“Nient’altro che la verità” di Michele Santoro
- 30 Giugno 2021

“Nient’altro che la verità” di Michele Santoro

Recensione a: Michele Santoro, Nient’altro che la verità, Marsilio, Venezia 2021, pp. 400, 19 euro (scheda libro)

Scritto da Carmelo Albanese

9 minuti di lettura

Il 28 aprile 2021, su La7, il direttore Enrico Mentana organizza una serata evento dal titolo “Speciale Mafia. La ricerca della verità”, per discutere in anteprima il libro di Michele Santoro, Nient’altro che la verità (Marsilio), che sarebbe uscito in libreria il giorno dopo. È il grande ritorno in tv del celebre conduttore che, malgrado sia assente da oltre due anni dagli studi televisivi, dà mostra di non aver perso la passione e l’audacia che lo hanno reso celebre al grande pubblico. Il libro è il racconto di Cosa Nostra che Santoro ha raccolto da una voce “interna”, quella di Maurizio Avola, un mafioso della famiglia catanese Santapaola, divenuto nel 1994 collaboratore di giustizia. Nel dibattito tra gli ospiti della trasmissione (Fiammetta Borsellino, Carla Del Ponte, Antonio Di Pietro e Andrea Purgatori) emergono diverse questioni, ma una, cruciale, catalizza l’attenzione più delle altre: l’asserzione del mafioso – rivelata da Santoro e contenuta nel libro – di aver partecipato alla strage di via D’Amelio, il 19 luglio 1992, dove persero la vita il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta.

Nei giorni seguenti infuriano le polemiche. Mentre alcuni alludono in maniera più o meno esplicita a un tentativo di depistaggio[1], prende posizione anche la procura di Caltanissetta in una forma inconsueta, con un comunicato stampa nel quale definisce inattendibile quanto riportato da Santoro in trasmissione[2]. Tutte le reazioni tendono quindi a screditare Avola e il suo racconto, nonostante diverse procure negli anni abbiano evidenziato il valore della sua collaborazione[3] e le sue dichiarazioni siano state determinanti per far condannare autori e mandanti di almeno trenta omicidi. Soprattutto, però, il polverone sollevato stranisce in quanto sembra che nessuno abbia letto per intero il libro, considerato che di un volume di 400 pagine viene evocata solo una vicenda, pure importantissima, che ne occupa circa 15.

La formula narrativa del dialogo con un mafioso ha un precedente illustre ne Il boss è solo. Buscetta: la vera storia di un vero padrino, il libro intervista di Enzo Biagi a “don Masino”, il “grande” pentito che aveva rivelato a Giovanni Falcone la struttura di Cosa Nostra, pubblicato da Mondadori nel 1986. Ma Avola non è Buscetta, come Santoro sa e si premura di precisare; non lo è per ruolo e non lo è per personalità: entrambi elementi che motivano diversamente le rispettive scelte di collaborare con la giustizia e di raccontare a un giornalista le loro personali “verità”.

Maurizio Avola è un rapinatore che a un certo punto della sua vita si imbatte in Cosa Nostra. Sin dall’adolescenza sviluppa un carattere schivo e taciturno, non ha interessi particolari – se non quello per le auto e le moto di grossa cilindrata – e l’unica cosa di cui è certo è che sarà disposto a tutto fare pur di non seguire le orme del padre, un onesto ristoratore che grazie alle sue capacità e ai suoi sacrifici riesce a far vivere la famiglia in una condizione di relativo agio. La prima – sarà l’unica – passione della sua vita la scopre quasi per caso, nel periodo del servizio militare, quando inizia a maneggiare armi ed esplosivi. È una rivelazione, anche perché all’attrazione per bombe, fucili e pistole si accompagna la consapevolezza di possedere una certa abilità nel loro utilizzo. Oltre a lui, di questa sua “dote naturale” si accorge anche Cosa Nostra, che la mette a valore e, da rapinatore, Avola diventa un killer, preciso e affidabile, le cui qualità di riservatezza e fedeltà alla “famiglia” gli valgono il “battesimo” come uomo d’onore. È questo l’unico passaggio in grado che il mafioso catanese fa dentro l’organizzazione. Una calibro 38 e, soprattutto, una 7 e 65 definiscono la sua identità («Avevo un solo pensiero nella testa: fare bene, sparare con precisione, eseguire il piano in ogni dettaglio», p. 141), ma privo com’è di qualsiasi ambizione, nei circa dieci anni di attività (e ottanta omicidi) dentro Cosa Nostra Avola non farà carriera alcuna, limitandosi a eseguire diligentemente gli ordini che gli vengono impartiti e a colpire, uno ad uno, gli obiettivi indicati.

Il racconto di Avola, che si dipana nei 26 capitoli del libro, è popolato da alcuni – pochi – personaggi con un ruolo da protagonista e ha la sua scena principale in un luogo da cui tutti partono e a cui tutti fanno ritorno. Si tratta del Motel Agip di Ognina di cui è proprietario Marcello D’Agata, il consigliere del boss Nitto Santapaola. In questo distributore di benzina, oltre a venir prese gran parte delle decisioni attinenti al “lavoro” di Avola, si discute e si intrattengono relazioni con mondi altri da Cosa Nostra; assieme a D’Agata, figura centrale dell’ambiente è Aldo Ercolano, nipote di Nitto e capo militare della famiglia.

Ercolano, ma soprattutto D’Agata e Francesco Mangion, il vice di Santapaola, non sono semplicemente i superiori di Avola, che gli danno ordini indiscutibili da eseguire, sono anche dei veri e propri maestri. Costoro, infatti, gli spiegano la struttura e il modus operandi di Cosa Nostra (cinque famiglie in Sicilia e cinque in America, i cui componenti sono legati da un patto di sangue e sono guidate da un capofamiglia, il solo che può autorizzare un uomo d’onore a compiere un omicidio; sugli interessi che riguardano tutta Cosa Nostra, invece, decidono i capiprovincia riuniti) e lo indottrinano con una narrazione mitologica e stereotipata di una mafia “buona”[4]: una grande famiglia al cui interno vigono regole semplici valide per tutti, che agisce a fin di bene e che è stata “riscattata” da Totò Riina quando ha sconfitto i vecchi boss palermitani «che volevano solo arricchirsi fottendosene dei fratelli in carcere» (p. 192). Avola, con i pochi strumenti culturali che possiede, assorbe per intero questa storia, assumendo con entusiasmo e convinzione il ruolo di soldato che uccide per la famiglia («che mi aveva dato il potere di togliere la vita agli altri», p. 187), per la cui causa è disposto a tutto: «Se Aldo mi chiama mi butto nel fuoco per lui. E se mi chiama Riina muoio giovane, anzi giovanissimo» (p. 185). Solo all’inizio del 1993, quando nel clima di sospetti generato dal pentitismo e dall’incubo del fine pena mai gli verrà ordinato di occuparsi dell’omicidio del suo braccio destro, il killer Pinuccio Di Leo, ritenuto ormai dalla famiglia pericoloso e inaffidabile, nella sua mente e nel suo animo si scioglieranno come neve al sole i presupposti di questa favola; di lì a breve sarà arrestato per la terza volta e dopo circa un anno inizierà a collaborare con i giudici. Ma in quel momento la sua adesione a questo imbastimento ideologico è ferrea.

Il confronto tra Avola e Santoro dà luogo a una trama unitaria nella quale, al ritorno mentale – laborioso e faticante – agli episodi principali di oltre un decennio di attività criminale, sovente si interseca la riflessione sulle scelte esistenziali, quasi casuali (o comunque grandemente determinate dai contesti) per l’autore, dettate dall’ineluttabilità del destino per l’intervistato: «Penso che sono nato rapinatore, sono nato killer. Se esiste dio significa che mi voleva così, che era giusto così. Se non esiste, se moriamo e torniamo a vivere in eterno, penso che anche in un’altra vita tornerò a essere quello che sono stato. Il destino è una maledizione» (p. 360).

La ricostruzione dei fatti di sangue procede su due piani non ordinati in sequenza: quello degli omicidi (eseguiti o progettati) a cui Avola ha direttamente partecipato e quello relativo ad altri assassinii, talvolta eccellenti (come il sabotaggio dell’aereo del presidente dell’Eni Enrico Mattei, operato da Nitto Santapaola e Francesco Mangion, e l’omicidio del presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella, eseguito da Carletto Campanella, capodecina della famiglia Santapaola), la cui dinamica gli è stata riferita da altri uomini d’onore e perciò non ha motivo di metterne in dubbio la veridicità poiché, come ha spiegato anche da Buscetta, «Un uomo d’onore ha sempre l’obbligo di dire la verità a un altro uomo d’onore» (p. 351).

Maurizio Avola è protagonista di omicidi importanti. È un semplice soldato, un terrorista al servizio di Cosa Nostra molto poco curioso e, in ogni caso, che non chiede oltre ciò che è necessario per le sue mansioni perché «Non esistono certe domande» (p. 209). Per tali ragioni spesso non conosce le sue vittime, non ne ha mai sentito parlare e viene a sapere i motivi per i quali sono state “condannate” solo a ridosso delle esecuzioni. È il caso di Pippo Fava, direttore de «I Siciliani», il cui omicidio, il 5 gennaio 1984, viene eseguito da Avola, ma attribuito a Ercolano per accrescere il prestigio della famiglia agli occhi dei corleonesi, anch’essi interessati all’uccisione del giornalista; ed anche del giudice Antonino Scopelliti, ucciso in Calabria il 9 agosto 1991 da un gruppo di fuoco composto dai catanesi e dal boss di Trapani Matteo Messina Denaro per lanciare un segnale a Giovanni Falcone, che avrebbe voluto fargli sostenere la parte dell’accusa nel maxiprocesso in Cassazione. Questa volta l’esecuzione la compie Enzo Santapaola, il figlio del boss, per dimostrare la fedeltà a Riina e alla sua strategia da parte della famiglia di Catania, in realtà contraria allo stragismo: «questa è una strada che non spunta – si era lasciato sfuggire il capomafia con Avola. Se diventiamo un cancro, lo Stato se lo dovrà togliere per forza. Abbiamo amici, possiamo parlare, ottenere, aggiustare tutte cose. Senza bisogno di fare i terroristi» (p. 205).

La strage di via D’Amelio rappresenta l’approdo narrativo del libro, la “grande rivelazione” verso cui l’autore ci avvicina con accenni sparsi ma ripetuti che cadenzano l’andamento del dialogo. La questione si palesa nel terzultimo capitolo, il 24°, per poi essere finalmente affrontata da Avola nel 26°. Nel suo racconto non solo via D’Amelio ma tutte le stragi del 1992-1993 fanno parte di un unico piano deciso dai capiprovincia nell’estate del 1991 a Castelvetrano. L’idea dei corleonesi è di sviluppare una potenza di fuoco tale da indurre lo Stato a rinunciare alla linea dura; su questo convergono anche gli interessi di Cosa Nostra americana e, nello specifico, della famiglia Gambino che ne è al comando. Falcone, infatti, ha compreso che la mafia americana e quella siciliana sono una cosa sola e si propone di esportare il suo metodo negli USA. Le famiglie americane forniscono, dunque, la tecnologia necessaria per le esplosioni di Capaci e via D’Amelio e inviano in Sicilia un esperto con lo scopo di istruire coloro i quali dovranno confezionare e azionare le bombe. Secondo quanto riferisce il pentito, mentre di Falcone si occupano i corleonesi, all’uccisione di Borsellino partecipano anche gli uomini di Santapaola (che non può contraddire Riina), e lui nello specifico svolge il compito di imbottire di esplosivo T4 – assieme a due palermitani – la Fiat 126 rubata da Gaspare Spatuzza e di sistemare la parte elettrica e, in via D’Amelio, di segnalare quando far esplodere la bomba.

Il racconto di Avola non contraddice né stravolge verità giudiziarie accertate con sentenze passate in giudicato ma fornisce elementi nuovi a indagini impantanate o ancora in corso e in alcuni casi, come per la strage di via D’Amelio, smentisce vulgate giornalistiche o ipotesi di alcuni pm finora indimostrate («Non c’era nessun servizio segreto. […] Forse Spatuzza ha visto Aldo Ercolano, ma non si poteva permettere di chiedere chi era», p. 381). Su tutto, naturalmente, toccherà alla magistratura fare i dovuti riscontri, visto che Avola prima della pubblicazione del libro è stato audito dai giudici su quanto poi sarebbe stato pubblicato.

Al di là delle singole vicende, il libro di Michele Santoro contribuisce a scuotere un dibattito da molto tempo ingessato e pesantemente condizionato da quello che un importante giurista come Giovanni Fiandaca definisce il «lungo romanzo mediatico-giudiziario della cosiddetta trattativa Stato-mafia»[5]. Tale teorema, che tra le altre cose descrive una Cosa Nostra ridotta a braccio armato di entità altre (lo Stato e i suoi apparati), al livello dell’opinione pubblica è stato reso indipendente dall’iter dibattimentale e processuale e trasformato in “verità rivelata” dei pm che nessuno può discutere e che la magistratura giudicante può solo confermare. Da questo punto di vista, il lavoro d’inchiesta di Santoro si pone in controtendenza, mettendo a fuoco alcune questioni su cui sarà opportuno tornare a ragionare.

Innanzitutto, come già suggerito dalla storiografia più accreditata[6], la centralità di Cosa Nostra. La mafia è un “soggetto politico” che vive e prospera in un sistema di scambi e relazioni, e nel corso della sua lunga storia ha intrattenuto con gli organi statuali un rapporto dialogico tipico di un ordinamento “inferiore” con uno “superiore”, con la connessa conseguenza che fasi di “tolleranza” si sono alternate a fasi di “repressione”, ma si tratta appunto di una dialettica tra corpi distinti: Cosa Nostra non prende ordini da nessuno, decide da sé sulla base di ciò che è più utile ai suoi interessi (che può capitare coincidano con quelli di altri). In secondo luogo, la relativa autonomia di cui godono le mafie provinciali che, pur inserite in un quadro organizzativo “unitario e verticistico”, esercitano diversamente il controllo sul territorio, scelgono di investire – e in che modo farlo – in un settore economico piuttosto che in un altro, articolano contatti con corpi sociali e esponenti dell’establishment eterogenei e, soprattutto, talvolta hanno una profonda diversità di vedute (così Santapaola non può opporsi alla strategia stragista ma in più di un’occasione – è questo il fondato sospetto di Avola – fa in modo che gli organi di polizia deducano il suo disappunto rispetto alle scelte dei corleonesi, ad esempio facendo saltare, con delle soffiate, i progettati attentati al governatore di New York, Mario Cuomo, ad Antonio Di Pietro e a Salvo Andò). Infine la fondamentale funzione della connection mafiosa tra le due sponde dell’Atlantico: un legame profondo, costituente, che, come evidenzia lo storico Salvatore Lupo, non può isolarsi o addirittura tenere fuori dal quadro generale senza compromettere la comprensione del fenomeno, complesso e mutevole, di cui trattiamo[7].


[1] Cfr. Ingroia: “Le parole di Avola sono depistanti”, «AntimafiaDuemila», 29 aprile 2021; E. Deaglio, I depistaggi sul delitto Borsellino non finiscono mai: il caso Avola, «Domani», 30 aprile 2021; C. Fava, Il racconto di Avola? Uno che racconta palle, «Domani», 2 maggio 2021.

[2] S. Palazzolo, Strage Borsellino, i pm di Caltanissetta bocciano l’ex pentito Avola: “Non era a Palermo ma a Catania con il braccio ingessato”, «la Repubblica» ed. Palermo, 29 aprile 2021.

[3] Si veda ad esempio la sentenza di primo grado della corte d’assise di Caltanissetta sulla strage di Capaci del 26 settembre 1997.

[4] Sulla storia lunga di questa rappresentazione cfr. R. Mangiameli, La mafia tra stereotipo e storia, S. Sciascia, Caltanissetta-Roma 2000.

[5] G. Fiandaca, Giustizia e censori. I pm contro la Cassazione su Mannino scrivono il de profundis della Trattativa, «Il Foglio», 2 giugno 2021, p. 4. In generale cfr. Id., S. Lupo, La mafia non ha vinto. Il labirinto della trattativa, Laterza, Roma-Bari 2014.

[6] Valga il rinvio in questa sede a S. Lupo, La mafia. Centosessant’anni di storia. Tra Sicilia e America, Donzelli, Roma 2018.

[7] Cfr. Id., Quando la mafia trovò l’America. Storia di un intreccio intercontinentale, 1888-2008, Einaudi, Torino 2008.

Scritto da
Carmelo Albanese

Dottore di ricerca in Storia contemporanea all’Università di Firenze. È interessato ai temi dell’antifascismo, della Resistenza e della società italiana fra le due guerre, con una attenzione particolare alla Sicilia. Tra le sue recenti pubblicazioni: “Leto Fratini, scultore. Percorsi esistenziali e traiettorie dell’antifascismo tra Firenze e Milano” (Pacini 2017); “Una «Resistenza perfetta» per l’unità autonomista. Il discorso pubblico di Pompeo Colajanni «Barbato» (1955-1960)”, in T. Baris e C. Verri (a cura di), “I siciliani nella Resistenza” (Sellerio 2019); “Napoleone Colajanni e il suo “feudo elettorale”. Relazioni e alleanze politiche in Sicilia in età giolittiana”, «Giornale di Storia Contemporanea», XXIV, 2/2020.

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