Le migrazioni in Senegal: una breve introduzione
- 04 Settembre 2018

Le migrazioni in Senegal: una breve introduzione

Scritto da Lorenzo Pedretti

13 minuti di lettura

Per l’Africa subsahariana, le migrazioni non sono un fenomeno recente. Storicamente, il continente ha avuto una popolazione piuttosto mobile: i flussi migratori più antichi e massicci sono quelli intra-continentali e, in particolare, intra-regionali per quanto riguarda l’Africa occidentale, mentre quelli inter-continentali, sebbene più recenti, sono cresciuti molto più rapidamente nel corso del tempo. Il caso del Senegal è esemplificativo di tali tendenze.

Negli anni seguenti l’indipendenza del paese dalla Francia (1960), i gruppi più numerosi d’immigrati provenivano dagli stati confinanti, in particolare la Guinea, anche a causa della repressione operata dal governo del presidente Sékou Toure (1958-1984) nei confronti delle opposizioni, e la Guinea Bissau, lasciata da decine di migliaia di emigrati negli anni della guerra d’indipendenza dal Portogallo (1963-1974). All’origine delle migrazioni non erano però soltanto regimi e conflitti. Già durante l’epoca coloniale, infatti, in Senegal erano presenti 100.000 mauritani, che avevano trovato lavoro soprattutto nel settore del commercio al dettaglio; in seguito la loro presenza crebbe fino a raggiungere le 250.000 unità, per poi ridursi dopo gli eventi del 1989[1]. Inoltre, la costruzione della ferrovia che collegava Dakar a Bamako consentì un aumento degli scambi commerciali tra Senegal e Mali e la formazione di un flusso migratorio bidirezionale. Significativa era anche l’immigrazione di cittadini gambiani: il loro paese d’origine, il più piccolo del continente, è interamente circondato dal Senegal e mantiene considerevoli legami commerciali e culturali col suo vicino. La maggior parte dei lavoratori immigrati, spesso stagionali, trovavano lavoro soprattutto nell’agricoltura, in particolare nella coltivazione dell’arachide.

Fino agli anni Sessanta Guinea, Guinea Bissau, Mauritania e Mali furono anche le principali mete africane dell’emigrazione senegalese, ma tra la fine di quel decennio e l’inizio di quello successivo se ne aggiunsero altre: in particolare Costa d’Avorio e Gabon, che presentavano un’elevata domanda di personale straniero qualificato, ma anche Camerun, Congo e Zaire (l’attuale Repubblica Democratica del Congo). Tuttavia, a partire dagli anni Novanta, molti di questi paesi cessarono di attrarre emigrati, soprattutto a causa dell’instabilità politica ed economica e dei conflitti che colpirono alcuni di essi[2]; nello stesso periodo, molti senegalesi partirono verso i paesi nordafricani.

Per quanto riguarda la mobilità intercontinentale, il Senegal divenne meta in primo luogo di emigrati francesi (perlopiù dipendenti dell’amministrazione coloniale, molti dei quali lasciarono il paese dopo l’indipendenza) e libanesi (i primi arrivarono alla fine del XIX secolo, trovando lavoro come intermediari nell’esportazione delle arachidi, e ottenendo in seguito un’ottima posizione nel commercio, che mantengono tuttora).

Tra i primi senegalesi a raggiungere l’Europa vi furono i coscritti nell’esercito francese, inquadrati nel contingente dei tirailleurs sénégalais durante le due guerre mondiali, al termine delle quali molti ex militari rimasti in Francia s’installarono nelle città portuali come Marsiglia e Le Havre. L’emigrazione s’intensificò a partire dal secondo dopoguerra: la Francia la gestì accogliendo studenti intenzionati a completare i loro studi all’estero, reclutando lavoratori nei periodi di maggior richiesta di manodopera (soprattutto nei settori industriale ed edile) e frenando gli ingressi per lavoro nei periodi di crisi. Allo stesso tempo, però, si permisero i ricongiungimenti familiari, e quindi un insediamento duraturo per chi era già presente nel paese.

Il Senegal divenne terra d’emigrazione, e non più d’immigrazione, dalla metà degli anni Settanta, e il fenomeno s’intensificò a partire dal decennio successivo. In quest’arco di tempo il paese attraversò una forte crisi nella sua economia rurale, vide aumentare costantemente la sua popolazione[3] e subì tagli drastici e limiti alle assunzioni nel proprio sistema educativo, sanitario e sociale a causa dei piani di aggiustamento strutturale imposti dal Fondo Monetario Internazionale. Di conseguenza, sempre più famiglie cominciarono a sostenere la partenza per l’estero dei propri membri, per cercare lavoro o un lavoro migliore. Con l’introduzione del visto obbligatorio per entrare in Francia, negli anni Novanta i senegalesi cominciarono a dirigersi anche verso altri paesi europei, in particolare l’Italia (dove trovarono lavoro soprattutto nell’industria e nel turismo e dove la posizione di molti irregolari fu legalizzata con le sanatorie del 1990 e del 1994)[4] e la Spagna, venendo impiegati principalmente nei settori edile, agricolo e artigianale. Fuori dall’Europa, Stati Uniti e Canada costituiscono le mete più importanti degli emigrati, soprattutto commercianti e studenti; New York, in particolare, ha una forte presenza di senegalesi.

È da notare, infine, che nonostante il Senegal sia considerato uno dei paesi africani politicamente più stabili, la Casamance, sua regione più meridionale, è interessata dal 1982 da un conflitto intermittente e a bassa intensità che oppone il Mouvement des Forces Démocratiques de la Casamance (MFDC) al governo e all’esercito nazionale[5]. Secondo le stime più recenti, il numero di Internally displaced persons (IDP)[6] è pari a circa 22.000 unità, ma le informazioni disponibili su questo fenomeno sono scarse; inoltre, si ritiene che nel corso degli anni molte altre persone abbiano lasciato la Casamance per il Gambia e la Guinea Bissau a causa del conflitto[7].

 

La situazione attuale del Senegal, le rimesse e i ritorni

Attualmente, il Senegal conta 14,6 milioni di abitanti; si stima che il 5% della popolazione nazionale viva all’estero e che circa metà degli emigrati si trovi in Europa[8]. Nei soli anni compresi fra il 2008 e il 2013, oltre 164.000 persone hanno lasciato il paese[9], in prevalenza uomini[10] e giovani[11]. Tuttavia, le donne rappresentano il 46,9% del totale dei migranti internazionali[12], non solo per via dei ricongiungimenti con gli uomini ma anche attraverso percorsi migratori autonomi che hanno origine, in particolare, da contesti urbani come quello di Dakar[13]. Le migrazioni internazionali interessano tutte le categorie sociali e tutte le regioni del paese[14].

Il numero di senegalesi che ha raggiunto l’Europa irregolarmente via mare, soprattutto attraverso la rotta del Mediterraneo centrale, è aumentato significativamente dal 2012 in poi, toccando l’apice nel 2016 (10.378 arrivi) per poi diminuire nel 2017 (5.900 arrivi)[15]. Sia nel 2016 che nel 2017 i senegalesi risultavano il quinto gruppo più numeroso tra i richiedenti protezione internazionale presenti in Italia[16].

Tra le cause odierne dell’emigrazione si possono individuare una diffusa povertà[17], un elevato tasso di disoccupazione[18] e le difficoltà d’inserimento occupazionale dei giovani[19]. È da ricordare, inoltre, la fragilità di due fra i principali settori dell’economia nazionale, che ha costretto molti piccoli imprenditori ad abbandonare le loro attività. La produzione agricola è destinata soprattutto alla sussistenza delle famiglie e non assicura l’autosufficienza alimentare né guadagni significativi, a causa della scarsità di mezzi tecnologici a disposizione, di una sempre maggiore variabilità delle precipitazioni e di una crescente desertificazione. La pesca soffre invece di un approccio tradizionale che sfrutta le acque costiere fino a depauperarle, lasciando flotte straniere libere di operare con pochi controlli nelle acque aperte. Questi fenomeni hanno contribuito in maniera determinante sia alla migrazione interna al Senegal (circa metà dei senegalesi risiede nelle zone urbane del paese, e un quarto abita nella regione di Dakar[20]), sia a quella internazionale.

Le comunità senegalesi all’estero sono caratterizzate da una fortissima propensione all’associazionismo, evidente soprattutto in Francia e in Italia. Le associazioni della diaspora hanno origine tramite il raggruppamento di persone che risiedono nello stesso territorio o che condividono la stessa zona di provenienza in Senegal, e si occupano di mettere in comune risorse per raggiungere obiettivi condivisi, come la ricerca di migliori condizioni lavorative e abitative all’estero, e il sostegno a iniziative di sviluppo locale nel paese d’origine[21].

I senegalesi mantengono legami molto forti con il loro paese d’origine, che si manifestano in primo luogo con l’invio delle rimesse: più di 900 miliardi di franchi CFA ogni anno, pari a oltre 1,3 miliardi di euro. Si tratta di uno dei dati più elevati di tutta l’Africa subsahariana, sia in valore assoluto sia calcolato come percentuale del PIL (13,6%[22]), superiore agli aiuti internazionali destinati al paese e che si stima potrebbe triplicare se si prendessero in considerazione anche i trasferimenti informali, ovvero quelli che non passano per società di trasferimento di denaro, banche e istituzioni finanziarie[23]. Quasi un terzo delle famiglie senegalesi ha almeno un emigrato internazionale tra i suoi componenti[24]; inoltre, i membri delle famiglie che usufruiscono delle rimesse hanno visto aumentare del 60% il loro reddito pro capite rispetto a quelli che non le ricevono. Le rimesse finanziano soprattutto i consumi, ma anche i risparmi, gli investimenti immobiliari e l’istruzione[25]. Le reti degli emigrati contribuiscono anche all’importazione di merci provenienti dall’estero, in particolare dai mercati cinesi, indiani, thailandesi e pakistani[26]. Poiché l’emigrazione senegalese è un fenomeno prevalentemente maschile e legato alla ricerca di lavoro, il fatto che le donne e i figli rimangano in Senegal rappresenta un ulteriore legame tra gli emigrati e il paese d’origine. In più, il lavoro femminile garantisce la sopravvivenza economica e sociale delle comunità dalle quali le partenze degli uomini sono state più massicce, in particolare nelle zone rurali.

L’emigrazione ha anche un forte peso politico, che affianca quello economico. Gli emigrati non costituiscono solo un importante serbatoio elettorale, ma possono anche orientare il voto dei loro familiari a favore di un determinato candidato, o raccogliere fondi per sostenerlo. Si ritiene che le vittorie di Abdoulaye Wade e Macky Sall alle elezioni presidenziali del 2000 e del 2012 possano essere spiegate, in parte, grazie al sostegno ricevuto dai senegalesi all’estero, che li ha premiati maggiormente rispetto agli altri candidati. Tale sostegno è spesso ricompensato con la nomina di importanti personaggi delle migrazioni internazionali a posti di responsabilità pubblica[27].

Occorre segnalare, infine, come il ritorno permanente nel proprio paese d’origine sia parte integrante del percorso migratorio di molti senegalesi, per quanto venga spesso differito. I ritorni, sia definitivi sia temporanei prolungati (almeno un anno di durata) sembrano essere tanto più frequenti quanto le partenze sono più lontane nel tempo, e sono anche più numerosi fra chi è partito per mete intra-africane[28]. Inoltre, secondo i dati dell’inchiesta MAFE[29], la ragione principale del ritorno è associata alla famiglia (matrimoni, ricongiungimenti, eventi imprevisti che rendono necessaria l’assistenza ai familiari). I rientri per lavoro sono al secondo posto e riguardano sia chi ha deciso di cercare lavoro in Senegal, sia chi si è visto costretto a tornare a causa di un periodo prolungato di disoccupazione all’estero. Il terzo motivo più frequente per il ritorno è l’ambizione ad avere una maggiore qualità della vita, sia in relazione alle difficoltà di inserimento socio-culturale, sia al desiderio di ritornare a vivere in Senegal. Sebbene siano pochi i rientri motivati dalla volontà di investire nel proprio paese d’origine, ad esempio per avviare un’impresa, ancora meno numerosi sono i ritorni legati al pensionamento. Dunque, il rientro avviene principalmente in età produttiva, e prevede un reinserimento economico.

Tuttavia, le condizioni di tale reinserimento appaiono molto variabili. Questo perché i fattori che lo influenzano sono molto numerosi: le caratteristiche dell’esperienza di lavoro svolta all’estero; il livello d’istruzione; la durata della migrazione; le relazioni con il paese d’origine; la costituzione di risparmi e l’invio di rimesse; il contesto istituzionale del paese d’origine. Le indagini sui ritorni dei senegalesi non offrono un’interpretazione univoca dei loro esiti. Da un lato, i migranti di ritorno sembrano raggiungere livelli di occupazione più elevati del resto della popolazione, inserendosi anche in posizioni di lavoro qualificate. Dall’altro, però, essi mostrano una particolare propensione all’auto-impiego, che può essere interpretata come una scelta di ripiego in settori dalle basse soglie d’ingresso, date le difficoltà nell’accesso al mercato del lavoro dipendente, dove probabilmente occorre un capitale sociale specifico che si disperde durante la permanenza all’estero[30]. Pertanto, data la complessità del fenomeno, risulta difficile, ad oggi, delineare delle tendenze generali e certe circa l’impatto della migrazione di ritorno sullo sviluppo del Senegal.

 

Conclusioni

Questa rapida panoramica del fenomeno migratorio senegalese si presta ad alcune considerazioni finali. In primo luogo, dalla lettura delle informazioni disponibili, si evince che l’emigrazione proveniente dal Senegal non è un fatto recente e neppure ha carattere emergenziale. Essa è anzi ben radicata nella storia nazionale, nonché intrinsecamente legata ai processi di sviluppo del paese e ai suoi rapporti con altri stati. Pertanto, la politica e i media non dovrebbero, come spesso fanno, occuparsene solo quando si registra un aumento degli arrivi per mare, salvo poi disinteressarsene quando questi ultimi diminuiscono.

Inoltre, nonostante gli enormi rischi che essa implica, l’emigrazione è ancora intesa come un’importante strategia di sopravvivenza comunitaria. Intere famiglie investono nella partenza per l’estero di alcuni loro membri, cosa che richiede ingenti risorse, e in seguito dipendono dalle loro rimesse per diversificare le proprie fonti di reddito. Di conseguenza, l’eventuale ritorno degli emigrati è percepito negativamente. Poiché i canali legali di emigrazione sono stati ristretti dai governi dei paesi di destinazione (soprattutto europei) e qui è ora più difficile che in passato trovare lavoro, in futuro l’ammontare delle rimesse potrebbe diminuire gradualmente. Allo stesso tempo, però, l’immaginazione di chi rimane in Senegal continua ad essere influenzata dai successi, reali o percepiti, di chi è già partito, con la formazione di una sorta di “cultura dell’emigrazione”[31]. Dunque, ci si trova di fronte a un fenomeno che sembra autoalimentarsi.

Per questi motivi, è molto difficile affrontare il tema dell’emigrazione a livello politico. Il Senegal è considerato un attore importante nel dialogo sulle migrazioni con l’Unione Europea, e ha ratificato accordi bilaterali con Italia, Francia e Spagna relativi al rimpatrio degli emigrati irregolari. Inoltre, diverse istituzioni senegalesi si occupano della tematica migratoria[32], e le autorità del paese sono impegnate nel contrasto all’emigrazione irregolare mediante azioni di sensibilizzazione, sorveglianza delle zone di partenza e sostegno ai ritorni volontari. Tuttavia, lo stato senegalese fatica a formulare una politica chiara sulle migrazioni internazionali[33], e l’operato delle istituzioni nazionali sul tema della migrazione di ritorno e della riammissione degli irregolari è tuttora giudicato insufficiente in sede UE[34].

Infine, appare di difficile realizzazione l’idea di contribuire a ridurre la necessità di emigrare aumentando i fondi destinati alla cooperazione allo sviluppo con il Senegal ed altri paesi africani. Un recente studio pubblicato dall’Institute for Labor Economics di Bonn[35] indica che gli aiuti internazionali possono contribuire solo in misura molto limitata allo sviluppo dei destinatari (inteso come crescita economica, creazione di posti di lavoro e incremento della sicurezza nazionale). Non solo: lo sviluppo economico tende spesso ad incoraggiare le migrazioni più che a frenarle, soprattutto nei paesi più poveri del mondo, dal momento che per i loro abitanti disporre di un reddito maggiore fa aumentare le possibilità di scelta, tra cui quella di investire nell’emigrazione. Il caso del Senegal mostra come le cause delle migrazioni siano spesso, in primo luogo, interne ai paesi di origine dei flussi; pertanto, è realistico aspettarsi che anche le possibilità di circoscrivere questi fenomeni possano essere perlopiù endogene, anziché dettate dall’esterno. Insomma, se tuttora una parte cospicua della popolazione senegalese ritiene ineludibile dover emigrare per contribuire al proprio sostentamento, non basteranno gli aiuti allo sviluppo a farle cambiare idea.


[1]      In quell’anno si verificò un aumento delle tensioni nelle relazioni tra Senegal e Mauritania a causa di una disputa sulla gestione dei pascoli e delle risorse idriche nella valle del fiume Senegal, dove vivono sia pastori mauritani di lingua araba, tradizionalmente nomadi, e agricoltori sedentari afro-mauritani appartenenti ai gruppi etnici Halpulaar, Soninké e Wolof. Il governo mauritano cercò di favorire l’acquisto di terre da parte dei mauritani (arabi e berberi) a scapito degli altri gruppi; di conseguenza, molti membri della comunità mauritana presente in Senegal furono aggrediti, mentre i cittadini mauritani “mori”, ovvero i più scuri di pelle, venivano discriminati in quanto considerati sostenitori dello stato senegalese. Per evitare un ulteriore aumento delle violenze, ciascun governo cominciò a rimpatriare i cittadini dell’altro stato presenti nel proprio territorio. Tuttavia, la Mauritania non espulse soltanto senegalesi ma anche circa 70.000 mauritani di colore. Il confine fu riaperto nel 1992: negli anni seguenti fu possibile, per chi aveva subito il rimpatrio, ritornare gradualmente alla propria dimora. 25.000 ritorni hanno avuto luogo negli anni dal 2008 al 2013, ma il reinsediamento delle persone coinvolte è stato ostacolato dalla difficoltà nel ritorno alle terre che coltivavano in precedenza, nonché dalla mancanza di documenti d’identità. IRIN 2013, Stone D. 2005.

[2]      Prima guerra del Congo (1996-1997), Seconda guerra del Congo (1998-2003), Conflitto del Kivu (prima fase 2004-2009; seconda fase 2012-2013; terza fase 2015-in corso), guerre civili della Repubblica del Congo (1993-1994 e 1997-1999), guerre civili della Costa d’Avorio (2002-2007 e 2010-2011).

[3]      Dagli anni Sessanta agli anni Duemila la popolazione senegalese è più che raddoppiata: da 3 a 7 milioni di abitanti, con una marcata presenza di giovani e, di conseguenza, un maggior numero di persone dipendenti per le famiglie. Riccio B. 2007.

[4]      I senegalesi in Italia erano quasi 25.000 nel 1992 e oltre 70.000 nel 2011; oggi sono più di 105.000, la seconda comunità subsahariana più numerosa dopo i nigeriani. Istat 2018; Castagnone E. 2010.

[5]      A originare il conflitto fu la volontà secessionista del MFDC, secondo il quale i Wolof, il principale gruppo etnico e linguistico del Senegal, hanno marginalizzato sul piano economico e politico i Diola, maggioritari in Casamance. Gli scontri tra esercito nazionale e movimento separatista raggiunsero il loro apice negli anni fra il 1990 e il 2003. Nel 2004, il governo senegalese e il MFDC raggiunsero un accordo che prevedeva la cessazione delle ostilità, lo stanziamento di aiuti per ricostruire le infrastrutture della regione e sostenerne la ripresa economica, il ritorno dei profughi alle loro dimore e lo sminamento. In seguito a ulteriori episodi di violenza, un nuovo ciclo di negoziati di pace iniziò nel 2012, dopo l’elezione dell’attuale presidente senegalese Macky Sall e grazie alla mediazione della Comunità di Sant’Egidio. Si stima che il conflitto abbia causato oltre 800 morti e 60.000 sfollati. Nigrizia 2018; Napoli 2015.

[6]      Internally displaced persons, ovvero persone costrette ad abbandonare la propria dimora, in particolare a causa di conflitti o situazioni di violenza diffusa, ma che rimangono entro i confini del proprio paese.

[7]      IDMC 2018; NRC 2005.

[8]      Bernardini F. 2018.

[9]      ANSD 2014.

[10]     L’82,9% degli emigrati nel quinquennio considerato. Ibidem.

[11]     Il 50,3% degli emigrati nello stesso periodo aveva fra 20 e 24 anni. Ibidem.

[12]     UNDP 2017.

[13]     Castagnone E. 2010.

[14]     Dia H. 2013.

[15]     Bernardini F. 2018.

[16]     Ministero dell’Interno – Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione 2018.

[17]     Nel 2011 il 46,7% della popolazione senegalese si trovava al di sotto della soglia di povertà nazionale. IMF 2013.

[18]     Un senegalese su otto è disoccupato, uno su tre nelle zone rurali più povere come la regione di Tambacounda.
Guilbert K. 2016.

[19]     Il 37% dei senegalesi fra i 20 e i 29 anni di età è disoccupato (ibidem).

[20]     World Bank 2018.

[21]     Dia H. 2013.

[22]     Bernardini F. 2018.

[23]     Africa Rivista 2016 e 2017; Guilbert K. 2016; Dia H. 2013.

[24]     FAO 2017.

[25]     Dia H. 2013; OIM 2009.

[26]     Dia H. 2013

[27]     Dia H. 2013; Riccio B. 2007.

[28]     Castagnone E. 2010.

[29]     MAFE – Migration Between Africa and Europe, progetto internazionale di ricerca dedicato allo studio delle migrazioni fra il Senegal e l’Italia, la Francia e la Spagna; fra la Repubblica Democratica del Congo e il Belgio e il Regno Unito; e fra il Ghana e i Paesi Bassi e il Regno Unito. I dati sono stati raccolti fra il 2008 e il 2010.

[30]     Castagnone E. 2010.

[31]     Riccio B. 2007.

[32]     La Direction Générale des Sénégalais de l’Extérieur, che fa capo al Ministero degli Affari Esteri, e l’Haut-Conseil des Sénégalais de l’Etranger; esiste inoltre una Cassa autonoma di solidarietà che ha l’obiettivo di ottimizzare gli effetti economici e sociali delle rimesse. Dia 2013.

[33]     Ibidem.

[34]     Bernardini F. 2018.

[35]     Clemens M. A. e Postel H. M. (2017), Deterring Emigration with Foreign Aid: An Overview of Evidence from Low-Income Countries, IZA – Institute of Labor Economics, Policy Paper No. 136.


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Scritto da
Lorenzo Pedretti

Nato a Bologna nel 1990. Nel 2015 consegue la laurea magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso la Scuola di Scienze Politiche “Roberto Ruffilli” dell’Università di Bologna, con tesi su “Immigrazione e stato sociale in Germania e in Italia negli anni Novanta e Duemila”. Nel 2016 completa il Master in cooperazione internazionale di ISPI a Milano. Nel 2017-2018 svolge il servizio civile in Senegal. Attualmente vive e lavora a Torino. Particolarmente interessato al tema delle migrazioni internazionali, ha vinto la Targa Athesis, nel quadro del Premio di Natale UCSI 2019, per un articolo sulla migrazione di ritorno dall’Italia al Senegal scritto insieme alla giornalista Giulia Paltrinieri e pubblicato su «La Stampa». Ha scritto anche per «The Bottom Up», «Policlic» e per «Resistenza e Nuove Resistenze» (periodico di ANPI Bologna).

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