Non solo Trump. Le fratture della società USA
- 04 Gennaio 2021

Non solo Trump. Le fratture della società USA

Scritto da Alessia Dini

8 minuti di lettura

Il 20 gennaio Joseph Robinette Biden Jr. poggerà la mano destra su una copia della Bibbia, alzerà il braccio sinistro e, guardando il Presidente della Corte Suprema degli Stati Uniti, giurerà di proteggere la Costituzione. Per molti, di là e di qua dall’Atlantico, così come in svariati angoli del mondo, sembra la fine di un incubo, il segno definitivo che quattro anni di relazioni instabili con gli alleati, di decisioni prese con poco “calcolo e raziocinio”, di politiche bieche e poco lungimiranti, siano arrivati a termine.

 

Partiamo dai dati…

In questi due mesi scarsi che ci lasciano il voto alle spalle, le analisi si sono succedute e sovrapposte indiscriminatamente, con gli opinionisti di una compagine o dell’altra pronti a portare acqua al proprio mulino. Per tutti un dato è incontestabile: l’affluenza. Hanno votato 160 milioni circa di aventi diritto, 30 milioni in più delle elezioni che portarono alla vittoria Trump nel 2016. Biden ha preso oltre 10 milioni di voti in più rispetto ad Obama nel 2008 ed era dall’inizio del Novecento che non si vedevano queste percentuali alle urne.

In seconda istanza – ci dicono gli analisti conservatori/liberisti – deve colpire il voto per Trump delle minoranze. Trump, il suprematista bianco, ha migliorato il voto tra gli uomini afroamericani (+2% dal 2016)[1]; Trump, quello che rinchiude i bambini messicani nelle carceri di confine, conquista quasi un terzo del voto dei Latinos (+9% dal 2016)[2]; Trump, che tagliava fondi destinati a politiche non discriminatorie, ha raddoppiato i voti della comunità LGBTQ+ (+14% dal 2016)[3]. Questi dati dovrebbero discreditare la “sinistra” statunitense, che tanto ha forzato la mano sulle uscite più scomode di Trump nei confronti di tutte le minoranze, senza rendersi conto che anche tra le minoranze ci sono cittadini che sono a favore di politiche conservatrici/liberiste[4]. A suggello della loro spiegazione portano il voto dei cubani in Florida: emigrati negli USA da un Paese socialista, temono di perdere il sogno statunitense del “self made man”.

Oltre al fatto che questa teoria vale più o meno solo per i cubani – gli Stati Uniti si sono sempre premurati di evitare altre Baie dei Porci in America Latina – quest’analisi pecca del fatto che il Trumpismo in primis non rispecchia il neoliberismo che ha reso il GOP quel che era dagli anni Ottanta. Respingono al mittente infatti gli analisti progressisti: è utile osservare che parallelamente al voto per il rinnovo (parziale) del Congresso e per l’elezione del Presidente, molti Stati americani erano chiamati a votare per dei referendum: nella gran parte dei casi hanno vinto campagne a sostegno di politiche progressiste quali la legalizzazione della marjuana, che ha vinto anche in Stati repubblicani come South Dakota e Montana, o l’aumento del salario minino che in Florida, dove Trump ha vinto nonostante le aspettative, è passato da $8,65 a $15[5].

Parallelamente, emerge che tra l’elettorato bianco, ed in particolare tra i Blue collars, Trump non sia andato bene come nella tornata elettorale precedente. Nel 2016 Trump aveva ottenuto il 63% dell’elettorato bianco non laureato. Ha ottenuto lo stesso risultato quest’anno, ma il Partito Democratico ha visto un’oscillazione del 4% in suo favore. Biden – sicuramente personaggio più affabile e comprensibile di Hillary Clinton per i Blue collars – avrebbe vinto fondamentalmente grazie alla riconquista della Rust Belt (Michigan, Wisconsin e Pennsylvania) e quindi il voto della classe operaia.

 

…e dalla loro analisi

Niente di tutto questo è falso o incorretto, ma la storia forse è un po’ diversa e qualcuno lo ha fatto notare [6]. Il voto statunitense non ha a che vedere con l’etnia, la religione o le origini degli elettori, ma piuttosto con due fattori: il luogo di residenza e il titolo di studio.

Partendo dal presupposto che la maggior parte dei posti di lavori ad alta specializzazione sono presenti nelle aree prettamente urbane, dai risultati è evidente la preferenza per Biden dei residenti delle grandi città, in particolare se istruiti: lo ha votato il 60% degli abitanti in aree urbane (29% del campione) e il 62% dei laureati (15% del campione).

Questa analisi vale però oggi, come valeva quattro anni fa. Ma a questa tornata le grandi città si sono letteralmente ribellate a Trump. Probabilmente molti elettori repubblicani istruiti e residenti in aree urbane hanno optato per Biden in nome di un senso del ridicolo che sicuramente qualcuno ancora possiede, ma sorge il legittimo sospetto che, sia stato più quest’annus horribilis che i programmi e gli slogan elettorali, a portare Biden alla vittoria.

Biden è riuscito a mobilitare una grossa fetta di elettorato che non aveva mai votato o che comunque non aveva votato alle elezioni precedenti (i repubblicani di cui sopra non sono statisticamente parte di questo campione). In Pennsylvania, uno degli Stati chiave, il dato è lampante: nel 2016 non aveva votato il 10% dell’elettorato che si è invece espresso a questa tornata. Il 63% di questi ha votato Biden. A livello di contee, sempre in Pennsylvania, Biden ha ottenuto il 50% dei voti conquistando solo 13 contee su 67. Gli sono state sufficienti le grandi città[7].

Il Covid-19 ha colpito maggiormente aree ad alta densità abitativa in tutto il mondo, e gli Stati Uniti non fanno eccezione. In corrispondenza di queste aree[8] si sono registrati gli scostamenti elettorali più evidenti a favore di Biden[9]. La correlazione è magari solo causale – molti Stati decisivi per il voto hanno sofferto relativamente poco l’impatto della pandemia – ma se l’eccezionale affluenza nelle grandi città negli Stati chiave è stata anche solo parzialmente dettata dalle ripercussioni sociali ed economiche, ogni analisi su quello che dovrà fare Biden merita un ripensamento. Perché l’opzione è che migliaia e migliaia di cittadini solitamente apatici o semplicemente apolitici, non siano potuti rimanere indifferenti alla prima pandemia globale degli ultimi cento anni e alla gestione del Presidente, ma che se non fosse stato per questo, se ne sarebbero rimasti a casa, decretando indirettamente la rielezione di un illiberale, di un non velato estimatore di gruppi dell’estrema destra con una spiccata intolleranza verso tutto ciò che non lo rappresenta.

Un punto che viene sottolineato da pochi riguarda il voto per il Senato e la Camera dove i candidati democratici non hanno brillato come la storia avrebbe voluto: per la prima volta infatti, il candidato che batte il presidente in carica non porta con sé “in dote” una maggioranza importante in entrambe le camere del Congresso. Del resto, i più attenti lo hanno già sottolineato: Trump potrà pur non essere stato rieletto, ma il Trumpismo non è finito – è appena iniziato[10].

 

Eccezionale, veramente?!

La storia delle relazioni internazionali è costellata di “Ascese e declini delle grandi potenze”, per parafrasare il titolo del più famoso libro di Paul Kennedy. Il 2016 non è stata la prima volta che i cittadini statunitensi hanno premiato una politica estera non-interventista, ma ai tempi di Monroe e Wilson l’Ascesa non si era ancora conclusa. È con l’intervento nella Seconda guerra mondiale ed in particolare con la fine della Guerra Fredda che gli Stati Uniti diventano La Grande Potenza. La loro Ascesa designata da una volontà che pare biblica, l’Eccezionalismo americano.

Non esiste una definizione puntuale di questo termine, ma Donald E. Pease, uno dei più grandi studiosi statunitensi della materia, ne fornisce una rappresentazione riferendolo ad elementi assenti e presenti nella società statunitense: “l’assenza di gerarchie feudali, conflitti di classe, un partito socialista, sindacalismo e ideologie contrapposte, e la presenza di una classe media predominante, tolleranza per la diversità, mobilità verso l’alto, ospitalità verso gli immigrati, una fede costituzionale condivisa e individualismo liberale”[11]. È evidente che, se nel 2016 le spaccature della società statunitense erano meno evidenti, la presidenza Trump ha avuto il pregio di mostrare la realtà di un paese in cui sono ribaltati molti di questi elementi[12]. Una società diventata progressivamente sempre meno ospitale verso gli immigrati, con marcate ideologie contrapposte, sempre più intollerante verso la diversità. Per non parlare di quel che resta della mobilità e della classe media statunitense: se nel 1970 nove trentenni americani su dieci potevano dire di guadagnare più dei propri genitori, oggi sono meno di cinque; questa tendenza è presente da anni e sta erodendo la classe media più nel profondo[13].

Forse non è un caso che il concetto di Eccezionalismo americano sia stato non coniato, ma presentato al mondo con e attraverso il reaganismo, che proprio con il trumpismo si conclude. La nozione di Make America Great Again segnala proprio che gli USA non siano stati eccezionali, almeno negli ultimi anni; come non è un caso che il Partito Democratico abbia sempre più fatto suo il concetto a partire dagli anni di Obama ed in particolare con la candidatura di Hillary Clinton nel 2016[14].

 

Evitare la “Restaurazione”

Nel 2016 la NBC realizzò un sondaggio in cui chiese di indicare la propria preferenza tra Trump e Clinton e tra Trump e Sanders. Entrambi i candidati alle primarie democratiche battevano Trump (sic) ma la prima del 5%, il secondo del 13%[15]. L’anno prima, alla Western Illinois University si erano tenute le tradizionali Mock Presidential Elections che dal 1975 determinano accuratamente il Presidente a partire dai candidati alle primarie di entrambi i partiti: Sanders era dato vincitore con 400 collegi[16]. Sanders e Trump hanno in comune la non aderenza al temuto establishment politico; se nel 2016 tra establishment e non-establishment si scelse il secondo indipendentemente dal colore (e dai valori) del candidato, nel 2020 il rischio di affidarsi agli incompetenti è stato esposto da una pandemia globale.

Se effettivamente il Covid-19 è stato il suo miglior alleato, Joseph Robinette Biden Jr. avrà, a partire dal 20 gennaio, un compito tremendamente arduo perché la sua vittoria è prettamente un ripiego. La divisione interna tra aree rurali e urbane non si è sanata, ma si è ulteriormente acuita con 4 anni di presidenza Trump e 9 mesi di pandemia. È stato eletto grazie al voto di cittadini che non seguono la politica e che potrebbero non ripresentarsi fra quattro anni. È un uomo anziano, descritto da molti come poco carismatico (speriamo di poter compensare con Kamala Harris) che ha presentato un programma che non apporta eccezionali novità a quanto proposto nel 2012 da Obama o nel 2016 da Clinton (al netto delle politiche sul clima, a Cesare quel che è di Cesare).

Se l’augurio è che tutto questo sia sbagliato, il consiglio è quello di ricordarsi che Trump è un sintomo e non la malattia, che non è una sua colpa se la classe media statunitense è sempre più povera e sempre più persone sono così poco informate (ed istruite, in un mondo digitalizzato) da credere a teorie complottiste come quelle di QAnon. Sarebbe utile non ignorare le richieste della sinistra del partito che chiede nomine che non abbiano rapporti troppo forti con l’establishment (politico e non), pensare di riparare il debito studentesco[17], prospettare politiche di redistribuzione economica, assicurare una copertura sanitaria a tutti, integrare la politica estera con quelle che sono le necessità economiche del paese e del resto del mondo[18]. Biden dovrebbe sfruttare l’opportunità che gli viene offerta da questi quattro anni e andare più a fondo nel comprendere e riparare le linee di frattura che stanno compromettendo l’Eccezionalismo americano, rispetto a quello che il suo programma e le sue nomine per adesso lasciano intendere – sempre che resti ancora qualcosa da recuperare[19].

Se non sarà così, sorge il sospetto che il 2024 non vedrà risultati altrettanto confortanti, ma solo altrettanto storici. Anche perché, è notizia fresca, mancano solo otto anni a quella che Paul Kennedy descriverebbe come la definitiva ascesa della Cina[20].


[1]  

[2] Holly K. Sonneland, Chart: How U.S. Latinos Voted in the 2020 Presidential Election, as-coa.org, 5 novembre 2020.

[3] Josh Milton, The number of LGBT+ people who voted for Donald Trump doubled – yes, doubled – in four hellacious years, pinknews.co.uk

[4] Ad esempio: Andrew Sullivan, Trump Is Gone. Trumpism Just Arrived https, andrewsullivan.substack.com, 6 novembre 2020.

[5] Gianluca Lo Nostro, Oltre le presidenziali: i referendum per cui si è votato negli USA, youtrend.it

[6] Our analysis of the election results suggests that 2020 accelerated a long-running trend, The Economist

[7] Pennsylvania Election Results, nytimes.com

[8] Mark Muro, Robert Maxim e Jacob Whiton, The places a COVID-19 recession will likely hit hardes, brookings.edu

[9] www.washingtonpost.com/electorate-changes-2016-election-vs-2020

[10] www.washingtonpost.com/reed-galen-trumpism-lincoln-project

[11] Donald E. Pease, American Exceptionalism, «Oxford Bibliographies»

[12] A tal proposito si ricorda un’intervista di Trump che ha avuto luogo nel 2015 in cui dichiara di non credere nell’eccezionalismo statunitense. Il programma elettorale per la rielezione proponeva l’insegnamento dell’eccezionalismo statunitense come materia scolastica, ma non meglio specificato.

[13] Marcus Lu, The Decline of Upward Mobility in One Chart, «visualcapitalist.com», 26 agosto 2020.

[14] Daniel White, Read Hillary Clinton’s Speech Touting ‘American Exceptionalism’, «TIME», 31 agosto 2016.

[15] Hannah Hartig, John Lapinski eStephanie Psyllos, Who’s More Likely to Beat Donald Trump — Hillary Clinton or Bernie Sanders? «nbcnews.com», 10 maggio 2016.

[16] Democratic Ticket Wins Mock Presidential Election; WIU Students Voted Sanders/O’Malley to Take Top Seats, «wiu.edu», 3 novembre 2015.

[17] Student Loan Cancellation Sets Up Clash Between Biden and the Left, «The New York Times»,  10 dicembre 2020.

[18] Salman Ahmed, Wendy Cutler, Rozlyn Engel, David Gordon, Jennifer Harris, Douglas Lute, Daniel M. Price, Christopher Smart, Jake Sullivan, Ashley J. Tellis e Tom Wyler, Making U.S. Foreign Policy Work Better for the Middle Class, «carnegieendowment.org», 23 settembre 2020.

[19] The Biden victory and the future of the centre-left, «socialeurope.eu», 4 dicembre 2020.

[20] Larry Elliott, China to overtake US as world’s biggest economy by 2028, report predicts, «The Guardian», 26 dicembre 2020.

Scritto da
Alessia Dini

Nata in provincia di Firenze nel 1988, consegue la laurea triennale presso l’Università degli Studi di Firenze in Studi Internazionali e la laurea Magistrale in Politica e Sicurezza Internazionale dall’Università di Bologna, con una tesi sulla politica estera America della presidenza Reagan. Durante gli studi partecipa al programma Erasmus all’università Aix-Marseille a Aix-en-Provence e vince una borsa di ricerca dell’Università di Bologna per la stesura della tesi magistrale presso l’università di Stanford. Trascorre sei mesi a New York come advisor presso la delegazione EEAS alle Nazioni Unite e effettua un tirocinio presso l’agenzia delle Nazioni Unite UNRWA. Per due anni è assistente parlamentare a Westminster. Attualmente lavora come consulente per la pubblica amministrazione in ambito di digitalizzazione e innovazione tecnologica.

Pandora Rivista esiste grazie a te. Sostienila

Se pensi che questo e altri articoli di Pandora Rivista affrontino argomenti interessanti e propongano approfondimenti di qualità, forse potresti pensare di sostenere il nostro progetto, che esiste grazie ai suoi lettori e ai giovani redattori che lo animano. Il modo più semplice è abbonarsi alla rivista cartacea e ai contenuti online Pandora+, ma puoi anche fare una donazione a supporto del progetto. Grazie!

Abbonati ora

Seguici

www.pandorarivista.it si avvale dell'utilizzo di alcuni cookie per offrirti un'esperienza di navigazione migliore se vuoi saperne di più clicca qui [cliccando fuori da questo banner acconsenti all'uso dei cookie]