Una nuova sfera pubblica?
- 19 Novembre 2019

Una nuova sfera pubblica?

Scritto da Giacomo Bottos

6 minuti di lettura

La crisi che stiamo vivendo, per quanto resti ancora difficile da valutare nelle conseguenze, è molto probabilmente destinata ad accelerare e ad approfondire numerosi processi già in corso da tempo. Tra questi vi è sicuramente la tendenza ad una crescente digitalizzazione della sfera pubblica, dei mondi dell’informazione, dell’editoria e della cultura. Sono tendenze ormai di lunga data, che agiscono da decenni e che hanno conosciuto diverse fasi nel loro dispiegarsi. Spesso però la loro comprensione è stata filtrata da miti e utopie, che legavano l’avvento del digitale a visioni che potevano essere – a seconda delle prospettive – palingenetiche o catastrofiche. In entrambi i casi l’implicazione, da un punto di vista conoscitivo, era che ogni categoria precedentemente valida fosse resa inservibile ai fini della comprensione della nuova fase. Si trattava di un atteggiamento in un primo momento in parte comprensibile, giustificato per molti versi dalla radicalità del cambiamento e dalle effettive profonde differenze che l’economia dell’immateriale introduce. Il drastico abbattimento dei costi di produzione, riproduzione, trasferimento e immagazzinamento, il peso crescente della componente immateriale nei processi di creazione di valore, l’andamento esponenziale dei processi di innovazione e l’effetto dirompente delle loro conseguenze giustificavano in buona parte questa insistenza sull’elemento di rottura.

Al tempo stesso però una tale prospettiva ha portato a sottovalutare altri aspetti, altrettanto importanti, di questi processi: la loro storicità, il loro avere intimamente a che fare con dinamiche di potere, rapporti internazionali, mutamenti di strutture fondamentali delle nostre società e dei nostri sistemi politici. Se ai tempi della prima diffusione di Internet negli anni Novanta il sogno della ‘fine della Storia’ poteva alimentare quasi naturalmente l’idea di un ‘virtuale’ separato dal ‘reale’ e in seguito i rapporti di questo virtuale potevano essere concepiti secondo il paradigma di una disruption benefica – e comunque inevitabile – di strutture obsolete, dopo la crisi del 2008 gli eventi ci hanno invece progressivamente portato a concepire questo rapporto all’insegna di una maggiore complessità. Sono del resto anche le stesse dinamiche e tendenze intrinseche allo sviluppo tecnologico a portarci a queste considerazioni. Quarta rivoluzione industriale, social network, Internet delle cose, 5G, algoritmi e intelligenza artificiale: tutto porta a destituire progressivamente di senso le distinzioni tra online e offline, tra virtuale e reale. E dunque rendono necessario considerare questi processi in tutte le loro implicazioni, ‘calando nella Storia’ l’innovazione e i suoi effetti.

Questo principio va tenuto in considerazione anche, e a maggior ragione, se si vuole discutere del rapporto tra questi processi e il mondo culturale. Al di là delle dosi di retorica spesso spese su questo tema, la cultura potrebbe oggi – proprio in questo quadro di trasformazioni – rivendicare effettivamente una centralità inedita, se per ‘cultura’ si intende quell’insieme di saperi e di conoscenze che consente di situarsi nel tempo in cui si vive, di comprenderlo, di interpretarlo e di formulare un progetto di cambiamento. Intesa in questi termini la cultura può assumere un ruolo strategico in tempi di crisi come quelli in cui siamo immersi. Ma, anche in questo caso, occorre guardare alla cultura nella concretezza delle sue forme e dei loro cambiamenti. Osservando questi aspetti si assiste ad una grande complessità di tendenze. L’emergere di ‘nuove’ forme si accompagna alla persistenza e, talvolta, alla riemersione di modalità più tradizionali del fare-cultura, trasformate e risignificate. Vi sono processi che contengono elementi di contraddittorietà: accanto alle molto dibattute tendenze alla polarizzazione e alla semplificazione nascono spazi per informazione e approfondimento di qualità. Basti pensare alla forma stessa della rivista, canale tradizionale del dibattito e dell’intervento intellettuale, che ha conosciuto una nuova vita, spesso grazie all’ibridazione con elementi ‘digitali’ e alla costruzione di comunità che si costituiscono sui social ma che poi ‘proseguono’ nei luoghi fisici e viceversa. A questo proposito i cambiamenti innescati dalla diffusione mondiale dell’epidemia imporranno sicuramente un ripensamento e una ricalibrazione, ma questi caratteri non paiono in discussione. La notizia più volte annunciata della ‘morte’ del libro o dell’informazione di qualità appare dunque prematura: c’è ancora spazio per l’approfondimento e per la discussione critica. C’è però bisogno di grandi sforzi di immaginazione e di concretezza, di pensare forme nuove per costruire luoghi dove questo tipo di discussione sia possibile e sostenibile nel mondo di oggi. Tutto questo senza dimenticare né nascondere, ma anzi mettendo esplicitamente a tema, le grandi contraddizioni e ambiguità legate al capitalismo digitale.

Su questa base la grande scommessa è quella di costruire una nuova sfera pubblica con caratteristiche diverse rispetto a quelle che ci siamo abituati ad attribuirle negli ultimi anni – semplificazione, personalizzazione, radicalizzazione dei toni e non delle idee –. Una sfera pubblica dove sia possibile una discussione che presenti certe caratteristiche, un confronto e uno scontro effettivi e reali, che partano da posizioni definite con rigore e chiarezza. Immaginare una nuova sfera pubblica significa anche costruire nuove comunità di persone che possano essere al tempo stesso lettori, autori e critici, sentendosi parte di uno stesso progetto culturale. Anche questo va, del resto, in una direzione tracciata dalle stesse trasformazioni digitali. In questa costellazione di idee può tornare ad avere una nuova attualità una parola antica: intellettuale collettivo. Come detto, i nuovi mezzi ci consentono di mobilitare una quantità importante di conoscenze e sforzi collettivi e di sollecitare una collaborazione diffusa a un progetto culturale. Le possibilità tecniche vanno a convergere con un bisogno diffuso di ridefinizione delle identità e di riconoscimento reciproco in comunità che condividono comuni presupposti. Questa tendenza ha dato origine a spinte verso una polarizzazione di segno negativo. Tuttavia, se declinata diversamente, essa presenta potenzialità di estremo interesse, creando le basi non solo per l’ampliamento di un progetto culturale in termini quantitativi e di estensione, ma anche la sua declinazione a livelli diversi, permettendo la coesistenza di analisi della complessità e ‘semplificazione intelligente’. Sono queste ultime esigenze apparentemente opposte, che possono dare origine ad una reciproca incomunicabilità. Viceversa, nell’ambito di un progetto culturale comune articolato, esse possono essere non solo soddisfatte entrambe, ma anche sostenersi reciprocamente. Può nascere così un ecosistema in grado di generare progressivamente un sistema di mediazioni nel quale comprensione, formazione e comunicazione si arricchiscano a vicenda.

L’idea di una nuova sfera pubblica ha a che fare con molti problemi cruciali, rispetto ai quali si possono proporre spunti e tracce di soluzione. Uno di questi è il problema delle classi dirigenti. Parlando dell’Italia nello specifico, una delle cause a cui il declino degli ultimi decenni può essere ricollegato è quella di essere diventato un Paese ‘invertebrato’. Un Paese, cioè, nel quale il complesso delle classi dirigenti – politiche, economiche, amministrative, del mondo dell’informazione, della ricerca – e delle istituzioni non è più stato in grado di esprimere una prospettiva, una visione sul futuro del Paese, e di agire coerentemente con essa. Ciò è tanto più grave in un momento in cui le democrazie, a livello globale, sono sfidate da sistemi non democratici. Se si vuole giocare questa partita occorre dotarsi di strutture che permettano di esprimere una visione in grado di tenere insieme dimensione ‘orizzontale’ e ‘verticale’, ‘alto’ e ‘basso’, quel ‘popolo’ e quelle ‘élite’ che nel passato recente sono state poste così violentemente in contrapposizione. Ma ciò che tiene insieme questi due piani non può che essere la legittimazione. Costruire una nuova sfera pubblica significa anche costruire un luogo che possa servire sia come strumento di formazione di nuove classi dirigenti sia come mezzo di rilegittimazione e ricostruzione di un rapporto tra ‘alto’ e ‘basso’ basato su una nuova progettualità.

Ma la costruzione di nuovi luoghi di confronto è rilevante non solo in rapporto alla dimensione politica, ma anche a quella economica. Le forme e i progetti culturali devono certamente riconoscere di avere una fondamentale dimensione economica e comprendere come costruire nel tempo un pubblico che dia loro un orizzonte di sostenibilità. Al tempo stesso, però, la costruzione di un ecosistema culturale in grado di raggiungere una massa critica potrebbe avere un effetto trasformativo nei confronti dello stesso mondo economico. Nei suoi momenti più alti il capitalismo italiano ha saputo intrattenere rapporti proficui e produttivi col mondo intellettuale, traendone anche una forte spinta innovativa. Non è un caso infatti che oggi il capitalismo italiano, in una sua componente importante abbia un problema di bassa qualificazione e di scarso contenuto di conoscenza, profondamente legato alla questione della disoccupazione giovanile, dell’emigrazione e della sottoqualificazione di una parte importante del mondo del lavoro. Cambiare il dibattito, cambiare il discorso pubblico, costruire una nuova cultura dell’economia può forse essere una leva per il cambiamento anche in questo ambito. La questione del rinnovamento del sistema produttivo presenta poi uno stretto legame con quella del rapporto tra generazioni. Una soluzione positiva di questo nodo è decisiva per fermare il depauperamento di una parte importante della popolazione italiana attraverso l’emigrazione e la disoccupazione. Impostare un dialogo tra generazioni che parta da un riconoscimento reciproco di esperienze di vita diverse, dei rispettivi retroterra storici di formazione, può portare ad una crescita di consapevolezza per il dibattito pubblico nel suo complesso.

Costruire una nuova sfera pubblica significa, in definitiva, creare uno spazio dove sia possibile mettere a tema le principali fratture del nostro tempo, creando le condizioni per un dibattito profondo e animato da voci diverse, tutte però mosse dallo stesso desiderio di profondità. Ovviamente mettere a fuoco le linee di faglia, le contraddizioni non equivale di per sé a risolverle. È però un passaggio fondamentale e ineludibile. Finché i nodi non vengono riconosciuti, finché non possono essere discussi apertamente, la loro soluzione non può essere nemmeno ipotizzata. Se, viceversa, intorno a questo obiettivo nasce un’azione collettiva, in questo spazio si possono generare le energie che potranno poi contribuire, nei diversi ambiti, ad uno sforzo per produrre il cambiamento. Questo compito assume oggi, nel momento in cui è necessario comprendere le conseguenze e l’impatto di una pandemia che causa una crisi di profondità e dimensioni inedite, un carattere di drammatica urgenza.

Scritto da
Giacomo Bottos

Direttore di Pandora Rivista. Ha studiato Filosofia presso l’Università degli Studi di Milano, l’Università di Pisa e la Scuola Normale Superiore di Pisa. Collabora con diverse riviste cartacee e online.

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