Le origini dell’integrazione europea. Intervista a Sandro Guerrieri
- 17 Maggio 2021

Le origini dell’integrazione europea. Intervista a Sandro Guerrieri

Scritto da Andrea Cavalcanti

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Sandro Guerrieri è Professore ordinario di Storia delle Istituzioni politiche nel Dipartimento di Scienze politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma. È autore di numerose pubblicazioni sulla storia costituzionale italiana e francese e sulla storia delle istituzioni europee, tra cui “Un Parlamento oltre le nazioni. L’Assemblea Comune della CECA e le sfide dell’integrazione europea (1952-1958)” (il Mulino, 2016), e “Costituzioni allo specchio. La rinascita democratica in Francia e in Italia dopo la liberazione” (il Mulino, 2021). Questa intervista approfondisce le origini dell’integrazione europea nel secondo dopoguerra.


Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, in Europa si iniziò a parlare della possibilità di dare vita ad una integrazione tra gli Stati europei occidentali. Quali furono i soggetti politici o culturali che proposero di costruire una comunità sovranazionale? Per quali ragioni politiche, economiche e culturali fu promossa l’idea dell’integrazione europea? 

Sandro Guerrieri: Durante la Seconda guerra mondiale emergono diverse correnti che saranno all’origine del processo di integrazione europea. Se parliamo di un’idea di Europa sovranazionale, dobbiamo innanzitutto prendere in esame la corrente federalista, che comprendeva peraltro al suo interno diversi orientamenti. Abbiamo la visione federalista legata alla figura di Altiero Spinelli; troviamo, soprattutto nel mondo francofono, la corrente del federalismo integrale, di origini proudhoniane, che concepiva il federalismo come un processo di organizzazione sociale di natura comunitaria che, di livello in livello, giungeva alla dimensione sovranazionale. Dalle riflessioni condotte durante la guerra nascerà, dopo il 1945, anche un federalismo di tipo parlamentare, che troverà espressione nell’Assemblea costituente italiana, nel Parlamento francese e in altre assemblee dei Paesi occidentali e sarà coordinato dall’Unione parlamentare europea, costituita sotto la direzione del conte Richard Coudenhove-Kalergi. L’Unione parlamentare europea promosse l’idea di un Unione europea di tipo sovranazionale, e cioè di una comunità politica basata su una costituzione. Tornando a Spinelli, il Manifesto di Ventotene, di cui ricorre l’ottantesimo anniversario quest’anno, scritto con Ernesto Rossi e con la collaborazione di Eugenio Colorni, partiva dall’idea di una sorta di degenerazione del processo di affermazione dello Stato nazionale, che aveva sviluppato una intrinseca vocazione alla competizione con gli altri Stati; l’unico modo, secondo gli autori del Manifesto, per evitare che si riproducesse un quadro di conflitti, era pertanto il superamento della divisione in Stati nazionali sovrani. Nel Manifesto di Ventotene si propugnava un’idea molto radicale di sovranazionalità politica, idea che però si scontrava, nel corso della guerra, con le parole d’ordine di quelle correnti della Resistenza che, nel battersi contro i nazifascisti, mettevano in primo piano il tema di una rifondazione democratica dello Stato-nazione. Su come immaginare il futuro delle nazioni vi erano quindi idee diverse. Ancora più legata alla dimensione nazionale sarebbe stata, all’indomani della guerra, l’impostazione unionista, che ebbe come esponente principale Winston Churchill, secondo il quale la costruzione europea doveva poggiare su una cooperazione tra i governi.

 

Lei ha delineato le due principali idee di Europa emerse durante gli anni Quaranta: il federalismo e l’unionismo. Queste due idee di Europa emersero soprattutto durante il Congresso dell’Aia del maggio 1948. Quale significato assunse il Congresso? I governi europei come accolsero le idee del Congresso? 

Sandro Guerrieri: Il Congresso dell’Aia, che vide la partecipazione di circa 750 personalità rappresentative del mondo della politica, della cultura, delle imprese e delle organizzazioni sindacali, fu un incontro incentrato sull’obiettivo di dar vita a forme di cooperazione europea dopo le macerie della guerra. Il Congresso affrontò diverse questioni: innanzitutto si partiva dall’idea della necessità di trovare delle forme identitarie comuni sul piano culturale, in modo tale da poter creare le fondamenta di un percorso politico che si basasse anche su elementi sentiti come altamente rappresentativi della civiltà europea. Abbiamo, per esempio, il bellissimo discorso di Salvador de Madariaga, diplomatico spagnolo, esule, scrittore, presidente dell’Internazionale liberale, che sottolineò le comuni radici culturali dell’Europa. Furono avanzate proposte pionieristiche: il filosofo francese Étienne Gilson invitò a prospettare dei periodi di studio all’estero per gli studenti universitari, da poter far riconoscere nel curriculum universitario di ciascuno studente: era l’idea che si realizzerà molti anni dopo con il programma Erasmus. Sulla base di questa sottolineatura delle radici comuni dell’identità europea, si sviluppò un confronto fra le diverse anime dell’europeismo, e cioè soprattutto tra la visione federalista, nelle sue diverse articolazioni, e quella unionista, rappresentata in primis dalla grande figura di Churchill. Da parte unionista, non si voleva rinunciare alla salvaguardia delle strutture degli Stati nazionali, anche perché se personalità come Spinelli avevano vissuto drammaticamente l’esperienza del nazionalismo fascista, e quindi erano portate ad attribuire alla nazione una intrinseca vocazione aggressiva e autoritaria, il percorso di Churchill era stato quello di un uomo di Stato che aveva assunto la guida del suo Paese nell’ «ora più buia» conducendolo alla vittoria contro Hitler e Mussolini. In Churchill non vi era quindi l’idea di un superamento della dimensione nazionale, tutt’altro: ciò che proponeva era una cooperazione tra le nazioni. Da questo confronto, che vide una certa prevalenza della corrente unionista (che era stata all’origine del resto dell’organizzazione materiale del congresso), nasceva comunque l’idea di creare una prima struttura europea dotata di una sua Assemblea. Si avviò pertanto il processo che un anno dopo condusse alla nascita del Consiglio d’Europa, all’interno del quale fu peraltro conferito un ruolo preminente al Comitato dei ministri. Questo era affiancato da un’Assemblea, denominata significativamente “consultiva” perché priva di poteri decisionali. Ciò nonostante, questa Assemblea, composta inizialmente di personalità di prim’ordine della classe politica del tempo – a cominciare dallo stesso Churchill –, assunse iniziative molto importanti, tra cui quella – che riprendeva una proposta del Congresso dell’Aia – dell’elaborazione di una Carta dei diritti europea, da far rispettare tramite l’introduzione di un meccanismo giurisdizionale di controllo: fu così messo in moto il processo che condusse alla firma, il 4 novembre 1950, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

 

Il 1950 fu l’anno della svolta. Il 9 maggio il Ministro degli esteri francese, Robert Schuman, su proposta di Jean Monnet, suggerì di ricondurre la produzione di carbone e di acciaio sotto l’egida di un’Alta autorità comune europea: fu la cosiddetta “dichiarazione Schuman”. Chi erano Schuman e Monnet? Inoltre, riguardo al dibattito sulle origini della costruzione europea, una corrente storiografica, che ha come maggiore punto di riferimento lo storico Alan Milward, ritiene che il processo di integrazione europea, nella sua concreta realizzazione storica, non è servito tanto a realizzare l’unità europea, quanto a consentire ai singoli Stati di intraprendere una nuova fase di sviluppo. La principale finalità non sarebbe stata superare gli Stati nazionali europei, ma rafforzarli, in un quadro, quello del secondo dopoguerra, che li aveva sensibilmente ridimensionati nel contesto internazionale. Cosa ne pensa di questa interpretazione? Collegandomi a questa riflessione, secondo lei Schuman e Monnet avanzarono la proposta di ricondurre la produzione dell’acciaio e del carbone sotto l’egida di una Alta autorità comune per realizzare una costruzione europea sovranazionale, oppure il principale scopo fu difendere un interesse nazionale, quello francese, dato che la Francia era timorosa della competitività nell’ambito del carbone e dell’acciaio della sua nemica secolare, la Germania?

Sandro Guerrieri: Schuman fu a livello politico uno dei principali promotori, insieme a Adenauer e De Gasperi, del processo di integrazione europea. Monnet era invece un tecnocrate, una personalità che, oltre ad avere svolto una importante attività a livello internazionale nel periodo tra le due guerre, anche come uomo d’affari, era poi diventato il Commissaire général au Plan della Francia postbellica, quindi era la figura che coordinava lo sforzo di ricostruzione del Paese. Schuman è una figura interessante perché la sua biografia è emblematica delle vicissitudini drammatiche della storia europea: lorenese da parte di padre, era stato cittadino tedesco fino al 1918, quando la Lorena e l’Alsazia erano tornate alla Francia, che le aveva perdute nella guerra franco-prussiana del 1870. Schuman era pertanto un uomo di frontiera, e fu anche per questa ragione che accolse con grande favore la proposta, che fu di Monnet, di creare una autorità comune che gestisse due risorse in quel momento fondamentali per l’economia di tutti i Paesi, e cioè il carbone e l’acciaio. Con questa proposta, si perseguiva un interesse nazionale? Sicuramente sì, perché vi era la volontà di assicurare all’industria francese, nel momento della ricostruzione e poi del suo successivo sviluppo, un adeguato approvvigionamento di risorse energetiche fondamentali, quali erano all’epoca quelle carbonifere. Allo stesso tempo, si voleva tenere sotto controllo la potente siderurgia tedesca, e quindi evitare che ricominciasse quella concorrenza che si era sviluppata invece nei decenni precedenti, con una penalizzazione per l’economia francese. Tuttavia, a questo interesse nazionale si collegava senz’altro un interesse più generale: se da un lato non si seguì certo l’impostazione federalista di un’immediata unione politica sovranazionale, dall’altro l’interesse della Francia veniva inquadrato in un interesse comune. Si cercava cioè una sintesi tra l’interesse nazionale e l’interesse europeo. La vocazione europea non era un artificio che copriva un mero interesse egoistico dello Stato proponente: si era convinti che la creazione di un’autorità comune nel campo del carbone e dell’acciaio andasse a vantaggio non solo della Francia, ma anche degli altri Stati, perché si avviava una pacifica crescita economica per tutti i Paesi coinvolti. A differenza di quanto era avvenuto nei decenni precedenti, l’interesse nazionale in questo caso si sganciava dal nazionalismo e si inquadrava in una forma cooperativa con altre nazioni. Il cuore della proposta era costituito dall’idea di una autorità tecnica sovranazionale: la gestione dei due settori non doveva essere affidata a rappresentanti governativi che avrebbero subito cominciato a litigare tra di loro, ma a un organo composto da personalità indipendenti dagli Stati. Ricordiamo inoltre che carbone e acciaio erano anche due risorse fondamentali nello sviluppo degli armamenti. Tenerle sotto controllo significava scongiurare il ritorno a politiche di riarmo aggressive tra Paesi che si erano periodicamente combattuti. Per quanto riguarda la tesi di Milward, essa coglie un aspetto che indubbiamente è ben presente nella costruzione europea postbellica. La sua lettura smentisce da un certo punto di vista la previsione contenuta nel Manifesto di Ventotene, dove l’approdo immediato a una comunità sovranazionale di tipo politico era visto come l’unico antidoto per scongiurare il sorgere di nuovi conflitti tra le nazioni. Milward mette in luce che gli Stati nazionali hanno invece beneficiato dell’integrazione europea per rilanciarsi in quanto tali: la connessione molto stretta, su cui il Manifesto di Ventotene aveva posto l’accento, tra sovranità nazionale e nazionalismo è venuta meno e i rapporti tra gli Stati nazionali si sono riconfigurati in un clima cooperativo che ha favorito al loro interno la crescita economica e lo sviluppo dei sistemi di welfare, garantendo migliori condizioni di vita ai cittadini. Detto ciò, l’approfondimento nel tempo del processo di integrazione ha fatto sorgere nuovamente il tema di una più forte integrazione politica, necessaria per coordinare lo sviluppo delle politiche comuni.

 

L’ultimo tema che vorrei affrontare è la posizione dell’Italia rispetto alla nascita del processo di integrazione europea. Innanzitutto, quali furono le ragioni che portarono l’Italia ad aderire immediatamente alla CECA? In secondo luogo, le vorrei chiedere una riflessione sulla figura di De Gasperi. Come si è detto, De Gasperi è ritenuto uno dei padri fondatori della costruzione europea. Negli ultimi anni della sua esperienza politica, e della sua vita, De Gasperi si avvicinò alle posizioni federaliste. È corretto considerare l’ultimo De Gasperi un federalista tout-court o invece, come nel caso di Schuman, il suo principale scopo fu conciliare l’interesse nazionale con l’interesse europeo?

Sandro Guerrieri: De Gasperi aveva ben chiara la posizione internazionale dell’Italia dopo il disastro del Ventennio fascista e la guerra perduta. Egli era andato alla Conferenza di pace a Parigi, aveva parlato al Palais du Luxembourg il 10 agosto 1946 in un’atmosfera di gelo, in quanto era considerato il Presidente del Consiglio di un Paese sconfitto, un Paese che aveva sferrato la coltellata alla schiena alla Francia agonizzante con la dichiarazione di guerra del 10 giugno 1940. Per De Gasperi, la partecipazione alla costruzione europea, oltre che all’alleanza atlantica, rappresentava il modo tramite il quale l’Italia poteva ritrovare un ruolo sul piano internazionale. In secondo luogo, l’adesione al processo comunitario poteva offrire un quadro favorevole alla ricostruzione e allo sviluppo dell’economia italiana. Nell’industria siderurgica era stato avviato un processo di modernizzazione portato avanti dalla FINSIDER, e si riteneva che il quadro comunitario lo potesse favorire, aprendo nuovi spazi per l’industria italiana. C’era poi una questione fondamentale, che spesso noi italiani in questi ultimi anni o decenni tendiamo a dimenticare: l’Italia era un Paese di emigrazione, e quindi la possibilità di entrare in una comunità con altri Paesi era vista anche come un modo per favorire le possibilità di impiego dei nostri connazionali all’estero. La libertà di circolazione dei lavoratori fu introdotta nei trattati comunitari soprattutto su richiesta dell’Italia: ce lo dovremmo sempre ricordare. Venendo alla questione del federalismo di De Gasperi, è certo che nel corso degli anni ci fu un progressivo avvicinamento all’idea federalista di costruzione di una comunità politica: fu grazie a De Gasperi che il Trattato sulla Comunità europea di difesa del 1952 contenne un articolo che poteva avviare un percorso di questa natura. In questa apertura di De Gasperi alla dimensione sovranazionale ebbe probabilmente un ruolo anche la sua esperienza – in quanto trentino – di cittadino dell’Impero Asburgico fino al 1918 e di parlamentare a Vienna: come Schuman, era stato anch’egli un “uomo di frontiera”. Va detto però che il federalismo a cui De Gasperi approdò nell’ultimo periodo della sua vita non era di tipo ideologico. L’aspetto messo in luce da Milward, e cioè l’obiettivo del rilancio dello Stato nazionale dopo le vicende belliche, era in lui ben presente. Ma la visione dell’interesse nazionale italiano era saldamente inserita in De Gasperi in un quadro di integrazione europea che doveva estendersi alla dimensione politica. Negli ultimi anni della sua vita, l’Italia e l’Europa diventarono per lui un binomio sempre più indissolubile.

Scritto da
Andrea Cavalcanti

Classe 1996, nato a Roma, si è laureato nel 2019 in Scienze politiche e relazioni internazionali presso l’Università di Roma “La Sapienza” con una tesi in storia contemporanea. È attualmente uno studente magistrale in Relazioni internazionali presso la medesima università. Appassionato di storia e di politica, nell’ambito universitario si è occupato soprattutto della storia del fascismo e della storia dell’integrazione europea.

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