Oltre il neoliberismo, una nuova idea di società
- 16 Marzo 2020

Oltre il neoliberismo, una nuova idea di società

Scritto da Salvatore Romeo

11 minuti di lettura

Questo contributo fa parte di un dibattito su temi sollevati dall’articolo che apre il numero 6/2019 della Rivista «il Mulino», dal titolo Perché la democrazia è in crisi? Socialisti e liberali per i tempi nuovi, scritto congiuntamente da Giuseppe Provenzano ed Emanuele Felice. Tra i temi sollevati nella discussione la parabola storica del liberalismo e il possibile incontro con il pensiero socialista, le cause delle disuguaglianze, il ruolo e l’apporto delle culture politiche ai cambiamenti storici, le chiavi per comprendere il cambiamento tecnologico, le forme della globalizzazione e la crisi ambientale. Per approfondire è possibile consultare l’introduzione del dibattito con l’indice dei contributi pubblicati finora.


Il recente saggio scritto da Emanuele Felice e Giuseppe Provenzano[1], e pubblicato sulla Rivista «il Mulino», ha l’indubbio merito di provare ad elevare il dibattito politico riscoprendo il terreno (purtroppo assai poco praticato di questi tempi) della “battaglia delle idee”. Il tema del contributo è l’evoluzione del liberalismo. La tesi di fondo è che la cultura liberale, dopo aver prodotto la democrazia attraverso l’incontro e l’intreccio con le emergenti istanze socialiste, a partire dagli ultimi decenni del Novecento sarebbe stata afflitta da una “degenerazione” o “involuzione”, il “neoliberismo”. Quest’ultimo avrebbe ristretto l’anelito alla libertà nella sola sfera dell’economico, svuotando progressivamente la democrazia stessa attraverso l’erosione dei diritti sociali e il depotenziamento della politica. Dalle contraddizioni aperte dall’“offensiva neoliberale” avrebbe tratto linfa il “sovranismo”, individuando nella domanda di sicurezza degli “sconfitti” della globalizzazione il terreno su cui crescere e prosperare. Secondo gli autori solo il recupero di un legame fra liberalismo e socialismo – “l’uguaglianza nella libertà” – potrebbe consentire alle forze progressiste di fronteggiare efficacemente l’avanzata della destra.

La riflessione di Felice e Provenzano è senz’altro interessante per il respiro ampio che la caratterizza. Da un punto di vista politico si presenta quasi come un “manifesto”: come il tentativo di fornire un fondamento ideologico nuovo alla sinistra italiana – e, in particolare, al partito di cui entrambi sono (o sono stati nel caso di Provenzano, oggi Ministro) dirigenti – dopo la lunga stagione dell’egemonia neoliberista. In quest’ottica è apprezzabile la problematizzazione che si fa di quest’ultima. Il punto è capire se e in che modo un nuovo “liberalsocialismo” possa contribuire alla costruzione di una prospettiva progressiva adatta a questi tempi. Nelle righe che seguono si proverà a ragionare intorno a questa questione, seguendo gli autori nello sviluppo della loro argomentazione. Si partirà dunque dalla radice stessa delle filosofie politiche chiamate in causa.

 

Proprietà (e) è libertà

Nel rintracciare le origini del liberalismo Felice e Provenzano prendono le mosse dal filosofo inglese John Locke e dal suo celebre argomento per cui la libertà poggia sulla proprietà, che a sua volta deriva dal lavoro. La “centralità del lavoro” avrebbe rappresentato, secondo gli autori, il terreno su cui, nei secoli successivi, si sarebbe realizzata la convergenza fra la cultura liberale e le tendenze democratiche e socialiste. Le cose però sul piano teorico e storico appaiono più complesse.

Come avrebbe evidenziato Marx circa due secoli dopo, proprietà (dei mezzi di produzione) e lavoro non si sovrappongono, ma si trovano l’una di fronte all’altro come elementi complementari. Non è quindi immaginabile una società di proprietari: ne deriva che la libertà, se strettamente correlata alla proprietà, non può che restare circoscritta a una parte della società. E in effetti i regimi liberali che si affermano in Occidente a partire dal XVIII secolo limitano il riconoscimento dei diritti politici alla sola categoria dei possidenti (e in molti casi ai più ricchi fra loro), e persino sul terreno dei diritti civili presentano delle differenziazioni significative.

Il liberalismo dunque non nasce “democratico”, e la sua democratizzazione è un processo controverso. A cavallo fra Otto e Novecento le classi dirigenti liberali europee rispondono all’avanzata del movimento operaio con una strategia di “nazionalizzazione delle masse” in cui l’elemento militare e la spinta coloniale rivestono un ruolo decisivo. I partiti della Seconda Internazionale subiscono questa offensiva, e quell’esperienza finirà travolta dalle contraddizioni che essa fa emergere nel loro campo. Non è tanto sui modi della transizione a un nuovo ordine che i socialisti si dividono irrimediabilmente, ma sul tema molto più concreto della guerra. Il conflitto – e un lungo dopoguerra irrisolto – esaspera la militarizzazione della società. Fascismo e nazismo sono espressioni estreme di questa tendenza. Essi perseguono, per dirla con Gramsci, una “rivoluzione passiva”: si punta a integrare nello Stato le classi lavoratrici, ma in una posizione rigidamente subalterna, attraverso l’ideale della “comunità nazionale”.

L’incontro vero (e paritario) fra liberalismo e socialismo si realizza solo dopo la seconda guerra mondiale. Con la sconfitta del progetto suprematista hitleriano e l’avvio del processo di decolonizzazione l’integrazione militare delle masse non è più praticabile. In questo vuoto di legittimazione le classi lavoratrici rivendicano un ruolo attivo nella direzione dello Stato e dell’economia.

Il “nuovo liberalismo” di cui parlano Felice e Provenzano si afferma in questo contesto. La libertà non è più condizionata dall’accesso alla proprietà o dall’appartenenza a una comunità “superiore”, ma è riconosciuta all’essere umano concreto, cioè all’individuo collocato in un sistema di relazioni sociali. E perché la libertà sia effettiva vanno garantite le condizioni materiali per il suo esercizio – tra cui (fondamentale) la “libertà dal bisogno”. È uno scarto radicale rispetto al passato, che per la prima volta mostra la permeabilità del liberalismo ad altre culture politiche e pone le basi per una democrazia egualitaria.

Si consolida così quello che è stato definito “compromesso socialdemocratico”. Sono almeno tre gli elementi che lo caratterizzano: la legittimazione del ruolo del movimento operaio nella dialettica sociale e politica, il riconoscimento del diritto all’autodeterminazione dei cosiddetti “popoli oppressi” e l’identificazione di uno spazio internazionale condiviso al posto della precedente competizione fra Stati. È intorno a questi tre nuclei che ruota l’egemonia progressista nel dopoguerra. Finché essa non viene messa in discussione.

 

Restaurazione o rivoluzione (passiva)?

Sono tre i fattori che secondo Felice e Provenzano consentono al neoliberismo di affermarsi a partire dalla seconda metà degli anni Settanta: l’esaurimento dell’esperienza sovietica, il progresso tecnico, l’incapacità delle forze politiche progressiste di costruire una sovranità sovranazionale in grado di governare processi di accumulazione sempre più transnazionali.

Gli elementi richiamati dagli autori indicano aspetti importanti, ma resta inevasa una domanda decisiva: com’è stato possibile che il neoliberismo sia diventato egemone in modo così rapido e radicale? Per affrontare questa questione è necessario analizzare l’evoluzione della realtà sociale del tempo.

Il modello sociale affermatosi nel dopoguerra permette alle popolazioni europee di emanciparsi quasi completamente dal bisogno. Il nuovo ruolo politico assunto delle classi lavoratrici modifica finalità e modo di operare dello Stato. Quelli che erano stati gruppi subalterni, da sempre abituati a convivere con l’angoscia per la precarietà della vita, conquistano una sicurezza inedita.

La generazione cresciuta nel pieno di quella trasformazione – i cosiddetti boomer – può così maturare bisogni di tipo nuovo, e una nuova idea di libertà. Al centro degli uni e dell’altra vi è la percezione di sé come individuo irripetibile. Per i giovani delle classi lavoratrici è una scoperta significativa. La contestazione di quegli anni scaturisce dallo scontro fra questa nuova psicologia di massa – e l’ideale di libertà ad essa correlato – e le strutture sociali. Il lavoro standardizzato caratteristico del fordismo, la stabilità garantita dal welfare, la rigidità delle organizzazioni di massa vengono vissuti dai boomer come limitazioni per la libera espressione di sé.

La contestazione cade nel momento in cui il compromesso socialdemocratico mostra le sue contraddizioni. A cavallo fra anni Sessanta e Settanta le economie occidentali vivono una serie di “shock” che le destabilizza profondamente – e che sono in qualche modo il frutto maturo del modello sociale affermatosi nel dopoguerra. La (quasi) piena occupazione e il potere conquistato dal movimento operaio non determinano solo un’impennata dei salari, ma anche una serie di “rigidità” nelle relazioni industriali che renderà più difficile la gestione della crisi. La democratizzazione delle relazioni internazionali, a seguito della decolonizzazione, alimenta la crescita dei prezzi delle materie prime, che culminerà nello shock petrolifero del 1973, dando un impulso decisivo alla cosiddetta “stagflazione”. Il superamento del protezionismo e la crescente integrazione fra diverse aree del mondo – almeno all’interno del blocco occidentale – favorisce l’emersione di nuovi attori (Germania e Giappone, su tutti) che mettono in difficoltà la potenza egemone, scatenando la deflagrazione del sistema monetario inaugurato nel 1944 a Bretton Woods.

È in questo contesto che il neoliberismo alza la testa. Esso si presenta, a prima vista, come un “ritorno all’ordine”. Un ruolo importante sotto questo aspetto lo svolge senz’altro la scuola monetarista, che nella confusione in cui si dibatte l’economia mondiale trova conferma alle sue tradizionali critiche verso il keynesismo, in particolare all’espansione della spesa pubblica e alla gestione politica della moneta. Ma i colpi che in quel momento vengono assestati da diverse parti al compromesso socialdemocratico riguardano molti altri aspetti. Le istanze che convergono nel neoliberismo sono dunque diverse e non sempre coerenti: in primo luogo, esse interpretano timori, insofferenze e attese dei gruppi dominanti in una fase di acuto scontro sociale e politico.

Ma l’ascesa di quella prospettiva segue anche l’evoluzione di intellettuali e dirigenti politici che, fino a non molto tempo prima, avevano contribuito all’incontro fra liberalismo e socialismo. Si pensi, per restare all’Italia, all’evoluzione della sinistra democristiana. Di fronte alle contraddizioni stridenti emerse con la maturazione del compromesso socialdemocratico, e al rischio che queste possano portare al collasso del sistema, in tanti si persuadono della necessità di cambiare paradigma.

D’altra parte la crescente autorevolezza del neoliberismo si alimenta anche dell’assenza di alternative credibili. La sinistra occidentale è troppo legata al modello in crisi per immaginare nuovi orizzonti di possibilità: essa vive tragicamente le contraddizioni che le si spalancano davanti, e finirà per essere investita dall’onda montante. D’altronde, il modello sovietico appare ormai del tutto sfibrato, non solo dal punto di vista economico, ma soprattutto sul piano della legittimazione politica e ideologica. L’URSS resta spiazzata dalle trasformazioni avvenute in tutto il mondo industrializzato, ad Ovest come ad Est. Le nuove soggettività che lo sviluppo ha fatto maturare sembrano sfuggire quasi del tutto agli schemi della dirigenza sovietica, e a loro volta si mostrano insofferenti e ostili verso quel modello. Per i giovani della nuova sinistra occidentale l’URSS evoca l’idea di una super-socialdemocrazia, in cui l’alienazione dell’uomo nel lavoro non trova neanche la valvola di sfogo dell’alienazione nei consumi. Quell’alternativa non solo è squalificata agli occhi degli intellettuali “liberalsocialisti” in crisi (mentre aveva rappresentato un polo con cui confrontarsi per le classi dirigenti del dopoguerra), ma soprattutto è priva di attrattiva per le masse. I boomer e i loro fratelli minori – animati da desideri ancora più radicali – assistono al falò del compromesso socialdemocratico con un misto di euforia e di panico, e senza altri punti di riferimento.

L’ultimo – decisivo – elemento che sancisce l’affermazione del neoliberismo è la sua capacità di offrire una via d’uscita a questo grande smarrimento. Mentre si propone di demolire le convinzioni e le strutture formatesi nella fase precedente, esso indica alle masse una prospettiva nuova. Se lo Stato e i corpi intermedi non sono in grado di rispondere ai nuovi bisogni, può farlo il mercato. Un mercato che garantisce l’espressione immediata dei desideri, attraverso i consumi e la flessibilità del lavoro. La “ricerca della felicità” diventa così un grande mito collettivo, sostituendo il bisogno di sicurezza che aveva ispirato le riforme sociali del dopoguerra.

Il neoliberismo non è dunque semplicemente una restaurazione delle gerarchie sociali scosse dalle conquiste del movimento operaio. Esso si configura come una nuova rivoluzione passiva: alla psicologia di massa emersa nel dopoguerra si offre un ideale sociale, l’individualismo proprietario, che ne incanala gli impulsi in una direzione favorevole ai gruppi dominanti. Questa evoluzione si manifesta in concreto in maniera dialettica: lo smantellamento delle garanzie sociali e l’inasprimento della competizione interna al mondo del lavoro producono nelle classi lavoratrici una perdita di potere, sicurezza e identità, che a sua volta favorisce il consenso di massa al neoliberismo. L’individualismo proprietario infatti trasfigura quella sconfitta in un’opportunità, prospettando la realizzazione di sé come una via più autentica rispetto all’affermazione di classe.

L’evoluzione ideologica e politica della sinistra negli anni Ottanta e Novanta va letta alla luce di tutto questo. Ancora una volta, come a ridosso della Grande guerra, i progressisti si dividono di fronte all’offensiva egemonica dell’avversario. Da una parte, chi resta ancorato al compromesso socialdemocratico, cercando di salvaguardarne le conquiste; dall’altra chi, nel tentativo di interpretare la trasformazione in atto, “scivola” nella subalternità al paradigma emergente. A ben vedere però entrambe le posizioni sono prive di respiro, incapaci di mettere in campo una prospettiva in grado di contendere ai gruppi dominanti il consenso delle masse.

 

Sovranismo e barbarie

Venendo ad anni più recenti, gli autori affrontano gli effetti della grande crisi del 2008. A partire da quell’evento il neoliberismo mostra i suoi limiti e la sua legittimazione sociale e politica viene intaccata. La disillusione delle masse produce un risentimento cieco nei confronti delle classi dirigenti, da cui trae linfa il sovranismo. Dall’analisi di Felice e Provenzano sembra emergere dunque una contrapposizione piuttosto netta fra questo e il paradigma dominante. Ma anche in questo caso è opportuno osservare i processi sociali per cogliere il senso (e la complessità) di certe dinamiche.

Il 2008 segna senz’altro uno spartiacque, e mette in crisi molte convinzioni consolidate. La figura del “lavoratore traumatizzato-consumatore indebitato” che era stata alla base del regime di accumulazione affermatosi nel trentennio precedente svela le sue fragilità di fondo[2]. Al contempo, a ricevere giovamento dalla globalizzazione sono settori sempre più circoscritti delle classi dominanti. L’emergere di nuove potenze economiche infatti intensifica la concorrenza, spingendola anche nei segmenti più sofisticati della produzione.

D’altra parte, se dopo il 2008 non è più un tabù criticare certe prassi, l’ideale sociale che sta al cuore del neoliberismo non viene seriamente messo in discussione. Anzi, le classi dirigenti occidentali colgono l’opportunità della crisi per rafforzare una disciplina sociale incentrata sulla competizione individualistica. In alcuni contesti questo indirizzo incontra resistenze di massa, che alimentano la crescita di forze politiche critiche verso la “governance” della crisi. Tuttavia esse non riescono a scalfire il radicamento ideologico del neoliberismo. A ciò non giova la prospettiva “economicista” che quei movimenti finiscono per esprimere di fronte all’urgenza di dare risposte a un disagio sociale crescente. Questo però non basta, e l’avversario se ne avvantaggia.

È su questa linea di faglia che si innesta il sovranismo. Esso non mette in discussione l’individualismo proprietario, ma interpreta la frustrazione e il risentimento dei subalterni che hanno visto bruscamente interrotta la loro ricerca della felicità; non rivolge questa energia emotiva contro le classi dominanti, anzi si fa portatore delle istanze di quei settori (sempre più numerosi e influenti) minacciati nei loro privilegi dalla nuova configurazione dell’economia e del potere a livello globale. Riprendendo la definizione di Azzarà, quello fra neoliberismo e sovranismo è uno scontro interno al vertice della società, fra elite consolidate ed elementi outsider[3].

Il vantaggio di cui sembra godere l’opzione sovranista sta nella sua capacità di sublimare la conflittualità immanente alle società occidentali attraverso il richiamo a una comunità immaginaria coesa e compattamente schierata contro la minaccia esterna – le ex colonie che aspirano alla completa uguaglianza (politica ed economica) con i vecchi “signori”. Questa istanza è tanto più sentita in quanto l’esperienza maturata dalla principale potenza emergente, la Cina, è ormai un modello per numerosi paesi che negli anni Ottanta e Novanta hanno subito – con conseguenze drammatiche – il cosiddetto “Washington consensus”. La supremazia dell’Occidente – e, in particolare, degli Stati Uniti – si fa traballante, e questo accentua le tensioni all’interno di quelle società, e impone l’urgenza di nuove forme di legittimazione per le loro classi dirigenti. Il sovranismo per certi versi ripropone una prospettiva analoga a quella dell’imperialismo tardo ottocentesco, ma oggi chi sostiene quell’opzione non si trova di fronte popoli deboli, ma Stati attrezzati, e questo evidentemente espone il mondo a rischi tremendi.

Veniamo così al nodo di fondo del contributo di Felice e Provenzano: un nuovo incontro fra liberalismo e socialismo è quello che serve per fronteggiare questo scenario irto di insidie? Questa prospettiva rischia di esporsi a una critica fondamentale: riproporre, magari su scala allargata, il vecchio (e ormai esaurito) compromesso socialdemocratico. Come si è provato a dire, le forze che in questi anni sono riuscite in diversi paesi (e non è il caso dell’Italia) ad avanzare un’agenda politica ispirata a quel modello hanno ottenuto successi effimeri. Il punto centrale è che a tutt’oggi l’ideale sociale promosso dal neoliberismo è più forte che mai: esso interpreta bisogni e aspettative che scaturiscono dallo straordinario avanzamento del genere umano. Certo, lo fa in modo contraddittorio, alimentando alienazione, ma in assenza di altro resta pur sempre il solo modo possibile.

Il tema di una prospettiva che persegua la “libertà nell’uguaglianza” è dunque urgente, ma va declinato nei termini della cultura (nel senso ampio che l’antropologia attribuisce a questa espressione), oltre che in quelli della politica economica. È in grado oggi la sinistra di elaborare costruzioni di senso che spingano le persone in carne e ossa a desiderare nuove e più ricche forme di socialità? Questo il problema che l’ascesa del sovranismo pone. Alla crisi del neoliberismo non è seguita una svolta a sinistra, perché non c’è stato nessun nuovo ideale sociale a proporsi come alternativa al vecchio; confermando quest’ultimo, e offrendo una valvola di sfogo alle sue contraddizioni, una parte delle classi dirigenti occidentali ha consolidato l’egemonia su ampi settori delle classi lavoratrici. Se vuole strappare questi ultimi all’abbraccio mortale con la destra, la sinistra non può che porsi l’obiettivo di aprire un nuovo orizzonte di senso, perché è su quel piano che si gioca la vera battaglia per il consenso – che è cosa molto diversa dalla preferenza elettorale. Dunque ben vengano le proposte avanzate dagli autori – tassazione progressiva dei patrimoni e delle rendite, ripristino delle garanzie del mercato del lavoro, limitazione dei movimenti speculativi di capitale, un’Europa politica e sociale –, ma perché queste siano sentite dai gruppi sociali a cui si rivolgono, e li spingano a battersi per rivendicarle, è necessaria un’operazione che punti a mettere in discussione l’egemonia dell’individualismo proprietario attraverso un ideale sociale alternativo, una nuova sintesi di libertà, uguaglianza e solidarietà. L’emergenza sanitaria in atto, con gli sconvolgimenti che sta portando nei modi di vita e nella percezione del rapporto fra sé e l’altro, può rappresentare l’occasione per avviare un lavoro che inevitabilmente sarà di lunga lena.


[1] Emanuele Felice e Giuseppe Provenzano, Perché la democrazia è in crisi? Socialisti e liberali per i tempi nuovi, in «il Mulino», Fascicolo 6, novembre-dicembre 2019, pp. 883-901.

[2] Riccardo Bellofiore e Joseph Halevi, La Grande Recessione e la Terza Crisi della Teoria Economica, in «Critica marxista», n. 3-4, 2013.

[3] Stefano G. Azzarà, Il populismo socialsciovinista bianco, l’Europa e la ricolonizzazione del mondo: l’emergere di una democrazia bonapartista postmoderna e plebiscitaria e la rivolta “sovranista” contro la Grande Convergenza, in «Dialettica e filosofia», luglio 2019.

Scritto da
Salvatore Romeo

Dottore di ricerca in Storia economica, è stato borsista presso l’Istituto italiano di studi storici. Ha curato la raccolta di scritti di Alessandro Leogrande su Taranto "Dalle macerie. Cronache sul fronte meridionale" (Feltrinelli, 2018) ed è autore di "L'acciaio in fumo. L'Ilva di Taranto dal 1945 a oggi" (Donzelli,2019). Si occupa di storia dell’industria, storia urbana e storia ambientale.

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