Neil Gorsuch alla Corte Suprema e la “nuclear option”
- 08 Aprile 2017

Neil Gorsuch alla Corte Suprema e la “nuclear option”

Scritto da Paolo Marzi

7 minuti di lettura

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L’elezione di Gorsuch e il ruolo del filibuster 

Bisogna inoltre considerare che le nomine a Giudice della Corte Suprema sono a vita: sarà quindi impossibile per i futuri senatori di minoranza (democratici o repubblicani) avere voce in capitolo riguardo nomine che andranno ad influenzare l’interpretazione della Costituzione per decenni ed in modo decisivo (come avvenuto recentemente con i matrimoni tra persone dello stesso sesso).Insomma il rischio, con l’abolizione del filibuster per le nomine della Supreme Court, è che l’intera democrazia americana sia uscita indebolita da uno scontro che può portare benefici solo ad una parte politica e solo nel breve periodo: in caso i Democratici finiscano col controllare la Presidenza ed il Senato (per esempio nel 2020), i Repubblicani non avranno niente a cui aggrapparsi nel caso in cui un Justice conservatore si dimetta (o muoia) e venga sostituito da una figura di tendenza liberal. Con buona pace del bipartitismo e del compromesso istituzionale.

 

Gorsuch

In queste ore, tuttavia, molte voci di critica, specie in ambienti extra-democrat, si sono levate nei confronti dei rappresentanti del Partito dell’Asinello, ritenuti responsabili della situazione venutasi a creare per via della loro presunta opposizione “di principio” alla nomina di un giudice federale rispettato e qualificato come Gorsuch. In particolare, ai dem viene rimproverato di fare ostruzionismo per ripicca della mancata ratifica di Merrick Garland, il giudice nominato da Obama nel 2016 per prendere il posto di Scalia. Unanimemente ritenuto un moderato, Garland dovette però scontrarsi con il rifiuto della Commissione di Giustizia (in un Senato a maggioranza repubblicana) di prenderlo in esame l’anno stesso delle elezioni, creando un precedente pericoloso e potenzialmente destabilizzante.

Molti Repubblicani, inoltre, rispondono alle critiche affermando di aver semplicemente portato a termine ciò che Obama ed i Democratici avevano cominciato nel 2013, l’anno in cui per la prima volta l’opzione nucleare venne effettivamente utilizzata: l’allora majority leader del Senato, Harry Reid (D-NV), con il beneplacito del Presidente stesso e dell’allora maggioranza democratica (con l’eccezione di tre backbenchers) votò per abolire la cloture dei 3/5 per tutte le nomine presidenziali ad eccezione proprio della Corte Suprema, una decisione che al tempo fu appoggiata proprio dallo stesso Sanders. Durante la presidenza Obama, infatti, i Repubblicani avevano fatto ampiamente ricorso allo strumento del filibuster sia per rallentare il lavoro del Parlamento sia per ostacolare le nomine dell’Amministrazione (la metà delle cloture riguardanti nomine presidenziali in tutta la storia degli USA è avvenuta sotto Obama, per capirsi). A tali accuse, tuttavia, il Grand Old Party risponde con il clima di tensione che si venne a creare sotto Bush nel 2005, quando solo un accordo bipartisan raggiunto in extremis prevenne l’uso della nuclear option (il termine fu coniato allora) sulle nomine del Presidente per le corti d’appello federali.

E se da una parte c’è chi si lamenta per l’accostamento tra un incarico a vita e una nomina temporanea (quella di Segretario), dall’altra c’è chi frena gli allarmismi, ricordando comunque che la dimensione principale e più importante del filibuster rimane intatta: la possibilità di fare ostruzionismo sulle leggi che arrivano al Congresso. Senza una tale opzione, ognuno dei due partiti, dicono in molti, diverrebbe totalmente irrilevante in caso finisca col trovarsi in minoranza, e al momento nessuno all’interno del Parlamento pensa anche solo minimamente di mettere in discussione questo pilastro. Ironicamente, però, questi sono gli stessi motivi recentemente ignorati proprio dalla maggioranza repubblicana per limitare ulteriormente un filibuster già azzoppato dai democratici nel 2013, attraverso una procedura parlamentare già millantata dal GOP nel 2005 e utilizzata ancora prima dai dem negli anni Settanta. L’unico risultato tangibile di questo bailamme politico di rimpalli e scaricabarile assume la forma di un gioco a somma zero in cui la maggioranza di turno cambia “arbitrariamente” le regole a proprio vantaggio, ogni volta spostando l’asticella un poco più in basso verso la partisanship, il rifiuto del compromesso e la volontà di far prevalere le proprie posizioni a scapito delle regole attraverso cui il gioco democratico viene implementato. O peggio, semplicemente, per vincere contro il proprio nemico.

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Scritto da
Paolo Marzi

Nato a Siena il 2 gennaio 1992. Laureato in Scienze Politiche all'Università di Siena. Attualmente frequenta il corso magistrale in European Studies presso l'Università degli studi di Siena. Appassionato di politica estera ed interna, letteratura e sport. Scrive sul blog multiautore Versus e altre riviste e pagine online.

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