Scritto da Enrico Cerrini
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Continua la serie di articoli sulla storia delle acciaierie di Piombino, iniziata con il contributo riferito alla produzione dell’acciaio e quello relativo all’assetto societario. Questo articolo ricostruisce la storia della crisi che a partire dal 2008 ha colpito lo stabilimento siderurgico, un sito di produzione strategico per il Paese sia dal punto di vista occupazionale che tecnologico. Il testo trae spunto da numerosi articoli giornalistici usciti su quotidiani nazionali e locali, nonché dall’esperienza personale dell’autore.
La crisi del 2008 colpisce duramente sia il mercato dell’acciaio che lo stabilimento di Piombino e si registrano le prime richieste di cassa integrazione, considerate fisiologiche in questa fase congiunturale. La situazione precipita all’inizio nel 2010, quando il magnate russo Alexei Mordashov decide di vendere l’intero gruppo Lucchini. In città corre voce che il magnate sia insoddisfatto degli investimenti esteri e preferisca continuare gli affari nella madrepatria sotto all’ala protettiva del presidente Putin.
In modo da cedere la società nel suo insieme, Mordashov compra l’ultimo pacchetto azionario di proprietà della famiglia Lucchini, lasciando nelle mani degli imprenditori bresciani la sola business unit RS Lucchini con sede a Lovere. Quando la procedura di vendita sembra destinata a prolungarsi, Mordashov decide di liberare Severstal dal peso degli 800 milioni di euro di debito accumulati da Lucchini, vendendo il 51% delle azioni ad una finanziaria cipriota intestata a se stesso.
Trascorso il 2010 nell’incertezza della vendita ma in una fase di ripresa della produzione di acciaio, il 2011 è un anno durissimo. Lucchini sprofonda nei debiti mentre in Europa si protrae la crisi dei debiti sovrani. Severstal vende la business unit francese Ascometal, ma appare lontana una soluzione per gli stabilimenti di Piombino e Trieste. Accordandosi con le banche creditrici per la ristrutturazione del debito di Lucchini, Severstal cede formalmente il controllo del gruppo alle banche. I passaggi proprietari prolungano le procedure di vendita, malgrado le parti sociali sottolineino l’urgenza di modernizzare gli impianti e di pagare regolarmente stipendi e fornitori.
Alla fine del 2012 si manifestano le prime offerte d’acquisto con l’arrivo dell’imprenditore americano Gary Klesh, proprietario di un fondo d’investimento svizzero. Klesh sarebbe disposto a offrire circa 200 milioni di euro per rilevare l’intero gruppo Lucchini, ma le stesse banche creditrici si dimostrano scettiche. L’imprenditore americano è infatti conosciuto come uno squalo della finanza specializzato nel rilevare aziende coperte dai debiti per poi rivenderle il prima possibile. Si ricorda che il suo interessamento per la raffineria ENI di Livorno terminò quando gli operai fecero penzolare dall’alto di una torretta un pupazzo che lo rappresentava.
Piombino e la gestione commissariale
A dicembre 2012, il CdA del gruppo Lucchini presenta la richiesta di amministrazione straordinaria al Tribunale di Livorno. Il 21 dicembre il Ministero dello sviluppo economico nomina Piero Nardi Commissario straordinario e il 7 gennaio 2013 il tribunale di Livorno dichiara lo stato di insolvenza del gruppo Lucchini ai sensi della legge Marzano. La stessa legge delinea due strade per riequilibrare un’azienda in stato di insolvenza: la ristrutturazione aziendale o la vendita di rami d’azienda.
L’amministrazione straordinaria dipinge un’azienda al collasso: i debiti aumentano mentre le vendite precipitano e il patrimonio netto risulta azzerato. Nardi sostiene che la crisi è causata dalle carenze impiantistiche, oltre che dalla situazione congiunturale e dal lungo processo che ha portato al commissariamento. Da questo punto di vista, la struttura portuale non sarebbe adeguata perché i fondali non permettono l’arrivo di grandi navi in grado di garantire economie di scala nell’acquisto di materie prime, le quali sono pagate da Lucchini circa il 5% in più rispetto ai competitori. Neanche la cokeria e i parchi carbonili sarebbero dotati di dimensioni sufficienti a garantire l’efficienza tecnico-economica.
Piero Nardi consiglia la vendita dello stabilimento, ma ritiene utopistico cederlo interamente perché occorrono circa 500 milioni di euro per garantirne la competitività economica e la compatibilità ambientale. Si ipotizzano quattro modalità di vendita: Altoforno e laminatoi, forno elettrico e laminatoi, solo laminatoi, singoli impianti.
La prima ipotesi prevede che la vendita dell’intero ciclo integrale possa essere accompagnata dalla realizzazione di un altoforno a tecnologia COREX[1], il quale sostituirebbe l’AFO4 garantendo un minore impatto ambientale e una maggiore efficienza economica. Tale prospettiva impiegherebbe circa 2.136 operai a fronte dei 2.200 attuali. La seconda ipotesi di riconversione dell’acciaieria a forno elettrico potrebbe occupare circa 1.362 unità. La terza ipotesi concernente l’utilizzo dei soli laminatoi garantirebbe una prospettiva occupazionale di circa 1.035 unità e segnerebbe la cessazione della produzione di acciaio. Infine, il Commissario si dichiara impossibilitato a prevedere gli andamenti occupazionali in caso di vendita di singoli rami d’azienda.
La visione fosca sulle qualità impiantistiche di Piombino, induce la struttura commissariale a cessare l’attività dell’altoforno il 24 aprile 2014. La mossa si auspica di stimolare la progettazione del forno elettrico, lasciando aperta sia l’ipotesi dello sviluppo del processo COREX che quella del ripristino dell’AFO4. I sindacati e le parti sociali si oppongono al provvedimento, poco convinti dei dati che presentano un’acciaieria in perdita a causa della struttura produttiva. A loro parere, la ghisa veniva prodotta tramite una tecnica che permetteva di razionalizzare la spesa usando minori quantità di materie prime. Le gravi perdite di bilancio avrebbero dovuto essere imputate all’ufficio vendite, colpevole di non coprire adeguatamente il mercato.
La vendita
Dal punto di vista delle procedure di vendita, il 2014 si apre con l’arrivo del fantomatico imprenditore algerino Khaled Al Habahbeh, proprietario del gruppo SMC con sede a Tunisi. Si vocifera che tale gruppo produca succhi di frutta, ma il proprietario risulta sconosciuto al mondo della finanza, anche se afferma di possedere le risorse necessarie per mantenere l’assetto occupazionale investendo nella tecnologia COREX. Malgrado sia caldeggiata da alcuni rappresentanti del sindacato e delle istituzioni, l’offerta si rivela inconsistente e il gruppo SMC non riesce a presentare le necessarie garanzie finanziarie.
Appare più concreta la manifestazione d’interesse del gruppo Duferco, guidato dal presidente di Federacciai Antonio Gozzi, ma si defila diramando una nota sibillina in cui si denuncia un ambiente ostile. Probabilmente, le ripetute esternazioni in odore di conflitto di interesse del patron di Federacciai a sostegno della dismissione dell’altoforno, non hanno aiutato i rapporti tra l’imprenditore e i sindacati. Non si concretizza neanche un’offerta del principale produttore d’acciaio mondiale, Arcelor Mittal, proprietario della seconda fabbrica piombinese, la Magona d’Italia.
Si formalizza invece l’offerta del gruppo indiano JSW di proprietà della famiglia Jindal, interessato all’acquisto dei soli laminatoi. Malgrado l’offerta preveda una forte riduzione dell’occupazione, nessuno mette in dubbio la sua autorevolezza data l’esperienza dell’azienda nella produzione d’acciaio. Quando sembra ormai assodato l’acquisto da parte di JSW, ad ottobre 2014, si presenta in città Issad Rebrab, il principale imprenditore algerino, nonché ottavo uomo più ricco d’Africa secondo Forbes. Rebrab è proprietario del gruppo Cevital, colosso che impiega circa 15.000 dipendenti. La forza del gruppo è il settore agroalimentare, anche se ha recentemente diversificato la produzione risanando un’azienda di elettrodomestici che possiede alcune fabbriche in Francia.
Rebrab si presenta come proprietario di un gruppo solido, intenzionato a confermare i livelli occupazionali, a fronte del piano JSW che garantirebbe l’occupazione di circa 750 dipendenti. Cevital dichiara di essere pronta ad investire 400 milioni di euro, di cui 150 nella realizzazione di due forni elettrici, 100 nello sviluppo di un impianto agroalimentare e 150 nella costituzione di una piattaforma logistica che sfrutti i nuovi volumi del porto recentemente inaugurati. Cevital propone inoltre di realizzare nella madrepatria un impianto che sfrutti il basso costo del gas algerino per produrre il pre-ridotto[2] con cui alimentare il forno elettrico. Difatti, se fosse alimentato dal solo rottame di ferro, il forno elettrico avrebbe dei costi di produzione poco competitivi.
Tuttavia, tali proposte appaiono come una dichiarazione di intenti da aggiornare successivamente, visto che un forno elettrico costa circa 300 milioni di euro a fronte dei 150 stanziati da Rebrab. Al tempo stesso, non si concretizza una contro offerta da parte di JSW che potrebbe prevedere la costruzione di un impianto di pre-ridotto e di due forni elettrici a Piombino. Malgrado i dubbi scaturiti dall’inesperienza di Rebrab nei confronti della siderurgia, a fronte della solidità del gruppo, delle prospettive occupazionali e dell’importanza di continuare a produrre acciaio, gli interessati concordano nella bontà dell’offerta algerina. A dicembre 2014 il Ministero dello Sviluppo Economico avalla la vendita dello stabilimento piombinese a Cevital.
Il deserto dei Tartari
A tre anni di distanza, si può affermare che si è creata una situazione degna de Il Deserto dei Tartari, il romanzo in cui i soldati, asserragliati nella fortezza Bastiani, aspettano un nemico che non arriva mai. Si verifica una situazione di incertezza che non permette di dare senso compiuto a ciò che succede. Non appena insediata, Cevital mostra le prime difficoltà. Stenta a presentare un piano industriale, propone di riaccendere temporaneamente l’altoforno dopo aver dichiarato di smantellarlo in sei mesi, ed emergono i problemi con il governo algerino, che limitano la possibilità del gruppo di attingere alla liquidità custodita nella madrepatria.
Nel 2016 Cevital presenta un accordo con SMS Demag per la costruzione di un forno elettrico e di un treno rotaie, ma rimane lettera morta. La tragedia culmina con l’interesse di Cevital per rilevare Leali Steel, acciaieria trentina già passata nelle mani di Gary Klesch, il quale cerca di disfarsene proponendo a Rebrab un affare che diminuirebbe l’importanza di Piombino nei piani algerini.
A luglio 2017, MiSE e Cevital firmano un addendum con cui si fissano scadenze certe e si prolunga per due anni il regime di sorveglianza del Ministero sulla procedura di vendita. Dopo la pausa estiva deve riprendere la produzione di una parte dei laminatoi e ed entro il 31 ottobre deve essere presentato un partner industriale che effettui gli investimenti nell’area siderurgica. I laminatoi ripartono in ritardo, mentre Rebrab millanta l’interesse di due gruppi siderurgici cinesi. A fronte dell’inadempienza, sia il Ministro Calenda che il Commissario Nardi iniziano la battaglia legale per allontanare il gruppo algerino da Piombino.
Al tempo stesso, dopo aver perso la gara per l’aggiudicazione dell’Ilva di Taranto, JSW si mostra nuovamente interessata a rilevare lo stabilimento piombinese. Stavolta sarebbe pronta a rilevare anche l’altoforno, garantendo livelli occupazionali molto più alti rispetto a tre anni fa. Al momento, è quindi ancora presto per prevedere la fine della vicenda.
È invece certo che Rebrab stia uscendo dalla vicenda piombinese dopo una serie di errori che hanno autorizzato l’opinione pubblica ad accusare le autorità di aver ceduto la fabbrica ad un principiante poco credibile. Un’analisi più approfondita potrebbe giudicare Rebrab come un imprenditore cinico e spregiudicato che cerca di ottenere profitti grazie agli aiuti che i governi sono soliti concedere in contesti di crisi occupazionale. Se così fosse, l’errore più grave di Rebrab sarebbe stato quello di pensare che l’Italia fosse dotata di un sistema bancario disponibile ad erogare finanziamenti, di un sistema industriale aperto agli investimenti di chi non appartiene alle proprie sfere d’influenza e di un governo pronto a fare il possibile per mantenere posti di lavoro e produzioni strategiche.
Di conseguenza, la lezione da imparare da questa storia non è tanto rappresentata da quali imprenditori siano più o meno affidabili, quanto dalla necessità di un intervento pubblico a sostegno di una produzione strategica sia dal punto di vista occupazionale che tecnologico. Appare chiaro che senza concreti sforzi statali, gli imprenditori non saranno mai nelle condizioni di trarre stabili profitti e saranno incentivati a offrire il minimo come JSW, a fuggire con pochi utili come Severstal, o attendere improbabili aiuti come Cevital.
[1] Nella tecnologia COREX il processo di produzione della ghisa non è alimentato con il carbone coke. Malgrado la maggior compatibilità ambientale, l’efficienza economica del processo è stata spesso contestata. Il gruppo indiano JSW è tra le maggiori aziende utilizzatrici del processo COREX.
[2] Semilavorato siderurgico contenente prevalentemente ferro metallico ottenuto a partire da palline di minerale ferroso trattate per mezzo di monossido di carbonio e idrogeno.