“Le mani su Machiavelli” di Pier Paolo Portinaro

Portinaro

Recensione a: Pier Paolo Portinaro, Le mani su Machiavelli. Una critica dell’«Italian Theory», Donzelli Editore, Roma 2018, pp. XII-180, 18 euro (scheda libro).


«Uno scritto polemico e idiosincratico» (p. XI): è l’autore stesso a fornire forse la definizione più efficace dell’ultima fatica di Pier Paolo Portinaro, un volume che, per quanto dalle dimensioni assai ridotte, si propone l’ambizioso compito di fornire una «critica» di una delle correnti più vivaci e conosciute del dibattito filosofico-politico contemporaneo nel nostro Paese, la cosiddetta Italian Theory.

Prima ancora di entrare nel vivo dei temi in discussione, da mettere in luce è senza dubbio un aspetto che nei saggi filosofici rimane spesso ai margini, ma che (coerentemente con alcuni degli autori protagonisti del testo, come Machiavelli o Vico) Portinaro accentua con innegabile consapevolezza: quello linguistico. Dopo una breve Prefazione, infatti, le principali tesi del testo sono enucleate in una caleidoscopica Introduzione (più lunga di tutti gli altri capitoli) che travolge il lettore attraverso una congerie stupefacente di espressioni tanto altisonanti quanto sferzanti, volte palesemente a rovesciare l’uso che del linguaggio fanno i pensatori oggetto di critica, circa i quali secondo l’autore «non d’intensità teoretica ma d’intensità retorica si dovrebbe parlare» (p. 14). Quello intorno all’Italian Thought viene così definito «un dibattito transnazionale non scevro d’inflessioni narcisistiche e di ingenue affabulazioni identitarie» (p. 7), mentre gli «ItaloTeoreti» trovano la loro «specialità» nelle «schematiche cartografie nazionaliste» (p. 15), cui si aggiungono «fantastiche architetture dei teorici di un mondo totalmente altro» (p. 33).

Nonostante l’effetto stilistico straniante, le tesi sono enunciate con nettezza: l’IT (Italian Theory) è «un poliedro artificiosamente assemblato» (p. 11), «una grande costruzione barocca cresciuta sul corpo classicheggiante dell’operaismo» (p. 12) che, attraverso velleitarie rivendicazioni di originalità, costruisce “retrospettivamente” una tradizione, da Machiavelli fino al secondo Novecento, volta a legittimare un presunto potenziale “sovversivo” del pensiero nostrano. Portinaro si prefigge allora di contestare quest’operazione per un verso “negativamente”, argomentando l’infondatezza tanto della rivendicazione di originalità di una serie di concetti quanto di un certo uso della tradizione. Per un altro, però, egli accenna anche ad una via alternativa, tesa ad identificare il proprium della tradizione italiana nel realismo politico (in particolare quello degli elitisti), linea sobriamente e perennemente minoritaria, capace di recepire in modo diverso la lezione del Segretario fiorentino.

Non è tuttavia solo sul piano puramente teorico che questa critica viene portata avanti: proprio alla fine dell’Introduzione Portinaro sferra quello che è forse l’attacco più ardito agli «ItaloTeoreti», accusando esplicitamente l’«opzione rivoluzionaria» di aver contribuito a rendere «impossibile imboccare, con la forza dell’effettuale, la strada del riformismo» (p. 32), chiarendo la serietà dell’allusione inserita quasi di sfuggita poche pagine prima sul «capolavoro politico dell’anno 2018» (p. 17). Il punto più sorprendente di questa «critica» (scritta proprio all’indomani delle elezioni del 4 marzo) è infatti la tesi che questo tipo di pensiero «abbia contribuito a favorire la deriva populistica» (p. 31).

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: “Un poliedro artificiosamente assemblato”

Pagina 2: La genealogia di un’altra “teoria italiana”

Pagina 3:  Quale sentiero imboccare per pensare la politica?


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Studia e svolge attività di ricerca presso la Scuola Normale Superiore e l’Università di Pisa. Si interessa principalmente di Storia della Filosofia moderna e di Filosofia Politica (Machiavelli, Hobbes, Rousseau).

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