Piombino: l’acciaio nella crisi (2008-2017)

Piombino

Continua la serie di articoli sulla storia delle acciaierie di Piombino, iniziata con il contributo riferito alla produzione dell’acciaio e quello relativo all’assetto societario. Questo articolo ricostruisce la storia della crisi che a partire dal 2008 ha colpito lo stabilimento siderurgico, un sito di produzione strategico per il Paese sia dal punto di vista occupazionale che tecnologico. Il testo trae spunto da numerosi articoli giornalistici usciti su quotidiani nazionali e locali, nonché dall’esperienza personale dell’autore.


La crisi del 2008 colpisce duramente sia il mercato dell’acciaio che lo stabilimento di Piombino e si registrano le prime richieste di cassa integrazione, considerate fisiologiche in questa fase congiunturale. La situazione precipita all’inizio nel 2010, quando il magnate russo Alexei Mordashov decide di vendere l’intero gruppo Lucchini. In città corre voce che il magnate sia insoddisfatto degli investimenti esteri e preferisca continuare gli affari nella madrepatria sotto all’ala protettiva del presidente Putin.

In modo da cedere la società nel suo insieme, Mordashov compra l’ultimo pacchetto azionario di proprietà della famiglia Lucchini, lasciando nelle mani degli imprenditori bresciani la sola business unit RS Lucchini con sede a Lovere. Quando la procedura di vendita sembra destinata a prolungarsi, Mordashov decide di liberare Severstal dal peso degli 800 milioni di euro di debito accumulati da Lucchini, vendendo il 51% delle azioni ad una finanziaria cipriota intestata a se stesso.

Trascorso il 2010 nell’incertezza della vendita ma in una fase di ripresa della produzione di acciaio, il 2011 è un anno durissimo. Lucchini sprofonda nei debiti mentre in Europa si protrae la crisi dei debiti sovrani. Severstal vende la business unit francese Ascometal, ma appare lontana una soluzione per gli stabilimenti di Piombino e Trieste. Accordandosi con le banche creditrici per la ristrutturazione del debito di Lucchini, Severstal cede formalmente il controllo del gruppo alle banche. I passaggi proprietari prolungano le procedure di vendita, malgrado le parti sociali sottolineino l’urgenza di modernizzare gli impianti e di pagare regolarmente stipendi e fornitori.

Alla fine del 2012 si manifestano le prime offerte d’acquisto con l’arrivo dell’imprenditore americano Gary Klesh, proprietario di un fondo d’investimento svizzero. Klesh sarebbe disposto a offrire circa 200 milioni di euro per rilevare l’intero gruppo Lucchini, ma le stesse banche creditrici si dimostrano scettiche. L’imprenditore americano è infatti conosciuto come uno squalo della finanza specializzato nel rilevare aziende coperte dai debiti per poi rivenderle il prima possibile. Si ricorda che il suo interessamento per la raffineria ENI di Livorno terminò quando gli operai fecero penzolare dall’alto di una torretta un pupazzo che lo rappresentava.

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: Storia delle acciaierie di Piombino: la crisi

Pagina 2: Piombino e la gestione commissariale

Pagina 3: La vendita

Pagina 4: Il deserto dei Tartari


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Classe 1986. Ha conseguito il dottorato in Economia Politica all’Università di Siena. Ha studiato Scienze Economiche all’Università di Pisa e ha svolto il programma Erasmus all’Università di Graz. E’ stato per 5 anni consigliere comunale PD nel comune di Campiglia Marittima.

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