“Le mani su Machiavelli” di Pier Paolo Portinaro
- 16 Febbraio 2019

“Le mani su Machiavelli” di Pier Paolo Portinaro

Recensione a: Pier Paolo Portinaro, Le mani su Machiavelli. Una critica dell’«Italian Theory», Donzelli Editore, Roma 2018, pp. XII-180, 18 euro (scheda libro)

Scritto da Gio Maria Tessarolo

5 minuti di lettura

 

«Uno scritto polemico e idiosincratico» (p. XI): è l’autore stesso a fornire forse la definizione più efficace dell’ultima fatica di Pier Paolo Portinaro, un volume che, per quanto dalle dimensioni assai ridotte, si propone l’ambizioso compito di fornire una «critica» di una delle correnti più vivaci e conosciute del dibattito filosofico-politico contemporaneo nel nostro Paese, la cosiddetta Italian Theory.

Prima ancora di entrare nel vivo dei temi in discussione, da mettere in luce è senza dubbio un aspetto che nei saggi filosofici rimane spesso ai margini, ma che (coerentemente con alcuni degli autori protagonisti del testo, come Machiavelli o Vico) Portinaro accentua con innegabile consapevolezza: quello linguistico. Dopo una breve Prefazione, infatti, le principali tesi del testo sono enucleate in una caleidoscopica Introduzione (più lunga di tutti gli altri capitoli) che travolge il lettore attraverso una congerie stupefacente di espressioni tanto altisonanti quanto sferzanti, volte palesemente a rovesciare l’uso che del linguaggio fanno i pensatori oggetto di critica, circa i quali secondo l’autore «non d’intensità teoretica ma d’intensità retorica si dovrebbe parlare» (p. 14). Quello intorno all’Italian Thought viene così definito «un dibattito transnazionale non scevro d’inflessioni narcisistiche e di ingenue affabulazioni identitarie» (p. 7), mentre gli «ItaloTeoreti» trovano la loro «specialità» nelle «schematiche cartografie nazionaliste» (p. 15), cui si aggiungono «fantastiche architetture dei teorici di un mondo totalmente altro» (p. 33).

Nonostante l’effetto stilistico straniante, le tesi sono enunciate con nettezza: l’IT (Italian Theory) è «un poliedro artificiosamente assemblato» (p. 11), «una grande costruzione barocca cresciuta sul corpo classicheggiante dell’operaismo» (p. 12) che, attraverso velleitarie rivendicazioni di originalità, costruisce “retrospettivamente” una tradizione, da Machiavelli fino al secondo Novecento, volta a legittimare un presunto potenziale “sovversivo” del pensiero nostrano. Portinaro si prefigge allora di contestare quest’operazione per un verso “negativamente”, argomentando l’infondatezza tanto della rivendicazione di originalità di una serie di concetti quanto di un certo uso della tradizione. Per un altro, però, egli accenna anche ad una via alternativa, tesa ad identificare il proprium della tradizione italiana nel realismo politico (in particolare quello degli elitisti), linea sobriamente e perennemente minoritaria, capace di recepire in modo diverso la lezione del Segretario fiorentino.

Non è tuttavia solo sul piano puramente teorico che questa critica viene portata avanti: proprio alla fine dell’Introduzione Portinaro sferra quello che è forse l’attacco più ardito agli «ItaloTeoreti», accusando esplicitamente l’«opzione rivoluzionaria» di aver contribuito a rendere «impossibile imboccare, con la forza dell’effettuale, la strada del riformismo» (p. 32), chiarendo la serietà dell’allusione inserita quasi di sfuggita poche pagine prima sul «capolavoro politico dell’anno 2018» (p. 17). Il punto più sorprendente di questa «critica» (scritta proprio all’indomani delle elezioni del 4 marzo) è infatti la tesi che questo tipo di pensiero «abbia contribuito a favorire la deriva populistica» (p. 31).

Portinaro e la genealogia di un’altra “teoria italiana”

Superata la turbinosa elaborazione delle prime decine di pagine, i capitoli che costituiscono il corpo principale dell’opera si sviluppano poi con un andamento molto più pacato, più accademico, mantenendo sempre viva la polemica ma senza ingaggiare una confutazione punto per punto delle tesi dei suoi avversari. Portinaro sceglie piuttosto la via di affrontarli sul loro stesso campo: cifra caratteristica dell’Italian Theory è infatti proprio quella di non prospettare elaborazioni teoretiche “pure”, ma di trarre sempre le proprie tesi da ampie rassegne storiche che forniscono spesso interpretazioni complessive della modernità filosofico-politica.

Proprio a partire da Machiavelli, le cui recenti interpretazioni in chiave “tumultuaria” e rivoluzionaria vengono inserite nel contesto delle altre letture classiche, dal machiavellismo al repubblicanesimo, quella che si delinea è una sorta di ricostruzione “mista” della tradizione italiana alla luce del Segretario fiorentino. Da un lato, infatti, si risale “genealogicamente” al nesso che lega la lettura di Machiavelli da parte dell’Italian Thought a quella di classici come i neohegeliani o Gramsci, dall’altra, in parallelo, si propone una vera e propria alternativa storiografica. A partire da Mosca e Pareto, passando per Gobetti, Salvemini e Bobbio, fino ad arrivare ad autori contemporanei come Miglio, Pizzorno e Zolo, quella che Portinaro vuole mostrare è un’altra possibilità di intendere Machiavelli: puntando più su accostamenti teorici che su riprese esplicite (in molti di questi casi quantitativamente assai esigue), il punto cruciale diventa il modo in cui questi intellettuali hanno raccolto «la grande scommessa dello Stato moderno», quella della «ricerca di una soluzione di compromesso tra le istanze dei più (hoi pleiones) e quelle dei migliori (aristoi)» (p. 63). Con un pizzico di gusto per il paradosso, ciò che si suggerisce è che questo sia il modo più ragionevole di intendere oggi l’annoso problema machiavelliano del rapporto Grandi-Popolo. Questo, per giunta, non significa affatto che si tratti di una tradizione priva di punte critiche severe nei confronti dell’esistente, come testimoniato dall’approdo alla conclusione dell’esistenza di un «deficit rappresentativo delle classi dirigenti del Paese» (p. 114).

Più che una proposta alternativa vera e propria, tuttavia, anche questo affresco ha (coerentemente con l’intento del libro) una funzione più che altro polemica: subito dopo aver semplicemente indicato per sommi capi questa via alternativa, si torna infatti immediatamente a Machiavelli per dare inizio ad un altro percorso, che occupa gli ultimi capitoli.

Partendo dal Machiavelli di Althusser, Portinaro esplora ora rapidamente la complessa stratificazione di influenze straniere che sono venute a sovrapporsi alla parte italiana dell’Italian Theory, con l’evidente intento di mostrare quanto poco di italiano ci sia in tutto ciò. A partire da Marx, si accusano in particolare Tronti e Negri di aver costruito un «iperrealistico paradigma panpolemologico» (p. 140), in cui confluiscono tanto Schmitt quanto Foucault quanto, sorprendentemente, un uso “dissimulatorio” di Hannah Arendt, volto a mitigare il volto duro del rivoluzionarismo di fondo, fino ad un’appropriazione spregiudicata della biopolitica. Non mancano, tuttavia, anche una serie di distinzioni, volte a sottolineare l’eterogeneità interna alla macrocategoria di Italian Thought: sul terreno della biopolitica, per esempio, si ha una vera e propria «resa dei conti tra operaisti» (p. 165), fra coloro che, sulla scorta di Agamben, sottolineano il suo lato oscuro, letale, e coloro che la vedono come un paradigma propositivo che può aprire nuovi orizzonti, da Negri a Esposito. Proprio quello di Roberto Esposito pare l’unico caso su cui Portinaro indulge con alcune concessioni – «ricchezza di rimandi e impegno speculativo» (pp. 8-9), «un intellettuale sofisticato, che rifugge dalle facili ideologizzazioni» (p. 164) -, sottolineando una serie di punti che lo accomunano criticamente agli altri esponenti dell’Italian Thought ma senza le accuse feroci che quasi ogni capitolo rovescia per esempio sul duo Negri-Hardt.

Quale sentiero imboccare per pensare la politica?

L’esito cui Portinaro approda, tuttavia, è sconsolato su tutta la linea: se «ormai la babele della neolingua biopolitica non è più governabile» (p. 167), bisogna prendere atto a suo giudizio del ruolo di primo piano ricoperto da questa cultura dell’antagonismo nel far fallire il riformismo nel nostro Paese (a p. 12 si parla di «suicidio del riformismo»), impedendo parallelamente di comprendere che in ambito internazionale «è ancor sempre alla grammatica della statualità che è debitore l’avanzamento e il consolidamento del progetto repubblicano e sociale europeo» (p. 177).

Se questo fosse il punto d’arrivo del ragionamento, si tratterebbe certamente di un contributo di notevole spessore al dibattito critico contemporaneo (che sollecita naturalmente risposte altrettanto critiche), ma rimarrebbe confinato all’ambito della polemica. Quello del recupero dell’operaismo attraverso la biopolitca, rifiutando la logica della statualità in nome del conflittualismo e dell’antagonismo, è un sentiero che non può che interrompersi, che nella pratica si è già interrotto e che non ha senso coltivare a parole: questo il messaggio polemico, in nuce.

Tra le righe, però, si possono leggere anche gli indizi di un possibile risvolto positivo, che risponda anche alla domanda che sorge spontanea: se questo è un sentiero interrotto, quale imboccare? Non tanto e non solo dall’ampia rassegna sul realismo italiano che occupa la parte centrale del libro (cui Portinaro ha già in passato dedicato studi) si può ipotizzare la possibilità che una pars construens segua quella destruens, ma anche da un nome lasciato cadere quasi per caso qua e là, solo accennato e mai veramente tematizzato, che costituisce dunque in un certo senso il grande assente, in un testo volto proprio a dimostrare tra le altre cose l’esistenza di una tradizione italiana alternativa: quello di Guicciardini.

Basta gettare uno sguardo alla biografia dell’autore stampata in fondo al volume per rendersi conto che non si tratta affatto di un caso: tra i testi «in preparazione» si annuncia infatti Il momento Guicciardini. Del grande amico di Machiavelli, in un giudizio en passant su una citazione che tematizza la pazzia del popolo, si dice che «a voler trarre dai classici elementi per la decifrazione del populismo contemporaneo, se ne possono ricavare da questo e da altri passi guicciardiniani di considerevoli» (p. 21): non resta che attendere.

Scritto da
Gio Maria Tessarolo

Studia e svolge attività di ricerca presso la Scuola Normale Superiore e l’Università di Pisa. Si interessa principalmente di Storia della Filosofia moderna e di Filosofia Politica (Machiavelli, Hobbes, Rousseau).

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