“I moderni e la politica degli antichi” di Giuseppe Cambiano
- 21 Marzo 2019

“I moderni e la politica degli antichi” di Giuseppe Cambiano

Scritto da Gio Maria Tessarolo

5 minuti di lettura

Recensione a: Giuseppe Cambiano, I moderni e la politica degli antichi. Tra Machiavelli e Nietzsche, Il Mulino, Bologna 2018, pp. 288, 27 euro (scheda libro).


Perché leggere i classici è un tema su cui in Italia si è dibattuto fin troppo negli ultimi anni, spesso nel contesto delle tormentate discussioni sul valore del liceo classico. Meno se ne parla in ambito storico-filosofico, in cui il problema è stato posto acutamente nel Novecento da posizioni come quella straussiana o dal rinnovato interesse in chiave analitica per i grandi testi della produzione platonica o aristotelica, ma in cui in genere si accetta quietamente la presenza del mondo antico come ispirazione cruciale dei grandi pensatori della modernità, dall’Umanesimo all’Illuminismo fino ad Heidegger. La ricerca delle fonti è peraltro spesso svolta da specialisti del pensiero moderno, che consultano i testi di Polibio o di Livio o dei presocratici semplicemente in funzione di Machiavelli o di Montesquieu o di Nietzsche, per studiare la presenza o la rielaborazione di motivi e idee. L’ultimo lavoro di Giuseppe Cambiano inverte in un certo modo questa consuetudine, affrontando la storia della filosofia politica moderna con gli occhi di un antichista: i saggi raccolti in I moderni e la politica degli antichi sono infatti frutto del decennale lavoro di studio e ricerca di uno dei massimi storici della filosofia antica italiani ma che, come già ampiamente dimostrato da importanti lavori precedenti (uno su tutti, la monografia Polis. Un modello per la cultura europea (2000) di cui questo testo vuole essere anche un arricchimento e un completamento), ama utilizzare questa sua competenza come punto di partenza per capire in che misura e in che modo i classici possano parlare alla posterità.

Via di accesso privilegiata a questo problema è la comprensione del modo in cui essi hanno influito su generazioni di intellettuali proprio nel periodo in cui la cultura europea si è per molti versi svincolata dai modelli e dai limiti posti dalla tradizione (o almeno, così l’hanno a lungo pensata numerosi modelli storiografici): la modernità. Il primo grande merito del testo è infatti mostrare come non solo i grandi autori dell’antichità ma anche i grandi temi della sua politica (dal modello spartano alla contrapposizione polis-impero, dal problema della democrazia diretta a quello dell’impegno pubblico) siano stati oggetto di discussione e di contesa fra i maggiori pensatori politici dal Cinquecento fino alle soglie del Novecento (ma l’indagine potrebbe essere facilmente ampliata a numerosi ambiti della filosofia del XX secolo). Gran parte di questi hanno infatti elaborato le loro proposte proprio sulla base di una certa valutazione dei modelli del mondo antico, la cui analisi poneva problemi concreti e stringenti alla tenuta stessa dei loro apparati concettuali: valutazioni diverse della schiavitù, per esempio, portano Rousseau da una parte e Constant o Tocqueville dall’altra a valutare in modo diverso la possibilità di proporre i valori della polis per la modernità. In modo analogo, diverse letture tanto degli scritti di Cicerone quanto del suo ruolo storico sono alla base delle diverse proposte politiche dei partiti che si affrontano nell’Inghilterra del primo Settecento, con l’obiettivo non solo di utilizzarlo strumentalmente a sostegno delle proprie posizioni, ma di penetrare davvero in profondità nella vita e nel pensiero dell’Arpinate come modello di uomo di Stato, trasformando erudite battaglie filologiche in questioni di attualità.

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Indice dell’articolo

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Scritto da
Gio Maria Tessarolo

Studia e svolge attività di ricerca presso la Scuola Normale Superiore e l’Università di Pisa. Si interessa principalmente di Storia della Filosofia moderna e di Filosofia Politica (Machiavelli, Hobbes, Rousseau).

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