Le migrazioni in Senegal: una breve introduzione

Le migrazioni dal Senegal: una breve introduzione

Per l’Africa subsahariana, le migrazioni non sono un fenomeno recente. Storicamente, il continente ha avuto una popolazione piuttosto mobile: i flussi migratori più antichi e massicci sono quelli intra-continentali e, in particolare, intra-regionali per quanto riguarda l’Africa occidentale, mentre quelli inter-continentali, sebbene più recenti, sono cresciuti molto più rapidamente nel corso del tempo. Il caso del Senegal è esemplificativo di tali tendenze.

Negli anni seguenti l’indipendenza del paese dalla Francia (1960), i gruppi più numerosi d’immigrati provenivano dagli stati confinanti, in particolare la Guinea, anche a causa della repressione operata dal governo del presidente Sékou Toure (1958-1984) nei confronti delle opposizioni, e la Guinea Bissau, lasciata da decine di migliaia di emigrati negli anni della guerra d’indipendenza dal Portogallo (1963-1974). All’origine delle migrazioni non erano però soltanto regimi e conflitti. Già durante l’epoca coloniale, infatti, in Senegal erano presenti 100.000 mauritani, che avevano trovato lavoro soprattutto nel settore del commercio al dettaglio; in seguito la loro presenza crebbe fino a raggiungere le 250.000 unità, per poi ridursi dopo gli eventi del 1989[1]. Inoltre, la costruzione della ferrovia che collegava Dakar a Bamako consentì un aumento degli scambi commerciali tra Senegal e Mali e la formazione di un flusso migratorio bidirezionale. Significativa era anche l’immigrazione di cittadini gambiani: il loro paese d’origine, il più piccolo del continente, è interamente circondato dal Senegal e mantiene considerevoli legami commerciali e culturali col suo vicino. La maggior parte dei lavoratori immigrati, spesso stagionali, trovavano lavoro soprattutto nell’agricoltura, in particolare nella coltivazione dell’arachide.

Fino agli anni Sessanta Guinea, Guinea Bissau, Mauritania e Mali furono anche le principali mete africane dell’emigrazione senegalese, ma tra la fine di quel decennio e l’inizio di quello successivo se ne aggiunsero altre: in particolare Costa d’Avorio e Gabon, che presentavano un’elevata domanda di personale straniero qualificato, ma anche Camerun, Congo e Zaire (l’attuale Repubblica Democratica del Congo). Tuttavia, a partire dagli anni Novanta, molti di questi paesi cessarono di attrarre emigrati, soprattutto a causa dell’instabilità politica ed economica e dei conflitti che colpirono alcuni di essi[2]; nello stesso periodo, molti senegalesi partirono verso i paesi nordafricani.

Per quanto riguarda la mobilità intercontinentale, il Senegal divenne meta in primo luogo di emigrati francesi (perlopiù dipendenti dell’amministrazione coloniale, molti dei quali lasciarono il paese dopo l’indipendenza) e libanesi (i primi arrivarono alla fine del XIX secolo, trovando lavoro come intermediari nell’esportazione delle arachidi, e ottenendo in seguito un’ottima posizione nel commercio, che mantengono tuttora).

Tra i primi senegalesi a raggiungere l’Europa vi furono i coscritti nell’esercito francese, inquadrati nel contingente dei tirailleurs sénégalais durante le due guerre mondiali, al termine delle quali molti ex militari rimasti in Francia s’installarono nelle città portuali come Marsiglia e Le Havre. L’emigrazione s’intensificò a partire dal secondo dopoguerra: la Francia la gestì accogliendo studenti intenzionati a completare i loro studi all’estero, reclutando lavoratori nei periodi di maggior richiesta di manodopera (soprattutto nei settori industriale ed edile) e frenando gli ingressi per lavoro nei periodi di crisi. Allo stesso tempo, però, si permisero i ricongiungimenti familiari, e quindi un insediamento duraturo per chi era già presente nel paese.

Il Senegal divenne terra d’emigrazione, e non più d’immigrazione, dalla metà degli anni Settanta, e il fenomeno s’intensificò a partire dal decennio successivo. In quest’arco di tempo il paese attraversò una forte crisi nella sua economia rurale, vide aumentare costantemente la sua popolazione[3] e subì tagli drastici e limiti alle assunzioni nel proprio sistema educativo, sanitario e sociale a causa dei piani di aggiustamento strutturale imposti dal Fondo Monetario Internazionale. Di conseguenza, sempre più famiglie cominciarono a sostenere la partenza per l’estero dei propri membri, per cercare lavoro o un lavoro migliore. Con l’introduzione del visto obbligatorio per entrare in Francia, negli anni Novanta i senegalesi cominciarono a dirigersi anche verso altri paesi europei, in particolare l’Italia (dove trovarono lavoro soprattutto nell’industria e nel turismo e dove la posizione di molti irregolari fu legalizzata con le sanatorie del 1990 e del 1994)[4] e la Spagna, venendo impiegati principalmente nei settori edile, agricolo e artigianale. Fuori dall’Europa, Stati Uniti e Canada costituiscono le mete più importanti degli emigrati, soprattutto commercianti e studenti; New York, in particolare, ha una forte presenza di senegalesi.

È da notare, infine, che nonostante il Senegal sia considerato uno dei paesi africani politicamente più stabili, la Casamance, sua regione più meridionale, è interessata dal 1982 da un conflitto intermittente e a bassa intensità che oppone il Mouvement des Forces Démocratiques de la Casamance (MFDC) al governo e all’esercito nazionale[5]. Secondo le stime più recenti, il numero di Internally displaced persons (IDP)[6] è pari a circa 22.000 unità, ma le informazioni disponibili su questo fenomeno sono scarse; inoltre, si ritiene che nel corso degli anni molte altre persone abbiano lasciato la Casamance per il Gambia e la Guinea Bissau a causa del conflitto[7].

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: Cenni storici. Mobilità dentro e fuori dall’Africa

Pagina 2: La situazione attuale del Senegal, le rimesse e i ritorni

Pagina 3: Conclusioni


[1]      In quell’anno si verificò un aumento delle tensioni nelle relazioni tra Senegal e Mauritania a causa di una disputa sulla gestione dei pascoli e delle risorse idriche nella valle del fiume Senegal, dove vivono sia pastori mauritani di lingua araba, tradizionalmente nomadi, e agricoltori sedentari afro-mauritani appartenenti ai gruppi etnici Halpulaar, Soninké e Wolof. Il governo mauritano cercò di favorire l’acquisto di terre da parte dei mauritani (arabi e berberi) a scapito degli altri gruppi; di conseguenza, molti membri della comunità mauritana presente in Senegal furono aggrediti, mentre i cittadini mauritani “mori”, ovvero i più scuri di pelle, venivano discriminati in quanto considerati sostenitori dello stato senegalese. Per evitare un ulteriore aumento delle violenze, ciascun governo cominciò a rimpatriare i cittadini dell’altro stato presenti nel proprio territorio. Tuttavia, la Mauritania non espulse soltanto senegalesi ma anche circa 70.000 mauritani di colore. Il confine fu riaperto nel 1992: negli anni seguenti fu possibile, per chi aveva subito il rimpatrio, ritornare gradualmente alla propria dimora. 25.000 ritorni hanno avuto luogo negli anni dal 2008 al 2013, ma il reinsediamento delle persone coinvolte è stato ostacolato dalla difficoltà nel ritorno alle terre che coltivavano in precedenza, nonché dalla mancanza di documenti d’identità. IRIN 2013, Stone D. 2005.

[2]      Prima guerra del Congo (1996-1997), Seconda guerra del Congo (1998-2003), Conflitto del Kivu (prima fase 2004-2009; seconda fase 2012-2013; terza fase 2015-in corso), guerre civili della Repubblica del Congo (1993-1994 e 1997-1999), guerre civili della Costa d’Avorio (2002-2007 e 2010-2011).

[3]      Dagli anni Sessanta agli anni Duemila la popolazione senegalese è più che raddoppiata: da 3 a 7 milioni di abitanti, con una marcata presenza di giovani e, di conseguenza, un maggior numero di persone dipendenti per le famiglie. Riccio B. 2007.

[4]      I senegalesi in Italia erano quasi 25.000 nel 1992 e oltre 70.000 nel 2011; oggi sono più di 105.000, la seconda comunità subsahariana più numerosa dopo i nigeriani. Istat 2018; Castagnone E. 2010.

[5]      A originare il conflitto fu la volontà secessionista del MFDC, secondo il quale i Wolof, il principale gruppo etnico e linguistico del Senegal, hanno marginalizzato sul piano economico e politico i Diola, maggioritari in Casamance. Gli scontri tra esercito nazionale e movimento separatista raggiunsero il loro apice negli anni fra il 1990 e il 2003. Nel 2004, il governo senegalese e il MFDC raggiunsero un accordo che prevedeva la cessazione delle ostilità, lo stanziamento di aiuti per ricostruire le infrastrutture della regione e sostenerne la ripresa economica, il ritorno dei profughi alle loro dimore e lo sminamento. In seguito a ulteriori episodi di violenza, un nuovo ciclo di negoziati di pace iniziò nel 2012, dopo l’elezione dell’attuale presidente senegalese Macky Sall e grazie alla mediazione della Comunità di Sant’Egidio. Si stima che il conflitto abbia causato oltre 800 morti e 60.000 sfollati. Nigrizia 2018; Napoli 2015.

[6]      Internally displaced persons, ovvero persone costrette ad abbandonare la propria dimora, in particolare a causa di conflitti o situazioni di violenza diffusa, ma che rimangono entro i confini del proprio paese.

[7]      IDMC 2018; NRC 2005.


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Nato a Bologna nel 1990. Nel 2015 consegue la laurea magistrale in scienze internazionali e diplomatiche presso la scuola di scienze politiche “Roberto Ruffilli” dell'Università di Bologna, con tesi su “Immigrazione e stato sociale in Germania e in Italia negli anni Novanta e Duemila”. Nel 2016 completa il master in cooperazione internazionale di ISPI a Milano. Dal novembre del 2017 svolge il servizio civile in Senegal.

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