Le radici della rivolta in Tunisia, dieci anni dopo. Intervista a Leila El Houssi
- 17 Dicembre 2020

Le radici della rivolta in Tunisia, dieci anni dopo. Intervista a Leila El Houssi

Scritto da Giacomo Centanaro

12 minuti di lettura

Leila El Houssi è Professore a contratto di “Storia e istituzioni dell’Africa” presso l’Università La Sapienza di Roma. Ha tenuto corsi dedicati alla storia del Medio Oriente e dei Paesi islamici presso gli atenei di Padova e Firenze. Tra i maggiori esperti italiani sul caso tunisino, oltre a numerose pubblicazioni scientifiche ha pubblicato, con Carocci Editore, i saggi Il risveglio della democrazia. La Tunisia dall’indipendenza alla transizione (2019) e L’urlo contro il regime. Gli antifascisti italiani in Tunisia tra le due guerre (2014)

Leila El Houssi

 

La riorganizzazione di potere a livello internazionale concomitante con lo stabilirsi dell’unipolarismo statunitense decretò la nascita di un nuovo ordine, con nuove regole. Il sistema di incentivi della pax americana spinse anche gli Stati nordafricani (fossero questi retti da regimi civili o militari) a orientarsi verso nuove direttrici di sviluppo che (riassumendone le caratteristiche) orientavano ordinamenti statali accentratori e scarsamente partecipativi a strutturare un sistema politico interno più aperto e un sistema economico più liberalizzato. Le innovazioni istituzionali, tuttavia, riformarono solo superficialmente il sistema di potere dei governi nordafricani, dando vita a quelli che potremmo definire degli “equilibrismi autoritari” in cui venivano varati processi riformatori, ma la rete di potere che innervava gli Stati rimaneva invariata. Transizioni istituzionali incomplete e la mancata capacità – o possibilità – di offrire opportunità di sviluppo alle proprie popolazioni hanno esasperato il distacco tra società civile e classe politica. Queste contraddizioni hanno perdurato per trent’anni e – come è possibile vedere – rappresentano ancora il principale fattore di instabilità per numerosi Stati nordafricani. Una situazione che ha portato all’aprirsi di nuove faglie nel solco di particolarismi locali, settarismo e, soprattutto, del richiamo a modelli diversi di interazione fra Stato e società, rappresentati dall’alternativa islamista delle forze politiche riconducibili alla Fratellanza Musulmana.


Nel suo libro Il risveglio della democrazia, dedicato al caso della Tunisia, questo processo è evidente con la presidenza di Ben Ali, e guardando alla vicina Algeria e all’Egitto, possiamo notare tendenze simili. Perché, secondo lei, è importante guardare ai fenomeni degli anni Novanta per comprendere le tensioni esplose alla fine del 2010 e i loro sviluppi attuali?

Leila El Houssi: Quello che è accaduto nel dicembre 2010 a partire dalla Tunisia con l’immolazione di Mohamed Bouazizi e quello che è avvenuto dopo non si è raggiunto senza motivazioni. È frutto di un percorso storico, e per comprenderlo appieno si deve tornare indietro per guardare anche all’evoluzione del percorso politico dei Paesi coinvolti. In Tunisia nel 1987 Ben Ali prese il potere attraverso un colpo di Stato “medico” che sembrò rappresentare uno spiraglio di luce per la società civile: nellottobre 1987 venne nominato primo ministro da Habib Bourguiba, che sarà destituito un mese dopo dallo stesso Ben Ali, secondo quanto previsto dalla costituzione tunisina, dopo aver dimostrato lincapacità del Presidente ad adempiere alle sue funzioni. Gli ultimi ombrosi anni della presidenza Bourguiba, infatti, furono marchiati dalla svolta autoritaria del regime e l’arrivo di Ben Ali sembrò coincidere con una grande apertura, si parlava di pluralismo politico, elezioni, democrazia e soprattutto di “cambiamento”: ovunque in Tunisia si vedevano cartelloni con scritto Changement!. Ma l’effervescenza collettiva non durò molto, gli anni Novanta aprirono questioni internazionali importanti. Innanzitutto, il crollo della logica dei blocchi determinò una dimensione di fondo diversa nel sistema internazionale, a questo seguì la Prima guerra del Golfo e infine l’avanzata di quello che al tempo veniva chiamato “integralismo islamico” e a cui oggi ci si riferisce con “islamismo”. Pochi anni dopo la presa del potere, Ben Ali adottò la politica del “contenimento dell’islamismo”, che servì anche a operare una forte repressione nei confronti di chiunque potesse opporsi al suo potere e ingenerò nella società civile paura e timore e questo secondo la politologa francese Béatrice Hibou era il tratto caratteristico della condizione tunisina. L’instaurazione dell’obbedienza avvenne con forza, non si parlava per timore delle repressioni perpetrate costantemente nei confronti di chi era in opposizione al governo, spesso con la scusa del contenimento dell’islamismo. Ma a essere oggetto della repressione non erano soltanto membri di frange radicali, ma soprattutto persone che appartenevano ad altri partiti e movimenti (per esempio il partito comunista tunisino). Guardando al contesto regionale, si deve tenere conto della vicinanza con l’Algeria, che nel 1991 vide la vittoria elettorale del Fronte islamico di salvezza, e che sprofondò poi in una sanguinosa guerra civile; da qui la paura tunisina di un possibile contagio. Di fatto, il contesto regionale ha influenzato il contesto politico in Tunisia, determinando un cambiamento a partire degli anni Novanta. La torsione autoritaria ha portato all’insofferenza la società civile determinando quella che è stata la rivolta del 2010-2011.

 

Parte della letteratura economica dedicata ai processi di sviluppo, individua come uno dei fattori determinanti per lo sviluppo di un’economia robusta, il ruolo giocato dalle istituzioni. Il fatto che alcune opportunità economiche non siano colte e che i benefici non vengano estesi a gran parte della popolazione è, infatti, strettamente connesso con gli ostacoli e i condizionamenti che le autorità pubbliche pongono alle istanze di accesso e cambiamento politico della società civile attraverso i canali legali. In piazza Tahrir nell’inverno del 2011 non si protestava primariamente affinché il governo alzasse determinati sussidi, ma perché le istituzioni statali, dominate da interessi clientelari, non garantivano né adeguati servizi pubblici né adeguate opportunità di impiego e di sviluppo del potenziale umano di una popolazione di (allora) 84 milioni di abitanti. Come mai la Tunisia, con gli stessi problemi istituzionali, è riuscita ad avviare un processo democratico che rispondesse a queste istanze? Quali fattori hanno impedito la stessa cosa in Algeria ed Egitto?

Leila El Houssi: Sicuramente bisogna considerare l’aspetto economico, ma il ruolo determinante fu giocato dalla grande insofferenza nei confronti di questi regimi repressivi che violavano radicalmente la dignità e l’identità delle popolazioni. È fondamentale ricomporre i fili di queste dinamiche. Sia nelle piazze reali che in quelle virtuali (che dimostrarono per la prima volta la loro enorme importanza) veniva lanciato quello che possiamo chiamare “l’urlo di dignità e libertà”. L’elemento generazionale in questo fu determinante: in piazza scesero le generazioni più giovani, nate negli anni Novanta, che nell’arco della loro vita avevano convissuto sempre ed esclusivamente con una l’incarnazione più oppressiva del governo, sia con Ben Ali in Tunisia che con Mubarak in Egitto. Protestavano per avere quei diritti e quelle libertà che non avevano mai vissuto. Questa dimensione, non scientifica, ma puramente umana ed emotiva, spesso non viene considerata abbastanza, ma posso garantire – con la mia diretta esperienza – quale fosse il sentimento dei tunisini. La Tunisia iniziò poi a intraprendere faticosamente un lungo percorso di democratizzazione (tuttora in atto) nel tentativo di ricomporre le fratture e i cambiamenti derivati da quella che sono fermamente convinta nel definire non una “rivoluzione”, bensì una rivolta, e questo è un punto importante da ricordare. Gli avvenimenti che a partire dalla Tunisia hanno infiammato le società mediorientali non erano inizialmente condizionati da ideologie precise, legate a soggetti politici strutturati o a particolari istanze, non vi erano simboli religiosi. Dal punto di vista dello storico i dieci anni trascorsi sono un lasso di tempo sensibilmente inferiore a quello percepito da altre discipline, è però possibile affermare che se la Tunisia ha intrapreso un percorso di democratizzazione che tuttora procede, questo è dovuto alla sua storia, peculiare se confrontata con quella degli altri Stati mediorientali. Innanzitutto, la Tunisia fu un protettorato francese per 75 anni (dal 1881 al 1956) e non una colonia e questo consentì margini di autonomia; secondo elemento essenziale è la leadership del movimento nazionalista anticoloniale.

Nel 1934 Habib Bourguiba fondò il Neo-Destur, dopo una scissione dal partito Destur, animato principalmente da notabili (più che all’indipendenza miravano a un’autonomia più circostanziata); Bourguiba oltre che ad aver studiato al Collegio Sadiki, che aveva formato per decenni la classe dirigente tunisina, si era formato in Francia, dove sposò una donna francese, diventò avvocato e praticò la professione. Bourguiba rappresentava quindi una sintesi tra la potenza dominante e la Tunisia, assorbendo i valori fondanti dello Stato francese – derivati dalla Rivoluzione – e trasponendoli nella lotta per l’indipendenza della madrepatria e nella sua visione di una società tunisina moderna e secolare. Si deve notare che questa dinamica è comune a molti leader nazionalisti dell’Africa subsahariana, come il Senegal. Fu fondamentale il fatto che il movimento nazionalista fosse incarnato e sia stato portato alla vittoria da una figura come Bourguiba e non, per esempio, da posizioni come quella di Salih Ben Yusuf, altro dirigente del Neo-Destur che mirava a costituire una Tunisia legata al movimento panislamico. Quando Bourguiba divenne presidente nel 1957, dopo aver ottenuto pacificamente l’indipendenza, inserì con il Codice di statuto personale del 1956 e la Costituzione del 1959 una serie di norme che hanno portato a costituire un Paese “islamicamente laico”. Un Paese che rispetto all’Algeria e all’Egitto ha storicamente vissuto una condizione di transculturalità, essendo teatro di migrazioni (addirittura dai tempi delle repubbliche marinare italiane) e di interazioni con altre culture; questo determinò una condizione di eterogeneità e quindi di inclusione – anche religiosa – visibile nella Tunisia di oggi, che la distingue da Paesi della regione più monolitici. È vero, in Egitto è presente una minoranza copta importante, ma vi sono stati conflitti accesi; l’Algeria poi ha una storia ancora più diversa: è stata una colonia francese e poi un pezzo stesso della Francia metropolitana e ha vissuto la politica dell’assimilazione da parte francese. La Tunisia fu tutelata da queste dinamiche in virtù dello status di protettorato, e questo secondo me è la chiave per capire perché oggi, nonostante tutto, la Tunisia sia riuscita ad avviare un processo democratico.

Ogni regime politico si fonda in ultima istanza sulla dimensione del consenso, non da intendersi esclusivamente nella dimensione del sostegno elettorale quanto anche nella volontà dei funzionari, militari e civili che siano, di rendersi esecutori di alcuni indirizzi politici, al di là degli obblighi di legge. Se guardiamo alla storia dei colpi di Stato di matrice militare in Medio Oriente a partire dagli anni Quaranta del Novecento, notiamo che la maggior parte di questi sono stati guidati e portati a compimento da ufficiali di medio rango, ossia quelli di grado più alto ad essere a stretto e costante contatto con la maggioranza delle truppe. Cosa impedisce che tali dinamiche si ripresentino in uno scenario come quello algerino? Perché, a fronte di una vasta e conclamata insoddisfazione della società algerina, non vi sono stati cambiamenti radicali e, anzi, si è andati verso una sostanziale stasi?

Leila El Houssi: Si deve innanzitutto ricordare che l’Algeria ha avuto una storia pesantissima, marcata da numerosi e intensi conflitti, dalla conquista francese nel 1830 all’estenuante guerra di indipendenza tra il 1954 e il 1962. Dalla guerra civile uscì vincitore il Fronte di liberazione nazionale (FLN) che costituì il nerbo della classe politica e di governo del Paese. I decenni di governo dell’FLN videro il rapido sviluppo di un regime oppressivo marcato da relazioni e dinamiche clientelari e di corruzione. Il punto di rottura tra l’apparato statuale e la società si concretizza con la vittoria alle elezioni generali del gennaio 1992 del Fronte islamico di salvezza (FIS), che – in linea con ciò che stava avvenendo in molti altri Paesi della regione – incarnava l’alternativa di governo islamista alle élite partitico-militari che avevano governato ininterrottamente dall’indipendenza del Paese. Di fatto, due mesi dopo la vittoria elettorale, un colpo di mano delle forze armate sconfessò il risultato delle elezioni e il FIS fu dichiarato fuori legge; da quel momento iniziò il dramma di una guerra civile di inaudita violenza (1991-2002). La chiusura di questo periodo coincise con i primi anni di governo del presidente Abdelaziz Bouteflika, che guidò il Paese dal 1999 al 2019.

Quella algerina è una società stanca, lo dimostra anche il fatto che nel 2010-2011 non fu toccata da disordini comparabili con quelli dei suoi vicini. Questo è eredità della guerra civile, i cui dieci anni di conflitto sono ancora un monito recente delle conseguenze derivanti da una rottura radicale dell’ordine costituito. Da circa due anni però si è riscontrato un fermento nella società evidente con i venerdì di protesta che proseguirono per 9 mesi nel 2019, per chiedere un rinnovo dell’élite al potere. L’Algeria in arabo viene a volte detta aljazayir almaskina, “povera Algeria”, per tutto quello che ha subito negli anni. Il ritorno della società civile nel chiedere cambiamenti e quindi il suo non rassegnarsi è però un segnale importante.

Il motivo per cui settori dell’esercito più vicini alle condizioni di vita della popolazione non abbiano tentato di spingere per o contribuire a una rigenerazione del potere va visto nel timore verso il fenomeno dell’integralismo islamico che potrebbe approfittare di ogni crepa nel sistema di potere. L’esercito guarda alla prospettiva di perdere il potere con una profonda angoscia, poiché come in Egitto – sotto questo punto di vista i due Paesi si somigliano molto – l’esercito è stato per decenni l’incarnazione onnipresente dell’autorità, dello Stato e delle sue articolazioni. Inoltre, ci sono ovviamente le particolari condizioni storiche: l’esercito algerino storicamente ha dimostrato di essere un’istituzione più unitaria e meno incline al fazionalismo rispetto agli esempi iracheno e siriano.

Guardando a eventi più recenti. Ci sono state polemiche per i dieci milioni di euro che questo agosto il governo italiano ha messo a disposizione della Tunisia per sostenere il Paese nell’attività di controllo e gestione dei flussi migratori. Il sostegno alla stabilità dei vicini regionali più fragili non è però una novità nella recente politica estera italiana, basti pensare alle missioni (di diversa natura) “Alba” e “Pellicano” in Albania negli anni Novanta. Quali sono le necessità chiave della Tunisia? Che cosa ha da offrire l’Italia, tenendo anche conto dell’ingombrante presenza della Francia, con cui si contende la posizione di primo partner commerciale?

Leila El Houssi: L’entità reale dei flussi migratori dalla Tunisia è stata sovrastimata dai media, in realtà i numeri non hanno vissuto un grande incremento. L’Italia è sempre stato un partner privilegiato della Tunisia, ma gli accordi siglati dagli ultimi due governi non sono stati rispettati completamente da Roma, quindi la Tunisia ha preteso più energicamente un aiuto. I dieci milioni di euro stanziati, in prospettiva, non costituiscono una somma enorme, ma hanno consentito di raggiungere un accordo. L’Italia deve entrare nella logica dell’aiuto; dopotutto, anche solo da un punto di vista meramente geografico, Roma e Tunisi sono molto più vicine di quanto si pensi. L’Italia ha bisogno di questo piccolo Paese perché è anche l’unico della sponda sud del Mediterraneo centrale e orientale che sta avviando un processo di democratizzazione, aiutare la Tunisia, quindi, serve anche ad aiutare l’Europa. Se il percorso democratico tunisino avesse successo, costituirebbe a livello regionale un fattore di stabilizzazione e un esempio importante. Inoltre, la Tunisia accoglie da decenni numerosi imprenditori italiani, che hanno usufruito di speciali facilitazioni per poter portare avanti i loro investimenti; questo trend è continuato anche immediatamente dopo la rivolta del 2011, con i governi di transizione che si sono succeduti.

La Francia mantiene indubbiamente una presenza ingombrante, ma con l’elezione del nuovo presidente Kais Saied nel 2019 si è vista una rinnovata volontà di rimarcare l’affrancamento dalla pesante eredità del dominio francese; rispetto alla quale Saied, durante la campagna elettorale, ribadiva spesso l’autonomia del Paese. Credo quindi che da questo punto di vista vi siano meno problemi riguardo alla posizione italiana e alla sua percezione da parte dei tunisini. È importante ricordare che già dagli anni Ottanta fu iniziato un percorso di avvicinamento politico tra Italia e Tunisia, coincidente con la particolare attenzione di quegli anni di Roma verso la dimensione mediterranea.

Nell’ottobre del 2018 al Teatro Franco Parenti di Milano prima dell’inizio della presentazione del libro Uno sguardo sul mondo, è stato proiettato un video in cui al vertice del PSI del 14 febbraio 1992 a Venezia Bettino Craxi, in compagnia dell’allora Ministro degli esteri Gianni De Michelis, constatava il potenziale destabilizzante della mancanza di prospettive di sviluppo economico e di possibilità di autorealizzazione personale nei Paesi del Nord Africa unite alla rapida crescita demografica. Craxi definì il problema come «la questione sociale del nostro secolo». Venti anni dopo, nel dicembre 2010 a Sidi Bouzid in Tunisia, il caso Bouazizi avrebbe scosso violentemente le opinioni pubbliche europee, fino ad allora apparentemente ignare. Quali erano i principali segnali delle tensioni e delle contraddizioni sociali nordafricane? Si è sviluppata una consapevolezza del fenomeno solo quando era impossibile ignorarlo a fronte di una vasta situazione di instabilità politica di portata regionale?

Leila El Houssi: Bettino Craxi, come è ben noto, ha sicuramente sempre avuto una sensibilità particolare verso la realtà politica mediterranea – e quindi anche e soprattutto verso la Tunisia –, sensibilità condivisa anche da Giulio Andreotti. Questo particolare indirizzo delle energie di politica estera italiana ha però ricevuto un duro colpo con il terremoto politico seguente al termine della stagione politica della “prima repubblica”, che portò nei primi anni Novanta a un quasi totale focus delle attenzioni sul dossier europeo e sul relativo processo di integrazione. Craxi con questa sua affermazione individuò in maniera “profetica” ciò che stava avvenendo nelle società nordafricane: la futura questione sociale avrebbe avuto come protagoniste le generazioni più giovani e le loro istanze. Craxi era un uomo di grande intelligenza e la comprensione di queste dinamiche derivava ovviamente anche dalla formazione socialista.

Ai tempi della dichiarazione di Craxi il Muro di Berlino era crollato da quasi tre anni e con il definitivo sfaldarsi del sistema bipolare, nuove questioni iniziavano a presentarsi all’opinione pubblica internazionale, finalmente in grado di attirare attenzioni non più rivolte a Est. In quegli stessi anni, come abbiamo visto, si concretizzava la svolta autoritaria di Ben Ali in Tunisia, che mantenne per due decenni la compiacenza di molti esponenti del gotha politico europeo, da Silvio Berlusconi a Nicolas Sarkozy. Questo favorì e prolungò “l’insabbiamento” della questione generazionale che, sotto l’obbedienza, stava montando. Nella Tunisia degli anni Novanta era ben visibile il fatto che il processo di miglioramento del benessere economico dei comuni cittadini, proseguito anche negli anni Ottanta con gli ultimi anni di governo di Bourguiba, si fosse arrestato. Insieme all’impoverimento tangibile cresceva il lassismo della società tunisina, alimentato dalla paura per la repressione – il rapporto numerico tra agenti di forze di polizia e popolazione totale si avvicinava alle cifre delle ex repubbliche sovietiche; nonostante questo, Ben Ali faceva sì che nella percezione europea la Tunisia si presentasse come un approdo sicuro e ordinato per il turismo estivo. Solo poche organizzazioni come Amnesty International e alcuni intellettuali denunciavano ciò che accadeva, cercando di smuovere la coscienza europea. Bettino Craxi, invece, colse subito che da lì a poco sarebbe nata una questione che, se non affrontata, avrebbe condotto a violenti sommovimenti sociali e politici.

Molto è stato scritto sul tragico simbolo che Mohamed Bouazizi ha inconsapevolmente incarnato. La sua estrema dimostrazione ha avuto una tale carica propulsiva sugli eventi della regione che alcuni storici individuano la fine delle dinamiche politiche del Novecento in Medio Oriente proprio con il 17 dicembre 2010. Se il Novecento è terminato con la potente – e trasversale alla maggior parte dei gruppi sociali – dimostrazione dell’insofferenza verso regimi autoritari, si potrebbe sostenere che però allo stato attuale delle cose, il nuovo tardi ad apparire. Al di là dell’apparente imprevedibilità del dossier libico, stando all’analisi della fotografia politica attuale, a dieci anni dall’inizio delle rivolte arabe lo status quo antecedente si sta ricomponendo? Vi sono discontinuità destinate a perdurare?

Leila El Houssi: Il 17 dicembre 2010 rappresenta davvero una frattura con il mondo precedente: la fine dei regimi e l’inizio di una nuova fase. Sono ormai passati dieci anni dall’immolazione di Bouazizi, ma non credo che questa fase transitoria si sia ancora conclusa. Oltre alla crisi economica destabilizzante e agli altissimi tassi di disoccupazione, la Tunisia ha dovuto fare i conti con il terrorismo di matrice islamista, intenzionato a minare alla base i tentativi di convergenza democratica dell’eterogenea comunità politica tunisina. Nonostante tutto questo, si è riusciti a indire elezioni libere e a realizzare un’alternanza politica tra le parti in gioco. Paesi come l’Egitto invece sembrano vivere un’involuzione autoritaria ancora più marcata rispetto alle esperienze precedenti. Il tragico esempio siriano, inoltre, è purtroppo sempre presente come un monito. A dieci anni da quella serie convulsa di eventi non saprei indicare il tracciato che le comunità politiche mediorientali seguiranno, ma sono convinta della necessità di quel 17 dicembre 2010, come plastico e permanente simbolo di rifiuto e di riscatto da regimi liberticidi; quella tensione e la privazione della dignità non era più sostenibile. Per quanto doloroso era un passo necessario.

Scritto da
Giacomo Centanaro

Laureato in Studi internazionali alla Scuola di Scienze Politiche Cesare Alfieri di Firenze. Studente presso la magistrale in Relazioni Internazionali dell’Università di Firenze e iscritto al Corso Executive Affari strategici della LUISS School of Government. Appassionato di relazioni internazionali, di storia e di geoeconomia

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