Scritto da Marcello Spagnulo
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«Prevedere è difficile, soprattutto per quanto riguarda il futuro», così si pronunciò il fisico quantistico danese Niels Bohr, cogliendo al meglio il concetto di fondo dell’imperscrutabilità degli eventi in divenire. Bisogna quindi accostarsi con umiltà alla sfida di speculare – direbbero gli antichi greci – su dove ci porteranno i prossimi cinquant’anni nell’esplorazione dello spazio. La prima domanda che viene spontanea è: da dove cominciare? Qual è la visione d’insieme che potrebbe dare forma migliore alle nostre riflessioni? È molto facile sbagliarsi del tutto, poiché oggi si possono ipotizzare con uguale apparente credibilità una serie di diverse forme del futuro dell’esplorazione spaziale. Una cosa però appare ineludibile: bisognerebbe cambiare il paradigma semantico volgendo la terminologia da “esplorazione” a “sfruttamento”, in inglese exploitation. E da qui partire con riflessioni realistiche, condotte anche su basi storiche e senza farsi troppo abbagliare dall’enfasi del progresso tecnologico in costante crescita.
Dal lancio dello Sputnik nel 1957 l’esplorazione spaziale è stata un catalizzatore del progresso scientifico e tecnologico con un forte impatto sulla sfera sociale e, indubbiamente in positivo, sulla qualità della vita sulla Terra. I benefici delle tecnologie spaziali, molte delle quali discendono dalla corsa allo spazio della Guerra Fredda, riguardano la ricerca medica e ambientale, la scienza dei materiali, le telecomunicazioni e la localizzazione globale. La ricerca spaziale e le sue applicazioni hanno rafforzato la nostra capacità di risolvere molti problemi del mondo moderno e oggi stanno aprendo nuove stimolanti prospettive. Ad esempio, un team del California Institute of Technology (Caltech) ha recentemente prodotto un pannello solare pieghevole e compatto che è stato inviato in orbita da dove ha raccolto l’energia del Sole e l’ha tradotta in frequenze radio che sono state poi trasmesse verso ricevitori a Terra generando corrente elettrica[1]. Risultati come questi sono uno dei motivi per cui dobbiamo continuare a sviluppare tecnologie spaziali, dando ulteriore conferma alla riformulazione semantica del termine esplorazione dello spazio. Oggi più che mai le enormi possibilità disponibili nel cosiddetto “New Space” possono essere sfruttate per vantaggi industriali e commerciali, oltreché ovviamente politici.
Bisogna però annotare come lo sviluppo delle attività spaziali degli ultimi due decenni abbia evidenziato nuove disparità. In primis, è evidente che l’industria spaziale commerciale sia in pratica dominata dai cosiddetti “baroni dello spazio” – dal titolo del libro di Christian Davenport The Space Barons. Elon Musk, Jeff Bezos, and the Quest to Colonize the Cosmos[2] – imprenditori privati statunitensi i cui immensi patrimoni consentono loro di finanziarsi gran parte dei costi esorbitanti necessari per i progetti spaziali. In secondo luogo, si rileva poi un incrementale “Space Gap”, cioè una divisione tra le Nazioni che sono tecnologicamente in grado di fare attività spaziali sofisticate – comunicazioni avanzate, intelligence dallo spazio e missioni interplanetarie – e le Nazioni che stanno sviluppando tali tecnologie o che non le possiedono del tutto. Queste ultime spesso ricorrono, a pagamento, a quelle maggiormente sviluppate per un accesso, limitato e controllato, ai sistemi e alle applicazioni spaziali. E ne divengono dipendenti.
Solo dieci Paesi hanno la capacità di lanciare oggetti nello spazio mentre solo tre, Stati Uniti, Russia e Cina, possiedono astronavi e stazioni spaziali abitate. Sono infatti le tre Nazioni che utilizzano lo spazio extra-atmosferico come strumento di influenza e di dominio su tutti gli altri. Nel 2006, il presidente George W. Bush disse che gli Stati Uniti avrebbero negato l’accesso alle tecnologie spaziali statunitensi alle Nazioni le cui politiche erano contrarie a quelle di Washington, e che inoltre avrebbero negato l’accesso allo spazio ai Paesi nemici. In pratica una non troppo velata minaccia di embargo o, peggio, di qualcos’altro di più incisivo, ma che è rimasta una policy rigorosamente rispettata da tutti i presidenti succedutisi. La Cina adotta politiche diverse, ma con similari finalità di influenza. Guardiamo per esempio alla Belt and Road Initiative (BRI), il piano per costruire infrastrutture nei Paesi africani e asiatici in via di sviluppo. Nell’ambito della BRI, Pechino ha inserito le tecnologie del cyberspazio, dell’informazione e della comunicazione per creare un “corridoio informativo spaziale”. I Paesi in via di sviluppo possono contare sui satelliti BeiDou, analoghi del GPS americano, così come su altre applicazioni satellitari cinesi. Ovvio che nel momento in cui tali satelliti operano sotto la gestione delle forze armate, i Paesi che firmano gli accordi della BRI spesso finiscono per diventare pedine economiche e politiche di Pechino. Lo Space Gap è quindi solo l’inizio di una crescente disuguaglianza galattica che si riverbera sul pianeta, rimpallandosi tra le superpotenze in competizione tra loro sotto lo sguardo impotente degli Stati sudditi.
La futura esplorazione dello spazio, in via di trasformazione verso la dimensione dello sfruttamento, diventa un nuovo ambito di espansione economica, militare e territoriale, in ciò aiutata da una nuova legislazione che ha aperte le porte all’intreccio tra economia e politica, tra privato e pubblico. Il Trattato sullo spazio del 1967 redatto dall’ONU dichiarava che: «L’esplorazione e l’uso dello spazio extra-atmosferico – quindi anche lo sfruttamento, n.d.r. – saranno effettuati a beneficio e nell’interesse di tutti i Paesi e saranno competenza di tutta l’umanità». Nel 2015, tuttavia, il Congresso di Washington ha approvato il Commercial Space Launch Competitiveness Act che, di fatto, ha legalizzato la potenziale proprietà degli oggetti celesti da parte delle aziende spaziali americane. In questo modo, gli Stati Uniti hanno creato un precedente configurando un’apertura attraverso la quale la predazione economica poteva filtrare. E così è stato. Le società private spaziali, come SpaceX e Blue Origin, sono le moderne iterazioni delle società per azioni coloniali europee di qualche secolo fa, come per esempio le Compagnie delle Indie. Proprio come quest’ultime, le aziende del cosiddetto New Space, ricevono il sostegno finanziario del proprio governo sotto forma di contratti, ma essendo società per azioni raccolgono altro denaro dal mercato finanziario, così come le compagnie di secoli fa lo raccoglievano dai commercianti privati e dalle monarchie europee. Per provare a comprendere la potenziale traiettoria del futuro dello spazio, dovremmo quindi guardare anche a quel passato e alle conseguenze sociali che ne derivarono.
L’esplorazione spaziale dell’era moderna è cominciata con una forte impronta, tecnologica e mediatica, statunitense ed è stata un’epoca molto simile a quella che ha caratterizzato l’esplorazione delle Americhe e delle Indie da parte degli europei dal XV secolo in poi. È stata un’attività umana a crescente tasso di innovazione tecnologica, alimentata da un combinato disposto di ricerca di potere e di conseguimento di un primario vantaggio economico. A partire dal secondo dopoguerra del secolo scorso, i governi finanziarono l’esplorazione spaziale proprio come secoli prima le monarchie europee sostennero economicamente i viaggi di arditi singoli esploratori oltre il continente. E quando fu acclarato che le risorse disponibili nelle terre lontane erano immense, le società per azioni con sede in Europa contribuirono a trovare nuovi finanziamenti per colonizzare i territori ed estrarre immensi profitti dal cosiddetto “Nuovo Mondo”. Metafora simbolica dell’odierno New Space. Nei secoli passati, queste compagnie divennero vere e proprie aziende, dei monopoli ricchissimi che adottando politiche commerciali aggressive sfruttarono l’estrazione di materiali di valore ottenuti con il lavoro forzato delle comunità indigene, vittime di feroci trattamenti.
Oggi, nell’epoca del New Space la prospettiva di un tale parallelismo diviene persino più inquietante se osserviamo i piani, per esempio, di Tesla, la casa automobilistica di Elon Musk, di schierare migliaia di robot umanoidi all’interno delle sue fabbriche per sostituire la forza lavoro umana, espandendosi sino a impiegare milioni di robot in tutto il mondo[3]. Comunque sia, in questa corsa alla privatizzazione dello spazio il fattore imitativo ha preso piede e altre Nazioni hanno iniziato a incoraggiare la partecipazione del settore privato ai rispettivi programmi spaziali pensando che la centralizzazione dell’industria spaziale sotto la sola egida governativa ne limitasse il progresso per mancanza di incentivi, per un’allocazione inefficiente delle risorse e per una scarsa ricerca d’innovazione a causa di una ridotta concorrenza.
L’Agenzia Spaziale Europea (ESA) prova a imitare la NASA adottando nuove politiche commerciali che vorrebbero favorire la crescita di nuove imprese private, ma senza avere né una visione strategica né i capitali finanziari del mercato statunitense. Ma soprattutto senza un capitalismo imprenditoriale a vocazione commerciale globale e nello stesso tempo integrato a quel “complesso militare-industriale” citato dal presidente Dwight D. Eisenhower nel suo discorso di addio alla Casa Bianca, che di fatto è elemento trainante della superiorità tecnologica americana. Persino governi fortemente centralizzati, come quello cinese, stanno esplorando forme di industria spaziale privata o semi-privata, come per esempio nel caso della cinese LandSpace che proprio recentemente è diventata la prima società al mondo a realizzare e lanciare con successo un nuovo razzo vettore alimentato con innovativi motori a metano[4]. È ovvio però che la geopolitica e la sicurezza nazionale rimarranno ancora fattori fondamentali nel dominio dello spazio. La Russia ha riorganizzato nel 2015 le sue Forze armate aerospaziali; la Cina ha creato la Forza di supporto strategico spaziale, un ramo dell’Esercito di liberazione popolare; e il presidente Donald Trump ha istituito la United States Space Force, sesta forza armata degli Stati Uniti, sottolineando che: «Lo spazio è il nuovo dominio di guerra del mondo. Tra le gravi minacce alla nostra sicurezza nazionale, la superiorità americana nello spazio è assolutamente vitale».
Nel quadro sopra delineato, non appare improbabile che aldilà delle dichiarazioni di facciata sullo spirito di fratellanza alla base dell’esplorazione spaziale e sull’anelito di conoscenza dell’umanità protesa verso l’ignoto, lo sviluppo delle prossime tecnologie spaziali non sarà progettato a beneficio della comunità globale – se mai esso lo sia stato – ma piuttosto per le opportunità economiche disponibili nello spazio. E poiché molte disuguaglianze permangono durature in numerose aree del mondo per effetto del passato colonialismo, l’umanità oggi dovrebbe guardarsi indietro per evitare che si producano in prospettiva effetti paragonabili anche nello sfruttamento dello spazio. I Paesi più ricchi e gli imprenditori al loro interno si stanno infatti apprestando a sfruttare in modo sproporzionato le risorse spaziali. I segnali sono evidenti: la sola SpaceX di Elon Musk ha lanciato ottanta razzi Falcon nei primi otto mesi del 2024 mettendo in orbita più di 1.000 satelliti e allo stesso tempo è titolare di contratti dalla NASA e dal Pentagono riuscendo così a espandere il proprio business internet grazie alla costellazione spaziale di cui dispone, che oggi conta quasi 6.300 satelliti. Prima dell’arrivo dei “baroni dello spazio” non si lanciavano più di 200 satelliti in media ogni anno. Resta da vedere se i governi perderanno potere man mano che le compagnie spaziali private diventeranno sempre più potenti e autosufficienti.
Le disuguaglianze nel mondo sono sempre state il prodotto di usi impropri, egoistici e, a volte, dannosi di un potere diffuso e schivo alla regolamentazione e al controllo. Tali disparità sono purtroppo sempre esistite ed è improbabile che scompaiano del tutto, ma mentre cerchiamo di risolvere i complessi problemi terrestri della contemporaneità, dovremmo anche lavorare per prevenire le future disparità che si stanno, per esempio, tratteggiando nello sfruttamento dello spazio. Le compagnie spaziali private sono un’arma a doppio taglio per il mondo. Da un lato, abbassano i prezzi e quindi parrebbero limitare lo Space Gap tra industrie e Nazioni grazie alla cosiddetta “democratizzazione dello spazio”, ma da un altro lato il loro predominio non fa che presagire monopoli globali, diversificati e totalizzanti. In prospettiva, modelli di business quali l’estrazione di materiali rari dalla Luna o dagli asteroidi, la produzione di energia dallo spazio oppure la gestione di server orbitali in cloud potrebbero produrre ricavi economici talmente grandi da incrementare il divario di ricchezza a un punto tale da arrivare forse persino a destabilizzare il valore di alcune valute[5]. È probabile che si assisterà a una distribuzione ineguale dei ricavi destinando il denaro alle Nazioni più ricche e ai suoi industriali, con l’effetto di aumentare drasticamente il divario di ricchezza tra lo 0,1% più ricco della popolazione e il resto del mondo.
Poiché di fatto le società spaziali private sono le stesse che prendono gli appalti sia dalla NASA che dal Pentagono, ecco quindi che le politiche di questo decennio posizionano lo spazio extra-atmosferico come il vero campo di battaglia del prossimo futuro. O forse già del presente, come testimonia la guerra in Ucraina combattuta non solo da soldati immersi in terreni fangosi ma soprattutto da satelliti nel buio silenzio dello spazio extra-atmosferico. Elon Musk ritiene che: «Il futuro dell’umanità si biforcherà in due direzioni: diventerà multi-planetario oppure rimarrà confinato su un pianeta e alla fine ci sarà un’estinzione»[6]. Per questo l’imprenditore punta a formare una colonia autosufficiente di oltre un milione di persone su Marte entro i prossimi cento anni. Ma leggendo al di là della cortina allarmistica, sempre usa a limitare stimoli intellettuali liberi da condizionamenti, notiamo come, grazie alla legalizzazione della proprietà dello spazio da parte degli Stati Uniti, sia solo questione di tempo perché le imprese private come SpaceX monopolizzino le risorse orbitali al fine dichiarato di rispettare questi impegni salvifici per l’umanità, posti però ben al di là dell’orizzonte temporale di una vita. E perciò anche facili a dimenticarsi. Come scriveva nel 2012 la studiosa di diritto spaziale Edythe Weeks: «Questo è il momento di discutere di uguaglianza. Una volta che le società nello spazio saranno stabilite, sarà troppo tardi»[7]. Sono passati più di dieci anni, ma non molto è stato fatto su questo tema mentre l’imprenditoria privata spaziale ha conquistato indisturbata tutti i possibili territori vergini nello spazio extra-atmosferico.
Allo stato attuale, non esiste alcun organo intergovernativo o trattato internazionale che possa, in qualche misura, controllare il grado di militarizzazione o di sfruttamento economico dello spazio e così l’era spaziale del XXI secolo potrebbe benissimo condurre a un’esacerbazione esponenziale delle disuguaglianze e delle disparità di ricchezza. Non bisogna aver timore a prendere consapevolezza che siamo di fronte a un quadro che può tendere a fosche prospettive e che ricorda come nella storia dell’umanità i capitali, e quindi i capitalisti, siano in perenne conflitto esistenziale tra loro. Una vera e propria guerra dove i perdenti vengono semplicemente distrutti o inglobati. L’effetto dell’industrializzazione tecnologica e digitale del XXI secolo, di cui lo spazio è elemento molto importante, è che la proprietà del capitale, cioè dei mezzi di produzione, è nelle mani di un numero sempre più esiguo di capitalisti, come ben spiega Thomas Piketty nel libro Il Capitale nel XXI secolo[8]. Quando questo fenomeno si accentua la storia ci insegna che ne derivano due conseguenze fatali. La prima è il progressivo depauperamento delle classi sociali sia medie che meno abbienti, un fenomeno che avviene perché le decisioni vengono prese da un nucleo sempre più esiguo di persone che ragionano in termini di mero interesse personale – si pensi a Elon Musk che vuole sostituire con i robot la forza lavoro umana nelle fabbriche – e non di interesse generale. La seconda fatale conseguenza è che il contrasto tra capitali nazionali può condurre a guerre, e si pensi qui a quanto sta accadendo in Ucraina dove il conflitto tra Mosca e Kiev è in realtà tecnologicamente e tatticamente esteso, in particolare nei domini cyber e spazio, anche a governi terzi (Stati Uniti, Regno Unito, Unione Europea) che sostengono con forniture dirette una delle parti in guerra. Inoltre, oltre agli Stati ritroviamo onnipresenti anche i “baroni dello spazio”, i quali supportano l’Ucraina con i satelliti Starlink[9] e con i server della Amazon Web Services[10].
Senza un’analisi consapevole e disincantata dell’evoluzione attuale del sistema capitalistico del New Space sarà difficile uscire dalla propaganda e dai falsi miti spesso veicolati dalle fonti d’informazione di proprietà dei medesimi capitali. Emblematico il fatto che i due uomini più ricchi del mondo, Elon Musk e Jeff Bezos, introiettino proprio questi costrutti del potere capitalistico informativo. Il primo possiede SpaceX e il social media X (l’ex-Twitter) da 350 milioni di utenti, mentre Bezos possiede Blue Origin e l’influente quotidiano The Washington Post. Uomini d’affari astuti e spregiudicati, proprietari di società capitalizzate più del prodotto interno lordo di Paesi industrializzati, ci condurranno nello spazio, sulla Luna e forse fin su Marte, ma saranno responsabili solo nei confronti dei loro azionisti e del loro profitto. È questo il futuro che vogliamo?
[1] Caltech, In a First, Caltech’s Space Solar Power Demonstrator Wirelessly Transmits Power in Space, 1° giugno 2023.
[2] J. Foust, Reviews: Rocket Billionaires and The Space Barons, «The Space Review», 26 marzo 2018.
[3] Rainews.it, Arrivano i robot umanoidi, Musk: “Si prenderanno cura degli anziani”, 27 settembre 2022.
[4] Reuters, China LandSpace’s methane-powered rocket sends satellites into orbit, 9 dicembre 2023.
[5] J. Light, Digital Dollars Could Be a Boon for Amazon, Alphabet, and Other Tech Companies, «Barron’s», 29 ottobre 2022.
[6] J. Bates, In Order to Ensure Our Survival, We Must Become a Multi-Planetary Species. We’re one giant disaster away from the end of our species, «Futurism», 5 agosto 2017.
[7] E.E. Weeks, Outer Space Development, International Relations and Space Law. A Method for Elucidating Seeds, Cambridge Scholars Publishing, Cambridge 2012.
[8] P. Missiroli, “Il Capitale nel XXI secolo” di Thomas Piketty, «pandorarivista.it», 25 luglio 2014.
[9] The Economist, How Elon Musk’s satellites have saved Ukraine and changed warfare. And the worries about what comes next, 5 gennaio 2023.
[10] Amazon Staff, How Amazon is assisting in Ukraine, aboutamazon.com, 21 giugno 2023.