazione politica più profonda.

 

Nelle pagine finali del libro emerge un obiettivo forse ancora più ambizioso del raccontare la pluralità dell’Africa senza idealizzarla. Un passaggio che lei definisce come l’ultimo, e forse più arduo, atto di decolonizzazione, quello che riguarda la nostra forma mentis. A che punto siamo? Quali responsabilità hanno i media e cosa manca, nel dibattito pubblico italiano, per comprendere davvero la complessità del continente?

Alberto Magnani: La cosiddetta “copertura” mediatica dell’Africa in Italia sembra si stia in parte ravvivando, anche grazie al Piano Mattei e alle dinamiche di contesa geopolitica sul continente. Ma la produzione giornalistica resta quantitativamente e qualitativamente ancora decisamente limitata. L’attenzione inadeguata all’Africa di un certo giornalismo italiano nasce anche dalle vecchie tendenze cronachistiche e dalla convinzione che i lettori cerchino “notizie” già vecchie di ore sui giornali di carta, quando il ruolo di un giornalismo sano e sostenibile deve essere l’opposto: fornire strumenti di comprensione e anticipare, interpretare fenomeni.

Un esempio lampante è l’interesse estemporaneo verso il Sudan, sfumato in fretta ed emerso durante un temporaneo calo della copertura della crisi mediorientale. Questo episodio evidenzia la scarsa comprensione della portata globale e strategica dell’Africa, con un impoverimento informativo notevole: il continente viene osservato solo quando interessa l’Europa, in modo discontinuo, e spesso con una prospettiva che, anche se benevola, lo tratta come un oggetto più che come un soggetto attivo. Una comprensione più efficace dovrebbe invece partire dal ribaltamento di queste fallacie interpretative. Servirebbe adottare una prospettiva afrocentrica, considerando il continente per il suo valore intrinseco e per il suo ruolo nel contesto internazionale. È necessaria la capacità di superare un’informazione condotta con superficialità, che ancora ragiona secondo vecchi schemi in cui al centro ci sono Stati Uniti, Europa e Cina, trascurando un mondo i cui equilibri sono profondamente cambiati. Prima si riconosce che il cosiddetto Global South rappresenta in realtà la maggioranza globale, prima si può arrivare a una comprensione più accurata dell’Africa e, più in generale, a una lettura meno stereotipata dei rapporti internazionali.

Scritto da
Antonio Francesco Di Lauro

Studia presso la facoltà di Scienze Politiche – ramo Relazioni internazionali dell’Università di Bologna. Collabora con diverse realtà giornalistiche e vari blog. Ha partecipato al corso 2024 di “Traiettorie. Scuola di lettura del presente”.

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