Recensione a: Amedeo Feniello, Omicidio a Lombard Street, Laterza, Roma-Bari 2024, pp. 192, 18 euro (scheda libro)
Scritto da Michael Aratari
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Omicidio a Lombard Street del medievista Amedeo Feniello, uscito per l’editore Laterza, ricostruisce, partendo da un fatto di cronaca dai risvolti sorprendenti, il clima economico-sociale della Londra degli ultimi decenni del Trecento, quando la capitale inglese era in rapida ascesa – studiandone il contesto, scoprendone i protagonisti e le loro ambizioni, esplorando il territorio e, soprattutto, indagando sul ruolo dei mercanti italiani e sul loro rapporto privilegiato con la corte regia e conflittuale con la popolazione locale – per offrire un quadro della prima forma del capitalismo britannico.
Il titolo, nel ricalcare quello dei più comuni romanzi gialli, provoca subito un effetto straniante. Infatti, nel Commiato l’autore dichiara che il progetto originario era quello di scrivere un romanzo, ma, riconoscendo i propri limiti, ne è derivato invece un «racconto», cosa ancora diversa dal «libro di storia», perché, malgrado sia fondato su un «solido impianto di documenti», il racconto è «empatia, contatto con quel tempo che è stato, cercare di definire l’indefinibile, sforzarsi di farlo in quanto siamo noi i padroni dell’interpretazione, della fantasia applicata alla filologia e al documento, non della verità. Quella, non appartiene allo storico» (p. 171). Quindi, precisando sin dal principio che «la storia che state per leggere non è per niente immaginaria, né immaginata. Ma vera, in tutte le sue parti» (p. 3), la vicenda portante, realmente accaduta, si carica di suspense perché narrata secondo la struttura del giallo – l’inizio con il rinvenimento e l’ispezione del cadavere, cui seguono lo svolgimento delle indagini, la cattura e l’interrogatorio degli assassini, infine il processo e la condanna – e si colora di ipotesi e domande che lo storico si pone man mano che entrano in gioco i personaggi-chiave e che vengono disvelati i dettagli, immergendo il lettore all’interno del contesto e coinvolgendolo. A ben vedere, tuttavia, il fatto funge da pretesto per lanciare numerose digressioni di carattere storiografico e accendere i riflettori sul mondo degli affari londinese.
La storia è quella di un omicidio perpetrato nell’agosto 1379 ai danni di un ricco mercante genovese, tale Giano Imperiale, dinanzi all’uscio di casa, nel quartiere di Langbourn, in St. Nicholas Acon Lane, un vicolo affacciato su Lombard Street, il cuore finanziario di Londra. Le indagini, condotte dal coroner della città, Nicholas Dymcock, accertano le cause della morte nelle profonde ferite riportate al mento e alla testa, a colpi di coltello e glaudium, e ricostruiscono la dinamica dell’accaduto – i servi del mercante, testimoni oculari, indicano come esecutori due uomini sconosciuti che avrebbero provocato il loro padrone, fino al degenerare della situazione –, ma, ad eccezione di qualche sommaria informazione sulla vita di Giano, quasi subito si arenano e, con il passare delle settimane, l’ipotesi più accreditata si fa quella di una rissa banale come tante. A settembre, inaspettatamente, al coroner viene comunicata la cattura dei due assassini, trasferiti nel temibile carcere di Newgate, con l’intervento diretto del sindaco, John Philpot. Si tratta di Kirkby e Algot, servientes di due degli uomini più ricchi del momento, che confermano l’ipotesi della rissa improvvisa finita male, indicano il primo come unico responsabile e giustificano il suo gesto con la legittima difesa, tesi suffragata anche dall’opinione pubblica, ostile ai genovesi, e che gli stessi giudici sembrano destinati a convalidare. A questo punto, interviene nella questione il re in persona, Riccardo II, il quale, con il suo entourage, rivela al Parlamento – e non, come ci si aspetterebbe, al tribunale – che Giano godeva di un salvacondotto e che era in città come emissario della Repubblica di Genova per stringere un accordo commerciale tra la madrepatria e la corona inglese, un trattato vantaggioso per entrambi e che avrebbe fatto di Southampton uno dei porti più importanti d’Europa: il sovrano vuole che il reato di omicidio sia accompagnato dai capi di accusa di tradimento e lesa maestà perché sono stati danneggiati i suoi interessi. Nel giugno 1380, il processo, tuttavia, assolve entrambi e il re, con una forzatura delle norme, tiene i due ancora prigionieri. A dicembre, Algor fa una clamorosa confessione, spacciata come spontanea, ma più probabilmente indotta: ammette che si sia trattato non di una casualità, ma di un omicidio pianificato da lui dopo aver avvertito la preoccupazione del suo signore e di altri magnati di Londra su quell’affare che li avrebbe estromessi dai piani alti della vita economica della città e del regno. Kirkby è, così, giustiziato in quanto esecutore dell’assassinio, mentre Algor, grazie alla sua dichiarazione, sfrutta un cavillo penale e si salva.
Soffermarsi su questa vicenda significa, inevitabilmente, ricostruire tante trame sotterranee che collegano la tragica fine di un individuo all’ambiente spazio-temporale ed economico-sociale di riferimento, e, su scala più grande, l’Inghilterra al Mediterraneo e all’Oriente, riportando a galla tutta una serie di relazioni, circuiti commerciali, innovazioni tecnologiche, gerarchie sociali, tonfi e ascese, capitali reali, agognati e sfumati: ricchezza, vitalità e ambiguità di questo scorcio finale di Medioevo. Perciò, ogni capitolo del libro si concentra su un aspetto diverso. La stessa vicenda genealogica di Giano è esemplare: mercante, nobile e armatore – è in possesso di una nave, una tarida –, i suoi capostipiti forse provenivano dalle rive del Mar d’Azov e, presenti a Genova almeno dalla fine dell’undicesimo secolo con il cognome “Tartaro”, da abili navigatori e mercanti di spezie avevano fatto il loro ingresso nell’oligarchia cittadina, si erano uniti ad altri clan famigliari, ampliato il loro business da Occidente a Oriente e, grazie a rapporti diretti con la corte bizantina, avevano ottenuto dall’imperatore il privilegio di cambiare cognome in “Imperiale”, a certificazione del prestigio ormai raggiunto.
Il fulcro del racconto è Lombard Street, la strada dei forestieri “lombardi”, ossia provenienti dall’Italia centro-settentrionale. Celebre per essere stata la “Wall Street” inglese del passato, il luogo dei sogni e delle possibilità, già nel Trecento è praticamente l’indiscusso punto di riferimento dell’intera isola, dove mercanti, banchieri e usurai italiani hanno creato un enorme giro di affari in raccordo con le tante filiali, i numerosi banchi e i molti punti commerciali che hanno nel resto del continente. Attratti dall’apparentemente inesauribile quantità di lana presente in Inghilterra – fino a quel momento un territorio ancora sottosviluppato –, da esportare in tutta Europa per foraggiare l’industria tessile, gli italiani sbaragliano la concorrenza fiamminga e si appropriano di questo mercato, anche ai danni degli imprenditori locali, grazie ad accordi particolarmente vantaggiosi con i sovrani inglesi, i quali, in cambio di crescenti e sostanziosi prestiti di denaro, concedono loro svariate agevolazioni, tra cui esenzioni o riduzioni fiscali, la gestione delle dogane, salvacondotti e franchigie, garantendo, non di rado, anche tutela giudiziaria. È in questo modo che grandi famiglie consolidano i loro capitali, aumentano le loro ricchezze e intrattengono rapporti stretti con la corte, dai fiorentini Cerchi, Frescobaldi, Bardi, Peruzzi ai lucchesi Ricciardi, i senesi Bonaccorsi e tanti altri. I lucchesi sono tra i primi, i Frescobaldi dominano dalla fine del Duecento al primo decennio del Trecento, quando sono costretti a fuggire; quindi, si impongono i Bardi e i Peruzzi, che, in cambio del controllo doganale, prestano grandissime somme al re, impegnato contro la Francia nella Guerra dei Cent’anni, il quale, data l’impossibilità di restituirle perché le casse statali vanno presto in deficit, provoca un cortocircuito che porta le due compagnie al crack finanziario degli anni Quaranta, descritto dettagliatamente. Dopo la peste nera, gli equilibri cambiano e i genovesi riescono a trovare più spazio negli affari.
Ad avvantaggiarsi di questi mutamenti sono anche i londinesi, grazie ad accortezze lungimiranti in grado di maturare i loro frutti nel cinquantennio successivo: leggi ad hoc per contrastare la forza economica degli stranieri; la creazione di un grande porto a Calais, sulle coste del continente, un unico grande hub verso cui incanalare i molteplici flussi del mercato della lana; l’avvio di un’industria tessile inglese per sviluppare finalmente un proprio settore produttivo; la fondazione della Compagnia dello Staple, che riunisce i più potenti. In poco tempo si genera grande ricchezza interna e si impongono, in città, personaggi di spicco. La prima generazione del nascente capitalismo inglese è, così, quella di uomini come William de la Pole e Thomas de Melchbourn; la seconda, dominante per tutti gli anni Settanta, ovvero quelli in cui si svolge la vicenda di Imperiale, è formata da una “cupola” – come la chiama Feniello – ristretta a pochissimi nomi – Nicholas Brembre, John Philpot (leader, sindaco ed eroe cittadino, cui è dedicato in particolare il cap. 9), Adam de Bury, John Northampton, William Walworth – e dietro di loro scalpitano già i più giovani, come gli Exton e i Karlille. Appartengono quasi tutti alle cinque gilde principali: mercers, grocers, fishmongers, vintners e goldsmiths. È da qui che comincia il lento percorso grazie a cui l’Inghilterra costruisce la propria identità e si avvia verso un futuro di prosperità economica.
Sullo sfondo, i rapporti ostili tra i locali e i lombardi, una xenofobia alimentata dai voluminosi profitti che i secondi hanno accumulato oscurando i primi, i quali sentono di essere stati derubati per molto tempo di occasioni di lavoro, possibilità e sogni. In momenti particolarmente concitati, la tensione si alza e si intensificano gli atti violenti, fino a rivolte, saccheggi e assalti alle abitazioni. Feniello si concentra, in particolare, sull’odio verso i genovesi, percepiti come inaffidabili, infidi, perversi e privi del senso di appartenenza a una patria, perché doppiogiochisti, pronti a tutto pur di accumulare patrimoni. Gli inglesi li accostano ai francesi, cioè agli acerrimi nemici di sempre, e l’immaginario collettivo li ritrae come i cattivi delle favole, storpi e deformati, dalle qualità fisiche e morali pessime.
Dopo aver esaminato a lungo il contesto, lo storico torna sull’omicidio di Imperiale, su cui i tanti interrogativi formulati giungono a una conclusione: al posto di discutere sulla veridicità o meno dell’ultima, decisiva e sospetta confessione di Algor, occorre riflettere sulle conseguenze di quella morte, perché essa ha indubbiamente cambiato le carte in tavola, rovesciando il progetto regio e aprendo altri scenari, e decisamente favorito l’élite imprenditoriale cittadina, che così non solo ha schivato un ostacolo minaccioso per le proprie mire, ma ha anche lanciato, a Riccardo II e ai rivali, il chiaro segnale dell’impossibilità di metterli all’angolo o di intralciare la loro ascesa finanziaria, perché ormai attori non più sostituibili dell’economia inglese. Per il resto, il rapporto con il sovrano giunge a una ricomposizione con la rivolta contadina di Wat Tyler (1381), quando si schierano compatti a suo favore e contro il ribelle, preso e poi decapitato, ricevendo come ringraziamento per la difesa della corona la nomina a cavalieri.
Tra le fonti, Feniello si avvale degli atti del processo, inclusi gli interrogatori, inevitabilmente filtrati, nell’aggiunta di formule rituali, da chi li ha verbalizzati, e della parte relativa della Historia Anglicana di Thomas Walsingham, cronista di notevole importanza per comprendere in presa diretta i pensieri dell’opinione pubblica, molto rumorosa e coinvolta perché appoggia apertamente i due responsabili dell’omicidio, probabilmente anche aiutati nei mesi di latitanza, e critica le reiterate ingerenze del re, per poi dimenticarsi in fretta del caso, come spesso accade, per l’arrivo di nuovi, scottanti e più attuali argomenti di dibattito.
In conclusione, Omicidio a Lombard Street di Amedeo Feniello rappresenta un riuscito esperimento di storia sociale ed economica condotto “dal basso”, dalle strade e dai mercati della Londra tardo-trecentesca. Il “giallo” resta la cornice narrativa, ma l’esito è storiografico: un’analisi delle condizioni in cui si formano e mutano rapporti economici, flussi mercantili e alleanze internazionali che dall’Oriente e dal Mediterraneo arrivano a lambire l’Atlantico, e che daranno forma al primo capitalismo inglese.